Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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23 giugno 2008

Ein Shams

[...]Siamo a Ein Shams, antico quartiere del Cairo: un tempo Heliopolis, fastosa capitale dell’Egitto durante l’era faraonica, e divenuto poi un luogo sacro per i cristiani, legato alla visita di Gesù Giuseppe e Maria, Ein Shams è ora uno dei quartieri più poveri e trascurati della capitale egiziana. [...]
Lo stesso El Batout ci racconta in maniera appassionante come è nata l’ispirazione per questa sua opera seconda, nelle note di regia consultabili sul blog del fim: “Nell’agosto del 1988 sono andato nel quartiere di Ein Shams per documentare con la mia videocamera la sommossa che era scoppiata contro la polizia. Nello scontro con un poliziotto sono stato ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra: ho documentato in 18 anni circa 12 guerre in 30 paesi differenti. Poi all’inizio del 2004 sono tornato al Cairo, sentendomi disincantato dal mondo e dal mio lavoro (…) L’idea del film Ein Shams è nata nel 2005, dopo aver
realizzato il mio primo film di finzione Ithaki. Lavoravo ad un progetto di laboratorio teatrale e cinematografico con i bambini dell’Alto Egitto insieme all’insegnate e regista Mohamed Abdel Fatah, e lui, che vive ad Ein Shams, mi ha chiesto di ambientare lì il mio film successivo. Essendo un luogo che mi aveva affascinato da anni, scrissi subito una storia che poteva essere ambientata in quel quartiere, ma utilizzando anche il materiale che avevo girato nella mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista che avevo deciso di iniziare proprio ad Ain Shams circa 20 anni fa”.
Eye of the Sun è un film polifonico: una voce fuori campo racconta le storie di diversi personaggi che si intrecciano. Ecco il tassista Ramadan, che decide con la moglie di avere un altro bambino; la loro figlioletta undicenne Shams, vivace e curiosa, che vuole andare a tutti i costi a visitare il centro della sua amata città e che si immagina come in una favola; la giovane cantante Mariam, che intona una melanconica canzone irachena in un centro culturale; tra il pubblico, ad ascoltarla, c’è un’altra Maryam: una dottoressa che ha studiato le conseguenze della guerra in Iraq e i diversi tipi di cancro provocati dall’uranio impoverito, come sottolineano le immagini di repertorio (“cercavano le armi, hanno trovato l’uranio impoverito che hanno rovesciato nel 1991”). E ancora, El Tayeb, un uomo che è stato in prigione sotto Saddam; e poi un giovane e corrotto politico rampante, che diffonde promesse nel quartiere e poi sparisce da Ein Shams, non appena eletto.
Come in un antico mosaico, il film raccoglie, accumula, mette una accanto all’altra tante storie differenti, che viste nel loro insieme compongono un disegno unico: la sofferenza e la speranza contenute nella vita umana, la corruzione e la decadenza che affliggono l’Egitto contemporaneo… Il film capta “una realtà deludente, guastata dalle
contaminazioni della modernità, che ammala i corpi – attraverso i veleni assorbiti da acqua, cibo e aria – e fiacca le menti, anche quelle pronte a sfidare la locale decadenza politica e sociale e perfino le tragedie post-belliche di un Iraq particolarmente vicino” (Maria Rosaria Cerino). Nel gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra vicino e lontano, tra locale e globale, si situa anche la sorte infausta della figlia di Ramadan. La piccola Shams si ammala infatti proprio di leucemia – come i bambini in Iraq su cui aveva indagato la dottoressa Maryam – e la sua morte lascia un’assenza incolmabile… Proprio la foto della bambina nel taxi di Ramadan e la sua triste storia raccontatale dal padre spingono la cantante ad intonare la sua triste canzone, all’inizio del film.
Un film che è fatto di storie intrecciate in un percorso circolare, come l’occhio del sole. “Chi sono io? Non importa…” – così la voce fuori campo ci confessa alla fine del film. E in effetti questa voce può essere quella del tassista Ramadan, ma anche quella del regista, o anche – perché no? – quella dello stesso quartiere di Ein Shams: l’occhio del
sole che guarda dall’alto della sua storia millenaria questi piccoli esseri in movimento, come la piccola Shams che continua a sorridere a suo padre dal cielo ed a fare i dispetti alla sua macchina sgangherata…
articolo di Maria Coletti su Cinemafrica, il testo completo è reperibile qui. Ein Shams (regia di Ibrahim El Batout) ha vinto la 54esima edizione del Taormina Film Fest ed è stato anche presentato a Cannes.

30 marzo 2008

Pablo Trincia, "I demoni dell'Islam"

Faccio eco alla segnalazione di Sherif riportando integralmente le sensatissime considerazioni di Pablo Trincia circa la conversione di Magdi Allam al cattolicesimo. Opinioni non meno sensate e condivisibili sono reperibili qui.
Tutti avranno letto e sentito una delle principali notizie degli ultimi giorni: la conversione al cattolicesimo del giornalista Magdi Allam al cospetto di Papa Ratzinger. Premetto che di quello che fa Magdi Allam non mi importa nulla. Non mi importa nulla nemmeno della fede che sceglie di abbracciare – ognuno è libero di fare ciò che vuole e una scelta religiosa è una cosa su cui nessuno deve permettersi di dare giudizi.
Ma ci sono un paio di cose che non mi sono andate giù. A cominciare dalla scelta del signor Allam di farsi battezzare nientemeno che dal Papa (la cosa aveva uno spiacevole retrogusto di evento vip), e della prevedibile pubblicità che la cosa ha scatenato. Per non parlare delle sulle sue apparizioni in tv, e dello sventagliare la cosa ai quattro venti, trasformando una conversione personale e intima in un atto pubblico, politico e provocatorio.
Quando leggo che il signor Allam va in giro a dire cose del tipo: “la radice del male è insita nell’Islam”, sostenendo che la sua anima di ex musulmano si è liberata “dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza prevalgono sull’amore e sul rispetto della persona”, mi vengono i brividi [...anche a me. Questa ed altre affermazioni, unitamente al link al testo completo sono reperibili qui ].
Uno capace di dire cose del genere mi fa paura, per certi versi quasi quanto gli stessi fondamentalisti islamici contro cui si scaglia. Perché quelli inveiscono dagli scantinati o dalle caverne di Medio Oriente, Iraq, Afghanistan o Indonesia, con la maggior parte del mondo che li guarda con disprezzo. Il signor Allam invece lo fa dall’alto della stampa e dell’editoria italiana, con molta gente lo legge.
Sia ben chiaro, io odio profondamente il radicalismo islamico - anche per motivi personali - visto che mi ha ucciso un parente molto stretto. Ma non per questo giudico l’Islam una religione violenta o intrisa di male e odio. Chi si è macchiato di questo e di altri crimini è un assassino che con la religione non ha nulla a che vedere (così come lo sfarzo e la ricchezza ostentata oggi dal Vaticano non ha nulla a che vedere con i valori e gli insegnamenti dei suoi santi, dei suoi missionari e dei suoi preti di periferia).
Sull'Islam avevo dei pregiudizi anch’io, da ragazzo. Ma poi ho viaggiato per il mondo e ho incontrato centinaia, migliaia di musulmani. Conoscere persone e condividere anche brevi momenti di vita con loro ti apre la testa, spazza via gli stupidi pregiudizi che avevi. Infatti ho cambiato idea.
Sono stato in diversi paesi islamici, o con una cultura moderatamente islamica: Pakistan, Yemen, Marocco, Senegal, Mali, Kazakhstan, Uzbekistan, Tanzania, alcune regioni della Nigeria e del Kenya, Kosovo. Ho conosciuto tante persone liberali e qualcuno con idee un po’ estremiste. Ma non ho mai avuto alcun tipo di problema. Nessuno mi ha mai minacciato, né intimidito. Sono sempre stato trattato con grande rispetto e ospitalità, pur ammettendo apertamente di non essere musulmano. Nessuno mi ha mai nemmeno chiesto di convertirmi all’Islam. A differenza di quanto qualcuno insinua, alla stragrande maggioranza dei musulmani nel mondo non frega nulla di quello che facciamo noi in Occidente.
Detto ciò, i fondamentalisti ci sono eccome. E uccidono. Dall’Algeria alla Palestina, passando per Londra, Mogadiscio, Kabul e Dacca, fino a Jakarta. Nessuno dimentica quello che è accaduto negli Usa, a Madrid, a Bali, nel Regno Unito, né quello che accade quotidianamente a Baghdad e dintorni.
Tuttavia, nonostante le notizie che ci passa il circuito mediatico, stiamo parlando di un numero infinitamente ristretto di persone, rispetto alla popolazione musulmana nel mondo. Gli “altri” musulmani, quelli di cui non si parla (forse perché non si fanno saltare in aria in mezzo a un mercato, ma ci vanno semplicemente a fare la spesa) sono persone di tutt’altra pasta. Eppure in Occidente c’è gente che fomenta odio, razzismo e pregiudizio, con vaneggiamenti su guerre di religione e scontri di civiltà.
George W. Bush, che è un “Born again Christian”, ha fatto bombardare l’Iraq, inventandosi dal nulla una guerra che ha ucciso e continua a uccidere decine di migliaia di persone innocenti. Per quanto mi riguarda, è un criminale di guerra. Eppure nessuno (giustamente) sostiene che il cristianesimo sia una religione violenta.
Per l’Islam non è così. Lo associamo sempre a quello: violenza contro le donne (che però raggiunge picchi consistenti anche nella cristianissima America Latina), terrorismo, uomini-kamikaze e tanti altri clichè. Non pensiamo nemmeno per un momento che tutti questi fenomeni siano legati a tantissimi altri fattori storici e culturali. No. E’ colpa dell’Islam. Non voglio difenderlo, sia chiaro. Ma non sono affatto d’accordo con chi lo demonizza. Perché sono convinto che le altre culture andrebbero
conosciute, non criticate.

