Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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26 giugno 2008

La Porta di Lampedusa e l'ennesima frettolosa generalizzazione

Immagine e citazione tratte da qui

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l'ultimo promontorio dell'isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno "piantato" qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. [...]

[...]E' una porta puntata verso l'Africa. La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare. La sua anima è in ferro zincato.

Sicuramente non servirà a molto, il corso degli eventi non si può invertire. Potrà solo far essere un po' meno distratti e superficiali noi nati con la camicia (di seta) anche se ci metteremo del tempo a capire che una preghiera e una sepoltura sobria sarebbero preferibili a lapidi razziste, croci di convenienza e fiori che appassiscono in fretta.

L'idea della porta però mi piace: se ci penso, mi si velano gli occhi di quella tenerezza che mi assale quando, vedendo un corteo funebre sfilare davanti alla casa del defunto, noto la porta di casa aperta. C'è qualcosa di universale e primordiale in quel gesto che forse ormai è possibile solo nei piccoli paesi: deve essere l'odore di casa, quello che sarebbe diverso se uno non ci fosse. E' come un volerlo far sentire per l'ultima volta e un dire, torna a trovarmi quando vuoi, se puoi, almeno nei sogni.

Comunque, tenerezze a parte, a parlare di sbarchi di clandestini si commette un errore che purtroppo non è solo terminologico: Giovanni Maria Bellu mette chiaramente in evidenza la questione in questo articolo a proposito della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata la scorsa settimana:
[...]Ma, nei fatti, ogni anno la celebrazione si traduce in una serie di iniziative che hanno un obiettivo più modesto: spiegare all'opinione pubblica che, nell'ambito della categoria "immigrazione", esiste uno speciale sotto-insieme costituito dalle persone che non abbandonano il loro paese per "vivere meglio" ma semplicemente per vivere. Per restare in vita. Non è facile. La confusione tra i richiedenti asilo e gli immigrati economici è sistematica. Lo dimostra l'abitudine giornalistica di chiamare "clandestini" quelli che sbarcano a Lampedusa. I dati statistici dicono che uno su cinque ottiene l'asilo politico o la protezione umanitaria. Dunque, nel momento in cui hanno varcato il nostro confine, molti di quei "clandestini" non solo non hanno commesso un reato ma hanno esercitato un diritto. Un articolo pubblicato mercoledì scorso sul "Corriere della Sera" offre un esempio da manuale di quanto sia difficile cogliere questa fondamentale differenza. Scrive Magdi Cristiano Allam: "Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto, qualunque esse siano. Ebbene, non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato". L'esempio è totalmente sbagliato. Intanto l'immigrato che varca il confine (nemmeno quello "economico") non è paragonabile a chi irrompe in una casa privata. L'immigrato non scardina alcuna serratura, non usa
grimaldelli o fiamme ossidriche. Eventualmente è paragonabile, se si vuole restare nella metafora domiciliare, a un tale che entra senza autorizzazione nel nostro giardino di casa. Secondo Allam, in quello stesso istante dovremmo chiamare la polizia e pretendere che l'intruso venga ammanettato e condotto in cella. "Indipendentemente dal conoscere quali siano state le motivazioni del suo gesto". L'inganno sta qua. Non è affatto "chiaro e inoppugnabile" che dobbiamo reagire in quel modo. Se, per esempio, l'intruso ci spiegasse di aver saltato la recinzione perché era inseguito da un killer armato, e ci dimostrasse che sta dicendo il vero (magari indicandoci il killer appostato dietro una siepe) chiederemmo il suo arresto? Oppure gli ordineremmo di uscire immediatamente dal nostro giardino ributtandolo così nelle mani del killer? Siamo certi che una persona normale - un buon cristiano o anche un laico dotato di buon senso - tenterebbe di dare una mano al malcapitato. Terrebbe conto (come d'altra parte farebbe il giudice se fosse chiamato a pronunciarsi) del fatto che ha agito in stato di necessità. Ed è esattamente questa la condizione di chi entra nel nostro territorio da richiedente asilo. Un concetto, come purtroppo dimostra l'uscita di Allam, solo apparentemente semplice.

26 febbraio 2008

In piazza s'impara!


Ugo Carrega, La torre di Babele, tratto da qui



[...]Se si dice che in piazza, ogni domenica mattina, arriva tutto il mondo, non si esagera affatto. Arriva l’arabo che impara il romeno perchè ha i compagni di lavoro che vengono da là, arriva il ragazzo cinese per apprendere la lingua dei suoi genitori perchè lui è nato in Italia o il cinese che viene dal Sud della Cina e che del mandarino non sa neanche una parola. In piazza poi, arrivano marocchini, algerini, egiziani per imparare o migliorare l’italiano che serve a svolgere meglio il loro lavoro o far fronte alle esigenze della vita quotidiana.

Arriva anche chi vuole andare in vacanza in un paese arabo. In una sorta di Babele, le lingue e le culture si mischiano e si confrontano. L’occasione è importante anche per stare insieme e per imparare cose nuove divertendosi. E se fa un pò freddo, niente paura, ci sono le ragazze di The Gate che offrono agli «studenti» calde coperte e the alla menta.

