Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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03 febbraio 2009

In ascolto



Inutile dire che scrivendo della geografia dell’Egitto, dell’economia e della demografia mi sia venuto un gran magone nel petto…mi sembrava di vedere davanti a me i volti degli Egiziani, quel mare di bambini, le donne operose, gli spiccioli per le mance e ho iniziato a contare i mesi prima di poter respirare ancora l’aria egiziana, c’era di mezzo, tanto per dire, l’ultimo esame, la laurea, due estrazioni dentarie e chissà cos’altro.
Poi, all’improvviso, tanto inaspettati quanto voluti, mi ritrovo tra le mani due biglietti per il Cairo. Preparo le valigie furiosamente, istigata dalla voglia di tuffarmi in quel mondo anche solo per una settimana. Ancora non mi sembra vero.
Alessandria l’ho trovata tiepida e limpida, con il cielo terso pieno di rondini e gabbiani.
Ho ripensato a quando ero bambina e a settembre, le rondini si raccoglievano sui fili della corrente, davanti alla finestra del bagno…si ritrovavano in quel modo per qualche giorno finché poi, un mattino, non le trovavo più. Mamma mi diceva che erano volate in Africa, al caldo, perché non avrebbero retto il nostro inverno e mi rassicurava dicendo che sarebbero tornate a primavera. Ecco allora, dove vanno le rondini!
Sotto braccio a mio marito mi sono mischiata piacevolmente alla vita alessandrina, tra i carretti pieni di cavolfiori, arance, mandarini, mele, banane e perfino fragole. E tutto sapientemente impilato e a portata di mano fino a notte fonda. Gli Egiziani non dormono mai, neanche d’inverno.
Ho chiacchierato con le vicine del palazzo di fronte, tutte curiose di conoscermi: è una specie di grande famiglia che comunica allegramente dal balcone e dalle finestrine colorate, contribuendo al caos delle piccole traverse sterrate. Mi chiedono se ho dormito bene, se Alessandria mi piace, se sono contenta, se i miei stanno bene. Mi aggiornano sulle sposine arrivate da poco e si rammaricano del fatto che una scuola sia stata costruita proprio dove si vedeva il mare. Fanno affacciare i figli per farmeli salutare. Si scambiano vicendevolmente visite a casa, incuranti dell’orario. Lasciano le scarpe alla porta e entrano a piedi nudi a ciarlare del più e del meno, magari davanti a un po’ di frutta. Ho partecipato ai discorsi col mio arabo scartellato senza che nessuna ridesse mai dei miei evidenti errori, l’ho apprezzato molto.
Ho giocato tanto col piccolino di casa, Ahmad, quattro anni ancora da compiere e un paio d’occhi scuri e vivaci. La prima sera ha voluto aspettarci sveglio per strada, per mano al padre, fino a notte fonda. Poi è venuto in camera mia e mi ha chiesto dove fosse il mio nunno. Vedendo che non lo capivo, ha ripetuto la parola cantilenandola a voce bassa, fissandomi con gli occhioni quasi dispiaciuti, senza trovare un sinonimo a me comprensibile come ha fatto altre volte. Ho chiesto lumi a mio marito e il segreto è stato presto svelato: nunno è il bimbo. E’ che gli pare strano che io sia sposata e non abbia ancora figli! Piuttosto prevedibilmente dice che vuole un maschietto per poterci giocare e quando mi chiede quando arriva, la mamma si aggancia al il mio presto, insha Allah, spiegandogli che Dio lo manderà nel momento opportuno.
Mi manca il sorriso sbarazzino di questo figlio d’Egitto, il suo irrompere gioiosamente nella mia stanza con uno ya Silviettaaaa!!! Ricambiato col mio ya Hamadaaa!!! Nella sua testolina sveglia convivevano pacificamente il fatto che lo zio paterno vivesse lontano dall’Egitto in un Paese straniero e che il mio pc, stanco del lungo viaggio si stesse godendo un meritato sonno, riposto nella valigetta.
Un giorno me lo sono trovato in lacrime, di ritorno dall’asilo. Era disperato perché il padre, mio cognato, non voleva portarlo con noi. Gli prometto che avrei provato a parlare io con suo padre, a patto che lui avesse smesso di piangere. Quando il padre torna, inizia a pungolarmi, dai, tante, diglielo, diglielo!!! Mio cognato acconsente e gli dice che lo fa solo perché gliel’ho chiesto io. Lui corre da me e mi abbraccia contento. In macchina mi indica un posto dove fanno un fegato delizioso e io gli dico che non mi piace affatto. Poco più in là passiamo davanti a un negozio di formaggi e lui mi illustra tutti quelli che gli piacciono: io gli dico che non mi piace e che ho una specie di allergia e che mi dà fastidio perfino l’odore. Lui spalanca gli occhioni innocenti e mi chiede come sia possibile che non mi piaccia né il fegato né il formaggio. Deve aver pensato che sono moderatamente aliena, dal momento che almeno i doritos, le sue patatine preferite, mi piacciono.
Poi l’adhan. La moschea era vicinissima alla nostra camera da letto così potevo sentirlo sempre distintamente. Il più intenso era quello sospeso tra il giorno e la notte, che veniva ad accarezzarmi l’anima mentre ero ancora nel mio letto. Con la mente accompagnavo il muezzin che salmodiava con voce chiara e penetrante la sura Al Fatha, poi, incapace di seguire, restavo in ascolto con gli occhi socchiusi fino a quando tutto finiva e ricadevo nel sonno. Pare che sia particolarmente benefica, la preghiera del mattino: ci si sveglia presto e dopo la preghiera si intraprende il lavoro quotidiano col corpo pulito e il nome di Dio nel cuore e nella bocca. Quelle poche ore mattutine sono spesso più fruttuose dell’intera giornata. Lo dicono soprattutto i tassisti, lo ha detto anche quel ragazzetto candido che una sera, la scorsa estate, ha accostato la macchina per permettere a mio marito di scendere a comprare il roz bl laban per la colazione dell’indomani. Quel ragazzetto innocente che ha aspettato in silenzio in macchina con me senza sbirciarmi mai dallo specchietto e che si è mosso solo per asciugarsi la fronte dal caldo rovente della notte alessandrina, offrendomi la scatola delle salviette affinché potessi farlo anch’io. Quel ragazzetto che quando l’ho ringraziato, sperando che Dio lo benedicesse, mi ha risposto Shokran Lillah.
Mi fermo qui, per oggi.