15 novembre 2007

Tutto è bene quel che finisce bene

articolo tratto da qui
MIGRANTI: MARE MOSSO IN ITALIA, OBBLIGANO SCAFISTA A DIETROFRONT
(AGI) - Il Cairo, 14 nov. - Una barca con a bordo 137 migranti egiziani, sorpresa dal mare in burrasca in prossimità delle coste italiane, ha fatto dietrofront e ha ripiegato verso l'Egitto. L'episodio, avvenuto nei giorni scorsi, e' destinato forse a entrare nella storia dei viaggi della speranza perché i migranti si sono ribellati allo scafista che voleva portarli comunque a destinazione, anteponendo così la sicurezza al miraggio della terra promessa. La storia è stata raccontata da un giovane che si trovava a bordo al quotidiano egiziano "el Badeel". "Eravamo a 200 miglia dalle coste italiane", ha riferito il ragazzo, che ha preferito mantenere l'anonimato, "e ci siamo accorti che le scorte di cibo stavano finendo". Il mare si stava ingrossando, ha continuato, "abbiamo avuto paura di morire, come già è accaduto a molti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo. Così ci siamo ribellati al capitano della barca". Il giovane ha descritto onde alte e vento forte, e ricordato come "uniti", i passeggeri abbiano "affrontato l'uomo" e siano riusciti a tornare a casa". Sbarcati sulle coste egiziane, a Salloum, nei pressi del confine con la Libia, il gruppo è stato rintracciato dalla guardia costiera egiziana. Il capitano dell'imbarcazione Farahat Nader Farahat, detto Abu Nader, e' stato arrestato. Da giorni la questione dell'immigrazione clandestina occupa le prime pagine dei giornali egiziani e la maggior parte dei dibattiti televisivi. E ora e' finita anche in Parlamento. Secondo 'el Badeel' il deputato Ameen Rady ha chiesto al primo ministro Ahmad Nazeef di trovare al piu' presto una soluzione al problema. Tra le soluzioni proposte, c'è anche un nuovo accordo con le autorità italiane che permetta a un numero maggiore di giovani egiziani di entrare legalmente nel Paese per lavorare. Martedì slogan anti-governativi sono stati scanditi ai funerali di due degli immigrati morti nelle acque del Mediterraneo la scorsa settimana mentre tentavano di raggiungere l'Italia. "Lo stato non ha pietà di noi", e "il mufti è un macellaio", hanno gridato parenti e amici delle vittime, alludendo all'ultimo editto religioso (fatwa) emesso dal Gran Muftì dell'Egitto, Ali Gomaa, per il quale gli egiziani annegati al largo delle coste italiane non possono essere considerati martiri perché sono morti per avidità di denaro. (AGI)

09 novembre 2007

La moschiesa di Paderno

Paderno di Ponzano Veneto è un paese in provincia di Treviso che conta 11400 abitanti, di cui 650 stranieri, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa. Un normalissimo comune della provincia italiana, insomma. Eppure qualcosa di diverso-e lodevolissimo- c'è. Da quest'articolo pubblicato oggi sul sito di Repubblica si apprende, infatti che ogni venerdì don Aldo Danieli mette a disposizione degli immigrati musulmani alcuni locali della chiesa di S.Maria Assunta.




A renderlo noto è stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza".

Dallo stesso articolo emerge che don Aldo Danieli era già dedito a iniziative del genere: qualche anno fa ha messo alcuni locali ampi e di recente ristrutturazione a disposizione di un gruppo di ganesi protestanti per le loro preghiere domenicali.

Un impegno, il suo, che si scontra con la diffidenza generale:




[...]"La gente teme che il diverso sia per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".

[...]Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce uno spirito "controcorrente"- ha prevalso. "Le alte istituzioni della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli - noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il muro del pregiudizio".


12/11/2007: a quanto pare la moschiesa non s'ha da fare. C'è da essere disgustati a sentir parlare di democrazia e libertà di culto, in questi casi. Non resta che sperare che la vicenda sia servita a mettere la pulce nell'orecchio a tutti gli "operai del Signore": forse, allora, le polemiche non troverebbero spazio.

21 maggio 2007

Graditi sorpassi

L'ANSA batte: "E' sorpasso, musulmani più di cattolici".
Repubblica riprende e titola: "Il sorpasso dell'Islam 1,3 miliardi di musulmani".


Al di là dell'interesse che può suscitare la notizia, ciò che fa quasi sorridere è questo tono sportivo scelto per trattare la questione: sorpasso sa tanto di classifica- di calcio, di Formula1 o di MotoGP, non ha importanza- di qualcuno che resta indietro, scavalcato, superato da qualcun altro (Più forte? Più veloce? Più furbo?). Anche abbandonando il gergo sportivo, il senso del sorpasso resta invariato. Qualcuno passa avanti (Arriva primo? Vince o guadagna qualcosa? Vale più degli altri?) a qualcun altro che resta indietro.



Messa la faccenda in questi termini sembra che ci si stia contendendo qualcosa, che faccia qualche differenza se in un dato momento uno prevale sull'altro. Faceva forse meno paura sapere che il mondo fino a ieri era un po' più cristiano?



E allora subito a cercare di invalidare i dati statistici bollandoli come non veritieri: i musulmani sono più concentrati in quella parte di mondo che fa figli, è impossibile stabilire l'esatto ammontare dei musulmani perché non sono registrati come i cristiani, ad esempio nelle parrocchie e via dicendo.



Smettiamo di raccontarci balle: se si fosse davvero interessati a vivere in pace non ci sarebbe bisogno di tirare fuori queste questioni. Paradossalmente- l'avverbio è per chi si pone queste questioni, non certo per me che osservo il mondo- sarebbe più facile censire i musulmani che i cristiani: almeno in Egitto l'appartenenza religiosa appare sulla carta d'identità e poi a me sembra che i cristiani non avvertano un'impellente necessità di denunciare cambiamenti di residenza o decessi alle parrocchie di appartenenza....tanto per dirne una, la mia parrocchia è diversa da quella in cui sono stata battezzata.


Nel delicato contesto in cui viviamo, preferirei segnali costruttivi di dialogo a queste sterili competizioni. Io spero, e mi auguro, che questo sorpasso possa giovare all'immagine dei musulmani. Forse, essendo la maggioranza, qualcuno inizierà a guardarli come di fatto sono: gente normale che crede in Dio. E loro, un po' di normalità se la meritano proprio.

11 maggio 2007

Caccia stupida

Quasi non mi sembra vero di scrivere questo post, ce l’avevo sulla punta delle dita da almeno dieci giorni. O forse più, comunque da quando passa –chiamiamolo- il trailer della nuova fiction di Rai1 “Caccia Segreta” che vede l’intelligence impegnata a sventare un attacco terroristico in programma a Roma per il 21 settembre. Roba da rischiare il soffocamento, se la prima volta che lo vedi sei a cena.
Inizio ad inferire, ancora un po’ stordita(ci vorrebbe la nuvoletta dei fumetti, quella coi pallini sotto, ma per ovvi motivi mi limito ad usare i puntini di sospensione):….l’ennesima messa in scena dello stereotipo musulmano(o arabo, non fa differenza)=terrorista…... l’ultima arma forgiata dalla fucina del servizio pubblico. E io paaago, il canone……Ma serviva fare ancora leva sulle paure delle gente? Serviva dare volto a questo spettro che aleggia più o meno silenziosamente sulle nostre vite?
…….Possibile che non ci si renda conto che non si può trattare la situazione con la stessa leggerezza di “Carabinieri” e marescialli vari, ho capito che la polizia ringrazia, però....
Spero tanto di sbagliarmi ma già so che tutte le mie inferenze saranno confermate tra un paio di giorni. Basta aspettare, ché come dicono gli egiziani, la notizia domani non costa niente.
Per una strana coincidenza, poi, come se non bastasse, all’università, nel corso di Teoria e Tecniche Del Linguaggio Cinematografico mi viene proposto di sviscerare il film “La Venticinquesima Ora”di Spike Lee (2002) come esempio di film la cui sceneggiatura non è ascrivibile né a quella in tre atti, né a quella che ricalca il viaggio dell’eroe: sullo sfondo di una New York angosciata dai fasci di luce che si irradiano da ground zero, Monty, spacciatore beccato con le mani nella marmellata, trascorre le sue ultime 24ore da uomo libero prima di farsi 7anni di galera. Mi viene fatto notare il sapiente uso del montaggio, onore al merito: lo spettatore viene a sapere (non in quest’ordine) del cane, del padre alcolista pentito, dell’amico broker borioso/sboccatissimo/cinico e di quello sfigato/fuori-posto/ebreo/aspirante-tutto-d’un-pezzo, della fidanzata Nat, presunta canterina presso gli sbirri, che il prof si ostinava a chiamare Rivière preso dalla carnalità di questa Inès Sastre in versione portoricana. Naturelle Riviera, prof, Naturelle Riviera, detta Nat.
C’ho anche provato a immedesimarmi col protagonista, ma sono riuscita a rintracciare soltanto la violenza e l’irresponsabilità declinate in tutti i modi possibili, restando distaccata tutto il tempo. E non parliamo di quella canzoncina di sottofondo…di quella nenia stereotipata, quella serie di aaaaa gorgheggiate all’orientale. All’orientale, appunto. Di quelle che andrebbero bene anche per la Cina o l’India. Qualcosa di simile alla mia suoneria del cellulare, ma hanno buon senso alla Motorola e l’hanno chiamata “Eastern Sky”. Mica “Arabic Sky”.
Sempre per quella strana coincidenza, mi capita di visionare un interessantissimo filmato che rendeva conto delle risoluzioni ONU, sistematicamente disattese, a favore della Palestina. E mentre io inorridivo per la velocità con cui una risoluzione si tramuta in carta straccia, una musichetta di quel tipo torna come colonna sonora di tanta disperazione. C’è da dimenarsi sui sedili, questi giorni, a lezione…
Ma grazie a Dio c’è anche in uscita "Io, l'altro" e uno tira un sospiro di sollievo. O almeno spera di farlo.