Fino ad aprile, tutte le domeniche, dalle 10.30 alle 12, nel luogo in cui in settimana ferve il mercato più grande d’Europa, è la lingua a diventare merce di scambio. [...] Leggi l'articolo completo

12 dicembre 2007

Colui che parte





Immagine tratta da qui

Da Da Voci Dal Silenzio cito alcuni brani di quest’intervista curata dalla redazione del sito a Kossi Komla-Ebri. Originario del Togo, Kossi arriva in Italia a vent’anni, nel 1974. Si laurea in medicina all’Università di Bologna e si specializza in chirurgia a Milano. Sposato e padre di due figli lavora all’ospedale di Erba (Co). E’ uno scrittore di racconti e saggi, premiato in diversi concorsi che dice di avere “nel cassetto poesie liriche, racconti e un romanzo- già tradotto in America- in cerca d’editore in Italia”. Nel tempo libero è mediatore interculturale nel mondo della scuola e della sanità, nel 1999 si è candidato per le elezioni comunali di Erba in una lista civica e nel 2001 alle elezioni politiche con l’Ulivo.
Al riguardo afferma:


Ho accettato d’essere il candidato dell'Ulivo per la Camera sul Collegio di Erba(roccaforte leghista) anche se per molti i tempi non erano maturi, pur sapendo che la vittoria era improbabile. […]La battaglia non si vince solo con i numeri, ma con la voce dell'anima serena e gentile, ferma nei principi e nei valori. Credo che su questo territorio, la mia candidatura è stata "profetica" in quanto ha saputo creare una barriera forte e punti di riferimento certi per chi vuol vedere oltre i pregiudizi, scovando le aporie della vergogna ed evidenziare le ragioni del far vivere bene chi ci sta di fronte, dentro e fuori di noi. La battaglia è stata ardua non tanto per lo scoglio dei numeri, (la cosa mi preoccupava poco) quanto per la difficoltà di trovare le parole giuste, il metodo adeguato, per creare il clima giusto per consentire ai colori dell'arcobaleno di essere visti. Nonostante i risultati, pur sempre onorevoli (33%), so che il messaggio è passato: sta germogliando a fatica una nuova concezione di politica e di cittadinanza attiva, unica via verso l'integrazione. La mia candidatura è stato un simbolo evidente per dare visibilità ad una nuova idea di cittadinanza dove l'integrazione, intesa come interazione d’integrità, è basata sulla pari opportunità e sulla condivisione di valori e in particolare di valori costituzionali. In questa, di fatto, società cosmopolita che fatica a declinarsi al plurale, la piattaforma dei valori per una giusta convivenza non potrà essere definita solo dai nativi. Urge una civile riconoscenza del diritto d'asilo, da integrare alle norme sull'immigrazione, e diritto di voto alle amministrative per avviare concretamente una vera integrazione che non sia assimilazione o ghettizzazione. Urgono spazi per l’incontro, il dialogo e la conoscenza. Urge lo spazio virtuale della dilatazione dei cuori per accettare l’altro ed accoglierlo oltre la diversità. “L’utopia dell’accettare l’altro- non benché diverso- ma perché tale”. Coloro che hanno votato per me sono andati oltre il colore della mia pelle e questo è già una gran vittoria.


Alla domanda:






Un tuo racconto (Mal di…) si chiude con il ritorno in Africa della protagonista, dopo un'esperienza in Italia, e con una considerazione significativa: "Ah l'Italia! Pensare che in Italia, volevo tornare a casa! Ormai mi sento come inquilina di due patrie: a volte ne sono felice, a volte mi sento un po' dimezzata, un po' squilibrata, come se una parte di me fosse rimasta là, eppure lo so che lì avrei di nuovo il mal d'Africa. Forse la mia è nostalgia, o semplicemente mal di… mal d'Europa". Questa conclusione potrebbe essere letta come metafora della condizione dei migranti, "sradicati" nella terra che li ospita e "stranieri" in patria?


Kossi risponde:






