Perché l'arabo?
Tutto inizia una sera di luglio 2004, quando dopo 5 ore di treno torno a Perugia per gli esami, primo anno di università. Apro la porta. C'era qualcuno in casa! Ladri? No...la nuova coinquilina, piccolissimo particolare che il padrone di casa ha dimenticato di fornirmi! Quindi non ero più sola in casa...
Parlando salta fuori che è libica. Si offre di preparare la cena, glielo concedo per stanchezza e curiosità, mi piacciono le cose nuove, soprattutto se inaspettate. Mi ritrovo nel piatto una cupola di riso in bianco, il condimento, un sugo di verdure, era a parte, in un altro piatto. Buono.
Nei giorni seguenti ho assaggiato il couscous e letto la traduzione delle sue poesie, non eravamo poi così diverse. E poi il patto: ti aiuto con il corso di italiano se tu mi insegni l'arabo.
L'arabo non si è rivelato poi così arabo come per me la matematica: in quanto lingua serve per parlare. Difficile, sì, ma pur sempre una lingua. A settembre ho conosciuto un suo amico egiziano che ora è il mio fidanzato e con il quale da poco divido la casa o, se preferite uso l'etichetta con cui certa gente ama appiccicarsi in bocca lo scandalo: con-vi-via-mo. A Natale sono andata in Egitto con lui, ad Alessandria, al matrimonio dell'ultima sua sorella nubile. Io che pensavo che l'Egitto fosse solo Sharm El Sheikh e gli egiziani quelli che hanno costruito le Piramidi, mi sono ritrovata in un ambiente che, così in poche parole non ho voglia di descrivere: lo stupore che mi dominava spero verrà a delinearsi nel corso dei successivi post. Perché tutto questo smarrimento? Perché è solo a contatto con una realtà così totalmente diversa che ho capito tante cose di me.


