Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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20 dicembre 2008

Un altro Natale

foto tratta da qui


Ho la presunzione di riuscire a capirle benissimo, certe cose.
Già è difficile vivere da musulmani in questa parte di mondo, ma a Natale le cose paiono complicarsi enormemente ed inesorabilmente: Natale, agli occhi di un musulmano, deve essere qualcosa di simile ad un lungo incubo, di quelli che devi vivere fino alla fine prima di poterti svegliare. E ciò, indipendentemente dal grado di tolleranza della famiglia che si appresta a festeggiare. Ci sono i regali che coinvolgono tutti, quelli che sai che ti faranno e tu dovrai fare. Spremute di meningi e slalom nel traffico impazzito, compresi, s’intende. Sei musulmano? E qual è il problema, è Natale!!!!
E le tradizioni. Uno non può proprio esimersi.
Qualcuno dovrebbe scrivere un manuale di sopravvivenza per queste povere creature incappate nel Natale italico…giusto per consentir loro qualche possibilità di portare a casa la pancia -possibilmente integra- dopo la maratona culinaria Vigilia-Natale-S.Stefano, per esempio. Perché la tavola apparecchiata è senz’altro il totem attorno al quale si dipana tutta la tragicomica ritualità natalizia. E’ che uno a Natale porta in tavola cose che aspetta di assaggiare da mesi e dà libero sfogo a quella bramosia repressa tutto l’anno, lo beviamo a Natale. Lo mangiamo a Natale. Lo apriamo a Natale tutti insieme. E il bramoso, pervaso dallo spirito natalizio, affetta, stappa, versa, distribuisce la vivanda di turno con precisione maniacale in nome della convivialità e della festa -e implicitamente dell’anno che sta per concludersi e di quello che dovrà iniziare- incurante dei gusti e delle abitudini dei commensali. Vaglielo a dire che tu sei pieno come un uovo, che quel panettone di quella marca te lo hanno già offerto quattro volte gli zii che sei andato a trovare nel pomeriggio o, peggio, che tu non bevi e che stai dominando la nausea a dover mangiare con l’odore dell’alcol che aleggia indisturbato….ma come? Un goccetto! Non puoi non assaggiarlo, è un anno intero che aspetto! E che fai, tu non brindi?
E dimmelo tu che devo fare…devo scansare bruscamente il bicchiere e lasciare che i gorgoglianti zampilli del prezioso nettare si infrangano sulla tovaglia scarlatta? O devo fare la persona educata e remissiva acconsentendo affinché il tuo brindisi si compia nella sua pienezza con buona pace della mia volontà di farne a meno? Che faccio, brindo ma non bevo? Brindo con la Coca Cola?
Natale è diventato un groviglio di riti, inestricabile senza conseguenze sull’animo altrui. Spezzi qualcosa se non fai quella certa cosa o se non vai a quell’appuntamento ormai sottinteso (anche se poi l’euforia della festa rende impercettibile la tua assenza). E poco importa se tu ormai ti sei sposata e magari vivi altrove e non esattamente a un tiro di schioppo.
Forse sono diventata grande se al Natale sono più incline ad associare una malinconia sottile piuttosto che la gioia pura dei bambini. Quel sentimento che ti stringe un po’ il cuore quando con un sorriso amaro, guardando il posto vuoto, rievochi ai commensali la compianta persona che da quando hai memoria, ricordi che diceva ogni anno che quello sarebbe stato l’ultimo suo Natale….ti ricordi i torroncini di quel tale paese che comprava sempre? Sì, e tu non sai cosa daresti per poterne scartare anche solo un pezzettino, non per il torroncino in sé ma perché vorrebbe dire che quella persona è ancora lì con te e finalmente potresti riabbracciarla ancora una volta. E i ricordi degli altri commensali corrono indietro anche di cinquant’anni e per un attimo, fin nella fantasia di chi non le ha mai viste, danzano gioiose le persone intrappolate nelle foto sbiadite dal tempo. E uno, poi, finisce sempre per associarle a qualcosa da mangiare: c’è la zia delle frittelle, quella del baccalà, il nonno norcino di quel tale salume…rivivono con dolcezza nelle parole di chi bambino non riesci proprio ad immaginartelo perché è tuo padre o tuo zio e ti chiedi quanti altri giorni come questo dovranno passare prima di conquistarla anche tu quella dolcezza nel rievocare senza che ogni tuo sorriso sia spezzato da una smorfietta nervosa che soffoca il pianto. Forse non sono ancora diventata grande...
C’è qualcosa di scaramantico in certe cose che uno fa a Natale, forse è la speranza di poterlo rifare di nuovo l’anno successivo. Ma i riti natalizi non conoscono il passare dei giorni, né degli anni, né i lutti…sembra che andare a raccogliere il muschio in quel tale posto ogni anno lo stesso giorno o imbandire la tavola in quel determinato modo ogni volta sia la panacea per i dolori della vita e non c’è assenza che tenga, è un Natale sotto tono, magari, ma è Natale e s’ha da fare.
Io mi appresto a festeggiare un Natale pagano, strambo, interculturale, irretito ahimé nei riti suddetti: tanto il vino lo portano gli altri, io la sera della vigilia servo branzini arrosto col cumino, spaghetti col tonno come vuole la tradizione del mio paese d’origine e antipastini misti di mare con tanto di couscous di pesce in insalata. E anche la zucca, e gli immancabili dolci, e forse un altro primo, ora che ci penso. E qualunque sia il vostro Natale, devo farvi gli auguri! :)

03 settembre 2008

Come scrivere e leggere gli articoli sul Ramadan

Per scrivere un articolo sul Ramadan basta seguire queste semplici regole:

  • averne una conoscenza sommaria e approssimativa e non preoccuparsene minimamente (della serie: digiunano. Come quando e perché non sono affari miei).
  • scegliere come location una città araba vista in tanti film sulle crociate, inserendo qua e là nomi e toponimi arabeggianti, tanto vattelappesca se esiste una persona o una strada che si chiama davvero così. Sorvolare, poi, sul lessico del Ramadan, ci si accontenterà di parole imprecise.
  • mettere all’opera un paio di stereotipi diffusi e radicati: 1) se uno digiuna significa che c’ha ‘na fame nera e quindi di giorno si strappa i capelli, ma quando la sera si siede a tavola, la trova imbandita come a Natale 2)se uno non mangia è intontito, non faranno che dormire, ‘sti musulmani al tempo del Ramadan… 3) se durante il Ramadan si digiuna, non può essere un periodo di festa (quindi appendono le illuminazioni solo a causa del consumismo che sta contagiando anche le ricorrenze che non riguardano la cultura Occidentale, per quale altro motivo, se no?).
  • Buttatevi su tematiche valide grosso modo ovunque (consumismo, globalizzazione, e simili)

Ci siamo, signori. L'articoletto sul Ramadan è servito, caldo caldo.

Ponetevi ora dalla parte dei lettori svolgendo i seguenti esercizi dopo aver visionato l’articolo:

Esercizio n.1 (principianti)
Pensate alle vostre città nei periodi di festa, cercando di visualizzarle mentalmente.
Ora rispondete alla seguente domanda: sono listate a lutto?


Esercizio n.2 (esperti)
Chiedetevi come sia possibile pensare che una persona a digiuno da 10 ore abbondanti riesca a spazzolarsi una tavola imbandita per 30 sere consecutive e soddisfate il lampo di genio dei vostri neuroni chiedendo a un musulmano cosa –e quanto- è opportuno e sufficiente mangiare in questo periodo.


Esercizio n.3 (scienziati)
Concedetevi una piccola vacanza in una città del mondo islamico, arabo o non, nel periodo di Ramadan o nei giorni che lo precedono. Passeggiate nei suq, parlate con la gente, guardate cosa compra e in quale quantità. Cercate di collezionare dati attendibili sulla partecipazione effettiva della gente al digiuno. Ripetete l’esperimento in un’altra città a maggioranza islamica, per essere sicuri che il vostro metodo sia scientifico. Pensate ora al periodo natalizio, ai posti in cui si va a far compere, a cosa e quanto si compra, alla percentuale effettiva di gente coinvolta nei riti religiosi. A questo punto dovreste aver raccolto dati sufficienti per redigere un breve trattato sul consumismo. Dato il livello di difficoltà, nel vostro trattato dovrete includere i risultati della prova pratica: preparare il cenone natalizio usando solo carne d’agnello, riso, zucchine, tamarindo e frittelle.