Sì! Il migrante, colui che parte, frantuma tempo e affetti. Salpando egli rompe con la sua terra, i suoi paesaggi, l’aria, gli odori, i profumi, i colori, i rumori, i suoni famigliari. Egli si porta a tracollo d’anima, un brandello della sua vita condito con l’acidulo fardello della nostalgia. Colui che parte, si allontana convinto di lasciare dietro di sé un vuoto, uno spazio accerchiato e paralizzato, fisso lì nel tempo. Gli altri, asciugate le lacrime, continuano a vivere e lo cancellano o meglio si dilatano per occupare il suo posto. Ė come se uscisse dalla fila, e in un attimo loro si stringono e quel suo spazio non esiste più. Colui che parte, va ad affrontare, a vivere un’altra vita. Egli, sotto altri cieli, entra nei panni di un altro personaggio, accede su un altro palcoscenico per interpretare un altro se stesso in un nuovo contesto: altro clima, altro paesaggio, altre conoscenze, altri affetti, altri suoni, odori, rumori, altri ritmi. Fuori dal suo ambiente egli coltiva nel suo cuore, in un angolo della sua anima, la malinconia dei luoghi della sua infanzia: la saudade, la burka. Egli non sa ancora quanto ha sbriciolato irrimediabilmente la sua vita. Sotto altri cieli, cuore esiliato, egli affronterà, la diffidenza, la solitudine, l’umiliazione, la fame, la fatica attraversando i giorni del non essere come un pellegrino, in corsa verso chissà quale metà, senza fermarsi a gustare l’attimo presente nel miraggio sempre rimandato di un improbabile ritorno “a casa”, senza fermarsi mai a “vivere” davvero in terra straniera. Egli cova in sé, costeggiando, sfiorando il presente come un’ombra, nella mente e nello scrigno della memoria quelle schegge del passato come congelate lì nello spazio –tempo immutabile della memoria. Ricordi meravigliosi e amplificati. Egli non si accorge nemmeno che questo “spazio-tempo-presente”, che lo cambia, lo forgia innevando i capelli e fa dolorare le giunture è parte di vita, è la “sua vita non vissuta” che sfugge e non tornerà mai più. Colui che parte vive nella visione del “ritorno”. Il ritorno, pensiero soffocato e soffocante condito di lacrime represse e di sospiri profondi. Il ritorno mille volte sognato, un film mille volte riavvolto, girato con protagonisti e comparse differenti, una sceneggiatura da fotoromanzo mille volte ritoccata, ma con unico attore principale: “Lui” stesso. La lettera d’annuncio, i bagagli, i regali da scegliere, la tensione dell’attesa, il vestito giusto -quello del successo-: segno tangibile della realizzazione del progetto migratorio. L’addio ai nuovi amici: ancora un “lasciare”. Poi il volo interminabile dell’aereo, l’arrivo, il caldo, l’ebbrezza degli abbracci, la gioia frizzante, il sudare, la sete, l’aria tiepida rimescolata dalle pale cigolanti e arrugginite d’un singhiozzante ventilatore. L’assalto ai regali, l’inevitabile questua. Poi lo informano, gli raccontano ed egli si accorge che la sua memoria è una giungla popolata di persone scomparse. Scopre dolorosamente, con una subdola fitta di gelosia e delusione che “loro” hanno continuato a vivere senza di lui e il suo posto, come un campo abbandonato, trascurato dal proprietario, è stato invaso da altri. I fratelli, sorelle e cugini sono cresciuti: li aveva custoditi piccoli nella sua “memoria d’isola che non c’è”. Addirittura qualcuno si è sposato e gli presenta moglie e nuova parentela. Sono nati bambini che lo guardano giustamente incuriositi…come si guarda ad un estraneo…già! Quello che rode non è il pensiero che lo abbiano dimenticato. No, quello che brucia è accorgersi che mentre rimuginava e si
nutriva per anni, giorno e notte di pensieri nostalgici, loro hanno continuato a vivere, normalmente senza di lui, come se non esistesse… come se fosse… morto. In terra straniera per definizione non esiste: è il Sig. nessuno. Lì neanche esiste più. Tutti chiedono dei suoi soldi ma nessuno chiede di lui. Il suo sospirato trionfo ha il gusto amaro di una sconfitta. Nessuno gli chiede: “Allora racconta!”. Quasi come se tutto quel soffrire fosse stato inutile. Tutte quelle esperienze vissute: vane. Incontrerà quello che dopo tutti questi anni lo scruterà intensamente per poi concludere: sei ingrassato! Come se fosse quella la cosa più importante, l’unico suo problema, l’unica battaglia che avrebbe dovuto o che ha dovuto combattere. Come ha vissuto in questi anni, tutto quello che ha potuto vedere, quelle ferite laceranti, quelle cicatrici che si porta dentro l’anima non importano a nessuno: anzi lui è stato privilegiato e fortunato. Vorrebbe urlare la sua rabbia repressa, fargli toccare le rughe della sua pelle avida di carezze, fargli sentire il peso della sua testa piena, stanca e desiderosa di una spalla accogliente, riposante. Vorrebbe squarciarsi il petto per esporre quel suo cuore ispido e inaridito dalla calura della lontananza. Nessuno gli chiede: “Allora com’è andata?”. Nessuno si stupisce dei suoi occhi spenti, prosciugati e dei suoi lunghi silenzi. Ritorno agognato, sognato e temuto allo stesso momento. Temuto anche perché egli sa che è solo una parentesi e che dovrà ritornare indietro. Tre - quattro settimane che inizialmente sembrano durare un’eternità, stretto da una strana ed ambigua nostalgia della terra straniera, che suo malgrado ha scavato stigmate agli angoli della sua coscienza, rivestendolo di nuove abitudini –si fa presto ad abituarsi all’agiatezza- che gli rendono difficile riadattarsi. Poi mano a mano che si avvicinerà il momento di partire sarà assalito di nuovo dall’angoscia dell’abbandono, di perdere l’anonimato che si era riconquistato: essere uno come tanti in mezzo alla sua gente. Colui che parte non appartiene più a nessun luogo. E’ figlio dell’utopia. Diventa come quelle anime vaganti insoddisfatte e smaniose alla costante ricerca dell’introvabile: un posto dove sentirsi pienamente “a casa”. Solo se riesce ad assumersi in quello spazio critico d’identità traversa e a coniugare passato e presente dando coerenza alla sua molteplicità identitaria, egli potrà gustare la ricchezza di essere diventato cittadino del mondo.


Chi in piccolo, chi in grande, siamo partiti, o partiremo, tutti. E siamo arrivati a destinazione, o ci arriveremo tutti, in un luogo più o meno lontano e/o più o meno diverso da noi. Non è difficile ritrovarsi in queste parole, o riconoscerci qualcuno. O comunque trovarle maledettamente vere. E emozionarsi anche un po', vedendo che memorie d'isola che non c'è è il nome felicissimo di un sentimento infelicissimo che tutti, chi in piccolo, chi in grande abbiamo provato, o proveremo.

