06 novembre 2009

Era venerdì

Si capisce già dall’alba che è venerdì. L’adhan risuona nell’aria con più vigore.
L’insolito silenzio del traffico lascia udire la loquacità del mare più degli altri giorni.
Tarda mattinata, tempo di dohr, l’adhan risuona di nuovo, stavolta scoppiando nell’aria in mille voci.
In pochi minuti le strade si svuotano, scompaiono anche i pescatori con le loro strane reti da maneggiare stando immersi fino alla vita. Si fermano anche le ruspe poco più in là. Nella quiete si avverte distintamente l’eco dei sermoni mentre dalle case circostanti arriva profumo di cibo e di panni stesi al vento del mare.
Poi d’un tratto la vita riprende a fluire, ma più pacatamente e più ordinatamente del solito. Fino a quando si odono, sempre più vicini, grida festanti e clacson impazziti: il venerdì si portano i mobili nella casa degli sposi. Cuscini, coperte, divani, pentole, armadi, peluche, tavoli, specchi, pouf, armadi, cassettiere….tutto sistemato in bella mostra su grossi camion che procedono festanti fino all’abitazione degli sposi, con decine e decine di persone sopra, festanti anch’esse. E’ quasi impossibile contarli, ne passano a centinaia, fino all’imbrunire.
Di venerdì capita che ti serve un idraulico. E lui viene, nel giro di venti minuti, malgrado Alessandria abbia nove milioni di abitanti e il venerdì è un giorno festivo. Da queste parti fare l’idraulico è un mestiere come tutti gli altri, gli idraulici sono operosi ed esperti, lontani anni luce dai nostri inafferrabili nababbi. Lavorano un pomeriggio sano per pochi euro e poi baciano i soldi. Si ha voglia di lavorare, qui.

18 ottobre 2009

Ordinaria follia

A te.
Ordinaria follia è l’oggetto che hai scelto per riaffacciarti nella mia vita proprio quando ne avevo più bisogno, Dio solo sa quanto. Ed è il titolo di questo post che si scrive da solo, dettato dal turbinìo indomabile della memoria.
Forse ordinaria follia è solo tutto il tempo che sono rimasta a languire nella nostalgia di te, di noi, come paralizzata dalla paura di un tuo rifiuto. Sono stata sciocca a pensare che la mia nostalgia non potesse essere anche tua. Ho preferito aggrapparmi ai ricordi, a quello che riuscivo a captare di te dalle pieghe della mia memoria, per conservare qualcosa di te e non perdere almeno quello.

Ordinaria follia è stato rileggere i miei diari tutti d’un fiato, pensare a tutto quello che abbiamo condiviso, sentirmi come se fosse ancora tutto in quel modo, percorrere le tue parole con il dito, sopraffatta dalla malinconia ed accettare che tu non fossi più partecipe della mia vita.
Ordinaria follia è stata quando ho messo il tuo nome su Google, ho trovato il tuo profilo su Facebook e guardando quella foto sull’erba mi sono chiesta chi te l’avesse scattata.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che mi sono addormentata pensandoti e poi ti ho sognata. E’ stata quando ho desiderato di farti gli auguri al compleanno e quando, pur avendo la certezza che stessi soffrendo, non sono riuscita a fare nulla per manifestarti la mia vicinanza.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che avrei voluto chiamare casa tua per chiedere un tuo recapito o semplicemente tue notizie. E non ho avuto il coraggio di farlo.

Ordinaria follia è desiderare di abbracciarti forte, rispondere con le mani e il cuore che tremano alle tue email, avere mille cose da dirti e non sapere mai da dove incominciare…

Ordinaria follia sarebbe perderti ancora, lasciarti scivolare via di nuovo. Fa cose strane il tempo. Cose spesso inspiegabili. E ordinaria follia è stato anche lasciarlo agire indisturbato.
Parlare con te è sempre un camminare piacevolmente in bilico tra la memoria di un passato che non ci appartiene più - ma che è stato nostro - e un futuro che forse non pensavamo potesse prendere questa piega, ma che sarà parimenti nostro, in qualche modo strano.
Ordinaria follia è quel nodo che mi blocca ogni volta...forse ci sono cose che si possono solo sentire nell'anima. E questa è la stessa sensazione che provavo quando avevo fretta di inviarti quell'email per farti sapere che c'ero e non riuscivo a scriverti nient'altro...