20 aprile 2007

Non solo ghetto

Il caso della chinatown milanese di questi giorni deve preoccupare: è la chiara dimostrazione di quanto l'Italia sia impreparata a convivere con gli stranieri, tanto da ghettizzarli per poi versare lacrime da coccodrillo. Sarebbe pure l'ennesima dimostrazione della superficialità e della miopia che caratterizza le scelte di chi ci rappresenta, ma sorvoliamo...
Far finta di nulla, cercare di non vedere una comunità, ghettizzandola, non è una buona soluzione. E' un mero far posto a qualcuno. Non è niente di diverso da un atteggiamento di rifiuto. Né di meglio, purtroppo, anche se così sembra.
Mi farei volentieri una chiacchierata con qualcuno di quei commercianti che non ha aperto bocca quando si è trattato di cavalcare l'onda, gonfiando i prezzi dei locali in vendita sapendo che avrebbero pagato qualsiasi cifra pur di stare vicinivicini, i cinesi.
E così, non rimane che aspettare che qualcuno ci metta la famosa pezza su questa vicenda. Per quanto mi riguarda, stendo un velo pietoso, con la speranza che la pezza che metteranno non sarà del consueto nero silenzio perché, che piaccia o no, il futuro delle comunità umane non è quello di restare a guardarsi da dietro uno steccato.
Ma buone notizie ci sono, grazie a Dio. E, da "Il Meridiano" riporto:

Non solo pizza, tutti i sapori dell’immigrazione egiziana
“Pizzeria Le Piramidi”, “Pizza Aida”, “Ristorante Pizzeria Il Faraone”. Basta dare un’occhiata alle insegne di numerose pizzerie milanesi, per accorgersi che ormai uno dei simboli della cucina italiana nel mondo è portato avanti da abili pizzaioli egiziani. Non solo pizza però: gli egiziani a Milano (in tutto sono 21mila) trovano lavoro anche
come camerieri in alberghi, bar o ristoranti, nel campo dell’edilizia e nelle
imprese di pulizia. Quella egiziana è una comunità matura e ben inserita nel
tessuto sociale milanese, come testimonia il numero di persone (2.300) che hanno
preso la cittadinanza italiana – distanziando in questa classifica qualunque
altra nazionalità -, e il numero record di imprese (3.776) avviate da cittadini
di origine egiziana in città. Maturità e capacità di non macchiarsi di episodi
di criminalità comune, che ha contribuito – a differenza di quanto è avvenuto
per albanesi e marocchini - ad accrescere la considerazione dei milanesi per gli
egiziani, considerati “persone che rigano dritto”. L’altro lato della medaglia
vede invece la più forte comunità islamica di Milano (il 70% dei musulmani in
città è di origine egiziana), prendere decisioni spesso in contrasto con la sua
tradizionale moderazione e capacità d’integrazione. Basti pensare alle polemiche
legate alla decisione di aprire una scuola islamica in via Ventura, o alle
esternazioni – per lo meno deprecabili – di alcuni esponenti religiosi che in
passato hanno giustificato una serie di atti terroristici compiuti nei confronti
di obiettivi occidentali. Ma la comunità egiziana a Milano non è composta solo
da musulmani: sono ben 7mila, infatti, i cristiani copti che tutte le domeniche
frequentano la messa, rigorosamente separati tra uomini (che per l’occasione
sfoggiano l’abito bello) e donne (con un copricapo in testa). I luoghi di
ritrovo preferiti dalla comunità egiziana a Milano sono naturalmente le moschee
(in viale Jenner e viale Padova), ma passeggiando per via Farini o in piazzale
Maciacchini è molto più probabile assistere ad una conversazione in dialetto
egiziano, piuttosto che in milanese. Per lo shopping le famiglie egiziane si
recano spesso nelle vie attorno a piazzale Loreto, in cui molto forte è la
presenza di macellerie halal e di ristoranti che cucinano piatti tipici del
Paese africano. Per quanto riguarda lo svago, gli egiziani – soprattutto quelli
sposati - prediligono ritrovarsi a casa a bere un ottimo thé piuttosto che
uscire in un luogo pubblico. Televisione sempre accesa su di un canale
satellitare in diretta dal Cairo, e lunghe e animate chiacchierate. Non mancano
i momenti conviviali, legati soprattutto alle feste religiose, nei quali tutta
la comunità si incontra e festeggia. Per gli Ayd al-Kabyr (la festa del montone)
e gli Ayd as-Saghyr (la festa che segna la fine del Ramadan), infatti, spesso la
comunità egiziana milanese affitta interi palazzetti dello sport per festeggiare
insieme.


P.S. Ma qual è il nome di queste due feste? Io ne conoscevo uno diverso...