28 giugno 2008

Coiffeur Ashwaq: meditate gente, meditate




Coiffeur Ashwaq si intitola la serie tv, prodotta dalla Commissione Europea, che per venti minuti al giorno accompagnerà le telespettatrici arabe. La sit-com, che sarà ambientata nella sala d'aspetto di un salone di bellezza, transito per decine di donne, ognuna con la sua storia personale, sarà un modo per far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità. Se in occidente le serie tv dettano la moda, nei Paesi arabi Coiffeur Ashwaq si pone l'obiettivo, invece, di diffondere dei valori con un prodotto divertente e per le famiglie. Protagonista di questa prima serie sarà la proprietaria del salone di bellezza, interpretata dalla nota attrice egiziana Mimi Gamal, che sarà alle prese, tutti i giorni, con donne dalle diverse estrazioni sociali e che diventeranno inevitabile spunto per situazioni comiche. Dietro al divertimento, usato come specchietto delle allodole per stessa ammissione degli sceneggiatori, si nascondono però i temi più caldi che riguardano il ruolo della donna nella società araba: dalla violenza entro le mura domestiche ai matrimoni forzati, dal sessismo alle molestie.
Assenti invece le questioni politiche e religiose, per evitare che qualche signora spenga la tv sentendo offesa la sua fede. Contemporaneamente alla messa in onda di Coiffeur Ashwaq, i produttori hanno aperto anche un forum di discussione on line, frequentatissimo dalle appassionate della serie che si scambiano commenti sulle puntate, ma anche esperienze e consigli di vita. Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica: da Tamer e Shawqiya, andato in onda durante il Ramadan negli ultimi due anni con un successo mai visto prima di allora, a Ragel wa sit Settat, trasmesso su tutte le tv arabe satellitari. In arrivo, invece, oltre a Coiffeur Ashwaq anche Abbas wi Inas, che parla dei problemi di coppia durante il primo anno di matrimonio. (articolo tratto da qui )


foto prelevata da qui


1) Da quale pulpito...
Mi domando insomma che interesse abbia l'Unione Europea a proporre al pubblico arabo un prodotto del genere e in forza di quale principio si senta in dovere di "far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità": eppure di cose a cui pensare ne avrebbe l'UE...una per tutte, la risoluzione del cosiddetto deficit democratico. Se proprio volesse far qualcosa, l'UE, perché non propone simili programmi a un'audience europea?

In questa parte di mondo va di moda una società civile in preda alla sindrome del paladino-della-giustizia-a-tutti-i-costi, fermamente convinta che tematiche come la violenza domestica e le pari opportunità siano problemi risolti e assolutamente remoti. Eppure le statistiche e l'esperienza di molte donne parlano chiaro: ogni giorno, nei contesti più disparati (lavorativi e non) molte donne vengono discriminate sessualmente e molestate più o meno gravemente, sempre per il fatto di essere donne. La violenza domestica, poi, offre alle cronache quotidiane storie di italianissimi uomini italiani che picchiano a sangue le mogli succubi. Eppure non si riesce a entrare in libreria senza scorgere a caratteri cubitali l'ennesimo libro la cui protagonista è una donna vittima del marito arabo-barbuto-cieco-di-gelosia che le ha sfregiato il volto con l'acido o s'è macchiato di chissà quale atroce delitto. Che si faccia lo stesso anche in Italia, allora: un libro ogni volta che una donna viene seviziata dal civilissimo marito italiano.

foto prelevata da qui


2) Intenti non trasparenti


Perché, scusate, ma a voi sembra onesto servirsi della comicità e di un'attrice famosa come specchio per le allodole a scopo di propaganda? Sì, dico propaganda perché queste donne non hanno bisogno di imparare nulla da noi europei: le donne vittime di violenza sono vittime di uomini criminali, né più né meno colpevoli di quei civilissimi uomini italiani che gonfiano di botte le loro povere mogli.


Le donne egiziane (arabe e non, e/o musulmane e non) che subiscono violenza, la subiscono subiscono in quanto donne e non in quanto appartenenti ad una comunità etnica e/o religiosa: la malvagità dell'essere umano, così come il buonsenso sono tali e presenti in tutte le latitudini.


Che gli intenti siano tutt'altro che trasparenti, è dimostrato anche dal fatto che religione e politica siano argomenti volutamente tenuti fuori dal salone di bellezza in cui è ambientata la sit-com: altrimenti come si lucrerebbe anche sul mercato televisivo panarabo?



foto prelevata da qui


3) I soliti preconcetti, musalsal vi dice qualcosa?


Non è assolutamente vero che "Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica": chi scrive tali inesattezze vada a documentarsi sul ruolo che da sempre riveste l'Egitto in qualità di fornitore di contenuti alle televisioni arabe, ruolo tra l'altro, ampiamente sfruttato da Nasser per l'unificazione dei Paesi arabi. E' ben nota infatti la gloriosa ricchezza culturale del Paese della quale sono stati utilizzati personaggi e racconti per confezionare teleromanzi (musalsalat, appunto) i cui protagonisti erano stelle della musica conosciute in tutto il mondo arabo. Calcolando che Nasser rovescia la monarchia filo-britannica nel 1952, non mi sembra proprio neonata, l'industria dell'audiovisivo egiziana, industria che si è ampliata e implementata tanto che l'ente preposto a questa attività è noto come "Hollywood del mondo arabo".



foto prelevata da qui

26 giugno 2008

La Porta di Lampedusa e l'ennesima frettolosa generalizzazione

Immagine e citazione tratte da qui

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l'ultimo promontorio dell'isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno "piantato" qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. [...]

[...]E' una porta puntata verso l'Africa. La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare. La sua anima è in ferro zincato.

Sicuramente non servirà a molto, il corso degli eventi non si può invertire. Potrà solo far essere un po' meno distratti e superficiali noi nati con la camicia (di seta) anche se ci metteremo del tempo a capire che una preghiera e una sepoltura sobria sarebbero preferibili a lapidi razziste, croci di convenienza e fiori che appassiscono in fretta.

L'idea della porta però mi piace: se ci penso, mi si velano gli occhi di quella tenerezza che mi assale quando, vedendo un corteo funebre sfilare davanti alla casa del defunto, noto la porta di casa aperta. C'è qualcosa di universale e primordiale in quel gesto che forse ormai è possibile solo nei piccoli paesi: deve essere l'odore di casa, quello che sarebbe diverso se uno non ci fosse. E' come un volerlo far sentire per l'ultima volta e un dire, torna a trovarmi quando vuoi, se puoi, almeno nei sogni.