04 ottobre 2009

Chiedo venia, ma scrivo dalla postazione internet della biblioteca di Alessandria e non trovo gli accenti, gli apostrofi e le lettere accentate.
Questo post e per me, per quando dovro tornare a vivere in apnea. Sara sconclusionato e scritto di fretta, e come un frullato dei miei pensieri e sa di buono.
Voglio ricordare questi giorni pieni di luce, di calore umano, di assenza assoluta di nuvole e pregiudizi. I miei genitori sono a dir poco strabiliati dal grado di civilta degli egiziani, dalla loro educazione, gentilezza e disponibilita. Giorni di tepore umano e atmosferico. Di cielo luminoso che brilla negli occhi felici della gente, paga di un poco che rasenta il niente.
Giorni in casa mia, finalmente tutta arredata e finita, di mobili di legno pesante decorati il giusto. Giorni profumati di mare, di adhan che va a rompersi nel cielo e nel mio cuore accarezzandolo come se fosse miele.
Giorni di famiglia, bambini cresciuti, posti vecchi e posti nuovi, stupore, meraviglia, ma anche rammarico e certe volte disappunto.
Giorni di traffico impazzito, di gabbiani e barchette di pescatori. Di taxi gialli e neri, di voglia di andare al mercato, di voglia di mimetizzarmi tra la folla e di consapevolezza di non riuscirci mai pienamente. Ieri al ristorante, con tutto il velo, il cameriere mi ha chiesto se fossi italiana...
Giorni di velo, si. Giorni di colori belli, di abiti comodi, miei eppure nuovi. Spillette, fascia e il vento malandrino che si infila sotto il velo.
Sento come se fossi qui da sempre. Tutto mi sembra naturale. Parlo e mi rispondono, nessuno ride dei miei errori. Mi muovo in casa come se abitassi qui da sempre. Il pensiero di tornare mi addolora profondamente. Nonostante il master, nonostante il corso di arabo. L unica cosa che mi manca sono solo alcune persone, ci vuole poco a contarle e il conto lo tieni facilmente.
A loro va tutto il mio affetto, e le mie scuse per non aver avuto il tempo di salutare...ci si risente al mio ritorno!
Concedetemi di sguazzare ancora un po nel mio ambiente naturale, pero. Per non morire asfissiati bisogna far scorta di ossigeno.
Ciao Aletta mia


