Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

23 novembre 2008

Dialogo interreligioso, monologhi e parentesi

Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.

La citazione è un passo della lettera del Papa a Marcello Pera pubblicata dal Corriere in data odierna e reperibile qui.
La leggo e mi metto a pensare….
Quel giorno che entrai in casa trovandoci una ragazza libica musulmana….quel giorno che facemmo l’alba a parlare e a confrontarci io sono sicura che tra me e lei ci furono parole riconducibili al dialogo interreligioso. Perché sono così sicura? Perché parlavamo di Dio ed intendevamo la stessa cosa. Parlammo di riti, di profeti, di santi, di Gesù…quel giorno forse un po’ per reazione, perché sentivo di dover affermare la mia identità, mi resi conto che sebbene la mia fede fosse flebile io credevo in Dio e quello che sapevo io di Dio coincideva con quello che intendeva lei con Allah. Allah era uguale al mio Dio, non era quella parola sanguinaria che mi stavano raccontando al tg. Scoprii che era clemente e misericordioso come il mio Dio.
Ora, quattro anni dopo, mi chiedo: se io avessi affrontato quello stesso discorso avendo ben chiaro in mente che il dialogo interreligioso non è possibile-senza-mettere-tra-parentesi-la-fede, credo che dopo due parole mi sarei rinchiusa in camera mia arroccandomi sulle mie convinzioni senza alcuna voglia né curiosità di sapere in cosa credono gli altri.
Io non credo di aver messo da parte la fede, quella sera: parlando della crocifissione di Cristo, del battesimo dei bambini, della prima comunione ho dovuto trattenere le lacrime perché in quel momento ho realizzato che quei riti facevano parte della mia identità e che io per la morte improvvisa di un mio coetaneo -avvenuta tre anni prima- avevo rifiutato e accantonato in toto. Forse quella sera la mia identità cristiana l’ho recuperata, comunque non l’ho accantonata né tanto meno messa tra parentesi. Mi sono sentita come un pesce che smette di nuotare spensieratamente nella sua acqua e inizia a distinguere ogni singola gocciolina, fino a sentirne il sapore e la freschezza. La mia coinquilina musulmana era lo sfondo che mi mancava per percepire me stessa come figura, per potermi ritagliare e stagliare come qualcosa di definito dal punto di vista dell’identità religiosa. Sarei una persona diversa oggi, se avessi rifiutato quel discorso, a prescindere dalla mia opinione attuale sui riti e sugli avvenimenti sopraelencati.
Mi metto poi a pensare al secondo punto: affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo (sulle quali ricordo, il Papa conviene con Pera che non si possa imbastire un dialogo interreligioso). Mi chiedo: su quali basi poggia quel confronto pubblico? E me lo chiedo perché va da sé che un cattolico e un musulmano che si confrontano, finiscano per citare quel versetto del Corano o quel passo del Vangelo. Non si finisce forse per chiamare in causa quella decisione-religiosa-di-fondo dalla quale ci si guardava bene dal confrontarsi?
Il mondo non è mai stato così piccolo come in questi anni, zuzzurellabile a piacimento in distanze quantificabili in ore d’aereo. Si viene in contatto con realtà che uno prima non si sognava nemmeno di poter sentire nominare e noi che facciamo? Ci mettiamo a piantare paletti per delimitare il nostro territorio da quello altrui, continuando a pensare agli abitanti di questo mondo come noi/loro e siccome io sono così, io e te non possiamo parlare….
Mi sembra sciocco, riduttivo e molto poco cattolico, ecco. Perché in questo modo di vedere le cose non vedo fratellanza. Per come la vedo io, uno l’identità religiosa (e non) se la forma con il dialogo e con il confronto perché non è una rigida statua di marmo né un dogma inconfutabile, ma un qualcosa di estremamente malleabile da plasmare giorno per giorno, l’identità. Siamo o no dotati di intelletto?

21 novembre 2008

Non è il caso (parte II)


foto tratta da qui


Respiro di nuovo aria di tesi, in questi giorni. Già da un po' di tempo, a dire il vero. Ieri frugavo in uno degli scatoloni che ancora mi girano per casa alla ricerca degli appunti che avevo annotato qua e là mentre ero in Egitto.


