Un altro Natale
foto tratta da quiGià è difficile vivere da musulmani in questa parte di mondo, ma a Natale le cose paiono complicarsi enormemente ed inesorabilmente: Natale, agli occhi di un musulmano, deve essere qualcosa di simile ad un lungo incubo, di quelli che devi vivere fino alla fine prima di poterti svegliare. E ciò, indipendentemente dal grado di tolleranza della famiglia che si appresta a festeggiare. Ci sono i regali che coinvolgono tutti, quelli che sai che ti faranno e tu dovrai fare. Spremute di meningi e slalom nel traffico impazzito, compresi, s’intende. Sei musulmano? E qual è il problema, è Natale!!!!
E le tradizioni. Uno non può proprio esimersi.
Qualcuno dovrebbe scrivere un manuale di sopravvivenza per queste povere creature incappate nel Natale italico…giusto per consentir loro qualche possibilità di portare a casa la pancia -possibilmente integra- dopo la maratona culinaria Vigilia-Natale-S.Stefano, per esempio. Perché la tavola apparecchiata è senz’altro il totem attorno al quale si dipana tutta la tragicomica ritualità natalizia. E’ che uno a Natale porta in tavola cose che aspetta di assaggiare da mesi e dà libero sfogo a quella bramosia repressa tutto l’anno, lo beviamo a Natale. Lo mangiamo a Natale. Lo apriamo a Natale tutti insieme. E il bramoso, pervaso dallo spirito natalizio, affetta, stappa, versa, distribuisce la vivanda di turno con precisione maniacale in nome della convivialità e della festa -e implicitamente dell’anno che sta per concludersi e di quello che dovrà iniziare- incurante dei gusti e delle abitudini dei commensali. Vaglielo a dire che tu sei pieno come un uovo, che quel panettone di quella marca te lo hanno già offerto quattro volte gli zii che sei andato a trovare nel pomeriggio o, peggio, che tu non bevi e che stai dominando la nausea a dover mangiare con l’odore dell’alcol che aleggia indisturbato….ma come? Un goccetto! Non puoi non assaggiarlo, è un anno intero che aspetto! E che fai, tu non brindi?
E dimmelo tu che devo fare…devo scansare bruscamente il bicchiere e lasciare che i gorgoglianti zampilli del prezioso nettare si infrangano sulla tovaglia scarlatta? O devo fare la persona educata e remissiva acconsentendo affinché il tuo brindisi si compia nella sua pienezza con buona pace della mia volontà di farne a meno? Che faccio, brindo ma non bevo? Brindo con la Coca Cola?
Natale è diventato un groviglio di riti, inestricabile senza conseguenze sull’animo altrui. Spezzi qualcosa se non fai quella certa cosa o se non vai a quell’appuntamento ormai sottinteso (anche se poi l’euforia della festa rende impercettibile la tua assenza). E poco importa se tu ormai ti sei sposata e magari vivi altrove e non esattamente a un tiro di schioppo.
Forse sono diventata grande se al Natale sono più incline ad associare una malinconia sottile piuttosto che la gioia pura dei bambini. Quel sentimento che ti stringe un po’ il cuore quando con un sorriso amaro, guardando il posto vuoto, rievochi ai commensali la compianta persona che da quando hai memoria, ricordi che diceva ogni anno che quello sarebbe stato l’ultimo suo Natale….ti ricordi i torroncini di quel tale paese che comprava sempre? Sì, e tu non sai cosa daresti per poterne scartare anche solo un pezzettino, non per il torroncino in sé ma perché vorrebbe dire che quella persona è ancora lì con te e finalmente potresti riabbracciarla ancora una volta. E i ricordi degli altri commensali corrono indietro anche di cinquant’anni e per un attimo, fin nella fantasia di chi non le ha mai viste, danzano gioiose le persone intrappolate nelle foto sbiadite dal tempo. E uno, poi, finisce sempre per associarle a qualcosa da mangiare: c’è la zia delle frittelle, quella del baccalà, il nonno norcino di quel tale salume…rivivono con dolcezza nelle parole di chi bambino non riesci proprio ad immaginartelo perché è tuo padre o tuo zio e ti chiedi quanti altri giorni come questo dovranno passare prima di conquistarla anche tu quella dolcezza nel rievocare senza che ogni tuo sorriso sia spezzato da una smorfietta nervosa che soffoca il pianto. Forse non sono ancora diventata grande...
C’è qualcosa di scaramantico in certe cose che uno fa a Natale, forse è la speranza di poterlo rifare di nuovo l’anno successivo. Ma i riti natalizi non conoscono il passare dei giorni, né degli anni, né i lutti…sembra che andare a raccogliere il muschio in quel tale posto ogni anno lo stesso giorno o imbandire la tavola in quel determinato modo ogni volta sia la panacea per i dolori della vita e non c’è assenza che tenga, è un Natale sotto tono, magari, ma è Natale e s’ha da fare.
Io mi appresto a festeggiare un Natale pagano, strambo, interculturale, irretito ahimé nei riti suddetti: tanto il vino lo portano gli altri, io la sera della vigilia servo branzini arrosto col cumino, spaghetti col tonno come vuole la tradizione del mio paese d’origine e antipastini misti di mare con tanto di couscous di pesce in insalata. E anche la zucca, e gli immancabili dolci, e forse un altro primo, ora che ci penso. E qualunque sia il vostro Natale, devo farvi gli auguri! :)
