Comunque, tenerezze a parte, a parlare di sbarchi di clandestini si commette un errore che purtroppo non è solo terminologico: Giovanni Maria Bellu mette chiaramente in evidenza la questione in questo articolo a proposito della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata la scorsa settimana:
[...]Ma, nei fatti, ogni anno la celebrazione si traduce in una serie di iniziative che hanno un obiettivo più modesto: spiegare all'opinione pubblica che, nell'ambito della categoria "immigrazione", esiste uno speciale sotto-insieme costituito dalle persone che non abbandonano il loro paese per "vivere meglio" ma semplicemente per vivere. Per restare in vita. Non è facile. La confusione tra i richiedenti asilo e gli immigrati economici è sistematica. Lo dimostra l'abitudine giornalistica di chiamare "clandestini" quelli che sbarcano a Lampedusa. I dati statistici dicono che uno su cinque ottiene l'asilo politico o la protezione umanitaria. Dunque, nel momento in cui hanno varcato il nostro confine, molti di quei "clandestini" non solo non hanno commesso un reato ma hanno esercitato un diritto. Un articolo pubblicato mercoledì scorso sul "Corriere della Sera" offre un esempio da manuale di quanto sia difficile cogliere questa fondamentale differenza. Scrive Magdi Cristiano Allam: "Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto, qualunque esse siano. Ebbene, non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato". L'esempio è totalmente sbagliato. Intanto l'immigrato che varca il confine (nemmeno quello "economico") non è paragonabile a chi irrompe in una casa privata. L'immigrato non scardina alcuna serratura, non usa
grimaldelli o fiamme ossidriche. Eventualmente è paragonabile, se si vuole restare nella metafora domiciliare, a un tale che entra senza autorizzazione nel nostro giardino di casa. Secondo Allam, in quello stesso istante dovremmo chiamare la polizia e pretendere che l'intruso venga ammanettato e condotto in cella. "Indipendentemente dal conoscere quali siano state le motivazioni del suo gesto". L'inganno sta qua. Non è affatto "chiaro e inoppugnabile" che dobbiamo reagire in quel modo. Se, per esempio, l'intruso ci spiegasse di aver saltato la recinzione perché era inseguito da un killer armato, e ci dimostrasse che sta dicendo il vero (magari indicandoci il killer appostato dietro una siepe) chiederemmo il suo arresto? Oppure gli ordineremmo di uscire immediatamente dal nostro giardino ributtandolo così nelle mani del killer? Siamo certi che una persona normale - un buon cristiano o anche un laico dotato di buon senso - tenterebbe di dare una mano al malcapitato. Terrebbe conto (come d'altra parte farebbe il giudice se fosse chiamato a pronunciarsi) del fatto che ha agito in stato di necessità. Ed è esattamente questa la condizione di chi entra nel nostro territorio da richiedente asilo. Un concetto, come purtroppo dimostra l'uscita di Allam, solo apparentemente semplice.

20 giugno 2008

Non è il caso! (parte I)


Foto tratta da qui

Lo so: parlare di momenti della vita a 24 anni appena compiuti per qualcuno potrebbe suonare altamente risibile. Se mi guardo indietro però, un paio di momenti riesco a isolarli.

C'è stato un momento della vita, per l'appunto, in cui credevo che gli eventi accadessero per coincidenze, casualità, combinazioni impreviste ed imprevedibili di fatti legati tra loro da nessi assolutamente non logici.
Io mi sono battuta aspramente per dimostrare che il destino non esiste e che ciò che succede può essere al massimo conseguenza di una scelta. Nulla è scritto, mi dicevo. Io sono quello che scelgo di essere. So quello che faccio, posso controllare tutto; conosco le conseguenze di ogni mia azione.
Un pensiero risoluto, monolitico che non ho mai accettato di discutere. Il faro della mia vita di allora, insomma.
Un faro, che quando poi mi è crollato addosso ha rivelato la sua flebile fiammella: quelle che avevo iniziato a chiamare coincidenze, dipendevano ancora dalla mia capacità di scelta? E tutte le volte che i piedi (o il cuore) hanno scelto la strada, ero sempre io a controllare tutto?


Evidentemente non avevo ancora fatto i conti con una fantasia sublime e infinita, un'immaginazione sconfinata e fervida che sarebbe un peccato se non orientasse le nostre esistenze: fili colorati e diversi tra loro, intrecciati con una maestria sbalorditiva. Non può che essere così, certe cose non bisogna sapersele per forza spiegare: sapere che siamo filini di una trama sapientemente intessuta è pure gratificante, a dirla tutta. Insomma, che senso avrebbe il vivere se la Vita, il Tempo e la Storia fossero solo uno stillicidio disordinato di attimi che si dissolvono nel nulla? Mi piace pensare che il mondo stia andando da qualche parte, ecco. Chi mai si metterebbe in viaggio, con tutto ciò che questo comporta, senza avere almeno una direzione?


Allora viviti la vita seduto a una sedia, se è già tutto scritto, avrei scioccamente obiettato io in quel momento. Ci sono dovuta arrivare da sola alla conclusione che credere di far parte di un disegno più grande di noi non implica necessariamente essere dei burattini senza la benché minima capacità di movimento autonomo; dal momento che, se così fosse, quale sarebbe il posto e - il ruolo - della coscienza, della ragione, del senno umani?
Il fiuto umano di scegliere proprio la migliore tra le due alternative possibili è solo e soltanto mero fiuto umano?

Confesso, poi, che per certi versi è anche sano e oltremodo consigliabile fermarsi un attimo a vivere la vita seduti a una sedia: io lo faccio per contemplare meraviglie che so di aver rischiato di non vedere. O di non vedere subito, mettiamola così. Perché se quella fantasia sublime e infinita ha decretato così, io certe cose le vedrò eccome, che mi piaccia o no, dopo uno o mille giri strani che la vita certe volte si mette a fare. E quello succede solo perché il mondo è piccolo?
[cfr "Riflessi di una trama", reperibile qui ]

07 giugno 2008

Contesti

( i giardini Carducci, foto tratta da qui)


Dietro l'assenza di questo periodo c'è una mancanza di tempo che di quest'epoca ahimé mi è fisiologica e sicuramente anche un episodio non proprio piacevolissimo al quale più volte ho provato invano a dar forma, ma, considerando i post smozzicati e condannati a rimanere bozze a tempo indeterminato direi che no, non sono ancora pronta a raccontarlo.

Una congiuntura di fatti apparentemente slegati tra loro mi ha portato a pensare che è tempo di concentrarmi sul contesto e ripartire da ciò che cambia davanti ai miei occhi ad una velocità che mi ero imposta di non voler percepire.

Non ultimo, il giorno in cui mi è capitato di attraversare piuttosto frettolosamente Corso Vannucci per andare in facoltà notando un’insegna staccata senza riuscire a risalire al negozio in questione. Decisamente troppo, mi va a rotoli l’esistenza se decido di vivere distrattamente.

E' che negli ultimi 5 anni ho accettato che Perugia facesse da sfondo e da contenitore alla mia vita senza farle da contrappunto con quel minimo di attrito mentale che uno normalmente mette in atto in un rapporto sano e normale con una città. Mi rendo perfino conto di non aver speso una parola sul ridicolo coretto giornalistico che è stato servito come contorno alla vicenda della morte di Meredith Kercher. Eppure certe affermazioni le ho trovate davvero pesanti e per parecchio tempo mi è toccato rispondere alle domande incalzanti di amici e parenti (ma tu la conoscevi, l'avevi mai vista? Ma tu sei mai stata al locale di Lumumba? Ma davvero è così facile trovare la droga? ecc.) con no spazientiti che suonavano inevitabilmente come giustificazioni, come se Roma o le altre città universitarie fossero lontane dalle selve oscure in cui tanti smarriscono la retta via ben prima di arrivare nel mezzo del cammin di nostra vita….

Ma torniamo al contesto, al mio, ché ognuno è dotato, almeno potenzialmente, di intelletto e discernimento.
Certo, l'entusiasmo dei primi tempi non torna: mi ricordo angolini caratteristici, certi balconcini fioriti da cartolina, un'atmosfera piacevole e posti da guardare per la prima volta. Mi domando come abbia potuto quella magia annegare tanto silenziosamente nella quotidianità, nella fretta.

Eppure ci sono posticini deliziosi di cui riesco a sentire la mancanza senza impegnarmi troppo: i giardini Carducci, per esempio. Il panorama placido oltre la ringhiera bassa, i viottoli tra gli alberi complici, qualche panchina e una sera fina d'ottobre che ho deciso con la mia testa cosa farmene di quel paio d’occhi neri e la vita, grazie a Dio, ha preso una piega inaspettata, ma voluta e lungamente e strenuamente cercata e desiderata. Non voglio nemmeno pensare a cosa e come avrebbe potuto essere la mia vita se avessi fatto altrimenti…

E poi la gente: gli autisti gentili che non so quante volte mi hanno detto scendi alla prossima! Le cassiere che ormai mi salutano e le dispute esilaranti al banco dei latticini sul tipo di ricotta da usare nella torta….Mariaaaaa, la signorina- è ironico, sì, prima di sposarmi mi avrebbero dato della signora- ha da fa’ ‘n dolce! Pronunciato con quell’intonazione un po’ insolita e le d buffe, rotolanti, quasi fossero r. Decisamente più logiche certe a arrotate dell’arabo, sì, non capisco perché complicarsi la vita e la lingua in suoni inverosimili.

Tralascio di proposito i razzisti ottusi e le loro ossessioni retrograde, gli automobilisti impertinenti, le donne in carriera vestite come le adolescenti e le adolescenti vestite da donne in carriera.