Non troverai altro luogo
non troverai altro mare
La citta ti verra dietro

19 settembre 2009

Mi vergogno di essere italiana

Non ho mai sofferto così tanto a scrivere un post. Se lo faccio è solo perché ritengo che tutti debbano sapere.
Ho sempre pensato che se le forze dell’ordine sospettano di qualcuno per qualsiasi motivo, lo fanno a ragion veduta. Ho sempre pensato, poi, di non poter essere oggetto di sospetto da parte delle forze dell’ordine per via della mia vita ordinata e ordinaria, insieme a mio marito nella nostra casa a Perugia. Ma oggi in quella che se non fosse stato Ramadan sarebbe stata l’ora poco dopo il pranzo, ho dovuto ricredermi.
Hanno suonato alla porta e quando abbiamo aperto ci sono letteralmente piombati in casa cinque agenti in borghese, credo si sia trattato di carabinieri. Gli abbiamo chiesto di identificarsi, uno di loro mi ha mostrato un distintivo; ricordo un vago colore arancio e “tenente”. Non salutano né chiedono permesso, sono senza mandato di perquisizione, ma varcano spavaldi e incuranti la soglia del nostro appartamento. Dicono che non serve nessun mandato. Chiedono ad Ali il permesso di soggiorno e a me se sono italiana. Uno di loro corre a perlustrare il bagno, un altro bracca Ali che era andato in camera da letto a prendere la sua valigetta con i documenti. Io, sbalordita, cerco di capire cosa sta succedendo ma mi viene espressamente chiesto di non fare domande. L’agente rimasto con me mi scruta e mi chiede ripetutamente se sono incinta. E’ convinto che lo sia, mi fa anche gli auguri. Ma non sono incinta, non c’è verso di farglielo capire. Per interminabili minuti mi chiedo cosa pensano di trovare in casa nostra, da due come noi che vivono onestamente e tranquillamente senza disturbare nessuno.
La porta di casa è rimasta aperta, qualcuno esce con i nostri documenti in mano. Io cerco nuovamente di ragionare con gli agenti, tutti ragazzi sulla trentina, ma niente da fare. Entra un altro uomo, chiede di nuovo i documenti e un pezzo di carta. Mi chiede se ho qualcosa in contrario alla loro visita e quando rispondo di sì dice che gli sto facendo perdere la pazienza. Vado nella cameretta che usiamo come ripostiglio a prendere un blocco di fogli e uno degli uomini mi segue. Io continuo a ripetere che tutta la situazione è assurda e surreale e che non hanno il diritto di stare in casa nostra. Ha la faccia grossa e tonda e con in bocca un sigaro spento mi dice di stare tranquilla. Cercano droga in casa nostra. Io gli dico che non c’è droga nella nostra casa e che stanno sprecando il loro tempo, lui dice che invece c’è. Ci trasferiamo in salotto mentre qualcuno gironzola ancora per casa. Mi viene intimato di calmarmi, mentre io cerco di raccogliere tutta la mia pazienza per non esplodere. Anche ad Ali hanno detto che c’è droga in casa e quando lui gli ha detto che si stavano sbagliando gliel’hanno ribadito puntando ripetutamente il dito sul tavolo.
Appuntano le nostre generalità, la nostra occupazione, dicono che dobbiamo pazientare una decina di minuti e che se riteniamo opportuno di doverci difendere, possiamo chiamare un avvocato che può presenziare alla perquisizione. La perquisizione, sì. Ali gli dice di perquisire quel che vogliono e poiché non troveranno niente dovranno rimettere tutto a posto. Uno precisa che loro non sono donne delle pulizie e io sbotto educatamente: gli dico che dalle forze dell’ordine mi aspetto tutela e protezione, non accuse infamanti. Gli dico che se avessi sposato Mario Rossi non si sarebbero neppure sognati di entrarmi in casa. Gli ripeto che stanno perdendo tempo e che mi sento umiliata e violata. Nessuno cercherebbe mai droga in casa loro, quindi non vedo perché dovrebbero farlo in casa mia. Loro minimizzano, dicono che se continuo ad agitarmi do loro modo di pensare che ho qualcosa da nascondere. Provate voi a stare tranquilli in quella situazione. Rassegnata, mi siedo e li invito ad arrestarmi. Non vedo via d’uscita.
Poi per grazia di Dio un loro collega irrompe e li chiama tutti fuori perché hanno scoperto che di fronte a noi abita un tunisino. Rimaniamo in salotto con un agente che continua a farci domande. Io ho bisogno d’aria e vado verso il finestrone del retrocucina, ma mi viene intimato di rimanere lì in salotto. Non mi è dato muovermi.
Il tunisino abita al primo piano come noi, al suo appartamento si accede tramite una porta a vetri e un ballatoio esterno appena oltre il pianerottolo del piano. Vedo la sua porta e la sua finestra dal mio salotto. Al nostro interno invece si accede da un’altra porta proprio di fronte alle scale del piano. Veniamo finalmente lasciati soli, proprio quando io, sopraffatta dall’umiliazione, mi abbandono alle lacrime tra le braccia benevole di mio marito, nello stupore generale.
Soli, ci spostiamo sul balcone, ho bisogno d’aria e ne ha bisogno anche Ali che cerca di consolarmi con i suoi modi discreti. Sembra tutto un maledetto incubo, ma le loro voci che ancora mi giungono confermano che è tutto vero. Non so cosa sia successo di preciso lì dentro, ma ho sentito volare parolacce e a quanto pare la droga doveva trovarsi lì.
Qualcuno è rimasto sul ballatoio antistante, qualcuno è sceso in strada, qualcun altro torna con le macchine, parcheggiate tutt’intorno allo stabile. Uno alza lo sguardo, abbozza un sorriso, mi chiede se sono un po’ più tranquilla ma la risposta è fin troppo scontata. Quello rimasto sul ballatoio mi chiede di uscire dalla porta di casa sul corridoio interno, credo che si chiamasse Leonardo. Com’è che ti chiami? Silvia? Era stato l’unico con cui si era potuto cercare di ragionare un minimo. Dice che devo calmarmi, cercavano un arabo con la moglie italiana, c’erano alte probabilità che fossimo noi. Non si scusa, è tutto normale, dice, non abbiamo più niente da temere, ora. Dice che sono entrati in quel modo perché sono abituati a trovarsi davanti gente armata e senza scrupoli. Poi ci saluta, il tizio che stavo per far spazientire lo ha chiamato e quando si è sentito dire che Silvia aveva bisogno di due parole non deve aver reagito bene. Poi le macchine si sono allontanate e io sono rimasta inebetita e svuotata, in preda al disgusto e all’umiliazione. Eppure il mio domicilio dovrebbe essere inviolabile. E l’Italia uno stato garantista. Ma per quelli come me ci sono i metodi della Gestapo, a quanto pare. E sposare un egiziano è quanto basta per farsi perquisire l'abitazione.
Ho ancora un forte senso di umiliazione addosso, mi sento violata e credo di avere tutte le ragioni per pensare di esserlo stata. Chi mi conosce sa che non mi drogo, né mi sono mai drogata, né ho intenzione di farlo. E lo stesso dicasi per mio marito. Ecco perché mi sento umiliata.
Penso a tutte le volte che qualcuno mi ha detto di pensarci due volte prima di trasferirmi in Egitto per via della “sicurezza”: secondo molti qui sarei libera e tutelata, vivrei in un mondo moderno, avanzato, pulito e accogliente. Il migliore dei mondi possibili, insomma. Il prossimo che si azzarda a dirmelo, scoppio a ridere e se insiste gli mollo una sberla. Io qui non voglio starci un minuto più del dovuto, non riesco a pensare neanche lontanamente di crescerci i miei figli e piantarci le mie radici. Piuttosto preferisco morire di fame.