15 novembre 2007

Tutto è bene quel che finisce bene

articolo tratto da qui
MIGRANTI: MARE MOSSO IN ITALIA, OBBLIGANO SCAFISTA A DIETROFRONT
(AGI) - Il Cairo, 14 nov. - Una barca con a bordo 137 migranti egiziani, sorpresa dal mare in burrasca in prossimità delle coste italiane, ha fatto dietrofront e ha ripiegato verso l'Egitto. L'episodio, avvenuto nei giorni scorsi, e' destinato forse a entrare nella storia dei viaggi della speranza perché i migranti si sono ribellati allo scafista che voleva portarli comunque a destinazione, anteponendo così la sicurezza al miraggio della terra promessa. La storia è stata raccontata da un giovane che si trovava a bordo al quotidiano egiziano "el Badeel". "Eravamo a 200 miglia dalle coste italiane", ha riferito il ragazzo, che ha preferito mantenere l'anonimato, "e ci siamo accorti che le scorte di cibo stavano finendo". Il mare si stava ingrossando, ha continuato, "abbiamo avuto paura di morire, come già è accaduto a molti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo. Così ci siamo ribellati al capitano della barca". Il giovane ha descritto onde alte e vento forte, e ricordato come "uniti", i passeggeri abbiano "affrontato l'uomo" e siano riusciti a tornare a casa". Sbarcati sulle coste egiziane, a Salloum, nei pressi del confine con la Libia, il gruppo è stato rintracciato dalla guardia costiera egiziana. Il capitano dell'imbarcazione Farahat Nader Farahat, detto Abu Nader, e' stato arrestato. Da giorni la questione dell'immigrazione clandestina occupa le prime pagine dei giornali egiziani e la maggior parte dei dibattiti televisivi. E ora e' finita anche in Parlamento. Secondo 'el Badeel' il deputato Ameen Rady ha chiesto al primo ministro Ahmad Nazeef di trovare al piu' presto una soluzione al problema. Tra le soluzioni proposte, c'è anche un nuovo accordo con le autorità italiane che permetta a un numero maggiore di giovani egiziani di entrare legalmente nel Paese per lavorare. Martedì slogan anti-governativi sono stati scanditi ai funerali di due degli immigrati morti nelle acque del Mediterraneo la scorsa settimana mentre tentavano di raggiungere l'Italia. "Lo stato non ha pietà di noi", e "il mufti è un macellaio", hanno gridato parenti e amici delle vittime, alludendo all'ultimo editto religioso (fatwa) emesso dal Gran Muftì dell'Egitto, Ali Gomaa, per il quale gli egiziani annegati al largo delle coste italiane non possono essere considerati martiri perché sono morti per avidità di denaro. (AGI)

01 maggio 2007

Al margine, interno, dell'ignoto

La foto, "quando il ghibli gioca" è tratta da qui.

Girano e rigirano disperatamente il biglietto nell'obliteratrice dell'autobus. Fissano sconcertati i tasti delle bilance nei reparti ortofrutta del supermercato. Il grado di istruzione non conta: contadini, professori, medici o meccanici che siano, gli stranieri, immessi nel nuovo contesto, sono prima di tutto estranei. In molti, e forse più di una volta, abbiamo avuto l'occasione di provarlo anche noi, sulla nostra pelle e a guardarci indietro ci facciamo due risate, ma quanto è stata dura in quel momento...

Da tempo cercavo uno scritto che potesse far indossare i panni difficili dello straniero.

Quest'articolo di Adel Jabbar tratto da El Ghibli sembra prendere alla lettera la versione inglese dell'espressione, mettersi nelle scarpe di qualcuno. Ed è proprio con ai piedi le scarpe di Adel Jabbar, sociologo e docente universitario di origini irachene, che il lettore, attraverso un racconto tragicomico e schietto, a tratti brutale e, proprio per questo, vero può aggirarsi nella giungla quotidiana di chi cerca di "ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto".