29 agosto 2008

Partire





Perugia è limpida e fresca, il 4 agosto poco prima dell’alba. Preparo la colazione mentre mio marito come un fulmine si fa barba e doccia. Non ho voglia di masticare, ho ancora in bocca il sapore della notte pressoché insonne, di quando si va a letto tardi e ci si sveglia troppo presto e di quando si ha paura che la sveglia non suoni o che qualcosa durante il viaggio vada storto. Lavo le tazze, lui si veste. Poi mi rintano in bagno a prepararmi e a lasciare una parvenza di pulito. E’ un controsenso pulire qualcosa che sai prenderà la polvere per le successive 3 settimane, ma decido di farlo.
Esco dal bagno, le valigie già chiuse sono in pole position vicino alla porta, sembrano impazienti anche loro di svolazzarsene via.
Alle 5: 55 siamo già alla stazione, ci sediamo per riprenderci dalla fatica di aver trascinato fin lì le valigione pesanti. Io le guardo e penso che stavolta abbiamo sforato alla grande con i kg: sono piene di rubinetti e di interruttori, c’è perfino il saliscendi della doccia. Tutto l’armamentario oltrepassa abbondantemente i 10 kg, ma dovendo ristrutturare l’appartamento ad Alessandria, abbiamo scoperto che i rubinetti migliori sono importati dall’Italia a prezzo prevedibilmente triplicato e che spesso si incappa in gente senza scrupoli che spaccia per italiani rubinetti made in Taiwan. Per comprendere la considerazione degli egiziani per i prodotti provenienti dai quei posti basti pensare che quando sono in preda a una di quelle tempeste intestinali alle quali pare proprio che io non riesca a sottrarmi, i miei cognati scherzano sulla mia pancia made in Taiwan.
L’appuntamento con l’autista della Sulga- la società perugina di pullman che ci deposita proprio a Fiumicino, terminal C- è fissato per le 6:10. Ripesco dalla rubrica il numero dell’autista per sincerarmi che gli risulti la mia prenotazione, lo faccio per evitare che il pullman bianco e azzurro mi sfili disinvolto davanti agli occhi come è già successo. L’autista è di parola, in un paio di minuti è lì da noi che chiede conferma del mio cognome.
Mi sembra una grande conquista salire a bordo, posso finalmente rilassarmi e godermi la città dal finestrino: c’è un ragazzetto con gli occhiali da sole che apre un bar, gente non esattamente raccomandabile tutt’attorno e qualcuno che va al lavoro chissà dove. Noto che la luce è cambiata, intorno a me è tutto roseo e assopito, Perugia è pulita, fresca e un po’ deserta. Perfino bella.
Facciamo tappa in centro: il sole dipinge un riflesso dorato sulle finestre antiche degli alberghi un po’ snob finché una donna anziana non ne apre una per fotografare il panorama con attrezzatura professionale; deve essersi alzata apposta per quello. Gli ultimi passeggeri salgono a Piazzale Europa, poi imbocchiamo la superstrada poco dopo le Segreterie Studenti. Mi compiaccio nel passarci davanti senza dover entrare a fare file sterminate.
I campi di girasoli sono già secchi, ma la mente mi corre indietro all’anno scorso, quando, nel pieno della fioritura accarezzavano i fianchi delle colline con graziosa allegria.
Giocherelliamo con due fratellini marocchini, tornano a casa anche loro. Hanno la simpatia e la semplicità dei bambini arabi, accettano il mio succo di frutta e qualche caramellina, sorridono, chiacchierano con noi. Ammiro la vivace innocenza dei loro occhioni scuri e mi chiedo che faccia avranno i miei figli, se Dio vorrà donarmeli. La più grande inizia a recitare i numeri in arabo, ma il 2 mi suona incomprensibile. Mi manca l’arabo del Mashreq e quello dolce dell’Egitto.
Sorpassiamo un camioncino con una scritta verde che mi salta agli occhi: è il nome di una tipografia umbra con la quale ho vicendevolmente scambiato per telefono una buona dose di stress, durante il mio stage. Percorro con gli occhi il loro numero di telefono, me lo ricordo ancora. Mi rendo conto che sto sorridendo: sono in vacanza.


01 novembre 2007

La vita ritrovata

"Conosco una città

Che ogni giorno s'empie di sole

E tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio

Delle cicale

Dal bastimento verniciato di bianco

Ho visto la mia città sparire

Lasciando un poco

Un abbraccio di lumi nell'aria torbida

Sospesi"

(G. Ungaretti)


Quando sei lontano, Alessandria è un adhan che dal minareto, attraverso il telefono, ti trafigge il cuore. Alessandria la vedi brillare negli occhi di chi ci è nato e te la racconta confondendola con un ricordo d'infanzia.

Alessandria è una delle prime parole che ho imparato a scrivere in arabo: quando vuoi raggiungerla dal Cairo, lungo la Desert Road, hai tutto il tempo di distinguerne il nome sui cartelli che cadenzano il tuo avanzare come un languido stillicidio, mentre il deserto con i suoi boschetti di palme si perde nell'orizzonte e la sabbia turbina sulla carreggiata.

Alessandria è un taxi sgangherato giallo e nero che sfreccia impazzito districandosi nel traffico endemico e dribblando con la stessa agilità sia i carretti che le costosissime macchine d'importazione.

Alessandria è quella logica ciclonica che proprio non riuscivi a immaginare, prima di vederla in azione: secchioni che dovrebbero definire i sensi di marcia, diventano paletti per lo slalom nella selva di macchine, dal fruttivendolo puoi comprare un coniglio, uno spartitraffico ospita un giornalaio con relative pilette di giornali legate con lo spago e trattenute a terra, una volta aperte, con sopra dei sassi...