Ma solo perché non li ritengo attributi esclusivi di Perugia.

06 aprile 2008

Catarsi

I am a simple man
so I sing a simple song
never been so much in love
and never hurt so bad
at the same time.
I am a simple man
and I play a simple tune
I wish that I could see you once again
across the room like the first time....
"Simple Man, Graham Nash"
Qualche giorno fa, mettendo gli occhi su quest'articolo ho appreso della mostra fotografica "Life before death" in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road. Si tratta delle foto di Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che -pare- per esorcizzare la paura della morte ha messo a punto una serie di

48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso.
Un lavoro, quindi, che consisteva nel recarsi nei centri di assistenza per malati terminali a fotografarne gli ospiti consenzienti per poi essere richiamati a intrappolarne l'immagine della salma nelle macchine fotografiche.
Il fotografo e la giornalista che ha curato le brevi note biografiche ammettono:

"La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com'era, steso nel suo letto".
Ma poi viene aggiunto:

Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto.

Devono essersi corazzati, insomma, i due. E uso corazzati per non dire abituati o peggio, assuefatti.
Io mi immagino i parenti del malato terminale consenziente...me li immagino pure loro consenzienti, per forza o buona voglia, che incontrano questo fotografo e poi lo salutano, sapendo che lo rivedranno di nuovo, per forza o buona voglia forse in preda al riso isterico, o al pianto disperato, all'imbarazzante stato di silenzio arido, o al non meno gravoso stato di apparente atarassìa o a tutto questo mischiato o alternato.

Forse sono io che non riesco ad instaurare un rapporto sano con la morte, ma questa iniziativa mi turba e basta: il link all'articolo è corredato dalle immagini della mostra che ovviamente io ho scelto di non guardare. Eppure nell'articolo viene specificato che tra i visitatori ci sono state parecchie famiglie con bambini.... Forse sbaglio, ma è una mia scelta. E forse sbaglio anche a cancellare tutto il lungo pezzo di post che avevo scritto per parlare della morte dal mio punto di vista.

E' che la morte mi spaventa di quella viscida paura irrazionale, imprecisata e infondata che è la stessa che spaventa la maggior parte dei cristiani d'Occidente. Di quest'Occidente frenetico che veste a festa i morti per esporli alle visite di cortesia dei conoscenti e li sistema in tombe che sembrano case, ma zeppe di fiori appassiti e lumini consumati dalla dimenticanza.
Mi chiedo quando impareremo a guardare alla morte con rispetto, ad essere consapevoli che può coglierci in qualsiasi momento senza guardarci in faccia, senza indagare sulla nostra voglia di morire o di trattenerci quaggiù, o sulla nostra età e sul nostro stato di salute. E' gia un po' che ho smesso di trovare sollievo della morte di qualcuno appigliandomi all'età avanzata e a quel risibile "ha fatto la vita sua".
E non posso fare a meno di ripensare a quel cimitero di Alessandria a pochi passi dal suq brulicante di vita in cui ho visto l'attimo in cui dall'ambulanza si prelevava la salma avvolta in un lenzuolo bianco per essere deposta nella tomba. Non ho visto vestiti eleganti, né dovizia di fiori che appassiscono insieme al ricordo di quell'anima, ma gente composta che pensava a pregare.

Poi leggo la conclusione dell'articolo:


Più difficili da accettare sono le foto "prima e dopo" di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c'era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: "Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?". E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di "un disegno tanto assurdo". Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto "prima" il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella "dopo" sembra una bellissima bambola di porcellana.

Mi colpiscono le parole di questa donna: è una madre che, di fronte al dolore immane di vedersi strappare la vita della sua piccola, chiede a Dio (il suo, come viene scritto nell'articolo, ma tanto sta' tranquillo ché è lo stesso mio e pure lo stesso tuo) di farle comprendere l'accaduto. Ho visto una madre egiziana parlare del neonato che aveva perso a pochi giorni dal parto, con un sorriso composto e pieno di speranza. Sai, ho un figlio in paradiso. E non era arrabbiata né con Dio, né col mondo. L'ha ringraziato, Dio, per essersi ripreso quella creatura innocente che proveniva da Lui, e a Lui ha fatto ritorno senza aver avuto il tempo di commettere colpe. Eppure da cristiana avrei dovuto strapparmi i capelli pensando che non ha ricevuto il battesimo; invece mi sono lasciata pervadere da quella serenità e mi sono messa anch'io a pensare che suo figlio è un angelo.
Ecco, sì. Forse per liberarci dalla paura della morte dovremmo iniziare a pensare all'anima più che al corpo.

30 marzo 2008

Pablo Trincia, "I demoni dell'Islam"

Faccio eco alla segnalazione di Sherif riportando integralmente le sensatissime considerazioni di Pablo Trincia circa la conversione di Magdi Allam al cattolicesimo. Opinioni non meno sensate e condivisibili sono reperibili qui.
Tutti avranno letto e sentito una delle principali notizie degli ultimi giorni: la conversione al cattolicesimo del giornalista Magdi Allam al cospetto di Papa Ratzinger. Premetto che di quello che fa Magdi Allam non mi importa nulla. Non mi importa nulla nemmeno della fede che sceglie di abbracciare – ognuno è libero di fare ciò che vuole e una scelta religiosa è una cosa su cui nessuno deve permettersi di dare giudizi.
Ma ci sono un paio di cose che non mi sono andate giù. A cominciare dalla scelta del signor Allam di farsi battezzare nientemeno che dal Papa (la cosa aveva uno spiacevole retrogusto di evento vip), e della prevedibile pubblicità che la cosa ha scatenato. Per non parlare delle sulle sue apparizioni in tv, e dello sventagliare la cosa ai quattro venti, trasformando una conversione personale e intima in un atto pubblico, politico e provocatorio.
Quando leggo che il signor Allam va in giro a dire cose del tipo: “la radice del male è insita nell’Islam”, sostenendo che la sua anima di ex musulmano si è liberata “dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza prevalgono sull’amore e sul rispetto della persona”, mi vengono i brividi [...anche a me. Questa ed altre affermazioni, unitamente al link al testo completo sono reperibili qui ].
Uno capace di dire cose del genere mi fa paura, per certi versi quasi quanto gli stessi fondamentalisti islamici contro cui si scaglia. Perché quelli inveiscono dagli scantinati o dalle caverne di Medio Oriente, Iraq, Afghanistan o Indonesia, con la maggior parte del mondo che li guarda con disprezzo. Il signor Allam invece lo fa dall’alto della stampa e dell’editoria italiana, con molta gente lo legge.
Sia ben chiaro, io odio profondamente il radicalismo islamico - anche per motivi personali - visto che mi ha ucciso un parente molto stretto. Ma non per questo giudico l’Islam una religione violenta o intrisa di male e odio. Chi si è macchiato di questo e di altri crimini è un assassino che con la religione non ha nulla a che vedere (così come lo sfarzo e la ricchezza ostentata oggi dal Vaticano non ha nulla a che vedere con i valori e gli insegnamenti dei suoi santi, dei suoi missionari e dei suoi preti di periferia).
Sull'Islam avevo dei pregiudizi anch’io, da ragazzo. Ma poi ho viaggiato per il mondo e ho incontrato centinaia, migliaia di musulmani. Conoscere persone e condividere anche brevi momenti di vita con loro ti apre la testa, spazza via gli stupidi pregiudizi che avevi. Infatti ho cambiato idea.
Sono stato in diversi paesi islamici, o con una cultura moderatamente islamica: Pakistan, Yemen, Marocco, Senegal, Mali, Kazakhstan, Uzbekistan, Tanzania, alcune regioni della Nigeria e del Kenya, Kosovo. Ho conosciuto tante persone liberali e qualcuno con idee un po’ estremiste. Ma non ho mai avuto alcun tipo di problema. Nessuno mi ha mai minacciato, né intimidito. Sono sempre stato trattato con grande rispetto e ospitalità, pur ammettendo apertamente di non essere musulmano. Nessuno mi ha mai nemmeno chiesto di convertirmi all’Islam. A differenza di quanto qualcuno insinua, alla stragrande maggioranza dei musulmani nel mondo non frega nulla di quello che facciamo noi in Occidente.
Detto ciò, i fondamentalisti ci sono eccome. E uccidono. Dall’Algeria alla Palestina, passando per Londra, Mogadiscio, Kabul e Dacca, fino a Jakarta. Nessuno dimentica quello che è accaduto negli Usa, a Madrid, a Bali, nel Regno Unito, né quello che accade quotidianamente a Baghdad e dintorni.
Tuttavia, nonostante le notizie che ci passa il circuito mediatico, stiamo parlando di un numero infinitamente ristretto di persone, rispetto alla popolazione musulmana nel mondo. Gli “altri” musulmani, quelli di cui non si parla (forse perché non si fanno saltare in aria in mezzo a un mercato, ma ci vanno semplicemente a fare la spesa) sono persone di tutt’altra pasta. Eppure in Occidente c’è gente che fomenta odio, razzismo e pregiudizio, con vaneggiamenti su guerre di religione e scontri di civiltà.
George W. Bush, che è un “Born again Christian”, ha fatto bombardare l’Iraq, inventandosi dal nulla una guerra che ha ucciso e continua a uccidere decine di migliaia di persone innocenti. Per quanto mi riguarda, è un criminale di guerra. Eppure nessuno (giustamente) sostiene che il cristianesimo sia una religione violenta.
Per l’Islam non è così. Lo associamo sempre a quello: violenza contro le donne (che però raggiunge picchi consistenti anche nella cristianissima America Latina), terrorismo, uomini-kamikaze e tanti altri clichè. Non pensiamo nemmeno per un momento che tutti questi fenomeni siano legati a tantissimi altri fattori storici e culturali. No. E’ colpa dell’Islam. Non voglio difenderlo, sia chiaro. Ma non sono affatto d’accordo con chi lo demonizza. Perché sono convinto che le altre culture andrebbero
conosciute, non criticate.