18 agosto 2009

Non fare l'indiano....

Questo articolo, che risale allo scorso giugno, descrive Il Cairo nell'attesa di Obama e popola uno dei mille post smozzicati che ho accumulato nel periodo precedente la discussione della tesi.
Peccato che nessuna testata abbia pensato ad inviare un giornalista per rendere conto dell'attività di certi buffi colleghi, quei tizi che immagino aggirarsi per il Cairo in punta di piedi, schifati e guardinghi desiderando di essere astronauti con tanto di tuta.
Già dalle prime righe ho avuto il sospetto che l'autore facesse troppo riferimento all'India, poi la menzione esplicita di Calcutta ha fugato ogni dubbio. Non ho idea di come sia Calcutta, di come sia l'India in generale, ma mi sembra alquanto riduttivo paragonare Il Cairo a Calcutta. E comunque non mi sembra una buona idea parlare di un posto avendone in mente un altro. Il Cairo, poi, sembra che sfugga a qualsiasi tentativo di categorizzazione. Il Cairo è il Cairo.
Che sia un pianeta, un microcosmo, è verissimo, che il Nilo al tramonto diventi di rame fuso mentre tutt'intorno l'atmosfera si tinga di un rosa metallico per la sabbia e lo smog è altrettanto vero e suggestivo...ciò su cui non concordo affatto è che al Cairo il tanfo del cibo si mischia a quello dei fiori in disfacimento e del sudore umano: normalmente al Cairo non associo né il tanfo del sudore umano né quello dei fiori in disfacimento; semmai associo l'odore del cibo, che a meno che non provenga dal fegato fritto o dalla bresaola è un profumo. Ci sarebbe tanto da dire a proposito delle sfumature odore/profumo/tanfo, ma non ho tempo e mi sono appena resa conto di aver usato un punto e virgola, per giunta.

Se poi c'è un posto in cui gli artigiani sono tutt'altro che impareggiabili e i mercanti tutto meno che estremamente seri, quel posto è il tanto decantato Khan Al Khalili, più che il bazar più favoloso del Medio Oriente, quello più made in China. Sono in disaccordo anche sul fatto che El Fishawy sia un posto irrinunciabile...a parte la clientela elitaria non offre alcunché in più a qualsiasi altra caffetteria del Cairo e dell'Egitto tutto. Ed è pure caro e striminzito. E affollatissimo di ragazzetti con costosi cellulari in una mano e il narghilè nell'altra.
Non posso pretendere che Il Cairo piaccia a tutti, anzi, forse piace poco anche a me. Quando arrivo dall'Italia ho sempre fretta di rimettermi in viaggio ed arrivare ad Alessandria, invece al ritorno mi ci aggrappo perché è l'ultimo scampolo d'Egitto, nonostante in ogni angolo ci siano cose che mi ricordano quanto è lontana Alessandria. Spesso mi incute timore ma ne rispetto lo spirito e l'atmosfera. Quello mi piace e mi manca. E' la madre del mondo, dopotutto. E mi lascio avvolgere senza resistenze dal fascino del tempo e dalla spiritualità che qui sembrano avere un gusto e un odore definiti.
No, ditemi, mi ci vedreste a scrivere un articolo su Amsterdam?
19/08/2009: ho appena aggiunto il link, l'avevo dimenticato e me ne scuso. Rileggendo l'articolo, non mi trovo d'accordo neanche sul fatto che i versi del Corano siano, in ordine di importanza, secondi alla Divina Commedia. Un altro paragone inappropriato...e per la cronaca io preferisco il Corano, 33 milioni di volte. Sì, sì, decisamente.

05 agosto 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (l'epilogo)


Eh già, l'epilogo. E' passato un mese, lo so. Ci vuole tempo per metabolizzare certe cose. E certamente, anche per dimenticarle.