Alessandria è una spiritualità calda e silenziosa che respiri in ogni angolo, è un vecchio dalla pazienza smisurata, canuto e laborioso che, seduto, gambe incrociate, lavora tra le mani cotone candido e soffice come la sua barba, attingendo da un sacco talmente grande che c'è da pensare che era bambino quando ha iniziato.

Alessandria la assapori, riflessa negli occhi oziosi di chi fuma un narghilè rincorrendo i propri pensieri lungo quel sentiero etereo, disegnato dal fumo dolciastro che sale danzando verso il cielo sempre sereno. E all'improvviso, capisci che chiamare un colore blu d'Oriente, ha un senso.

Alessandria è il vociare concitato attorno ai banchetti perennemente stracarichi di frutta sapientemente lucidata e la vitalità dei suq che straripano delle più varie merci fin sulle rotaie del tram: un colpo di campanella e ci si ritrae per poi straripare di nuovo.

E' un brulichio di voci e colori, e pochi metri più in là è un cimitero senza fiori, né foto, né lumini, sobrio, ma generoso nel regalarti tutto l'ardore della gente che vi si reca a pregare, anche di quella famiglia che sfila davanti a te con dolore composto, accompagnando il proprio caro, avvolto semplicemente in un lenzuolo bianco. Alessandria è bella anche quando hai voglia di piangere.

Alessandria è il profumo dolce e onnipresente del mare, è la tua canzone preferita di Amr Diab che ti fanno riascoltare in un caffè, è un succo di mango spremuto fresco, un tè alla menta e un carcadè, è una foto che pensi di rubare a due uomini che arrostiscono kofta e kebab e che poi, nel mirino, vedi che si sbracciano a salutarti.

Alessandria è un mare di luci e di persiane colorate che fanno sorridere i palazzi. E' un volo in picchiata tra la ricchezza e la povertà, è una meraviglia in ogni angolo e l'unico posto per cui lasceresti tutto, con la sicurezza di non sentire la mancanza di nulla.

Alessandria è un'emozione nuova e vera, è quel gesto naturale e femminile che riscopri sollevando la gonna di qualche centimetro per salire o scendere le scale, è quella parte di te, fresca e spontanea, che hai ritrovato senza sapere di averla persa. Eppure quando la ritrovi, la senti tua, da sempre.

Quando arrivi e ti dicono: "Alessandria s'è illuminata" si sbagliano. E' Alessandria ad illuminare te.

29 giugno 2007

Placidi pensieri


E’ una sera di fine giugno insolitamente fresca.
Da circa un mese mi godo la tranquillità di casa, lontana dal binomio perugino afa-stress.
Quasi avevo dimenticato l’odore del vento e l’aria serale mielosa di tiglio e gelsomino...tutti i fiori, le cicale instancabili e queste colline blu. Di un blu profondo, intimamente mio, che guardavo noiosamente quando volevo scappare e che ora, lontana, sfioro malinconicamente ad occhi chiusi, col pensiero.
Direi una bugia affermando la verdezza (o la verdità?!) di queste colline: spero di non scomodarne il sonno, ma credo che Kant la relegherebbe tra le cose insondabili dalla conoscenza umana. Se sono verdi, buon per loro. Io le vedo blu e nel dirlo, regredisco a quello stadio dell’infanzia in cui i bambini ancora non si piegano agli stereotipi del sole giallo e dei tetti rossi e colorano gli oggetti a modo loro.
I pensieri galoppano a briglia sciolta e a questa pace ne aggiungo altra se penso che è già tempo di preparare le valigie: tra un mese esatto sarò in Egitto.