Non parlerò della malinconia che si è impadronita di me nel momento in cui ho ripreso tra le mani i fogli che avevo riempito con entusiasmo la scorsa estate a un'ora imprecisata della notte, quando ero troppo stanca per capire cosa stesse dicendo mio cognato, ma avevo una voglia matta di sapere: mio marito era seduto in mezzo a noi e mi faceva da interprete; io, accucciata a terra tra il divano e il tavolinetto scribacchiavo disordinatamente le risposte di mio cognato con una penna blu a inchiostro liquido.


Di cosa gli ho chiesto, di cosa mi ha risposto, dell'uso che ne ho fatto, ne farò un post a parte dedicato alla tesi e all'essere tesista. Sapevo di dover rimettere le mani in pasta, ma ora sono certa che non ci saranno altre possibilità dopo di questa, motivo per cui mi piacerebbe inscrivere questa fase della mia vita in un ciclo di post, se riesco.


Dirò solo che fuori dalle nostre finestre il mare rumoreggiava dolcemente sotto il nero vellutato della notte alessandrina e io annotavo frasette concitate pensando che me la sarei dovuta ricordare quella notte. Quell'odore forte e fresco di mare e di stelle. Quello slancio. Quel voler incatenare una domanda ad ogni risposta. E quella parola che sentivo ripetutamente senza capirne il significato....aflam. Solo dopo ho scoperto che è il plurale della parola film.


Ieri però, tra le mani mi sono ritrovata un foglietto svolazzante su cui avevo annotato di getto il seguito al post Non è il caso . Non c'è la data ma credo che dev'esser stata la metà di luglio, sicuramente prima di andare in Egitto, comunque. Lo posto qui:


Oltre ad essermi battuta per dimostrare che la nostra vita non è inserita in alcun progetto superiore, io sono stata lungamente impegnata nel dimostrare a me stessa l’origine della vita su base razionale.
Teorie, fossili, scimmie varie. Sembrava tutto chiaro come il giorno:
un punto ad altissima concentrazione di materia è esploso ed ecco che s’è formato l’universo. Poi i primi batteri e forme di vita sempre più complesse che man mano hanno cominciato ad uscire dall’acqua ed eccoci qua. Preistoria e storia. Egizi, assiro-babilonesi, Greci e Romani. La cultura e la barbarie. Medio Evo e Evo Moderno. Le guerre, le scoperte e le invenzioni. Le altre guerre, quelle che hanno cambiato il mondo, ma non le intenzioni degli uomini. Poi qualche muro crolla, qualcun altro viene innalzato, finiscono le grandi narrazioni e iniziano le grandi paure; si guarda al passato con nostalgia, al futuro con incertezza e dentro noi stessi con indifferenza. È l’eclettico, locale e complesso Postmoderno in cui ognuno fa quel che vuole, insomma.

A grandi linee è così, chiedo venia se ho peccato di eccessiva concisione, ma in fin dei conti non fa una piega, fila liscio come l’olio ed è chiaro come il giorno, no?

Eppure fila altrettanto (e molto di più, a ben guardare) pensare, come mi disse un giorno qualcuno che del rapporto tra fede e ragione ne sa molto più di me, che, per quante spiegazioni razionali e dimostrabili scientificamente uno possa addurre, il punto di approdo di qualsiasi ragionamento è IDROGENO e OSSIGENO. Chi ce li ha messi? Da dove arrivano?

Non parlarmi di comete, né di stelle. Non ricordarmi nemmeno di quel puntino che s’è sfracellato formando l’universo perché ti giro la domanda: da dove arrivano? Chi ce li ha messi?