30 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte II): l'eleganza

(Simin Ghodstinat al lavoro)

Quest'articolo del New York Times ci presenta una donna che lavora per le donne:


[...]Ms. Ghodstinat, 57, said her designs were the result of her own “process of growth.” After living in Europe and America between the ages of 13 and 34, she returned to Iran. “I was Westernized, but I was never comfortable — it did not feel right,” she said. “Most designers constantly say how they want to make women look sexy. I don’t want women to be viewed as objects.” [...] Ms. Ghodstinat’s clothing line is called Tradition, because, she said, she copies classical Middle Eastern and South Asian designs and updates them. Her Afghan-style skirts are ankle-length, unlike the traditional Afghan skirts that sweep the floor. And her Kurdish-style dresses have long sleeves that can be wrapped around the waist like a belt. Her popular coats, based on the coats men wore in Iran during the Qajar period 100 years ago, have bell-shaped sleeves, are pinned at the waist and come in short lengths to wear over a longer skirt, or in longer lengths. [...]

D'accordo, le sue creazioni sono care e non certo accessibili a tutte le donne musulmane (e non)del mondo, ma il suo lavoro è segno che qualcosa sta cambiando: rimaneggiando capi della tradizione asiatica e mediorientale, Simin non solo apporta un'idea nuova e altra di eleganza, ma propone una dignitosa opportunità alla donna musulmana di vivere la propria femminilità in sintonia con i precetti religiosi sull'abbigliamento.


Simin Ghodstinat ha vissuto in Occidente quel tanto che basta per rendersi conto che l'eleganza non è la rincorsa disperata e acritica dei capricci strampalati delle grandi firme, né l'annegamento dei singoli gusti personali nell'imperativo uniformante del solito tailleur- o degli scontatissimi abiti da sera/da cocktail/da cerimonia/da quello che vi pare- né tantomeno (e qui sta il punto)qualcosa che sia nettamente inconciliabile con i valori etico-religiosi.


Non che loro, le donne musulmane, ne avessero bisogno... l'idea della negazione e/o repressione della femminilità della donna musulmana è un' idea - pasionaria - di chi misura il grado di libertà delle donne in centimetri di tacchi, di gonne o di pancia scoperta perché loro, le donne musulmane, non hanno certo bisogno di consigli in materia d'abbigliamento: portano il velo ben abbinato al vestito, lo drappeggiano con gusto intorno al viso scegliendo con cura spille o fermaglietti per fissarlo e questo succede a tutti i livelli di reddito, nei limiti delle possibilità di ciascuna, s'intende.


In Egitto ho visto vetrine e suq straripanti di completi - velo e vestito - per tutte le tasche: ho ancora negli occhi quel vestito rosa pesca bordato di nero di una mia cognata, abbinato al velo (rosa pesca orlato di ricamini neri), fermato a sua volta attorno al viso con un fermaglietto nero...o quel meraviglioso vestito lucido, di un bel rosso cupo con velo abbinato,indossato da un' invitata a un matrimonio, al Cairo, nel nostro stesso albergo. Roba da voltarsi indietro a guardare...


Qualcosa si sta muovendo insomma, segno che la moda e tutto l'apparato che le gravita attorno inizia a percepire nuovi bisogni e a disfarsi di vecchi e infondati pregiudizi.

03 gennaio 2008

Premure all'italiana


In Italia ci si muove solo dopo che succede qualcosa, si sa. Così, a Capaccio, un comune vicino Salerno, per risolvere il problema dei numerosi casi di pedoni investiti di sera- soprattutto lavoratori immigrati di ritorno dai campi- si è pensato bene di distribuire gratuitamente kit catarifrangenti. Ma che bel pensiero...peccato che valga solo per immigrati con permesso di soggiorno: se non ce l'hai, niente carabinieri né vigili che scampanellano alla tua porta con la validissima strenna. Vabbè, pazienza, non si può avere tutto dalla vita. Dagli italiani, poi...

22 dicembre 2007

Cher sale arabe...


Ieri ho letto questa sconcertante notizia: in breve, i coniugi Zaidi (i due ragazzi nella foto, di origini marocchine, residenti vicino Bordeaux), dopo aver contattato il loro provider telefonico per risolvere i problemi di connessione, si sono visti assegnare come password di accesso "sale arabe", cioè sporco arabo. Casualità, vorrebbero far loro credere. Il primo caso accertato di computer razzista(?!?), insomma, non fa una piega.

A proposito degli estremi necessari all'accesso, nell'articolo originale si specifica che:

[...]Lesquels identifiants comprennent une adresse mail (une confirmation, en réalité, du mail existant), un mot de passe pour ce mail (classique combinaison de lettres et de chiffres) ainsi qu'un mot de passe pour la connexion à Internet, dernier sésame plus que douteux : le mot de passe proposé à Mohamed Zaidi est « salearabe ». «Merci de votre confiance », conclut la lettre.[...]

E che:

[...]La famille Zaidi, abonnée chez Orange depuis le printemps, n'avait pas réclamé de nouveaux «identifiants ». [...]

E' chiaro come il giorno, quindi, che è proprio colpa di quel razzista incallito del computer...



26 novembre 2007

Oltre l'ossessione della taglia





Così comincia l'articolo di Deborah Bonetti pubblicato sul sito de Il Corriere il 23 novembre:

LONDRA – Dieci anni fa Diana era considerata una delle più belle donne del pianeta. Oggi il suo splendido fisico troverebbe di che vestirsi solo fra le taglie comode. [...] Oggi, la “taglia target” è la 38 e in soli 10 anni l'ideale femminile sembra aver rinnegato ogni accenno di burrosità, preferendo donne esangui con il corpo da ragazzi adolescenti o meglio, come scrive in modo pungente il Times: «uomini con i seni». [...]
Qui di seguito alcuni passi salienti dell'articolo del Times, "The Body Of Evidence" di Stefanie Marsh:

[...]Here is the Princess in a swimsuit in July 1997, athletic, womanly, the absolute picture of female pulchritude and sexuality, the remnants of two pregnancies still lightly garlanded about her waist. Yesterday five of her lovers were named in the paper. And honestly, is there a man alive who would have kicked her out of bed? [...]
Ten years on and who have we got as our female pin-ups? Whose world-famous limbs do women have in mind when they come home despondent from Gap, having failed yet again to squeeze into a pair of skinny jeans? Well, lately, it seems as if the entire female population has accidentally slipped into some sort of gigantic communal
form of gender dysmorphia, because the women we have decided that we admire most in the world don’t seem to be women at all. From the back, at least, you could
mistake most of them for teenage boys. [...]