Lo straniero: diversità e contiguità
nella relazione interculturale




Adel Jabbar





La perdita di luoghi, di volti, di
abitudini. E l'inizio di un percorso nuovo, di ricognizione ed esplorazione, per
ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto, dove lo sguardo e la mente
spaziano alla ricerca di simboli, suoni, profumi, sapori, gesti, immagini, che
siano in qualche modo riconoscibili.
Ma cosa del mio vissuto posso riporre
nel nuovo, e dove? Il rapporto con la nuova realtà spesso inizia con questi
interrogativi, e con gli imbarazzi, le esitazioni, le scappatoie, che nascono
dalla ricerca necessaria e continua di contatti e di conoscenza.
Un
episodio, reale, può raccontare e spiegare questo vissuto, forse più di
qualsiasi considerazione intellettuale.
Dopo essere arrivato in Italia,
senza nessuna conoscenza della lingua, riesco con non pochi intoppi a iscrivermi
al corso universitario di italiano per stranieri. Là mi informo, in un
rudimentale inglese, sul vitto, dopodiché mi consegnano un foglio con
l'indirizzo di una mensa. Con questo foglio in mano mi incammino, fermando i
passanti e chiedendo indicazioni. Ad una fermata dell'autobus, un giovane, visto
il foglio che ho in mano, si porta una mano alla fronte esibendosi in una parola
di cui ben presto avrei compreso il significato, ma che in quel momento mi suona
del tutto oscura: "cazzo!", a sottolineare la sua difficoltà nel rispondermi. Lì
per lì, mi appello al contesto in cui mi trovo per cercare di capire cosa mi sta
dicendo: una linea di percorso, un numero dell'autobus, un altro mezzo di
trasporto? Per fortuna dopo, a gesti, mi fa capire che non sa dove indirizzarmi.
In qualche modo arrivo alla mensa, per trovarmi di fronte subito a nuovi
dettagli da affrontare. Mi trovo nella situazione definita come dilemma
dell'ottico: guardi l'insieme e vedi una cosa, ma per poterla capire devi
cogliere anche i particolari, che ad una prima visione ti sfuggono. Il primo
dettaglio nel caso in questione è la fila, una lunga coda che esce sulla strada,
una condizione che non ho mai sperimentato se associata al cibo. Per capire, mi
distacco, attraverso la strada e guardo la fila da lontano, per cogliere quei
particolari che mi indichino chi siano le persone che compongono questa fila.
Deduco (dall'età, dall'abbigliamento) che sì, potrebbero essere studenti e
quindi mi rimetto in fila. Anche l'edificio mensa mi sconcerta: si tratta di una
sorta di capannone che nei cassetti della mia mente trovo associato più a
magazzini, a depositi che non a luoghi in cui si mangia. Decido comunque di
sospendere temporaneamente la ricerca di significati e aspetto il mio turno.
Finalmente, una volta entrato nel capannone, fra odore di fritto e di detersivi
che già mi danno conferme, vedo un lungo bancone e dietro persone che
distribuiscono il cibo. Ma adesso cosa mangio? Quali nomi hanno quelle pietanza
che vedo nei piatti che mi precedono? Lo scoraggiamento quasi mi suggerisce di
lasciar perdere, ma, oltre ad aver superato ormai tutto un percorso ostico, so
che quello è solo l'inizio e decido di andare avanti, concentrandomi sui gesti e
le parole di chi mi precede nella fila, badando soprattutto a ciò che mi appare
foneticamente più facile da riprodurre. Mi accorgo che una frase, in
particolare, viene riferita frequentemente, accompagnata da un gesto indicativo
della mano e allora penso che se in tanti chiedono quel cibo, male non farà. Il
cibo in questione, o meglio la frase è: "lo stesso", che alcuni prima di me
hanno ripetuto per chiedere la pietanza richiesta da un collega (ma questo l'ho
capito soltanto più avanti). Allora, arrivato finalmente il mio turno, faccio
anch'io la mia richiesta: "Lo stesso". Per i due mesi seguenti, pur avendo ormai
capito che mangiavo le stesse cose di chi mi precedeva, per non sbagliare e
pregando che il mio compagno scegliesse bene, ho continuato a chiedere "lo
stesso". Piccolo particolare: "lo stesso", sul dizionario, ovviamente, non
esiste, e quindi la ricostruzione grammaticale di questo significato, così poco
immediato, mi ha richiesto molto tempo.
Lo straniero, che si trova a dover
rispondere a bisogni primari comuni, non possedendo gli strumenti immediati per
farvi fronte è spesso costretto a ridurre la complessità della situazione in cui
si trova, adeguandola secondo ordini di priorità. Non è importante, tanto per
riferirsi all'aneddoto di cui sopra, "cosa" mangia, o almeno non lo è subito:
ciò che conta è prima di tutto poter mangiare, quindi va bene "lo stesso". Anche
in altre sfere della vita lo straniero finisce per trovare degli interstizi, dei
margini di significato, cui riferirsi per interpretare la realtà e per poterla
gestire. Il continuo collocarsi in situazioni "al margine", dà luogo ad una
visione se vogliamo distaccata del contesto, estranea alle relazioni più
interne, ai vincoli più stretti, e dunque genera una condizione di solitudine.
Questo non significa che con il passare del tempo la realtà non possa venire
compresa e interpretata nella sua complessità; certo però questa sorta di
"training", di imprinting iniziale, di solitudine acquisita, segna il vissuto
dello straniero, e lo segna nei termini di un dilemma, fra un'estraneità
"appresa" e l'essere, il vivere, dentro. Una condizione che può essere di
profondo disagio, ma anche di potenziale libertà, se non altro intima e morale,
proprio perché svincolata da schemi precostituiti e fissi.

20 aprile 2007

Non solo ghetto

Il caso della chinatown milanese di questi giorni deve preoccupare: è la chiara dimostrazione di quanto l'Italia sia impreparata a convivere con gli stranieri, tanto da ghettizzarli per poi versare lacrime da coccodrillo. Sarebbe pure l'ennesima dimostrazione della superficialità e della miopia che caratterizza le scelte di chi ci rappresenta, ma sorvoliamo...
Far finta di nulla, cercare di non vedere una comunità, ghettizzandola, non è una buona soluzione. E' un mero far posto a qualcuno. Non è niente di diverso da un atteggiamento di rifiuto. Né di meglio, purtroppo, anche se così sembra.
Mi farei volentieri una chiacchierata con qualcuno di quei commercianti che non ha aperto bocca quando si è trattato di cavalcare l'onda, gonfiando i prezzi dei locali in vendita sapendo che avrebbero pagato qualsiasi cifra pur di stare vicinivicini, i cinesi.
E così, non rimane che aspettare che qualcuno ci metta la famosa pezza su questa vicenda. Per quanto mi riguarda, stendo un velo pietoso, con la speranza che la pezza che metteranno non sarà del consueto nero silenzio perché, che piaccia o no, il futuro delle comunità umane non è quello di restare a guardarsi da dietro uno steccato.
Ma buone notizie ci sono, grazie a Dio. E, da "Il Meridiano" riporto:

Non solo pizza, tutti i sapori dell’immigrazione egiziana
“Pizzeria Le Piramidi”, “Pizza Aida”, “Ristorante Pizzeria Il Faraone”. Basta dare un’occhiata alle insegne di numerose pizzerie milanesi, per accorgersi che ormai uno dei simboli della cucina italiana nel mondo è portato avanti da abili pizzaioli egiziani. Non solo pizza però: gli egiziani a Milano (in tutto sono 21mila) trovano lavoro anche
come camerieri in alberghi, bar o ristoranti, nel campo dell’edilizia e nelle
imprese di pulizia. Quella egiziana è una comunità matura e ben inserita nel
tessuto sociale milanese, come testimonia il numero di persone (2.300) che hanno
preso la cittadinanza italiana – distanziando in questa classifica qualunque
altra nazionalità -, e il numero record di imprese (3.776) avviate da cittadini
di origine egiziana in città. Maturità e capacità di non macchiarsi di episodi
di criminalità comune, che ha contribuito – a differenza di quanto è avvenuto
per albanesi e marocchini - ad accrescere la considerazione dei milanesi per gli
egiziani, considerati “persone che rigano dritto”. L’altro lato della medaglia
vede invece la più forte comunità islamica di Milano (il 70% dei musulmani in
città è di origine egiziana), prendere decisioni spesso in contrasto con la sua
tradizionale moderazione e capacità d’integrazione. Basti pensare alle polemiche
legate alla decisione di aprire una scuola islamica in via Ventura, o alle
esternazioni – per lo meno deprecabili – di alcuni esponenti religiosi che in
passato hanno giustificato una serie di atti terroristici compiuti nei confronti
di obiettivi occidentali. Ma la comunità egiziana a Milano non è composta solo
da musulmani: sono ben 7mila, infatti, i cristiani copti che tutte le domeniche
frequentano la messa, rigorosamente separati tra uomini (che per l’occasione
sfoggiano l’abito bello) e donne (con un copricapo in testa). I luoghi di
ritrovo preferiti dalla comunità egiziana a Milano sono naturalmente le moschee
(in viale Jenner e viale Padova), ma passeggiando per via Farini o in piazzale
Maciacchini è molto più probabile assistere ad una conversazione in dialetto
egiziano, piuttosto che in milanese. Per lo shopping le famiglie egiziane si
recano spesso nelle vie attorno a piazzale Loreto, in cui molto forte è la
presenza di macellerie halal e di ristoranti che cucinano piatti tipici del
Paese africano. Per quanto riguarda lo svago, gli egiziani – soprattutto quelli
sposati - prediligono ritrovarsi a casa a bere un ottimo thé piuttosto che
uscire in un luogo pubblico. Televisione sempre accesa su di un canale
satellitare in diretta dal Cairo, e lunghe e animate chiacchierate. Non mancano
i momenti conviviali, legati soprattutto alle feste religiose, nei quali tutta
la comunità si incontra e festeggia. Per gli Ayd al-Kabyr (la festa del montone)
e gli Ayd as-Saghyr (la festa che segna la fine del Ramadan), infatti, spesso la
comunità egiziana milanese affitta interi palazzetti dello sport per festeggiare
insieme.


P.S. Ma qual è il nome di queste due feste? Io ne conoscevo uno diverso...