18 marzo 2007

Le valigie di sogni

E la vita è così forte che attraversa i
muri senza farsi vedere; la vita è così vera
che sembra impossibile doverla
lasciare; la vita è così grande che
"quando sarai sul punto di morire, pianterai
un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire".
(R. Vecchioni)
E'
un articolo dolceamaro, leggero e profondo insieme, questo. Di quelli che credi che ti stiano strappando una lacrima e invece è un sorriso. Succede anche l'inverso...
E' che uno si infiamma per quel certo slancio di ottimismo che trasuda dalle aspirazioni altrui e che in fondo, è anche il proprio. Sarebbe bello poterne disporre in ogni momento, non solo nelle scelte...
Si può cambiare vita senza sognare, sperare, immaginare una vita migliore?
Forse vivere è proprio sperare che Dio disponga ciò che i sogni degli uomini hanno proposto. Forse è anche accettare la propria condizione, abituarsi ad essa e magari riderci anche un po' su prima di cercare di cambiarla...
Per le migliaia di rifugiati che notte dopo notte arrivano negli Usa la prima visione dell'Occidente è il quarto piano di un albergo
Benvenuti all'hotel America
di Mario Calabresi
NEWARK (New Jersey) - La prima visione dell'America, quella che ricorderanno per sempre, comincia con un parcheggio, si allarga sull'autostrada che in meno di mezz'ora potrebbe condurli a Manhattan e si chiude con la ciminiera, illuminata ogni notte, dello stabilimento della birra Budwaiser. Il sapore invece è di un contenitore di plastica colmo di riso e pollo, l'unico menù che ha messo d'accordo tutte le religioni, accompagnato da una gigantesca coca cola piena di ghiaccio. L'odore è di moquette e disinfettante. Il rumore, da subito, è quello delle pubblicità televisive. Una domanda li martella nella prima notte della loro nuova vita: "Avete comprato il tagliando di Megamillion? Sarete voi questa sera i vincitori dei 375 milioni di dollari in palio?". Non capiscono o pensano di aver compreso male. Sanno però di aver vinto il biglietto per gli Stati Uniti: lo tengono stretto. Quest'anno ne sono stati estratti 70mila e loro possiedono quelli con il numero di serie poco successivo a 12mila. E' un foglietto che sta nel palmo di una mano, sopra c'è stampigliata la dicitura "rifugiato". L'Hotel dei Rifugiati è un palazzone di otto piani e 191 stanze, fa parte della catena Days Inn. Ogni notte arrivano che è già buio e occupano quasi interamente il quarto piano. Quindici, venti stanze, dipende dal carico degli aerei. In questa Ellis Island del Ventunesimo secolo, sbarcano uomini, donne e bambini da tutto il mondo. Fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni politiche e religiose, dalle pulizie etniche.
L'America, la stessa che costruisce muri alle frontiere e prende le impronte digitali a chi varca i suoi confini, continua ad accoglierli con una generosità che non ha paragoni. E' un flusso costante, duecento persone al giorno che varcano uno dei cinque ingressi verso una nuova esistenza: Newark, Miami, Los Angeles, Chicago e New York. Nell'istante in cui si aprono le porte automatiche un vento gelato fa volare gli scialli di cotone delle donne del Burundi, i bambini prima ridono poi si spaventano. Bufera a dieci sotto zero. Gli iraniani respirano a fondo: "La neve, come a Teheran". Questo istante, questa notte in una stanza anonima, il pollo con il riso, chiudono una vita di paure, persecuzioni, fughe, campi profughi, e ne aprono una nuova in luoghi sconosciuti, incerti, La nuova esistenza americana. Un anno da rifugiati, cinque con una carta verde e poi una vita intera da cittadini a stelle e strisce. "Volo TWA 881 decollato ad Atene, 13 febbraio 1980. Non ho dimenticato niente di quella notte. Ero fuggito da solo dall'Etiopia il 26 agosto del 1974, alla vigilia del colpo di Stato di Menghistu. Quando arrivai a New York era buio, in albergo c'era un ricevimento con una grande orchestra, mi fecero sedere ad un tavolo del ristorante, arrivava forte la musica, chiusi gli occhi e immaginai che era il benvenuto per me". Omar Nur oggi è il responsabile dei profughi che arrivano al Liberty Airport nel New Jersey, fa questo lavoro da vent'anni, li accoglie all'immigration, li aiuta a passare i controlli, li accompagna in albergo, gli spiega come funziona la chiave elettronica per aprire la porta, con cui giocheranno fino a notte fonda i bambini somali, la vasca da bagno, il televisore. Con garbo mostra che il letto ha lenzuola e coperte, che ci si deve infilare sotto. Questo accade con gli africani che arrivano dal Darfur, dal Congo, dalle mille guerre dimenticate. Con gli ucraini, gli iraniani, gli etiopi discute invece della macchinetta che distribuisce le sigarette, dei canali satellitari e della puntualità dei voli del mattino. All'alba li va a svegliare e li accompagna all'imbarco verso la destinazione finale: uno di quei quattrocento luoghi in cui l'America ha deciso di accoglierli. In questo breve tragitto tra l'ufficio immigrazione e il copriletto a fiori uguale in ogni stanza, Omar ha visto sfilare i drammi del mondo negli ultimi vent'anni: ad un certo punto erano tutti indocinesi, "boat people", i voli arrivavano dall'Asia via Francoforte, poi erano polacchi e l'eco di Solidarnosc e Jaruzelsky riempiva questo parcheggio. Finita la guerra fredda il mondo si è sbriciolato, e ogni sera si ascoltano dieci dialetti diversi, storie complicate da comprendere. Questo è l'anno dei somali, degli iraniani e di quelle migliaia di birmani che da anni vivono parcheggiati nei campi al confine con la Thailandia. Sulla ruota americana sono usciti i loro biglietti, pochissimi i premiati se si pensa che a concorrere sono oltre nove mioni di persone in tutto il mondo, i rifugiati scappati dalle persecuzioni o dal terrore. Omar è solo uno di quelle cinquemila persone che rendono possibili questi immensi spostamenti, che li gestiscono, che cercano di dare un ordine al caos, partendo dall'assitenza umanitaria. Sui loro giubbini blu è stampata una grande scritta: IOM, organizzazione internazionale per le migrazioni. E IOM c'è scritto sul rettangolino autoadesivo che hanno tenuto sulla maglietta per tutto il viaggio. Emile e Justine vengono dal Burundi, sono saliti veloci, i primi ad arrivare in camera. Non avevano bagagli. Tutto quello che possiedono è appoggiato sul letto in una borsa di plastica con il disegno dell'uccellino Titti vestito da sciatore. La aprono, contiene solo un paio di scarpe e i documenti. Domani andranno a Boise, nell'Idaho. Verso il confine con l'Oregon, oltre le montagne rocciose. Stanno in silenzio, non hanno voglia di raccontare la loro storia, non ha più importanza, adesso bisogna stare concentrati sul futuro. Gli Omran sono sudanesi, anzi sauditi, ma si sentono egiziani: "Come ci troveremo a Salt Lake City?", la capitale dello Utah dei mormoni. A parlare è sempre Omar Idris, il figlio maggiore: "No, il capofamiglia, perché sono io che mi occupo di loro tre dopo che mio padre è scomparso alla frontiera cercando di tornare in Sudan. Veniamo dalla Nuba Mountains, ma io e le mie sorelle siamo nati in un campo profughi in Arabia Saudita dove i nostri genitori erano fuggiti. Però siamo cresciuti al Cairo e lì abbiamo studiato". La loro storia è piena di sorprese, la madre, che non ci tiene a dirci l'età, trovò lavoro come badante nella grande casa di un'anziana signora egiziana: "Accettò di ospitarci tutti e quattro, e quando morì continuammo a vivere lì, finché non si realizzò il sogno di venire negli Stati Uniti". Omran sogna di diventare avvocato, vorrebbe una moglie ma non può ancora: "Mi devo prendere cura di loro - sospira abbracciando le sorelle - la vita mi ha insegnato questo". Hanno sognato per anni la nuova vita. I più giovani scommettono sul loro futuro, gli altri puntano sui figli. "Saranno americani, qui potranno studiare": i genitori di religione Baha'i, una minoranza iraniana a cui non è permesso accedere alle università né ad incarichi statali, ripetono questa frase come un mantra. Raccontano vessazioni, minacce, arresti e ora sperano: "Qui - afferma Houman, crecando conferme alle sue parole - non si fanno discriminazioni tra le persone, le religioni e i colori della pelle, vero? Questo sappiamo dell'America e questo speriamo. E' molto difficile immaginare quale sarà il nostro futuro". Insieme alla moglie Noushein è partito dieci mesi fa da Teheran in treno, verso la Turchia. Gli iraniani li hanno lasciati andare volentieri: "Con Ahmadinejad la situazione è peggiorata: arresti, licenziamenti e poi nostro figlio, che ha solo 4 anni, non avrebbe mai potuto studiare. Ora andremo a San Diego, dove vive già mia madre da tre anni e dove c'è una nostra comunità". Hanno accettato di essere fotografati, sono stati gli unici, le altre famiglie non hanno voluto, troppa paura di rappresaglie su chi è rimasto. Anche i più giovani rifiutano uno scatto: Haji ci mostra solo la stella a nove punte che tiene sotto la camicia, poi vuole che sia ritratto il medaglione con la forma calligrafica della parola araba Bahà' che significa "gloria". "Io sono qui a causa di questo, fotografatelo al posto della mia faccia, non voglio corerre rischi". Ha solo 21 anni, viene da Tabriz, la porta dell'Iran verso l'Occidente, e faceva il muratore. Ora Haji andrà a Los Angeles e sogna senza freni: "Voglio fare il cantante o l'attore, voglio diventare famoso, e anche per questo non voglio foto, se domani ne circolasse una con la faccia da rifugiato rovinerebbe la mia immagine". Yashar Hosseini, che ha la stessa età e arriva da Isfahan, ascolta attento e un po' preoccupato: "Io vorrei fare il regista ma mi hanno destinato ad Atlanta in Georgia, ho paura che non sia il posto giusto, meglio Los Angeles, dovrò muovermi". Gli chiediamo del cinema iraniano, di Kiarostami e Makhmalbaf, mette le braccia avanti, scuote la testa: "No, no, non mi piace quel genere lì, non mi piace il cinema intelligente, impegnato, io vorrei fare film di intrattenimento". Vestono alla moda, hanno scarpe da tennis, anfibi, le ragazze gli stivali e i jeans con il risvolto. Capelli curati, basette e sui carrelli all'uscita dall'aeroporto un'infinità di valige. Si confondono tra i turisti. Il numero di bagagli sottolinea la prima differenza visibile tra i rifugiati. Tutto quello che possiedono è qui con loro: si oscilla da una busta a cinque valigioni. La famiglia Sharif, sono in nove senza padre, è scappata dalla Somalia quindici anni fa, ora è preoccupata di trovare del nastro adesivo per riparare due borse che hanno ceduto di schianto: "Queste non arriveranno mai in Ohio". Bisogna caricarle sull'autobus, e qui si produce un primo scontro di culture: i due fratelli più grandi salgono per primi e si siedono in fondo vicino ai finestrini a guardare la madre e le sorelle che arrancano sotto il peso. Dopo parecchi minuti di fatica, Omar, la nostra e la loro guida, perde la pazienza, sale e urla: "Avete capito male, qui siete in America, qui non ci si comporta così, qui essere uomini significa lavorare, scendete subito ad aiutarle". Lo guardano e sorridono e non si muovono. Rifiuteranno anche la foto, roba adatta ai cinque più piccoli, tre femmine e due maschi. Ma quando se ne saranno andati a dormire, per gli altri scatta la libertà: parlano ridono, Umal Khayer si leva il foulard azzurro che le copre i capelli si mette scalza e comincia a raccontarci di non ricordare più nulla del suo Paese: "Scappammo da Mogadiscio che io avevo tre anni, vagammo tra i campi profughi in Etiopia, poi siamo stati a Gibuti, poi ancora in Etiopia. Ora raggiungiamo la nostra sorella più grande a Columbus e forse finalmente potremmo fermarci. Sono quindici anni che non abbiamo una casa". I suoi fratelli sono già rapiti dalla televisione, non badano neppure al carrello che porta i contenitori con la cena, impegnati come sono a disputarsi il telecomando. E poi hanno già mangiato due volte sull'aereo, tre pasti in un solo giorno è qualcosa a cui non sono abituati. Nella hall ci sono riviste che nessuno compra, Sport Illustrated, Vogue e una copia di Playboy di novembre. Due giovani turisti giapponesi, con le Nike multicolori e i capelli tenuti in alto dal gel, non si accorgono neppure della famiglia del Burundi che li sfiora. Sono in sei, mamma e papà hanno 28 anni, dei quattro figli uno ha solo nove mesi. Indossano tutti la stessa felpa con lo scollo a "v" e quattro lettere "USRP": "United States Refugee Program". Non hanno valigie, solo una busta, che racchiude le loro vite. I volti sono francobolli, incollati vicino all'indirizzo di destinazione, per non perdersi in un viaggio lunghissimo cominciato nella bolgia dei rifugiati in Tanzania, per restare uniti fino alla destinazione finale, Dayton in Ohio. Jean-luc, detto Lik, questa sera ha solo sonno, non piange più come nel francobollo. I fratelli sono sfiniti dalle emozioni, non erano mai stati su un aereo e neppure su una scala mobile. Il padre, Jean-claude, parla a voce bassa, in francese, dice che sono scappati nel 2001 quando Meshack aveva due anni e Samuel era appena nato: "Volevano uccidermi, allora ho preso Pascazia e di notte siamo fuggiti. Mia madre era Hutu, mio padre Tutsi, sono morti tutti e due: prima hanno ucciso lui, il turno di lei è arrivato un anno dopo. Io non ero niente, stavo a metà, non appartenevo a nessuno. Ma una sera mi è arrivata la voce che correva nel villaggio: è il tuo turno". Così sono partiti con il buio verso la Tanzania. Non hanno più nulla, neanche una valigia. "Abbiamo la vita - ci spiazza - e adesso abbiamo anche la possibilità di viverla". Mentre sto per uscire dalla loro stanza, timidamente mi richiama. E' imbarazzato: "Avrei una domanda, se per favore mi può aiutare. Vorrei capire". Gli dico di non farsi scrupoli, qualunque cosa. "Ecco, vorrei sapere una cosa, ce lo siamo chiesti tutti per mesi al campo profughi: che cosa ha detto Materazzi a Zidane?".