Venerdì 3 luglio, sveglia, doccia, colazione e poi tappa dal parrucchiere sotto casa. Alla faccia della crisi, la parrucchiera mi aveva raccomandato di arrivare prima delle 8:30 perché il venerdì c'è il pienone. Arrivo alle 8:20, davanti avevo già due signore, dovevano essere di casa. C'è stato un momento in cui ho pensato di presentarmi con caftano e pantalone o gonna e i capelli asciugati all'aria, ma no, sai com'è...la situazione richiede una certa eleganza, è una questione di rispetto...vabbè tanto qui fare come vogliono gli altri è all'ordine del giorno.


La parrucchiera mi lava i capelli in silenzio, mentre io cerco di rilassarmi e di ripetere mentalmente il mio discorso. Con il turbantino in testa mi dirigo sulla poltroncina e lei fa la fatidica domanda:"Come li facciamo?". Io mi limito a chiederle una sforbiciata sulle punte e una sistematina al taglio, che, dopo tre mesi abbondanti, si è perso. E poi la fatidica risposta:"Lascia fare a me". Dovrei rilassarmi invece resto un po' intimorita, come quando vado dal medico. Ho paura dei camici e delle forbici, io. Dei primi perché sono fondamentalmente ipocondriaca e delle seconde perché tendono a tagliare sempre troppo e sempre secondo le mode del momento. Devi sempre dirglielo che non vuoi né creste né frange, non si sa mai.


Lei prende le ciocche, ne studia la lunghezza facendole scorrere tra indice e medio, poi sforbicia senza pietà. E' una donna piacevole, sulla quarantina. E' rotonda e gentile. E commenta:"Senti tesoro, che fai dopo la laurea, torni a casa? Cerca di prenderti cura dei tuoi capelli, sono, sono....stressati!". Abbozzo un sorrisetto, le dico che sono stressata proprio io e non solo i capelli. Aggiungo che a casa ci andrò per qualche breve periodo, in realtà abito a venti metri da lì, con mio marito. Sono sposata con un egiziano da due anni, più quasi tre di convivenza. Così giovane e già sei sposata?


Mi sorprende che si sia accorta che sono giovane, mi è capitato anche - lo giuro - di essere stata scambiata per la mamma di una mia amica. Che ci volete fare? Questo è un mondo in cui una cinquantenne in minigonna è giovane tanto quanto una venticinquenne col viso precocemente segnato dagli eccessi: zampe di gallina e rughe varie non contano niente se poi una si veste come un'adolescente. Per avere i miei venticinque anni, devo essere in un contesto arabo, non c'è proprio niente da fare. In Egitto nessuno si sognerebbe di darmi più della mia età, perfino ai mercati, qui in Italia, capita che se sono da sola, qualche uomo visibimente arabo mi chiami signorina. Certe volte capita anche in presenza di mio marito.


La comunicazione prende una piega inaspettata nel momento in cui salta fuori che il padrone del negozio è in vacanza in Egitto. Beato lui, ma lei commenta "che schifo, l'Egitto", con la tipica intonazione perugina. La guardo nello specchio, devo averla fulminata: è la mattina della mia laurea, sono elettrica e sempre sull'orlo di una crisi di pianto, non sono neanche le nove del mattino e avrei ben altro da fare che farmi sferruzzare la chioma. Non posso accettare quel commento, ma mi limito a chiederle semplicemente "perché?, io lo trovo meraviglioso, l'Egitto". E lei si precipita a puntualizzare che no, non ho colto l'ironia, lei adora quei posti e sarebbe pronta ad andare a viverci. Eppure mi era parso che non ci fosse ironia, evidentemente dopo cinque anni l'intonazione dei perugini mi spiazza ancora. Mi racconta che una quindicina di anni addietro ha lavorato ad Amman per tre mesi. Deve averci lasciato un pezzo importante di sé, da quelle parti. Si vede da come ne parla: fa un racconto pieno di pause, sembra che non possa fare a meno di estraniarsi e tornare a ripercorrere con la mente le strade di Amman, quella tempesta di sabbia all'arrivo, con i cammelli accovacciati per proteggersi...il vociare allegro dei mercati...gli interni dei taxi stranamente decorati...la sua casa proprio vicino alla moschea e il canto del muezzin...il detersivo per piatti al profumo di rosa...il quartiere dei reali e Hussein, che uomo....il cibo superbo, "preparo ancora l'hommus, me lo mangio coi cetrioli"...e poi la gente così generosa e cordiale e i paesaggi incredibili, quei colori...


Io resto incantata ad ascoltarla, tutto quello che dice va a conficcarsi nella mia pelle, procurandomi una sequenza interminabile di brividi profondi. Glielo dico, mostrandole il braccio e lei si compiace dell'effetto delle sue parole su di me.