18 marzo 2007

Le valigie di sogni

E la vita è così forte che attraversa i
muri senza farsi vedere; la vita è così vera
che sembra impossibile doverla
lasciare; la vita è così grande che
"quando sarai sul punto di morire, pianterai
un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire".
(R. Vecchioni)
E'
un articolo dolceamaro, leggero e profondo insieme, questo. Di quelli che credi che ti stiano strappando una lacrima e invece è un sorriso. Succede anche l'inverso...
E' che uno si infiamma per quel certo slancio di ottimismo che trasuda dalle aspirazioni altrui e che in fondo, è anche il proprio. Sarebbe bello poterne disporre in ogni momento, non solo nelle scelte...
Si può cambiare vita senza sognare, sperare, immaginare una vita migliore?
Forse vivere è proprio sperare che Dio disponga ciò che i sogni degli uomini hanno proposto. Forse è anche accettare la propria condizione, abituarsi ad essa e magari riderci anche un po' su prima di cercare di cambiarla...
Per le migliaia di rifugiati che notte dopo notte arrivano negli Usa la prima visione dell'Occidente è il quarto piano di un albergo
Benvenuti all'hotel America
di Mario Calabresi
NEWARK (New Jersey) - La prima visione dell'America, quella che ricorderanno per sempre, comincia con un parcheggio, si allarga sull'autostrada che in meno di mezz'ora potrebbe condurli a Manhattan e si chiude con la ciminiera, illuminata ogni notte, dello stabilimento della birra Budwaiser. Il sapore invece è di un contenitore di plastica colmo di riso e pollo, l'unico menù che ha messo d'accordo tutte le religioni, accompagnato da una gigantesca coca cola piena di ghiaccio. L'odore è di moquette e disinfettante. Il rumore, da subito, è quello delle pubblicità televisive. Una domanda li martella nella prima notte della loro nuova vita: "Avete comprato il tagliando di Megamillion? Sarete voi questa sera i vincitori dei 375 milioni di dollari in palio?". Non capiscono o pensano di aver compreso male. Sanno però di aver vinto il biglietto per gli Stati Uniti: lo tengono stretto. Quest'anno ne sono stati estratti 70mila e loro possiedono quelli con il numero di serie poco successivo a 12mila. E' un foglietto che sta nel palmo di una mano, sopra c'è stampigliata la dicitura "rifugiato". L'Hotel dei Rifugiati è un palazzone di otto piani e 191 stanze, fa parte della catena Days Inn. Ogni notte arrivano che è già buio e occupano quasi interamente il quarto piano. Quindici, venti stanze, dipende dal carico degli aerei. In questa Ellis Island del Ventunesimo secolo, sbarcano uomini, donne e bambini da tutto il mondo. Fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni politiche e religiose, dalle pulizie etniche.
L'America, la stessa che costruisce muri alle frontiere e prende le impronte digitali a chi varca i suoi confini, continua ad accoglierli con una generosità che non ha paragoni. E' un flusso costante, duecento persone al giorno che varcano uno dei cinque ingressi verso una nuova esistenza: Newark, Miami, Los Angeles, Chicago e New York. Nell'istante in cui si aprono le porte automatiche un vento gelato fa volare gli scialli di cotone delle donne del Burundi, i bambini prima ridono poi si spaventano. Bufera a dieci sotto zero. Gli iraniani respirano a fondo: "La neve, come a Teheran". Questo istante, questa notte in una stanza anonima, il pollo con il riso, chiudono una vita di paure, persecuzioni, fughe, campi profughi, e ne aprono una nuova in luoghi sconosciuti, incerti, La nuova esistenza americana. Un anno da rifugiati, cinque con una carta verde e poi una vita intera da cittadini a stelle e strisce. "Volo TWA 881 decollato ad Atene, 13 febbraio 1980. Non ho dimenticato niente di quella notte. Ero fuggito da solo dall'Etiopia il 26 agosto del 1974, alla vigilia del colpo di Stato di Menghistu. Quando arrivai a New York era buio, in albergo c'era un ricevimento con una grande orchestra, mi fecero sedere ad un tavolo del ristorante, arrivava forte la musica, chiusi gli occhi e immaginai che era il benvenuto per me". Omar Nur oggi è il responsabile dei profughi che arrivano al Liberty Airport nel New Jersey, fa questo lavoro da vent'anni, li accoglie all'immigration, li aiuta a passare i controlli, li accompagna in albergo, gli spiega come funziona la chiave elettronica per aprire la porta, con cui giocheranno fino a notte fonda i bambini somali, la vasca da bagno, il televisore. Con garbo mostra che il letto ha lenzuola e coperte, che ci si deve infilare sotto. Questo accade con gli africani che arrivano dal Darfur, dal Congo, dalle mille guerre dimenticate. Con gli ucraini, gli iraniani, gli etiopi discute invece della macchinetta che distribuisce le sigarette, dei canali satellitari e della puntualità dei voli del mattino. All'alba li va a svegliare e li accompagna all'imbarco verso la destinazione finale: uno di quei quattrocento luoghi in cui l'America ha deciso di accoglierli. In questo breve tragitto tra l'ufficio immigrazione e il copriletto a fiori uguale in ogni stanza, Omar ha visto sfilare i drammi del mondo negli ultimi vent'anni: ad un certo punto erano tutti indocinesi, "boat people", i voli arrivavano dall'Asia via Francoforte, poi erano polacchi e l'eco di Solidarnosc e Jaruzelsky riempiva questo parcheggio. Finita la guerra fredda il mondo si è sbriciolato, e ogni sera si ascoltano dieci dialetti diversi, storie complicate da comprendere. Questo è l'anno dei somali, degli iraniani e di quelle migliaia di birmani che da anni vivono parcheggiati nei campi al confine con la Thailandia. Sulla ruota americana sono usciti i loro biglietti, pochissimi i premiati se si pensa che a concorrere sono oltre nove mioni di persone in tutto il mondo, i rifugiati scappati dalle persecuzioni o dal terrore. Omar è solo uno di quelle cinquemila persone che rendono possibili questi immensi spostamenti, che li gestiscono, che cercano di dare un ordine al caos, partendo dall'assitenza umanitaria. Sui loro giubbini blu è stampata una grande scritta: IOM, organizzazione internazionale per le migrazioni. E IOM c'è scritto sul rettangolino autoadesivo che hanno tenuto sulla maglietta per tutto il viaggio. Emile e Justine vengono dal Burundi, sono saliti veloci, i primi ad arrivare in camera. Non avevano bagagli. Tutto quello che possiedono è appoggiato sul letto in una borsa di plastica con il disegno dell'uccellino Titti vestito da sciatore. La aprono, contiene solo un paio di scarpe e i documenti. Domani andranno a Boise, nell'Idaho. Verso il confine con l'Oregon, oltre le montagne rocciose. Stanno in silenzio, non hanno voglia di raccontare la loro storia, non ha più importanza, adesso bisogna stare concentrati sul futuro. Gli Omran sono sudanesi, anzi sauditi, ma si sentono egiziani: "Come ci troveremo a Salt Lake City?", la capitale dello Utah dei mormoni. A parlare è sempre Omar Idris, il figlio maggiore: "No, il capofamiglia, perché sono io che mi occupo di loro tre