[...]These martyrs to weight-loss hate curves. [...] Are they women at all, I sometimes ask myself, peering more closely at my copy of Grazia. Will there come a day when it will be revealed to the world that this is a huge practical joke? Will the world’s most supposedly enviable women turn out to be escapees from a Pat Pong transsexual club?
[...] Something about her in that swimsuit is too vital for our modern tastes. We like our women lifeless these days. Sensuality makes us recoil. I think it was Tom Wolfe who originally used the term “boys with breasts”. This was in 1998, in his novel A Man in Full, in which the main character, a property dealer, leaves his wife for one of these self-assembled creatures. In the 1990s the “boy with breasts” was still a comic device. But, in 2007, would any of our humourless size6 pin-ups understand the joke?


Secondo me no, non lo avrebbero capito. Comunque, l'eleganza e la bellezza dipendono dalla taglia? O dalla moda? Ed è la moda a imporre la taglia, o il buon gusto personale?


Mi vanno gli occhi su questo post tratto dal blog di Elle:


Think Big
La domanda è cattivella. Esiste un’eleganza oltre la 42? Boh, sì, no, forse. Certo, il prêt-à-porter e l’Alta moda sono fatti su misura per cloni di Audrey Hepburn, Jackie O’ e, senza andare troppo lontano, Kate Moss e Agyness Deyn, l’ultima modellina d’Oltremanica. Però è anche vero che quello che si vede per strada, anche su ragazzette ultraskinny, non è sempre impeccabile. Diciamo la verità, quelle che possono realmente contare su un allure chic sono proprio poche. L’abbinata stivali anni Ottanta di pelle bianca e jeans strettissimi (anche se sono Acne o Chip Monday) richiede una figurina slanciata e flessuosa tratteggiata col rapido. Il caschetto di capelli candeggiati tipo putto rinascimentale passato nella centrifuga (quello che si vede alle serate indie di Milano, Londra o New York) sta bene solo a pochissimi musini da cammeo (o a facce di carattere magari con un naso importante); le altre, sconfinano nel ridicolo. Le micro skirt a pieghe da college girl un po’ birichina donano alle ragazzine e basta, senza possibilità di replica. Oltre i 25 anni (a maggior ragione se con gambe toniche ma non sottilissime) sono da evitare. Le felpe avantgarde di Bernhard Willhelm con teschi stampati tipo urlo di Munch, su signorine con seno oltre la seconda, gridano vendetta. Insomma, uno può essere fashionista fin che vuole, eppure essere ben lontano dall’eleganza. Perché alla fine conta sempre la stessa cosa.
Il senso della misura e la consapevolezza di sé. Allora sì, ci sono anche ragazze (o donne) formose eppure scicchissime. Dipende da come camminano, da come si muovono, da come vestono il proprio corpo. Da quanto si piacciono. L’allure, il fascino, lo stile sono sempre questioni di testa, non di taglia.

E poi, sbirciando tra i commenti, trovo quello di Viviana :
Care ragazze Elle, sono una che è nata in Sudamerica, ma vive come cittadina italiana da ben 23 anni nel Bel Paese. Una volta, quando venivo per le vacanze a trovare nonna e parenti di papà, le donne mi sembravano molto eleganti e carine. Sì, avete capito bene: ho usato un verbo al passato. Purtroppo, a 43 anni ben portati (parola della mia estetista che dà la “colpa” al clima argentino…meno male!!), devo dirvi che la cosa è cambiata. Molto. Voi mi direte: “e questa da dove salta fuori?”. Ma da quello che vedo per strada, in palestra (faccio nuoto da quando avevo tre anni), in spiaggia, al supermercato…., ecc, ecc. Scusate, ma perchè tutte si vestono uguale? I soliti jeans a vita bassa che stanno malissimo e che, sinceramente, fanno vedere troppa carne in abbondanza. Reggiseni push up che si riconoscono a due chilometri di distanza (il seno ai lati è schiacciato), magliette corte da far paura (solita ciccia che deborda), perizoma che vedo a “signore” che potrebbero essere mia mamma!!! Devo dire che lo spogliatoio della palestra dovrebbe chiamarsi il “Museo degli Orrori”: Donne che saltano per infilarsi un jeans che sembra fatto di silicone, vista la capacità elastica di quel poveretto (il jeans), trucchi ispirati dal Museo delle Cere (siamo all’ora di pausa pranzo…) Non so cosa si metteranno in faccia la sera! Non ci tengo proprio a farmi la benchè minima idea! Per non parlare dell’argomento”spiaggia”. Ma perchè una “in carne” e di una certa età deve mettersi in mostra con un bikini ascellare, andare in giro per la sabbia con i tacchi…, sembrare la Bibbia di Gutemberg (per l’incartapecorimento della pelle), ecc, ecc.? Perchè una “signora” deve per forza farci vedere la cellulite, mettersi con il lettino sul bagnasciuga e fare bella mostra delle sue mammelle…Per non parlare dei seni rifatti che sembrano palle da bowling, labbra di gomma, gambe al vento con minigonne della serie “anch’io me le metto!!!” Tutto questo, ed è solo un assaggino, per sembrare ventenni o chissà cosa…Sabato ho visto una giovane mamma con il suo bambino in COSTUME INTEROOOOO!!!!! Era la più bella di quel brutto spettacolo. Con il suo bambino a chiamarla “mamma”, e lei orgogliosa di questo. Elegantissima e splendida!!! Ma perchè siete tutte (o quasi) diventate così?. Mio marito dice che ormai non si scandalizza più di niente. Poi si gira e timidamente mi dice: “lo sai che sei bellissima senza un filo di trucco Non c’è verso: le argentine sono il meglio!” Io lo guardo orgogliosa, mentre un flash ripercorre i lineamenti di quelle nate laggiù, dove qualcuno un giorno mi chiese se da noi esistevano gli assorbenti intimi… Sì, quelli ci sono, ma la cosa più importante è che le donne sanno ancora cos’è la dignità.

Rimango colpita da quello che Viviana evoca soltanto, ma che sento forte dentro di me: quelle bellissime immagini di donne solari, colorate e gioiose del sud del mondo che danzano tra i miei ricordi nella loro composta eleganza...

23 settembre 2007

Lucciole per lanterne

Fresca di matrimonio, rifletto sul senso del matrimonio e dell’amore in generale.
Pochi giorni prima di partire per l’Egitto e quindi di sposarmi, mentre ero in fila al semaforo, in macchina, lungo il ponte sul fiume Sacco, nel mio paese, ho notato un lucchetto incatenato ad un lampione.
Sono rimasta a dir poco allibita: al di là del mio finestrino stava sorgendo un ponte Milvio in salsa ciociara, la risposta ceccanese ai pellegrinaggi amorosi delle coppiettine agghindate a festa che si giurano amore eterno annegando la chiave nel fiume. Immagino che i prezzi dei lucchetti siano schizzati alle stelle. E come Ceccano, suppongo in tanti altri posti si sia cercato di ricreare questo totem. Dico totem perché siamo davanti a una vera e propria tribù che si è scelta un feticcio. Stiamo assistendo a un’epidemia di romanticismo dilagante, o forse si tratta della solita sindrome del gregge, conseguenza o effetto collaterale dei jeans a vita bassa?
Io mi ricordo che le mie compagne di classe al liceo portavano il ciondolo a forma di mezzo cuore quando le cose si facevano serie. E se lo toglievano quando poi le cose si mettevano male per indossarlo di nuovo dopo la tempesta o infilarsene uno fresco fresco insieme a un altro ragazzo. Trovo che le cose siano diverse: sebbene in fondo si tratti di due ostentazioni, indossare un mezzo cuore per ciondolo, ancorché comune a molti, è pur sempre un affare privato, interno alla coppia, visibile o non visibile agli occhi altrui e, comunque, deciso senza interpellare beni di pubblica utilità in qualità di testimoni.
Insistendo sulla differenza dei due gesti, l’uno è totalmente plateale e qualcuno converrebbe che è in sintonia con l’esisto-solo-se mi-faccio-vedere tipico del postmoderno, mentre l’altro è un’ostentazione più pacata, il segno di un impegno preso con qualcuno, al pari di una fede al dito.
Non so perché, ma la cosa non riesce a stupirmi, né a farmi rimpiangere che la mia adolescenza non abbia contemplato simili rituali. E’ che proprio non riesco a catalogare i lucchetti ai lampioni tra le cose romantiche. Eppure qualche monetina a Fontana di Trevi l’ho lanciata e non di rado io e mio marito concludiamo le “comunicazioni di servizio” (compra tu il latte…tira fuori dal freezer 2 fettine…stendi il bucato ecc) con qualche appassionata parolina dolce. Telegrafici, tenerissimi pensieri magari scritti di fretta prima di uscire sui tovaglioli di carta, che ogni tanto conservo.
Forse è proprio questa ostentazione a lasciarmi sbigottita: è fisiologico che uno che si sente 3 metri sopra il cielo abbia voglia di scriverlo, ma io sono per le cose dette e manifestate in quella privatissima dimensione intima che è il quotidiano di ogni coppia e non il primo cavalcavia ancora libero dalle scritte altrui. Scimmiottando il titolo di un film al cinema in questi giorni: scrivilo sui tovaglioli, è meglio!!!!