06 febbraio 2007

Habla con ella


L'analfabetismo preclude molte strade e non solo in senso figurato, a quanto pare. Ma a considerare questa assurda vicenda tratta da Repubblica.it, mi viene da pensare anche che l'indifferenza faccia danni peggiori...


BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all'arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell'estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull'autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all'epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese. Accortasi dell'errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi. Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all'aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l'impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.
Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo. "Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l'hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l'origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l'annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L'otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l'autobus molto raramente per dirigersi verso nord.

Ma possibile che nessuno si sia sforzato di capire la signora a gesti.....a disegnini?
Non c'è nessuno in India con la metà della pazienza di chi si punta l'indice al petto tre volte ("IIIIIII-OOOO"), brandisce il coltello ("TAAA-GLI-OOO") e, tenendo un pomodoro tra pollice, indice e medio lo muove come se avvitasse una lampadina ("IIL-PO-MO-DOOO-RO")?
Un sentito GRAZIE a tutte le persone che in Egitto sfoderano il mimo che è in loro per poter parlare con me!

14 dicembre 2006

Oltre le apparenze: il senso dell'Aida oggi

Francesco Longo mi ha segnalato questo suo articolo apparso ieri su "Il Riformista".
La sua voce fuori dal coro questa volta si sofferma sull'Aida: oltre i lustrini, oltre il grande spettacolo, oltre lo stereotipo tradizionale, Longo delinea il significato dell'evento nel contesto odierno, allineandosi alla prospettiva di Edward Said sulla fine dell'Orientalismo.
Una riflessione, la sua, che si accorda pienamente agli intenti di questo blog e che ho deciso di raccogliere per la sua immediatezza, per quella capacità di andare oltre l'opinione dominante e superficiale. Non è facile, me ne rendo conto. Ringrazio vivamente Francesco Longo per il suo lavoro così significativo e per essersi ricordato di questo blog.
mercoledì 13 dicembre 2006
di Francesco Longo

Rileggere Verdi dopo la prima, oltre Materazzi e il gorgonzola tartufato
UN'OPERA "IMPERIALISTA" CHE ANESTETIZZA LE COSCIENZE
Edward Said nelle riflessioni sulla scia di «Orientalismo» decostruisce il neo-colonialismo del celebre melodramma: «L’egittologia non è l’Egitto».

Dopo aver lasciato decantare l’aspetto glamour dell’Aida di Zeffirelli è possibile vedere elementi trascurati di quest’opera. E cioè: cosa vuol dire mettere in scena l’Aida oggi? Che valori porta dentro di sé questo spettacolo? Le pagine dei quotidiani si sono giustamente concentrate sulla mondanità. I migliori giornalisti italiani hanno descritto smoking e bodyguard per pagine intere. I politici hanno battuto le mani. Prodi ha detto: «Questa è la perfezione». Lo stesso Riformista titolava «Uno stopper alla Scala». Il punto era sempre: e Valeria Marini? E la cena col gorgonzola tartufato? E la cravatta di Materazzi?
Dopo qualche giorno è lecito porre altre domande. Tipo: che rapporto c’è tra l’Aida e il colonialismo? Oppure: c’era bisogno oggi di un’opera che fa dello straniero - del diverso - un orpello di cartone?
Per far ciò è utile tornare ad alcune indicazioni di Edward Said. Cinque anni dopo aver scritto il famoso Orientalismo, Said pubblicò il volumone Cultura e Imperialismo che proseguiva in quella stessa direzione. Qui, per alcune pagine, rileggeva proprio l’Aida di Verdi. Non siamo abituati ad associare l’opera lirica allo sfruttamento imperialista, questo lo sapeva anche Said. Tuttavia egli si occupò a lungo di come la cultura fosse coinvolta con i processi di colonialismo e di come fosse legata alle azioni imperialistiche e alla fine arrivò all’Aida.
Secondo Said l’Aida «ha avuto una grande influenza sulla cultura europea. Ad esempio nel confermare l’immagine dell’Oriente come luogo essenzialmente esotico, distante e antico, nel quale gli europei possono esibire tutta la loro forza». Questo è ovvio. L’opera è assai complessa, non è un caso che sia arrivata fino a noi, sopravvivendo ad altre che invece si sono smarrite.
La scoperta spiacevole che però fa Said si può riassumere in una frase: «l’imbarazzo suscitato dall’Aida deriva dal fatto che non si tratta tanto di un’opera sul dominio imperiale, ma è parte del dominio imperiale». L’idea del critico era quella che le rappresentazioni che si offrono dell’oriente, dei musulmani, del mondo arabo, degli egiziani, sono un modo per partecipare alla conquista fisica, territoriale, militare.
A Giuseppe Verdi, (che fu preferito sia a Wagner che a Gounod) quando fu commissionata l’opera, fu dato il controllo assoluto di questo spettacolo. Verdi, non avendo una conoscenza diretta dell’Egitto, si appoggiò ad autorevoli accademici egittologi. «Occorre però ricordare che l’egittologia è appunto l’egittologia, e non l’Egitto», scrive Said. Egli considera gli studi di egittologia non un modo per conoscere l’Altro, ma al contrario come la preparazione teorica, artistica, per legittimare l’occupazione del territorio. La conquista di Napoleone era stata affiancata da studiosi che catalogarono l’Egitto: descrivendo, rappresentando, sezionando, elencando, classificando, ricostruendo in bozzetti, modellini e dunque inventando l’Egitto per governarlo e sottometterlo. Certe riproduzioni dell’Egitto dell’epoca «dunque non sono descrizioni ma ascrizioni».
Se non si tengono in considerazione questi aspetti, sfugge la portata di certe opere artistiche. Ci si chiederà: ma la Moratti? E il pizzo nero di Valeria? E i pantaloni di Angela Merkel erano adeguati o no?
Nella tessitura artistica dell’Aida alla fine filtrarono atteggiamenti imperialistici. Il primo risultato fu un Egitto orientaleggiante: «Tipici da questo punto di vista alcuni passaggi del II atto: il canto della sacerdotessa e, poco più avanti, la danza rituale». Tra l’altro Verdi trasformò alcuni sacerdoti in sacerdotesse «seguendo la consolidata tradizione europea di mettere donne orientali al centro di qualsiasi rituale esotico; le sacerdotesse verdiane sono l’equivalente delle danzatrici, delle schiave, delle concubine e delle “bellezze al bagno” nell’harem, che dominano l’arte europea di metà Ottocento». Si sa, non c’è oriente, senza sensualità.
L’Aida dunque, ambientata e messa in scena in un luogo geograficamente lontano dall’Europa, restava intrisa proprio di quel contesto contemporaneo che si sforzava di lasciarsi alle spalle. L’opera era impressa di ciò che in Europa allora si voleva fosse l’Egitto. E oggi?
Sarebbe stato sgarbato, certo, affiancare alla sciarpona di Zeffirelli quel che ci vedeva Said: «uno spettacolo imperialista concepito per distrarre e impressionare un pubblico quasi esclusivamente europeo». E certo è giusto che un’opera come l’Aida muti col tempo. E se nel 1952 la Callas la interpretava in Messico, è giusto che oggi la si leghi al colletto slacciato di Materazzi. Le strategie della dominazione che la penetrarono durante la sua elaborazione oggi possono restare sullo sfondo. Si può ammirare l’opera senza pensare alla dominazione. Ne era convinto anche Said che nel 1993 ammoniva: «tuttavia l’impero rimane lì, sotto forma di tracce e di accenti, e può essere letto, visto e udito». Possibile che alla Scala non si sia percepito nulla di tutto ciò?
L’applauso prolungato, bipartisan, dei politici, lascia un piccolo brivido. Qualcosa stona, anche nel silenzio dei giornali. Secondo Said gli spettacoli come l’Aida, i romanzi, le fotografie, i libri di viaggio, i dipinti esotici servivano ad «anestetizzare le coscienze». E forse dunque, qualcosa chiarisce l’euforia e la reticenza sull’evento della Scala.
Già allora l’Aida faceva dimenticare quello che avveniva laggiù. E così oggi, l’esotico torna con la sua stessa inossidabile funzione. L’esotico è oggi l’innocua Fiona May della fiction tv; è la nuova traduzione de Le mille e una notte; è sentire gli accademici musulmani che in giacca e cravatta dibattono nei talk-show tra uno spot e una guerra nei tg. L’esotico serve a coprire la violenza. Sostituisce la brutalità del potere con l’ingenuità stupefatta della curiosità.