dopo che mio padre è scomparso alla frontiera cercando di tornare in Sudan. Veniamo dalla Nuba Mountains, ma io e le mie sorelle siamo nati in un campo profughi in Arabia Saudita dove i nostri genitori erano fuggiti. Però siamo cresciuti al Cairo e lì abbiamo studiato". La loro storia è piena di sorprese, la madre, che non ci tiene a dirci l'età, trovò lavoro come badante nella grande casa di un'anziana signora egiziana: "Accettò di ospitarci tutti e quattro, e quando morì continuammo a vivere lì, finché non si realizzò il sogno di venire negli Stati Uniti". Omran sogna di diventare avvocato, vorrebbe una moglie ma non può ancora: "Mi devo prendere cura di loro - sospira abbracciando le sorelle - la vita mi ha insegnato questo". Hanno sognato per anni la nuova vita. I più giovani scommettono sul loro futuro, gli altri puntano sui figli. "Saranno americani, qui potranno studiare": i genitori di religione Baha'i, una minoranza iraniana a cui non è permesso accedere alle università né ad incarichi statali, ripetono questa frase come un mantra. Raccontano vessazioni, minacce, arresti e ora sperano: "Qui - afferma Houman, crecando conferme alle sue parole - non si fanno discriminazioni tra le persone, le religioni e i colori della pelle, vero? Questo sappiamo dell'America e questo speriamo. E' molto difficile immaginare quale sarà il nostro futuro". Insieme alla moglie Noushein è partito dieci mesi fa da Teheran in treno, verso la Turchia. Gli iraniani li hanno lasciati andare volentieri: "Con Ahmadinejad la situazione è peggiorata: arresti, licenziamenti e poi nostro figlio, che ha solo 4 anni, non avrebbe mai potuto studiare. Ora andremo a San Diego, dove vive già mia madre da tre anni e dove c'è una nostra comunità". Hanno accettato di essere fotografati, sono stati gli unici, le altre famiglie non hanno voluto, troppa paura di rappresaglie su chi è rimasto. Anche i più giovani rifiutano uno scatto: Haji ci mostra solo la stella a nove punte che tiene sotto la camicia, poi vuole che sia ritratto il medaglione con la forma calligrafica della parola araba Bahà' che significa "gloria". "Io sono qui a causa di questo, fotografatelo al posto della mia faccia, non voglio corerre rischi". Ha solo 21 anni, viene da Tabriz, la porta dell'Iran verso l'Occidente, e faceva il muratore. Ora Haji andrà a Los Angeles e sogna senza freni: "Voglio fare il cantante o l'attore, voglio diventare famoso, e anche per questo non voglio foto, se domani ne circolasse una con la faccia da rifugiato rovinerebbe la mia immagine". Yashar Hosseini, che ha la stessa età e arriva da Isfahan, ascolta attento e un po' preoccupato: "Io vorrei fare il regista ma mi hanno destinato ad Atlanta in Georgia, ho paura che non sia il posto giusto, meglio Los Angeles, dovrò muovermi". Gli chiediamo del cinema iraniano, di Kiarostami e Makhmalbaf, mette le braccia avanti, scuote la testa: "No, no, non mi piace quel genere lì, non mi piace il cinema intelligente, impegnato, io vorrei fare film di intrattenimento". Vestono alla moda, hanno scarpe da tennis, anfibi, le ragazze gli stivali e i jeans con il risvolto. Capelli curati, basette e sui carrelli all'uscita dall'aeroporto un'infinità di valige. Si confondono tra i turisti. Il numero di bagagli sottolinea la prima differenza visibile tra i rifugiati. Tutto quello che possiedono è qui con loro: si oscilla da una busta a cinque valigioni. La famiglia Sharif, sono in nove senza padre, è scappata dalla Somalia quindici anni fa, ora è preoccupata di trovare del nastro adesivo per riparare due borse che hanno ceduto di schianto: "Queste non arriveranno mai in Ohio". Bisogna caricarle sull'autobus, e qui si produce un primo scontro di culture: i due fratelli più grandi salgono per primi e si siedono in fondo vicino ai finestrini a guardare la madre e le sorelle che arrancano sotto il peso. Dopo parecchi minuti di fatica, Omar, la nostra e la loro guida, perde la pazienza, sale e urla: "Avete capito male, qui siete in America, qui non ci si comporta così, qui essere uomini significa lavorare, scendete subito ad aiutarle". Lo guardano e sorridono e non si muovono. Rifiuteranno anche la foto, roba adatta ai cinque più piccoli, tre femmine e due maschi. Ma quando se ne saranno andati a dormire, per gli altri scatta la libertà: parlano ridono, Umal Khayer si leva il foulard azzurro che le copre i capelli si mette scalza e comincia a raccontarci di non ricordare più nulla del suo Paese: "Scappammo da Mogadiscio che io avevo tre anni, vagammo tra i campi profughi in Etiopia, poi siamo stati a Gibuti, poi ancora in Etiopia. Ora raggiungiamo la nostra sorella più grande a Columbus e forse finalmente potremmo fermarci. Sono quindici anni che non abbiamo una casa". I suoi fratelli sono già rapiti dalla televisione, non badano neppure al carrello che porta i contenitori con la cena, impegnati come sono a disputarsi il telecomando. E poi hanno già mangiato due volte sull'aereo, tre pasti in un solo giorno è qualcosa a cui non sono abituati. Nella hall ci sono riviste che nessuno compra, Sport Illustrated, Vogue e una copia di Playboy di novembre. Due giovani turisti giapponesi, con le Nike multicolori e i capelli tenuti in alto dal gel, non si accorgono neppure della famiglia del Burundi che li sfiora. Sono in sei, mamma e papà hanno 28 anni, dei quattro figli uno ha solo nove mesi. Indossano tutti la stessa felpa con lo scollo a "v" e quattro lettere "USRP": "United States Refugee Program". Non hanno valigie, solo una busta, che racchiude le loro vite. I volti sono francobolli, incollati vicino all'indirizzo di destinazione, per non perdersi in un viaggio lunghissimo cominciato nella bolgia dei rifugiati in Tanzania, per restare uniti fino alla destinazione finale, Dayton in Ohio. Jean-luc, detto Lik, questa sera ha solo sonno, non piange più come nel francobollo. I fratelli sono sfiniti dalle emozioni, non erano mai stati su un aereo e neppure su una scala mobile. Il padre, Jean-claude, parla a voce bassa, in francese, dice che sono scappati nel 2001 quando Meshack aveva due anni e Samuel era appena nato: "Volevano uccidermi, allora ho preso Pascazia e di notte siamo fuggiti. Mia madre era Hutu, mio padre Tutsi, sono morti tutti e due: prima hanno ucciso lui, il turno di lei è arrivato un anno dopo. Io non ero niente, stavo a metà, non appartenevo a nessuno. Ma una sera mi è arrivata la voce che correva nel villaggio: è il tuo turno". Così sono partiti con il buio verso la Tanzania. Non hanno più nulla, neanche una valigia. "Abbiamo la vita - ci spiazza - e adesso abbiamo anche la possibilità di viverla". Mentre sto per uscire dalla loro stanza, timidamente mi richiama. E' imbarazzato: "Avrei una domanda, se per favore mi può aiutare. Vorrei capire". Gli dico di non farsi scrupoli, qualunque cosa. "Ecco, vorrei sapere una cosa, ce lo siamo chiesti tutti per mesi al campo profughi: che cosa ha detto Materazzi a Zidane?".