25 gennaio 2007

Istruzioni fidanzato arabo, cercasi

Il Sitemeter mi informa che più di qualcuno viene catapultato/a su Amal dopo aver inserito sul motore di ricerca “fidanzato arabo”, “fidanzato egiziano” e affini.
Che cosa crede di trovare una sul web al riguardo?
Un elenco delle rose e delle spine? Fai questo e quello no, mi raccomando non dirgli che….? O….forse consigli con pretese universali e totalizzanti del tipo assolutamente sì, sono premurosi fino all’inverosimile o un arabo, ma scherzi?
Chi credete che sia un fidanzato arabo, care donne che approdate qui? Che cosa vorreste leggere?
Non fidatevi se vi dico che non ho mai avuto un coinquilino più pacifico, che non ho mai conosciuto una persona più saggia, completa ed equilibrata, che non ho mai….mi fermo qui, perché ho già precisato che non è il caso di fidarsi di tali elargizioni di consigli: ovunque troverete soltanto opinioni parziali, punti di vista personalissimi, esperienze concrete che pertanto, non possono valere per tutti, in assoluto.
Un fidanzato arabo, egiziano, svizzero, greco va considerato per quello che è: un fidanzato, punto. Una persona, al pari di tutte le altre: due occhi, un naso, una bocca, eventualmente un cervello e una sensibilità. Come tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Si sarà intuito che io, personalmente, non sostengo tale dilagante “determinismo geografico”: ma perché, qualcuno crede che ci siano differenze tra un fidanzato bellunese e uno pisano? Tra un ravvennate e un barese, o un catanese e un fiorentino?
Forse è il caso di considerare seriamente l’ipotesi di liberarsi di tutti questi stereotipi, la vita è già tanto complicata…fossi in voi non dimenticherei quelli altrui però (amici, parenti&co)!
Se non siete d’accordo, liberissime di perseverare nella vostra ricerca. Chi cerca, trova. Ah…nel caso le trovaste, queste istruzioni, non vi disturbate a girarmele….

21 novembre 2006

Riprendo fiato...

Mi fermo un attimo a riordinare le idee, ogni tanto bisogna farlo.
Ho una guancia gonfia e l'apertura della bocca di pochi centimetri, sembro avere una mela intera in bocca ma è solo un molare che ha deciso di far capolino proprio ora, a conclusione di questo periodo di intensa attività. Si dà il caso poi, che io abbia una laurea da otto giorni. E non riesco a realizzare, ancora.


Senza girarci intorno- ché è bello essere onesti con gli altri e con sé stessi -non sono contenta della mia performance. Non è che tornerei indietro, non è giusto né salutare, diciamo solo che ho imparato cosa non dovrò fare la prossima volta, visto che, se Dio vuole, qui tra un annetto si è di nuovo con le mani in pasta per un'altra tesi. Si replica siori. Per ora mi basta convincermi che saprò affrontare la mia ansia in modo diverso da questa volta, considerato che più che ansia è una forma di paura-delle-situazioni-nuove e che, sempre se Dio vuole, la prossima volta la location sarà tutt'altro che ignota. Io speriamo che me la cavo, insomma.

Pensandoci bene, è che ho perso quell'entusiasmo che avevo quando ho iniziato a scrivere la tesi. Forse un rapporto troppo saltuario con il prof(solo e-mail degne della Sfinge o della sibilla cumana o dell'Oracolo di Delfi e qualche striminzito colloquio qua e là)? Non lo so.

Il vestito, poi, non ne parliamo. La moda del momento in forza del principio "il tailleur nero è un capo d'obbligo nell'armadio" ha cercato di annullare la mia personalità in tutti i negozi in cui io mi sia recata nella ricerca di giacca e gonna lunga che non fossero solo nere. Ma come, il tailleur nero, elegantissimo, ma impersonale, a me che ho scelto il giallo(solo perché l'arancione non era disponibile) per la copertina della mia tesi , rifiutando i soliti nero, blu e bordeaux? Proprio no.


Questa foto è assurda, rispecchia il mio stato d'animo della sera prima della discussione: seduta sul letto, davanti all'armadio, fissavo i lucidi di supporto alla discussione che avevo appeso, da giorni ormai, nella vana speranza che l'inchiostro si asciugasse. Immaginatevi i miei, la mattina dopo sull'autobus che li portavano come vassoi per non rovinarli...
Per la prossima volta dovrò cercare di raggiungere uno stato d'animo direi...equidistante sia dall'oddio-che-vergogna-domani che dall' accorrete-ad-assistere-al-mio-trionfo. Né defilata, né egocentrica. Dovrò lavorarci, parecchio pure.
Poi ieri ho preso il treno e ho visto l'autunno. E' stato come se me ne fossi accorta solo allora, tanto grande è stata l'emozione provata. L'ho visto dal finestrino, su quei campi che ogni volta mi procurano voglia e noia allo stesso tempo. Era sulle foglie accese di colori vivaci, dal verde chiaro al giallo pieno, dal rosso vivo al marrone intenso, fino al colore carico dei frutti e delle bacche. Come il bagliore di stelle in procinto di morire.
La devo ancora trovare una foto in grado di rendere giustizia anche minimamente a quello spettacolo e a quell'emozione. Ho anche visto un distinto signore disperarsi con le mani letteralmente nei capelli per la moglie morta. Ho pensato, allora, che l'autunno mi stava deliziando e straziando, come quel pianto. E ho capito che sulla scia di quell'emozione insolita dovevo mettere ordine.

07 novembre 2006

Questioni di vita o di morte della ragione umana




Tralascio farneticazioni come queste e riporto di seguito un articolo apparso ieri sul sito di Repubblica:



Il processo senza giustizia con un verdetto farsa


di ANTONIO CASSESE


Anche a Norimberga i vincitori hanno processato i vinti. Ma almeno il processo è stato equo. A Bagdad si è invece celebrata, per i fatti di Dujail, una farsa. I giudici sono stati nominati dall'esecutivo (il Consiglio di governo) e da esso sostituiti quando non si allineavano sulle posizioni ufficiali delle autorità o si dimostravano scarsamente efficaci. Il tribunale sin dall'inizio è stato finanziato dagli Usa, che hanno anche elaborato il suo Statuto, poi formalmente approvato dall'Assemblea nazionale irachena, nell'agosto 2005. Imputazioni precise contro gli otto imputati sono state formulate solo a metà processo. La Corte non ha consentito alla difesa di convocare un certo numero di testimoni a discarico che dovevano ancora essere ascoltati.


Inoltre, molti documenti prodotti dall'accusa contro gli imputati (tra cui l'ordine di Saddam Hussein di eseguire la condanna a morte inflitta ai civili che avrebbero attentato alla vita del dittatore e l'ordine di conferire onorificenze alle forze di sicurezza che avevano arrestato e interrogato i presunti colpevoli), sono stati contestati dalla difesa, che ha affermato trattarsi di falsi. Per verificarne l'autenticità, il tribunale non ha convocato esperti internazionali (come sarebbe stato doveroso), ma esperti iracheni che, secondo la difesa, erano legati a filo doppio all'attuale ministero dell'interno iracheno. Insomma, un processo privo di qualsiasi seria garanzia dei diritti della difesa.