13 febbraio 2007

Luoghi, non-luoghi, ma senza tv

Sulla rivista IN ALTRI TERMINI, n.19, gennaio 2007 apprendo di un progetto noto come videocomunicazione, un strumento pubblicitario che vede protagoniste le 13 maggiori stazioni ferroviarie italiane e che a Roma Termini è pienamente realizzato. Leggo:
L’idea (…) si è rivelata vincente in quanto colpisce l’attenzione dei numerosi frequentatori di questi scali ferroviari e al tempo stesso riconsegna alle stazioni movimento, colori e luce.
Insomma uno scende dal treno e mentre si fa spazio tra la folla che disordinatamente fluisce, incappa nella pubblicità a ciclo continuo -ideata dalle menti (geniali? Perverse?) di Grandi Stazioni -che blatera dagli schermi lcd disseminati in ogni angolo.Insomma, la TV, alla stazione. E c'è già da un po', non sarò la sola ad essermene accorta, almeno a Termini.
Nell'articolo si precisa che:
in questa prima fase il progetto non prevede contenuti ma messaggi promo-pubblicitari di aziende e marchi di livello come Dior, Armani, Calvin Klein, D&G, Coca Cola e Ferrero.
Ma c'è già chi pensa oltre: l'articolo, infatti, prosegue con le proposte dei soliti noti "burattinai " della comunicazione quelli che, in parole povere, decidono cosa propinarci in TV, (come Gori di Magnolia) e che ora fanno a gara a riempire i neonati palinsesti del nuovo mezzo per rivolgersi ad un target definito giovane e colto, che frequenta la stazione soprattutto per motivi di lavoro: molti di loro pensano che le sitcom siano appropriate per il nuovo mezzo, altri scomodano la sinergia con la natura vedendoci bene cascate, farfalle, paesaggi&Co, altri ancora attingerebbero alle scene spettacolari degli sport estremi. Nessuno si sente di escludere notiziari ed eventi in diretta.
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo: ma è davvero utile trovare la TV alla stazione? Volete restituirmi l'illusione di trovarmi nel salotto di casa? Ma ci avete pensato, signori burattinai, al problema dell'inquinamento e del risparmio energetico? Ma avete visto in che condizioni si trova uno, quando viaggia in treno? Non sarebbe stato meglio potenziare le linee, rinnovare i treni, insomma fare qualcosa di utile alla collettività? "Treno ristrutturato in collaborazione con Endemol Italia", lo avrei letto molto più volentieri.
A pensarci bene i signori burattinai non hanno tutti i torti: per quelli che chiamano i non-luoghi della modernità, come le stazioni e gli aeroporti, transitano molte migliaia di persone al giorno e trovo giusto e comprensibile offrire ai passanti/passeggeri occasioni di svago per ingannare l'attesa. Mi sembra ovvio pure che si ricorra a soluzioni d'impatto visivo, di immediatezza. Magari ci sarà pure qualcuno nell'intervallo tra un treno e l'altro che gradisce ingannare l'attesa in un modo diverso dalla solita vetrina, chi lo sa... Mi sembra pure ovvio che qualcuno dovrà pure guadagnarci su tale offerta, è così che va la vita. Ma che a guadagnarci siano i soliti noti e che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, no.