03 novembre 2008

Flashback

Marina lo chiama struggimento della fine e aggiunge una grande verità: è presente in tutti i presenti.
Credo che si chiami così quella nebbiolina densa che mi ha ammantato il cuore quando un paio di giorni fa ho lasciato definitivamente quella casa. La nostra prima casa insieme, il nido minuscolo in cui rifugiarci insieme nonostante tutti, in un modo o nell’altro ci scoraggiassero. Finiscono qui i tuoi vent’anni sentenziò la mia coinquilina di allora. Io ho sempre pensato che sarebbero iniziati di lì a poco i miei vent’anni e ora, a distanza di tre anni e mezzo posso dire che non mi sbagliavo, grazie a Dio.
Io sono diventata donna lì dentro. Ho imparato a prendermi le mie responsabilità. Ho percepito di giorno in giorno il nuovo nucleo familiare che avevamo deciso di creare. Ho avuto modo di riflettere sulla vita e sulla mia anima. Ne sono venuta solo parzialmente a capo, d’accordo, ma sento che la parte più consistente l’ho già affrontata, grazie a Dio ancora e sempre. E l’ho affrontata lì dentro. Ok: avrei potuto farlo in qualsiasi altra casa, ma l’ho fatto lì e forse è per questo che sento di averci lasciato un pezzo consistente di me.

"Finiture di lusso", c’era scritto sull’annuncio e io non volevo neanche chiamare. Era un gelido sabato sera di gennaio, e io scorrevo gli annunci con un pezzo di pizza in mano. Eravamo a casa mia, da soli. Lei, la parsimoniosissima aspirante insegnante alle soglie dei trent’anni che avevo come coinquilina, ci avrebbe risparmiato le sue frecciatine intolleranti per tutto il weekend.
Era entrata da pochi mesi a dettar legge nella casa che io abitavo da più di un anno. Aveva recintato i suoi spazi escludendomi senza considerare che fossero anche i miei: con le altre ragazze, essendo solo in due in casa, si faceva spesa insieme per la maggior parte delle cose, si usava la stessa dispensa e lo stesso frigo senza badare al ripiano. Lei mi ordinò, stizzita, di farle spazio in frigo e nella dispensa. Aveva i suoi detersivi che custodiva gelosamente in camera sua. Mettevamo su due pentole diverse per la pasta- entrambe mie- e quando me ne andai, oltre a consigliarmi di far fare il test per l’HIV al mio fidanzato, mi ammonì di lasciarle almeno i bicchieri. Non li stavo rubando, erano semplicemente miei e me li portavo altrove.
Giocava a fare la bambina con le calze colorate e con la sua vocetta stridula spiegava che l’ombretto aveva il potere di rivelare i suoi anni, motivo per cui portava solo quintali di mascara e di rossetto rosso. Saliva dai ragazzi al piano di sopra con la macchinetta del caffè in mano e una volta, davanti a quello che poi sarebbe diventato mio marito, si stupì che quella sera io non volessi accompagnarla. Eppure sapeva che non mi interessava salire, non l’avevo mai accompagnata. Stava cercando di farci litigare, faceva domande impertinenti godendo del nostro imbarazzo e del nostro continuo spiegarle che no, quello non è vero e quell’altro non è così. Ebbi modo di apprezzare la pazienza sconfinata di marito e il rispetto che non mancava mai di riconoscerle se non altro perché dividevo la casa con lei e per l’ennesima volta in pochi mesi toccai con mano la fiducia che aveva in me.
I vecchi coniugi proprietari avevano voluto il mio consenso per farla entrare in casa, ma quel giorno in cui acconsentii mi ero perfino illusa di aver trovato un’amica in lei. La vecchia proprietaria mi chiamò cercando di dissuadermi dall’andar via, ricordo che mi colpì il suo commosso e sincero dispiacere quando le illustrai i veri motivi. Lei volle incontrarmi da sola e senza che io le avessi chiesto un parere mi disse che nulla ostava alla convivenza di un musulmano con una cristiana, ma mi ammonì a non mettere mai in discussione la Trinità di Dio e la figura di Gesù così come la intendono i cristiani. Io la salutai con rispetto, ma non dissi nulla a proposito della sua ammonizione. Presi le mie cose e andai a vivere a poche centinaia di metri più in là con l’uomo che poi ho sposato. Mi chiudevo alle spalle la casa in cui l’avevo conosciuto, il luogo in cui mi aveva fatto prima dubitare e poi tremare di tenerezza esponendomi candidamente le sue intenzioni ma tutto ciò fu offuscato dalla brama di allontanarmi da quell’atmosfera. Lei si rammaricò solo per l’evenienza di dover istruire una matricola, io me ne andai senza rimpianti, era il 26 febbraio 2005. (continua...)