16 novembre 2006

Ibn Battouta




Dal sito Arab.it



"Gli occidentali hanno curiosamente limitato la storia del mondo raggruppando il poco che sapevano sull’espansione della razza umana intorno ai popoli di Israele, Grecia e Roma. Cosi facendo hanno ignorato tutti quei viaggiatori ed esploratori che, a bordo di navi, hanno solcato il mar della Cina e l’oceano Indiano, o, in carovane, hanno attraversato le immense distese dell’Asia centrale sino al golfo Persico. In verità, la parte più cospicua del globo, con culture diverse da quelle degli antichi Greci e Romani ma non meno civilizzate, è rimasta sconosciuta a coloro che hanno scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo."
Henri Cordier




IBN BATTOUTA, IL MARCO POLO ARABO


L’Islam medievale ha avuto numerosi viaggiatori arabi, ma nessuno è stato cosi importante come Ibn Battouta. Egli ha viaggiato per una trentina d’anni attraverso il mondo nella stessa epoca in cui visse Marco Polo ( 1254 / 1324 ). Pur avendo intrapreso viaggi avventurosi e temerari, tali da far dimenticare quelli del più noto viaggiatore italiano, egli rimane incredibilmente sconosciuto in Europa e forse non abbastanza apprezzato nello stesso mondo arabo. Ibn Battouta è nato a Tangeri, in Marocco nel 1304, all’apoca della dinastia dei Marinidi e apparteneva ad una famiglia di giuristi musulmani. E’ morto nel 1369 all’età di 65 anni dopo essersi ritirato a fare il giudice, in una piccola città di provincia.
Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ... Il racconto di Ibn Battouta non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan che favoriva le opere dello spirito e che in pratica era un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba di Abu Inan iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battouta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola: " Rihla ", viaggio, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo quando due studiosi tedeschi pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti della " Rihla ". La traduzione completa fu eseguita da Defrèmy e Sanguinetti, due studiosi arabisti francesi. Il lavoro durò dal 1853 al 1858 e apparse con il titolo di: " Viaggio di Ibn Battuta ".
Vediamo brevemente il contenuto della " Rihla ". Ibn Battuta scrive: " Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 ( 14 giugno 1325 ) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta ". L’inizio del viaggio, racconta, fu molto faticoso. Arrivò ad Algeri, unendosi ad una carovana di mercanti. A Bejaia lo assalì una forte febbre, tra Bejaia e Costantina alcuni briganti cercarono invano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arrivò ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Attraversò l’Egitto, la Siria, la Palestina e soltanto il 1 settembre 1326 potè lasciare Damasco per l’Arabia. Dopo il pellegrinaggio continuò il viaggio in Iraq e in Persia. In seguito fece altri due pellegrinaggi alla Mecca, ma fino a questo momento sembra che i suoi viaggi si svolgessero solo entro il perimetro arabo. Finalmente si decise ad uscire dal mondo arabo e sempre dopo mille difficoltà lo troviamo a Costantinopoli, in Russia, nel Turkestan, in Afghanistan. E qui finisce la prima parte del racconto, perchè solo dopo aver attraversato l’Indo, Ibn Battouta penetra in un mondo assolutamente nuovo e strano, ne resta affascinato e gli dedica molta parte del suo racconto. Sedotto della città di Delhi vi resta per sette anni ed entra persino al servizio del sovrano che gli affida una missione speciale in Cina. Le avventure si susseguono in Ceylon, nel sud est dell’India nel Bengala, in Malesia, in Estremo Oriente. Ritorna in patria, ma il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353 ritorna a Fes. La " Rihla " era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Il racconto di Ibn Battouta è coinvolgente, notevole è la sua capacità di osservazione, egli ci apre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi e degli usi e costumi dei luoghi visitati ed è anche il resoconto avvincente di un’avventura personale. La " Rihla " costituisce inoltre un tesoro inestimabile per la conoscenza dei popoli afro - asiatici nell’epoca medievale ed ha dato un contributo importante per la nascita delle scienze sociali.

06 novembre 2006

Alaidy, uno di quelli che non hanno niente da perdere


di Paola Caridi

Lunedi' 6 Novembre 2006


“Siamo una generazione autistica, che vive sotto lo stesso tetto con degli stranieri che portano nomi simili ai nostri”. Ahmed Alaidy non fa sconti. Né a se stesso, né a chi in Egitto – come lui – è nato a cavallo tra l’era di Sadat e quella di Mubarak. La generazione nata, cresciuta e svezzata sotto le leggi d’emergenza, mai tolte da quando Anwar el Sadat fu ammazzato nel 1981. Nata e cresciuta tra i miti americani, i McDonald, gli sms e i blog. “L’Egitto ha avuto la sua Generazione della Sconfitta. Noi siamo la generazione che è venuta dopo. La generazione di quelli che non-hanno-avuto-niente-da-perdere”, scrive Alaidy nell’unico riferimento politico contenuto nella sua opera prima, An Takun Abbas el Abd [Essere Abbas el Abd]. Un romanzo breve, scarnificato, alla Chuck Palahniuk, per intendersi, che lo ha fatto arrivare agli onori della cronaca letteraria egiziana nel giro di pochissimo tempo. Appena tre anni. Tanto da far scendere in campo l’American University of Cairo Press, che ha appena fatto uscire il libro sugli scaffali in inglese. Per far conoscere, fuori dai confini del grande colosso arabo, la punta di diamante di un fenomeno ormai conclamato: i nuovi scrittori egiziani, poco eredi di Mahfouz, molto più vicini – semmai – a modelli europei e americani piegati alla orgogliosa rivendicazione della propria identità di arabi. La Generazione della Sconfitta, di cui parla Alaidy, è quella che visse la caduta del mito di Gamal Abdel Nasser dopo il rovinoso esito della guerra del 1967. Una generazione cantata con maestria da Naguib Mahfouz, e che i giovani uomini e le giovani donne di oggi riscoprono come modello. “Sì”, conferma Alaidy, classe 1974, “in fondo siamo come negli anni Sessanta, in guerra. Oggi, siamo in un tempo di guerra non ufficiale, non dichiarato. Ora è il nostro regime a essere contro la nostra gente”. “Siamo autistici, perché il nostro mondo è solo quello interiore. Con il proprio linguaggio, il proprio gergo, i propri slogan, i propri metodi”, dice Alaidy, diventato scrittore senza dopo una laurea in marketing e una teoria di lavori dal grafico allo scrittore di programmi televisivi. Una interiorizzazione generazionale di cui fa parte – spiega Alaidy con sdegno - anche quello che è successo di recente durante l’Eid el Fitr, la festa che segue la fine del ramadan, nelle affollatissime strade del centro del Cairo, quando orde di ragazzi hanno cominciato ad assalire ragazze, fossero velate o svelate, per molestarle. “E’ la faccia abietta di questa mia generazione autistica. È stata una sorta di masturbazione di massa”. A dire il vero, la faccia crudele e turpe del Cairo compare anche nelle pagine di Essere Abbas el Abd, un romanzo che poggia sulla pazzia del protagonista e dei pochi individui che lo circondano: lo zio psichiatra d’accatto che lo alleva, Abbas el Abd in cui si mimetizza e che forse è solo il suo alter ego schizofrenico, le due ragazze – entrambe di nome Hind – che in questo gioco del doppio cercano di fare entrare il protagonista nel mondo reale. La lingua di Alaidy è infarcita di egiziano colloquiale e di anglismi. Ma – soprattutto – il dialogo con gli altri è spesso al limite dell’insulto, ingrugnito, duro, senza indulgenze. In una città dove vivere è sempre un esercizio di sopravvivenza. Allora, Alaidy odia il Cairo? “No - risponde -. Odio la bruttezza di questa città che in passato era stata considerata la più bella del mondo. Odio che la gente di questa città sia ormai in una enorme prigione, e non sto usando una metafora. Odio che tutti noi siamo trattati come greggi di pecore, e che in un prossimo futuro rischiamo di essere portati – come pecore – al mattatoio”.“Noi siamo i nuovi ebrei, sul pianeta”, dice, usando un tono pacato e per niente retorico. “A differenza degli ebrei, però, non siamo in diaspora, siamo abbandonati nei nostri stessi paesi. Che si sono trasformati in un grande ghetto. Per questo, perché la nostra è una situazione orribile, anche la nostra lingua è diventata più brutta, più turpe. Siccome siamo diffamati, usiamo un linguaggio diffamante, una lingua che è molto più dura dello slang”. Alaidy non è un ottimista, insomma. I suoi mentori, d’altro canto, si chiamano Chuck Palahniuk (“sono uno studente alla sua scuola di minimalismo”, spiega). E poi Sonallah Ibrahim, il grande cantore egiziano dell’individualismo e dell’isolamento. Ahmed Alaidy è riuscito a metterli insieme, lo scrittore dell’alienazione americana e il Kafka del Nilo, in una prosa scarnificata, spezzata. E compiutamente postmoderna, in cui i dialoghi veloci da sitcom si accavallano a numeri, segni grafici come gli smile, interiezioni, grassetti e corsivi. Hanno detto che la sua scrittura assomiglia a quello del primo Sonallah Ibrahim. “Non ambivo a tanto. Ibrahim per me è modello: descrive l’isolamento dell’individuo. Perché ora, quanto più alto è il nostro uso della tecnologia – dai telefonini a internet – tanto maggiore è il nostro isolamento comunicativo”. È stato proprio Ibrahim a fargli spiccare il volo. Alaidy si era fatto coraggio, lo aveva chiamato ripetutamente, e si era bloccato davanti a una segreteria telefonica. Poi lui aveva risposto, e Alaidy aveva avuto solo il coraggio di dire “Mi aspettavo una segreteria telefonica”. E di rimando, Ibrahim: “Se vuoi, riattacco”. Una conversazione che avrebbe potuto far parte, a ragione, di Essere Abbas el Abd. Quando Ibrahim lo ha letto, il romanzo, gli ha mandato una email altrettanto scarna, “chiamami”, la stessa frase che il protagonista dice a una delle due Hind di scrivere sui bagni pubblici dei mall del Cairo. Poi, la pubblicazione sulla più importante rivista letteraria egiziana, l’uscita del libro presso Dar Merit, la casa editrice dei talenti. E poi il salto verso il vasto parco dei lettori anglofoni. Per un giovane “autistico”, una vera e propria nemesi. Il prossimo libro, promette, sarà “una piccola rivoluzione per l’individuo”. Sul consumismo.