Credo che non si farebbe fatica a contattare un paio di giovani aspiranti fotografi e permettere loro di esporre, anche gratuitamente, le proprie foto: una galleria organizzata ogni volta su un tema diverso, che si faccia guardare per puro intrattenimento, che non mi obblighi a spolverare le mie conoscenze di storia dell'arte, senza biglietto o a un costo irrisorio di pochi centesimi, non so voi, ma io la frequenterei volentieri. Se non altro si darebbe, non dico lavoro, ma almeno la possibilità ai giovani-che-si-affacciano-sul-mercato-del-lavoro di mettere qualcosa di interessante sul curriculum, visto che tutti sono bravi a pretendere l'esperienza, ma nessuno è disposto a fartela acquisire. Lo stesso discorso, penso, si potrebbe fare con ballerini, artisti vari, artigiani, poeti, pittori...
Che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, dicevo, non sono d'accordo. Perché non mi diverto a vedere che uno va in un negozio di elettrodomestici e davanti alle tv in esposizione la gente fa capannello a vedere le partite. Non mi diverto neanche ad accorgermi che uno va a mangiare fuori e si ritrova a guardare il Milionario, programma che si presta magnificamente a farsi guardare anche se l'audio è disturbato dai rumori della sala. Non c'è mai da preoccuparsi, uno esce e la tv la trova ovunque, sono così gentili, a volte, da fartela trovare su tutti i lati di una sala.
Eppure i non-luoghi spesso danno tante informazioni sulla gente e sullo spirito del posto ché è un peccato gravissimo tenersi le cuffiette o trattenersi davanti agli schermi...
E' bello girare, guardarsi intorno, chiacchierare. Persino recarsi alle toilettes...
In quelle surreali dei luoghi pubblici dell'Egitto, (non so come vada in quelle riservate agli uomini) c'è spesso una donna che ti apre la porta, che se vede che sei straniera ti fa una specie di inchino per farti entrare, che ti dà i fazzolettini mentre ti lavi le mani e che, per la logica del luogo, merita una mancia. Capita pure che una è appena arrivata al Cairo, che viaggia da ore e ore e che, sapendo che il viaggio prosegue in macchina, decida di servirsi della toilette con il proprio arabo sbilenco. Capita pure che una, dopo un'ardua ricerca del modo in cui tirare lo sciacquone, tragga la conclusione che non sia possibile farlo e, gettata la spugna, esca a lavarsi le mani. Ed ecco che entra in azione la vecchina sbilenca come il tuo arabo che infila le mani nella cassetta, tira lo sciacquone e viene pure a porgerti il fazzolettino per le mani. E poi chiede qualche spicciolo aiutandosi con il gesto universalissimo dei soldi, per assicurarsi di essere capita. E una, con l'arabo che ancora gattona, come glielo spiega alla servizievole vecchina che ancora non ha cambiato i soldi e tutto il resto, vedendo per giunta che la signora in questione ci rinuncia e con un altro gesto di comprensione universale ti invita ad uscire? C'è qualcosa che prende il sopravvento in quei momenti lì, qualcosa che fa apparire uno come realmente è e non importa che l'arabo non sta in piedi, "Aspetta, torno subito" se uno lo sa dire, lo dice in quei momenti.
E una riparte riponendosi nel cuore i tanti complimenti della vecchietta e il suono di quelle monetine che le saltano nel palmo della mano e che se in euro corrispondono a nulla, a qualcun altro servono per mangiare.