Torno a casa visibilmente rilassata, con i capelli che toccano appena le spalle. Hanno un aspetto morbido che asseconda la loro linea naturale un po' mossa. Con indosso il vestito sembro uscita da una soap opera americana. Mia madre crede che andare dal parrucchiere sia stato terapeutico ma le racconto che è tutto merito di Amman. Lei è presa dai preparativi per il rinfresco post laurea così mi ritiro a ripassare il mio discorso sforzandomi di respirare bene e concentrarmi. L'ansia cresce, a tavola mi sforzo di mangiare qualcosa. Ogni volta che la mia tensione sale ripenso a quella chiacchierata e mi calmo. Penso che devo superare quell'ostacolo per potermi finalmente dedicare a ciò che voglio davvero. Con il passare delle ore quell'ostacolo mi sembra sempre più insormontabile. Ho paura del correlatore nonché presidente di commissione, ho sentito parlare di crisi di pianto, di liti, di umiliazioni. Temo anche la mia stessa preoccupazione, soprattutto nell'attimo tremendo in cui il relatore finisce di presentare il mio lavoro e gli occhi della commissione virano su di me, in attesa che inizi a parlare.


Alle 14:30 siamo già in facoltà. Io faccio la scalinata con una certa ritrosìa, avrei voglia di farmi un bel pianto e non ne faccio mistero. Vengo sopraffatta da un sentimento di impotenza e frustrazione: temo che la mia tesi venga di nuovo fraintesa, temo che si torni a parlare di terrorismo, come è già successo. Scaccio il pensiero, ma continua ad aleggiare sulle mie paure. Mi dico che è una questione di principio e che stavolta no, non posso restare zitta. Troverò il modo di farmi sentire e di riportare la discussione sui binari giusti, con educazione e fermezza. La gente inizia ad arrivare, sono tutti super-eleganti, super-abbronzati con in mano super mazzi di fiori e borsine da sera. Il nero impera ma ci sono anche colori sgargianti. Fanno foto, chiacchierano a voce alta, bisogna fare uno sforzo non indifferente per concentrarsi, non pensano a chi deve affrontare i leoni.


Ad un certo punto le cose prendono una piega inaspettata: il mio relatore vaga per l'atrio, si fa spazio tra la gente chiamandomi per nome. Arriva fino alla mia panca, la prima è in ritardo, così mi chiede se ho voglia di entrare per prima. Ci sono solo i miei genitori e mio marito, nessun altro è ancora arrivato, tutti sanno che deve passare almeno un'ora, sono la quarta sulla lista. Senza indugi decido di porre fine allo stillicidio, va bene, entro. Due minuti dopo mi chiamano. Mentalmente chiedo per l'ultima volta all'Altissimo di sostenermi. Dico alla fotografa che non voglio foto, mi innervosiscono tutti quei flash.


Mi dirigo verso il correlatore-presidente, lo saluto, gli consegno una sintesi della tesi. E' seduto di fronte a me, me l'immaginavo diverso. E' imponente anche fisicamente, non solo di fama. La stanza è di nuovo quella di due anni fa, poco luminosa, austera, con un quadro cupo sulla parete di fronte a me, un grande specchio e un imponente lampadario di vetro con i bracci rosa che lo fanno sembrare un grosso polipo. Mi siedo sulla poltrona di pelle, il professore introduce l'elaborato commentandolo positivamente, poi arriva il maledetto momento, tocca a me. Dopo le prime parole faccio fatica ad accordare il respiro con la voce. Il correlatore-presidente si fa subito avanti. Dice che gli preme che io risponda alle domande che lui ha preparato. Dice di aver letto con interesse la mia tesi e di averla apprezzata. L'interruzione e il commento positivo mi tranquillizzano. Poggio le spalle sullo schienale della mia immensa sedia e inizio a rispondere alle sue domande con una strana naturalezza. Riesco a respirare, a pensare, la mia voce è ferma. Lui incalza con le sue mille domande a grappolo, domande multiple, composite, a tre a tre. Mi si chiede di commentare un grafico che ho costruito io, a pagina 46. L'intera discussione ruota attorno ai temi che ho evidenziato nel corso della trattazione, soprattutto riguardo le ingerenze del potere politico e le mille contraddizioni che genera. Del terrorismo non c'è neanche traccia stavolta. L'ultima domanda è una curiosità di un membro della commissione, chiede lumi sull'iconoclastìa. Un altro membro confuta la mia risposta osservando che al Cairo, nel periodo elettorale la città è tappezzata di manifesti che ritraggono Mubarak. Gli rispondo dandogli ragione e aggiungo che questo succede anche nelle altre città e non solo nel periodo elettorale, la dimostrazione lampante che il potere poltico genera curiose contraddizioni.
Ora che il cerchio è chiuso e che non si è chiuso attorno al mio collo, paghi, i leoni decidono di farmi accomodare fuori. Incontro una vecchia collega, mi bacia e mi fa gli auguri. Realizzo che la carriera universitaria e anche quella ragazza appartengono al passato. In un battibaleno vengo richiamata dentro per la proclamazione. Mi danno la lode, non me lo sarei mai aspettato. Firmo, stringo le mani e saluto con la vista velata dall'emozione, poi mi giro verso la mia famiglia. Sono tutti un po' frastornati e commossi. Ancora sento l'abbraccio di mio marito e le sue parole di stima. Anche dandogli le spalle per tutto il tempo della discussione, ho indovinato il suo posto seguendo la direzione degli sguardi dei membri della commissione e ho avvertito la sua presenza benevola nell'aula ostile. Più di qualcuno avrà senz'altro smesso di chiedersi perché si è parlato proprio dell'Egitto.
Usciamo seguiti dal mio relatore. Mi fa gli auguri, commenta la discussione, mi dice di richiamarlo, pensa di pubblicare una sintesi della mia tesi. Tutto ciò è semplicemente al di là di ogni più rosea previsione. Mi sembra pure troppo, certe volte. Non ci voglio pensare, niente false illusioni, sono più che soddisfatta così. Guardo avanti, ora è tempo per me.
Non posso non chiudere questo post senza prima esprimere la mia più sincera gratitudine nei confronti di tutte quelle anime generose che mi hanno dedicato il loro prezioso tempo consigliandomi e indicandomi siti e materiali, o semplicemente rivolgendomi una parola di sostegno o incoraggiamento. Questa tesi è per tutti loro e di tutti loro.