06 ottobre 2006

La democrazia di Dio



Questa è una delle recensioni sul libro di E. Gentile "La democrazia di Dio"
Gli Stati Uniti sono il più religioso e il più nazionalista fra i paesi industrializzati dell'Occidente. La religione americana considera la democrazia e il destino del proprio paese una manifestazione della divina provvidenza. Per questo l'attacco terrorista dell'11 settembre ha coinvolto l'atteggiamento degli americani verso Dio, la visione del bene e del male, il senso della missione nazionale. E ha provocato un'esplosione di religiosità e di patriottismo, fusi nella santificazione dell'America come nazione eletta. Con un'analisi originale, Gentile mostra come Bush ha rielaborato i miti della religione americana, identificandoli con l'integralismo della destra religiosa, per giustificare la guerra contro l''asse del male'. Chi è con Bush, è con l'America; chi è con l'America, è con Dio: una nuova, inquietante esperienza di sacralizzazione della politica. Un libro coinvolgente, indispensabile per capire la 'democrazia di Dio' al culmine della sua potenza imperiale.

Per avere conferma di ciò basta prendere in mano una banconota da un dollaro:
In God we trust (il riferimento è chiaro) e poi la piramide a 13 piani la cui sommità secondo alcune interpretazioni sarebbe aperta per simboleggiare il numero di colonie in espansione. Andando più nel dettaglio si legge: annuis coeptis e novus ordo seculorum.
Qui viene spiegato il significato delle due espressioni, ma c'è anche chi spiega il tutto in senso esoterico mettendo in luce tutta una simbologia che richiamerebbe il riferimento satanico.
A prescindere dall'interpretazione, mi viene da riflettere sul significato di questi continui riferimenti alla religione e mi sembra plausibile l'interpretazione proposta nel libro secondo la quale si sarebbe di fronte ad una sacralizzazione della politica: il dio "America" nella sua identità multietnica e "multireligiosa" si sostituisce a Dio. E' un dio pagano, è una badiera, un Leviatano che spoglia i cittadini dell'individualità etnica per condensarli attorno all'idea di nazione americana che altrimenti concepita avrebbe poco senso.
E' nel nome di questa sacralità che si cerca di esportare la democrazia: purtroppo non è un paio di jeans, né un hamburger...ancora una volta si pretende di leggere le realtà diverse da quella occidentale con i criteri e le categorie di quella occidentale, secondo standard che non sono universalmente validi: tolto il regime è una nostra convinzione che la democrazia sia l'alternativa più plausibile, i fatti hanno dimostrato che non lo è per mancanza di un sistema in grado di impedire la violenza privata e la giustizia fai-da te.
Naguib Mahfouz in un' intervista rilasciata a Mohamed Salmawy si infastidì sentendo parlare di inapplicabilità della democrazia in Medio Oriente:
What upsets me most of all is the claim made by some that we are not qualified for democracy. The truth is that the history of humanity has never known peoples that were naturally qualified for democracy; peoples, as it were, created democratic. The peoples of the world now identified as democratic are only so because they chose to tread that path.
If we are ever to achieve democracy, we must throw ourselves into it; we must fight for it, battling with the various waves it throws at us.
This, in the end, is the only route to the democratic shore. If we shy away from democracy, on the other hand, letting our peoples grow up under totalitarian regimes until they are qualified for democracy, we will only perpetuate totalitarianism.
In this respect we are like a person with a small child, who fears that, if his child should try to walk, it would fall over. Instead this person keeps carrying its child long after it is capable of walking. The end result will be that the child will end up crippled, never learning to walk for as long as it lives. The way to learn to walk is to throw oneself into the activity, to practice it. And the same is true of democracy. We must not fear; we must not hesitate. Only then will we be democratic.
Mi sembra che l'apertura delle Media Free Zones attualmente al Cairo, ad Amman e a Dubai rappresentino un notevole sforzo in questo senso: si tratta di vere e proprie zone franche dove viene applicato un particolare procedimento di “liberalizzazione” controllata dallo stato. Sono aree a statuto giuridico speciale, veri e propri territori autonomi all’interno dello stato, preposte all’apertura di canali televisivi satellitari privati (arabi e non) che affiancano il monopolio governativo sull’etere. Alla Media Free Zone è abbinata l’area produttiva della Media Production City che ospita gli uffici e le operazioni di broadcast: le società che vi operano, godono di agevolazioni fiscali e tariffe competitive per l’affitto delle infrastrutture necessarie, ma soprattutto di una deroga speciale alle leggi vigenti nello stato in materia di libertà di espressione che consiste nell’esenzione dal controllo del Ministero dell’Informazione sui contenuti trasmessi, sottoposti comunque alla supervisione di una specifica Authority.
Si spera che il processo di liberalizzazione fuoriesca dalle Media Free Zones per riguardare anche la tv via etere perché il futuro del Medio Oriente dipende anche da questo.

15 settembre 2006

La rabbia e l'orgoglio

Lascio qui quest'articolo...confesso che è troppo lungo da leggere dopo una giornata come quella di oggi!La mia tesi ha finalmente un titolo Globalizzazione e media arabi: il caso egiziano, ma deve essere sfoltita di qualche migliaio di battute: AIUTO!

Passo domani a finirlo e lascio anche un commento,buonanotte!!

13 settembre 2006

Il mercante di pietre

Così Repubblica annuncia l'uscita di questo film che mi ripropongo di vedere al più presto e che spero di poter commentare con chi sarà interessato.
Proprio a ridosso del Ramadan, staremo a vedere...
Un caro saluto a tutti

24 agosto 2006

Premeditated war

Salve!Il post di oggi è una piccola incursione…non ho molto tempo in questi giorni, gli esami sopraggiungono e anche la tesi deve essere ultimata a breve. Augurandomi di postare al più presto un dettagliato resoconto di viaggio corredato da foto, riporto in traduzione un articolo di Jonathan Cook, apparso la settimana tra il 3 e il 9 agosto su Al Ahram Weekly, settimanale in lingua inglese del quotidiano egiziano Al Ahram. A presto!