21 novembre 2006

Riprendo fiato...

Mi fermo un attimo a riordinare le idee, ogni tanto bisogna farlo.
Ho una guancia gonfia e l'apertura della bocca di pochi centimetri, sembro avere una mela intera in bocca ma è solo un molare che ha deciso di far capolino proprio ora, a conclusione di questo periodo di intensa attività. Si dà il caso poi, che io abbia una laurea da otto giorni. E non riesco a realizzare, ancora.


Senza girarci intorno- ché è bello essere onesti con gli altri e con sé stessi -non sono contenta della mia performance. Non è che tornerei indietro, non è giusto né salutare, diciamo solo che ho imparato cosa non dovrò fare la prossima volta, visto che, se Dio vuole, qui tra un annetto si è di nuovo con le mani in pasta per un'altra tesi. Si replica siori. Per ora mi basta convincermi che saprò affrontare la mia ansia in modo diverso da questa volta, considerato che più che ansia è una forma di paura-delle-situazioni-nuove e che, sempre se Dio vuole, la prossima volta la location sarà tutt'altro che ignota. Io speriamo che me la cavo, insomma.

Pensandoci bene, è che ho perso quell'entusiasmo che avevo quando ho iniziato a scrivere la tesi. Forse un rapporto troppo saltuario con il prof(solo e-mail degne della Sfinge o della sibilla cumana o dell'Oracolo di Delfi e qualche striminzito colloquio qua e là)? Non lo so.

Il vestito, poi, non ne parliamo. La moda del momento in forza del principio "il tailleur nero è un capo d'obbligo nell'armadio" ha cercato di annullare la mia personalità in tutti i negozi in cui io mi sia recata nella ricerca di giacca e gonna lunga che non fossero solo nere. Ma come, il tailleur nero, elegantissimo, ma impersonale, a me che ho scelto il giallo(solo perché l'arancione non era disponibile) per la copertina della mia tesi , rifiutando i soliti nero, blu e bordeaux? Proprio no.