18 giugno 2009

Con i piedi per terra


(immagine tratta da qui, dove peraltro si può ascoltare anche l'inno)

Non si fa altro che parlare del cuore e dell'anima della nazionale italiana, ma per quanto io mi sforzi di vederli questi cuori e queste anime, non vedo altro che palloni gonfiati (dai milioni). Depilatissimi, perfettissimi, ricchissimi.


L'altro giorno sono rimasta piacevolmente colpita dalle dichiarazioni di Mohamed Zidan: al termine della partita con il Brasile, lui, il miglior giocatore in campo, diceva di sentirsi onorato di aver giocato con i brasiliani perché non è certo una cosa che capita tutti i giorni, incontrare campioni del genere. Questo spirito mi piace. Per farsi una mezza idea di quanto guadagna un calciatore egiziano giocando in patria, basta fare un salto qui (le informazioni ridalgono al 2006) e ricordarsi che per fare un Euro occorrono circa otto Lire Egiziane.


Per la cronaca, dunque, io stasero mi unisco alle speranze di milioni e milioni di Egiziani e tifo con loro: ahom ahom ahom, el Masriin ahom!

19 maggio 2009

Dolci tentazioni

2007, inizio di agosto. Ci svegliavamo assaporando il gusto nuovo di sentirci marito e moglie. Non era cambiato niente, in fondo, eppure eravamo pervasi dalla pace.
Ma non è un post sul matrimonio, questo. I primi giorni dell'agosto del 2007 eravamo appena arrivati ad Alessandria, dopo una sosta forzata di alcuni giorni al Cairo in attesa delle valigie, lasciate a Roma dall'Alitalia (l'Egypt Air non lo avrebbe mai fatto!!!). Mio marito esce ad ordinare una torta per l'indomani, avremmo avuto tutti i parenti a pranzo. Salta fuori che il proprietario della pasticceria è un suo vecchio compagno di scuola, non si vedevano da almeno dieci anni. L'indomani, per quanto era bella, era quasi peccato mangiarla, la torta...occupava quasi mezzo tavolo ed era ricoperta per metà di frutta fresca di stagione e per metà di frutta secca, una delizia.
Dicono tutti un gran bene di questa pasticceria, allora per curiosità - e golosità - lo scorso gennaio, in occasione del compleanno di una nipote, accompagno mio marito e suo fratello in questa pasticceria. Il locale era pulitissimo, ogni angolo profumava di buono, era una festa per i sensi guardare le vetrine: biscotti, dolcetti, pasticcini, torte...tutto incredibilmente ordinato e pulito. Il proprietario ci viene incontro, ci saluta, dice che è contento di conoscermi. Gli faccio i complimenti per il locale e gli chiedo se posso fare qualche foto. Permesso accordato:








Io scatto le foto e il proprietario chiama un ragazzetto da dietro il bancone: un attimo dopo avevamo davanti un piatto di deliziosi pasticcini e una sprite ognuno. Ho scelto un rombetto morbidissimo, sapeva di miele e mandorle, l'ho mangiato di gusto. Eppure ho sempre pensato che i dolci arabi fossero troppo dolci e sapessero troppo di burro. E questa è la torta che abbiamo comprato con tanto di dedica (eid melad said Radwa) e - peccato che non si vede - di candelina "canterina", una candelina utilizzabile più volte con un piccolo interruttore che faceva partire la melodia tipica del compleanno. Dopo una non dovrebbe farsi venire il mal d'Egitto...