Certo, non è facile processare un ex dittatore che cerca di usare le udienze pubbliche per comizi e polemiche politiche. I giudici però non avrebbero dovuto rispondere alle arringhe pretestuose dell'ex-dittatore urlando più di lui o espellendolo dalla sala delle udienze, ma con equilibrio e serenità, limitando ad esempio il suo tempo di parola, inducendolo a discutere i problemi specifici del processo, e soprattutto affrontando seriamente i problemi giudiziari che gli avvocati di Saddam sollevavano. In una parola, mostrandosi pazienti, equilibrati ed imparziali.

La condanna a morte dei tre maggiori imputati è sbagliata sotto un triplice profilo. Anzitutto, si tratta di una punizione che non è affatto credibile perché conclude un processo-farsa. In secondo luogo, la pena capitale è stata oramai condannata dalla vasta maggioranza della comunità internazionale. Anche se paesi come gli USA e la Cina continuano a praticarla, si può dire che la pena di morte è diventata, sul piano internazionale, se non illegale, almeno illegittima. Prova ne sia che tutti i tribunali internazionali finora istituiti dalle Nazioni Unite (alcuni, come quello dell'Aja per l'ex Jugoslavia e quello per il Ruanda, con il fortissimo sostegno degli americani) bandiscono la pena di morte.


Lo stesso vale per la Corte penale internazionale, il primo tribunale internazionale a vocazione universale, che oramai agisce come suprema istanza penale internazionale per ben 104 Stati. In terzo luogo, la pena di morte inflitta ai tre imputati costituisce un grave errore politico, perché naturalmente aggraverà la situazione in Iraq. Il paese è da tempo in preda ad una sanguinosa guerra civile, anche se i vertici statunitensi, per ragioni politiche, si ostinano a negare che sia in atto una vera e propria insurrezione armata. Saddam Hussein diventerà un martire, oltre ad essere già considerato un eroe dell'antiamericanismo. L'odio per il gruppo dirigente iracheno e per gli americani aumenterà a dismisura e i massacri si moltiplicheranno.


L'appello che subito interporranno i condannati non potrà che rinviare l'esecuzione capitale, anche in attesa che vengano celebrati contro l'ex dittatore altri processi, per fatti, tra cui il genocidio dei Curdi negli anni '80, che appaiono obiettivamente molto più gravi del massacro di Dujail. In breve, in Iraq anche sul versante della giustizia è stata imboccata una strada radicalmente sbagliata, e appare assai probabile che si arriverà alla peggiore soluzione possibile.


Qui salta fuori persino un patto Blair/Berlusconi che impedirebbe la condanna a morte di Saddam. Sarebbe una vergogna se gli fosse risparmiata la vita solo in nome di questo presunto patto. Da dove prende il potere un uomo per togliere la vita a un altro? Perché si continua a discutere di una questione che, se tutti avessero bene in mente la sacralità della vita umana, non sussisterebbe neppure?

10 settembre 2006

Bisogni indotti

Scrivo da casa, oggi. Sono tornata a Ceccano ieri, in treno, come sempre. La solita fila alla biglietteria automatica della stazione di Peugia, l’abbraccio al mio lui mentre cercavo di convincermi che una settimana lontani passa in fretta, per gli altri, forse, per noi No. Poi lo stillicidio delle fermate: Perugina Ponte S.Giovanni, Bastia, Assisi……poi la noia prende il sopravvento e perdo la cognizione del tempo e pure del luogo. Mi riprendo che siamo a Terni. Menomale, manca un’ora. Narni, Nera Montoro, poi finalmente Orte, 40 minuti di campi sterminati per ritrovare i miei pensieri di chissà quanti altri viaggi identici a questo e poi Tiburtina, giusto il tempo di ringraziare Dio di non abitare a Roma che si riparte. Proprio quando l’insofferenza raggiunge il picco massimo, Termini si materializza tra i palazzi pieni di antenne, ma privi di tende (a proposito, mettetecele che certe volte lo spettacolo è ributtante). Mentre cerco il binario tento di scrollarmi di dosso il torpore di quelle tre ore di treno e il disgusto per quella bambinatutta agghindata, seduta davanti a me con la puzza sotto il naso- neanche diec’anni e già stanca della vita- che mi ha fissato per un’ora mangiando pizza rossa a bocca aperta e lamentandosi di quanto fosse scomodo il treno, mentre sua madre faceva l’elenco delle rose e delle spine del vivere a Londra alla sua compagna di viaggio. Dov’erano i bambini egiziani con i loro occhi neri vivaci che venivano ad accarezzarmi i capelli, che facevano a gara a sedersi vicino a me, che mi riempivano di baci dicendo che ero bella, che mi raccontavano le barzellette e insistevano per farmi giocare con loro a INDOVINA CHI?
Il treno delle 13:47è in ritardo, faccio in tempo a saltarci su, la partenza era prevista per le 14:07. Arrivo a casa stralunata, dopo un viaggio segnato da innumerevoli quanto interminabili soste. “È per la notte bianca” sentenziano da più parti per giustificare il disservizio. Eh già, la notte bianca….la fanno perfino a Frosinone e a Castiglion del Lago! Non bastavano il Veglione, il falò, il picnic e la spiaggia-carnaio a Ferragosto, ora c’è anche la notte bianca, in barba ai disgraziati che tornano dalle vacanze e, costretti in città per i motivi più disparati farebbero carte false per un concerto. Ma no, ma come?! Usciamo tutti insieme, tutti la stessa notte, e facciamoci rimpinzare di concerti proprio come andiamo tutti a farci la lampada o sfiliamo con le bandiere arcobaleno alla marcia per la pace!!! Tutti bisogni indotti, tutte cose fatte in nome dell’apparenza. Disgustata e fiera di non sentirmi parte di tutto questo, freno la voglia di rifugiarmi in Egitto, sperando che presto ci inducano il bisogno di concretezza: allora sì che insieme a quelle insulse bandiere ci disfaremmo anche di tutti i pregiudizi che muovono le guerre.

09 dicembre 2005

Punti di vista sulla verginità

Sono caduta nello sconforto leggendo questa notizia:
Credo che le scelte riguardanti la propria verginità siano in ogni caso intime e strettamente personali. Risparmio a voi silenziosi lettori (forse inesistenti?) di questo blog il mio parere al riguardo: dico soltanto che secondo me l'importante è ponderare le proprie decisioni quanto basta per non essere poi logorati dal senso di colpa, come del resto in ogni scelta della vita.
Questo criterio mi sembra il presupposto per una vita serena non solo in ambito sessuale. L'anello invece mi sembra una ridicola ostentazione di una caratteristica di cui disponiamo finché riteniamo opportuno: ognuno è libero di abbellirsi con gli anelli che vuole ma quest'iniziativa non è compatibile con la mia idea di vivere in ogni caso con consapevolezza.
Trovo inoltre fortemente diseducativo far passare l'astinenza prematrimoniale per prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili con conseguente condanna del profilattico: penso che la protezione rientri nella fattispecie dei comportamenti responsabili prima di tutto verso noi stessi.
Questo non significa che io non rispetti chi pratichi l'astinenza come scelta di vita: nei miei contatti con il mondo musulmano ho visto come sia naturale per gli sposi giungere al sì "provvisti" della propria verginità e dedicare, almeno in Egitto, i giorni immediatamente successivi al matrimonio alla scoperta dell'altro mentre i suoceri provvedono a non lasciarli sprovvisti di vivande che necessitano solo di essere riscaldate! Di contorno, c'è la cura con cui le donne vicine alla sposa si preoccupano di sistemare la casa con tutto ciò che i futuri sposi hanno acquistato, tutto rigorosamente nuovo: biancheria personale e della casa, perfino i loro vestiti. E poi c'è il rito affascinante e curioso della depilazione integrale della sposa. Tutto questo è in preparazione al matrimonio considerato come un grande passo che coinvolge tutti gli aspetti della vita: dietro tutto questo si legge ancora una volta tanta consapevolezza nell'approccio con il nuovo.