Questa foto è assurda, rispecchia il mio stato d'animo della sera prima della discussione: seduta sul letto, davanti all'armadio, fissavo i lucidi di supporto alla discussione che avevo appeso, da giorni ormai, nella vana speranza che l'inchiostro si asciugasse. Immaginatevi i miei, la mattina dopo sull'autobus che li portavano come vassoi per non rovinarli...
Per la prossima volta dovrò cercare di raggiungere uno stato d'animo direi...equidistante sia dall'oddio-che-vergogna-domani che dall' accorrete-ad-assistere-al-mio-trionfo. Né defilata, né egocentrica. Dovrò lavorarci, parecchio pure.
Poi ieri ho preso il treno e ho visto l'autunno. E' stato come se me ne fossi accorta solo allora, tanto grande è stata l'emozione provata. L'ho visto dal finestrino, su quei campi che ogni volta mi procurano voglia e noia allo stesso tempo. Era sulle foglie accese di colori vivaci, dal verde chiaro al giallo pieno, dal rosso vivo al marrone intenso, fino al colore carico dei frutti e delle bacche. Come il bagliore di stelle in procinto di morire.
La devo ancora trovare una foto in grado di rendere giustizia anche minimamente a quello spettacolo e a quell'emozione. Ho anche visto un distinto signore disperarsi con le mani letteralmente nei capelli per la moglie morta. Ho pensato, allora, che l'autunno mi stava deliziando e straziando, come quel pianto. E ho capito che sulla scia di quell'emozione insolita dovevo mettere ordine.

17 luglio 2006

Put the news first

Non si parla d'altro in questi giorni: il Medio Oriente è sulla bocca di tutti, ma come sempre non mancano visioni aberranti alimentate da punti di vista che, lungi dall'essere obiettivi, veicolano informazioni parziali e pericolosamente etnocentriche. Propongo un articolo che ho apprezzato per il richiamo all'informazione autentica, lontana dal sensazionalismo, caratteristica predominante dell'informazione di oggi che predilige sempre più la spettacolarità tra i criteri di notiziabilità. Ecco il testo.
Inserisco per ora soltanto un link esplicativo sul clash of civilizations, ripromettendomi di tornarci su con più calma visto che la partnza per l'Egitto (finalmente!) incombe.
Vi lascio sperando di trovare il tempo domani per un saluto velocisssssssimo a tutti quelli-pochi ma buoni-che si fermano a leggere Amal.
Torno alle mie valigie, sahra saida!

23 marzo 2006

Pensieri in viaggio

Salve,

eccomi di ritorno dall'Olanda dove ho trascorso un po' di tempo. Forse non sarò la prima a dirlo, ma viaggiare è prima di tutto viaggiare dentro sé stessi, accordare la propria interiorità al suono di un'altra lingua, alle facce di un'altra gente. Viaggiare è far aleggiare i propri pensieri di là da un finestrino su mari, monti, deserti o chissà cos'altro...
Su quei monotoni prati olandesi intrisi di acqua che poi gela di notte ho cercato di immaginarmi la scena: Simona, 24 anni, la laurea ancora fresca come la ferita per la scomparsa della madre ha detto basta e è volata dalla finestra. All' aeroporto riuscivo a pensare solo a quel volo disperato dal quarto piano, di notte a Milano e quel bambino in fila vicino a me per l'imbarco diceva "papà facciamo che questa era una nave e quelli (gli aerei al di là delle vetrate) erano i pesci". Allora forse non era altro che voglia di scappare l' erasmus in Polonia e poi in Giappone... eppure sembrava felice in mezzo agli amici...
Come può la vita diventare un peso soffocante, tanto doloroso da volersene liberare? Come ci si allena a staccarsi dalla vita? Non si trova un appiglio nemmeno nelle cose a noi care, neanche le più banali? O forse anche queste diventano disgustose e soffocanti? E poi è un atto di coraggio o di viltà, fa troppa paura la vita che dovrà venire o anche questa dà la nausea?
"Papà attento che ti mangiano!" Ecco, forse abbiamo perso la capacità di trovare un'alternativa costruttiva alla noia.