Indovinate qual è il nome della pasticceria????? Potete sbirciarlo sulla polo del ragazzo dietro il bancone o sulla torta.

27 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (SOS punto e virgola)


Esploro gli abissi del pressoché e dell'altresì, in questi giorni. Ho dato fondo ai peraltro, ai tuttavia e ai pertanto. Li uso per spiegare ulteriormente un concetto perché mi piace la scrittura immediata, senza fronzoli: se riesco a spiegare un'idea in 30 parole non vedo l'utilità di impiegarne 50, anche se spesso quest'abitudine mi costa l'accusa di ermetismo.


Ho scritto dell'avvento del satellite nello scenario televisivo arabo, dalle piattaforme di cooperazione regionale fino ad ARABSAT. Ho puntato poi l'obiettivo sull'Egitto per parlare di ESC e di Nilesat, di programmi, satelliti in orbita e degli immancabili intrighi politici. Ho citato il decreto 411/2000 che in Egitto confina i broadcaster privati sul satellite - ma so che succede anche altrove - e del “documento per la regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nella regione araba”, approvato dai Ministri dell'Informazione dei Paesi della Lega Araba il 12 Febbraio 2008 e volto a controllare le trasmissioni satellitari come avviene per quelle terrestri pubbliche.


Scrivo e mi convinco sempre più che la punteggiatura è un accessorio indispensabile, sì, ma dall'uso estremamente soggettivo. Io, tanto per dire, non so usare il punto e virgola: il punto lo metto, è una pausa lunga alla fine di un concetto, di un periodo. La virgola, anche: è una pausa più breve, mi aiuto a posizionarla con la voce. Il punto e virgola mi manda in tilt, sembro Totò nei panni dello scrivano di "Miseria e Nobiltà", al punto che faccio a meno di usarlo, questo sconosciuto. Qualcuno, cortesemente, mi illumini con esempi pratici, gliene sarò grata. Nel complesso ho un rapporto decisamente positivo con la punteggiatura: devo usarla perché mi piacciono i periodi lunghi ma ben disciplinati, non gli ammassi informi di parole stipate in sequenza casuale.


Delle correzioni non mi lamento: ho notato che il mio relatore non gradisce i sensi figurati, motivo per cui faccio un uso spropositato di virgolette per non ritrovarmi linee ondulate sotto le parole ritenute improprie. Comunque il solo fatto di riavere le bozze corrette mi ripaga della fatica: della tesi precedente ricordo bozze accuratamente rilegate che servivano a tenere aperte le finestre. Almeno, stavolta arrivano ad essere lette, le mie bozze.


26 aprile 2009

Tabra, l'insipienza femminile

Isabel Allende è una delle mie scrittrici preferite: riesce a rendere credibili e vivi anche i personaggi più fantasiosi e improbabili e descrive luoghi lontani e abitudini come se fossero anche sue. Il racconto che sto per proporre, tratto da Afrodita si intitola "Una Notte In Egitto" ed è bello per due motivi: presenta odori e sapori dell'Egitto fino a farli materializzare nella bocca del lettore ed è straordinariamente maschilista nel dare a Tabra la lezione che si merita.
Tabra pare che sia un'amica della scrittrice e in uno dei suoi viaggi sembrerebbe finita in Egitto, nella bassa Nubia, in cerca di qualcosa di imprecisato, di una "piccola avventura". Mi chiedo cos'altro si possa cercare nella bassa Nubia, tra i villaggi minuscoli di casette basse abitate da contadini operosi e schivi che lavorano una terra insolitamente fertile, soffocata qua e là improvvisamente dal deserto.
Tabra cede alla bellezza e ai modi gentili di Mahmoud che approfitta di lei e della sua eccessiva disponibilità. Nessuna donna dotata di senno farebbe quel che ha fatto Tabra, per un attimo mi ha fatto pensare a certe donne italiane in vacanza in posti come Sharm El Sheikh o Djerba che si rovinano la vita con la guida turistica di turno, senza pensarci un attimo.
Il mondo è pieno di donne come Tabra e di uomini come Mahmoud che, con le loro relazioni dissennate, continueranno ad alimentare i discorsi dei salotti televisivi nei quali ci si sgola a sconsigliare le coppie miste.
Al di là di tutto, il racconto si può leggere qui.