Dialogo interreligioso, monologhi e parentesi
Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.
La citazione è un passo della lettera del Papa a Marcello Pera pubblicata dal Corriere in data odierna e reperibile qui.
La leggo e mi metto a pensare….
Quel giorno che entrai in casa trovandoci una ragazza libica musulmana….quel giorno che facemmo l’alba a parlare e a confrontarci io sono sicura che tra me e lei ci furono parole riconducibili al dialogo interreligioso. Perché sono così sicura? Perché parlavamo di Dio ed intendevamo la stessa cosa. Parlammo di riti, di profeti, di santi, di Gesù…quel giorno forse un po’ per reazione, perché sentivo di dover affermare la mia identità, mi resi conto che sebbene la mia fede fosse flebile io credevo in Dio e quello che sapevo io di Dio coincideva con quello che intendeva lei con Allah. Allah era uguale al mio Dio, non era quella parola sanguinaria che mi stavano raccontando al tg. Scoprii che era clemente e misericordioso come il mio Dio.
Ora, quattro anni dopo, mi chiedo: se io avessi affrontato quello stesso discorso avendo ben chiaro in mente che il dialogo interreligioso non è possibile-senza-mettere-tra-parentesi-la-fede, credo che dopo due parole mi sarei rinchiusa in camera mia arroccandomi sulle mie convinzioni senza alcuna voglia né curiosità di sapere in cosa credono gli altri.
Io non credo di aver messo da parte la fede, quella sera: parlando della crocifissione di Cristo, del battesimo dei bambini, della prima comunione ho dovuto trattenere le lacrime perché in quel momento ho realizzato che quei riti facevano parte della mia identità e che io per la morte improvvisa di un mio coetaneo -avvenuta tre anni prima- avevo rifiutato e accantonato in toto. Forse quella sera la mia identità cristiana l’ho recuperata, comunque non l’ho accantonata né tanto meno messa tra parentesi. Mi sono sentita come un pesce che smette di nuotare spensieratamente nella sua acqua e inizia a distinguere ogni singola gocciolina, fino a sentirne il sapore e la freschezza. La mia coinquilina musulmana era lo sfondo che mi mancava per percepire me stessa come figura, per potermi ritagliare e stagliare come qualcosa di definito dal punto di vista dell’identità religiosa. Sarei una persona diversa oggi, se avessi rifiutato quel discorso, a prescindere dalla mia opinione attuale sui riti e sugli avvenimenti sopraelencati.
Mi metto poi a pensare al secondo punto: affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo (sulle quali ricordo, il Papa conviene con Pera che non si possa imbastire un dialogo interreligioso). Mi chiedo: su quali basi poggia quel confronto pubblico? E me lo chiedo perché va da sé che un cattolico e un musulmano che si confrontano, finiscano per citare quel versetto del Corano o quel passo del Vangelo. Non si finisce forse per chiamare in causa quella decisione-religiosa-di-fondo dalla quale ci si guardava bene dal confrontarsi?
Il mondo non è mai stato così piccolo come in questi anni, zuzzurellabile a piacimento in distanze quantificabili in ore d’aereo. Si viene in contatto con realtà che uno prima non si sognava nemmeno di poter sentire nominare e noi che facciamo? Ci mettiamo a piantare paletti per delimitare il nostro territorio da quello altrui, continuando a pensare agli abitanti di questo mondo come noi/loro e siccome io sono così, io e te non possiamo parlare….
Mi sembra sciocco, riduttivo e molto poco cattolico, ecco. Perché in questo modo di vedere le cose non vedo fratellanza. Per come la vedo io, uno l’identità religiosa (e non) se la forma con il dialogo e con il confronto perché non è una rigida statua di marmo né un dogma inconfutabile, ma un qualcosa di estremamente malleabile da plasmare giorno per giorno, l’identità. Siamo o no dotati di intelletto?