Guerra premeditata

Arrivò non appena la sirena dei raid aerei tornò silenziosa. Un rombo profondo ha scosso le porte e le finestre facendo tremare la terra. Non aveva niente a che fare con lo scoppio familiare di un razzo Katyusha.
Nel weekend Hizbullah ha lanciato per la prima volta verso Israele ciò che si chiama un missile Khaibar, creando un profondo cratere e incendiando i boschi fuori Nazareth. Secondo le cronache dei media israeliani la granata conteneva 100 Kg di esplosivo. Il missile può apparentemente raggiungere fino a 90 Km: dato che Nazareth è solo a un terzo di quella distanza dal confine è stato probabilmente lanciato dal cuore del Libano.
Ho vissuto per due settimane nella gittata dei razzi Hizbullah ma questa è stata la prima volta che ho avuto paura. Bisogna essere davvero sfortunati per essere uccisi da un Katyusha se si è nella propria abitazione. I suoi effetti sono letali quando sorprendono le vittime all’aperto, dove non c’è protezione dalle schegge dell’esplosione. Questo spiega in parte il basso numero di civili israeliani uccisi dai 2500 razzi, soprattutto Katyusha, atterrati così lontano.(Inoltre, sebbene per lo più non comunicato, Hizbullah sembra aver diretto buona parte dei propri razzi verso insediamenti militari nascosti tra le colline della Galilea, comprese due vicino Nazareth.)
Ma il Khaibar è diverso. Lo scoppio da 100 Kg di esplosivo può abbattere la protezione rappresentata dai muri, esponendo chiunque si trovi all’interno alla sua forza distruttiva. Per la prima volta ho avuto una piccola idea di come deve essere la vita in Libano sotto i bombardamenti israeliani, di quale terrore devono aver provato i 50 o più civili che alloggiavano in uno scantinato a Qana domenica mattina sentendo i primi scoppi dei missili che stavano per ucciderli.
Il lancio di Hizbullah di armi più terribili, comunque, non rafforza la mia conclusione, come fa la maggior parte degli ebrei israeliani, che il Libano potrebbe colpire più duramente. Questo mi rende certo – secondo i sondaggi insieme alla maggior parte dei cittadini arabi d’Israele – che se qualcuno dovesse esser tenuto a rendere conto di questa guerra crudele e senza senso, e se dovesse essere accusata solo una parte per aver abusato delle regole di una guerra come questa, allora deve essere incolpato Israele e non Hizbullah.
Quel razzo Khaibar, e i molti altri presumibilmente nell’arsenale di Hizbullah, potevano essere stati lanciati in qualunque momento in più di due settimane di combattimento, mentre il Libano bruciava sotto l’assalto dei caccia israeliani e il tributo di morte dei civili libanesi passava dalle dozzine alle centinaia. Ma non lo è stato. Per più di quindici giorni Hizbullah si è trattenuto dall’uso delle più terrificanti armi in suo possesso (ammesso che non ne abbia di peggiori), proprio come tempo addietro si contenne per giorni prima di far fuoco sul centro economico di Haifa nel nord di Israele.
Il raid di Hezbullah il 12 luglio oltre il confine, la cattura di due soldati israeliani e l’uccisione di altri tre è stata una provocazione estrema, sebbene troppo spesso gli osservatori tralascino le stesse numerose provocazioni israeliane iniziate dal ritiro dal sud del Libano nel maggio del 2000, dalle ripetute violazioni dello spazio aereo libanese all’uccisione di civili libanesi dai punti di osservazione al confine.
Ma da quella operazione oltre il confine, Israele si è preso gioco delle regole della guerra con molta più spregiudicatezza di Hizbullah, come mostra la documentazione della guerra.
Non dimentichiamo che mentre Israele bombardava le strade, i ponti, l’aeroporto e le centrali termoelettriche del Libano, Hizbullah richiedeva il baratto di un prigioniero con due soldati, per assicurarsi il rilascio di un pugno di detenuti libanesi e di alcuni dei migliaia di Palestinesi nelle prigioni israeliane, molti dei quali detenuti senza processo. Rivoleva da Israele anche un corridoio di terra, quello di Shebaa, considerato libanese come pure le mappe dei campi minati del sud del Libano al tempo dell’occupazione israeliana.
Non dimentichiamo che mentre i colpi “chirurgici” di Israele abbattevano edifici residenziali con apparente noncuranza del fatto che fossero abitati da civili o combattenti, o sparavano sui convogli di libanesi in fuga invitati da una pioggia di volantini a lasciare i loro villaggi, Hizbullah faceva fuoco solo nelle zone israeliane al confine, come a Nahariya e Kiryat Shemona, dove i residenti, avvisati di ciò che stava per succedere erano scappati per salvarsi o ben protetti nei bunker sotterranei.
Non dimentichiamo che Hizbullah si è fermato per cinque giorni, prima di sganciare i razzi su Haifa mentre Israele riduceva in macerie il Libano con i bombardamenti aerei, tenendo fede alla promessa di “riportare il tempo indietro di vent’anni”. Il leader di Hizbullah, Hassan Nasrallah ha ripetutamente avvertito che sarebbe stata attaccata la terza città israeliana per grandezza se l’offensiva israeliana non fosse cessata.
E infine non dimentichiamo che Hizbullah ha aspettato più di due settimane, un arco di tempo in cui Israele ha costretto allo stato di rifugiati centinaia di migliaia di libanesi nel Sud del Paese, compresa la vasta comunità sciita cui appartengono i combattenti Hizbullah, prima di sganciare quel primo missile Khaibar su Israele. Il missile è stato lanciato dopo un discorso di Nasrallah nel quale avvertiva che Israele li aveva costretti ad una nuova, più aspra fase del conflitto.
Alcun comportamento di questi si addice al profilo che ci hanno venduto di Nasrallah come di un fanatico religioso ostinato alla jihad contro Israele e l’Occidente. Piuttosto, tutto ciò suggerisce che Nasrallah è un politico, anche se islamico, e un leader di un movimento pronto a negoziare e a scendere a compromessi sui suoi progetti- o ad agire “responsabilmente e duttilmente”per dirla come Nasrallah in un altro recente discorso.
Seguendo le cronache sui media americani riguardanti un piano preparato da Israele almeno un anno fa per colpire il Libano, Israele, non Hizbullah sembra la parte che percorre il sentiero della guerra premeditata.
Ugualmente, affermazioni che la leadership di Hizbullah abbia creato il proprio arsenale di armi con l’intenzione di distruggere la potenza nucleare israeliana suonano meno che plausibili. Molto più probabilmente, Hizbullah ha creduto che le proprie scorte di razzi facessero da deterrente, anche se inadeguato, contro i ripetuti attacchi israeliani. Hizbullah sembra aver provato a creare una “bilancia del terrore”, presumibilmente nella speranza- vana seppur presente- di dissuadere Israele dall’occupare nuovamente il Libano.
Questo weekend Nasrallah ha di nuovo avvertito Israele che se avesse continuato ad attaccare il Libano avrebbe colpito “oltre Haifa” con razzi ben più potenti- una promessa che si sentirà costretto a mantenere dato il nuovo massacro a Qana.
Nasrallah potrebbe aver sparato alla cieca con i suoi missili Khaibar dal primo giorno. Prima dell’invasione di terra israeliana di alcuni giorni fa, quando i lanciatori di razzi Hizbullah sono stati spinti a nord, è possibile che quei missili potevano raggiungere Tel Aviv. Ma, qualsiasi cosa ci abbiano detto, distruggere Israele non sembra essere lo scopo di Nasrallah. Forse quando dice che vuole negoziare, lo intende davvero. Forse il problema non è Hizbullah fanatico, ma l’arroganza unilaterale di Israele.

17 luglio 2006

Put the news first

Non si parla d'altro in questi giorni: il Medio Oriente è sulla bocca di tutti, ma come sempre non mancano visioni aberranti alimentate da punti di vista che, lungi dall'essere obiettivi, veicolano informazioni parziali e pericolosamente etnocentriche. Propongo un articolo che ho apprezzato per il richiamo all'informazione autentica, lontana dal sensazionalismo, caratteristica predominante dell'informazione di oggi che predilige sempre più la spettacolarità tra i criteri di notiziabilità. Ecco il testo.
Inserisco per ora soltanto un link esplicativo sul clash of civilizations, ripromettendomi di tornarci su con più calma visto che la partnza per l'Egitto (finalmente!) incombe.
Vi lascio sperando di trovare il tempo domani per un saluto velocisssssssimo a tutti quelli-pochi ma buoni-che si fermano a leggere Amal.
Torno alle mie valigie, sahra saida!

03 luglio 2006

Il passato in mano al futuro

Apro la porta – entra aria che visita i dipinti appesi,
accarezza i muri. D'improvviso, sbadiglia,
va a spalle basse il nostro amore non era lì.
I suoi fantasmi hanno portato via tutto ciò che ho dipinto
sul letto e sui cuscini,
sulla maniglia della porta sulla sua serratura e sono scomparsi.
Sto immaginando? ma tutto ciò è confermato da una nube -
una nube ora di passaggio – scomparsa. Non c’è aria
né chi dica a quei dipinti
come narrare le nostre leggende,
come scrivere la storia di queste nubi.
Oggi lascio parlare questa poesia di Adonis tratta da Cento Poesie D'Amore, per ora devo accontentarmi di postare una traduzione, peraltro non mia, visto che il poeta è siriano ma prometto di pubblicare presto il testo in arabo e di azzardare una traduzione mia.
Credo che questa poesia condensi il mio stato d'animo di qualche tempo fa, quando ho trovato le lettere che si scambiavano i miei nonni, le più toccanti quelle di lui in guerra e lei a casa. Sbiadite e ingiallite, numerate perché non arrivavano in ordine, c'è anche la favola scritta per la figlia che non ha visto nascere: una testimonianza muta e discreta che dice solo quello che è fermato sul foglio, senza potersi abbandonare alla rievocazione di quel passato di cui io, ora, sono il futuro. Un saluto a tutti e un grazie speciale al prof Pellegrini per la fiducia che è riuscito a infondermi.
A presto!

02 marzo 2006

Paroline doverose

Salve a tutti,
spendo qualche parola sulla vicenda delle vignette blasfeme. A chi dice che i musulmani non capiscono l'umorismo che starebbe dietro a tutto questo rispondo che è vero, ma non perché non amino ridere o non sappiano scherzare: semplicemente perché non è dato ironizzare sul Profeta. Per capire questo bisogna impiegare tutta la nostra apertura alla diversità e alla comprensione culturale: d'accordo, Mohamed è il punto di riferimento dal quale loro iniziano a contare gli anni proprio come facciamo noi con Gesù, d'accordo anche sul fatto che intrinsecamente, assunto più o meno discutibile considerando i tempi odierni, la cultura italiana è strettamente legata al Cristianesimo proprio come quella araba è legata all'Islam; dovremmo ora cercare di capire però, che il Corano è molto più pervasivo della Bibbia. Con ciò intendo dire che il Corano include anche norme basilari di convivenza civile e ciò ne fa uno strumento di rilievo e largo impiego nella vita di ogni giorno: il musulmano praticante, la quasi totalità di quelli presenti sul globo prega 5 volte al giorno con il Corano in mano. Non dovrebbe stupire, alla luce di questo, vedere uno dei componenti del team egiziano alla finale della Coppa D'Africa stringere il Corano tra le mani durante i rigori...
Per un musulmano pregare è un'azione fondamentale e improrogabile: la preghiera ha precisi orari e qualsiasi attività va in pausa al Taukit el Salah (il momento della preghiera), perfino gli autogrill sono muniti di una sala apposita. Come la fame, insomma. Ho avuto la fortuna di assistervi nel mio viaggio in Egitto: il fratello del mio fidanzato è venuto a prenderci all'aeroporto del Cairo e durante il viaggio verso Alessandria è sopraggiunto il momento della preghiera. Lui ha prima chiesto il permesso e poi ha iniziato un canto struggente, senza leggere, nel buio della sera, in macchina. Un impatto bellissimo con l'Egitto, un sottofondo indimenticabile al panorama affascinante della sera che cala sul deserto adiacente l'autostrada e sicuramente il più appriopriato per attraversare El Alamein.
Tutto questo implica un' imponente presenza di Dio nella vita quotidiana: i musulmani non dimenticano mai di ringraziarlo sia nel bene che nel male e perfino il più banale ci vediamo domani è spontaneamente seguito da in sha Allah, se Dio vuole.
Faccio notare per inciso che la battuta della Cabello a San Remo sul papa è sembrata ai più decisamente fuori luogo. Proprietà transitiva!
Siamo in un paese democratico, d'accordo, ma il problema sta nel fatto che tanti pensano di poter usare la democrazia per imporsi sulle idee e sulle usanze altrui: ci vuole sempre buon gusto e sensibilità. Questa è vera democrazia.
Questo evento dovrebbe far comprendere che la satira come è qui comunemente intesa non è l'unico modo di fare umorismo e nemmeno quello universalmente valido. Io personalmente non ci trovo niente di comico nella satira che offende, nemmeno in quella politica a dir la verità...però ho riso fino alle lacrime vedendo quella di Salemme, totalmente slegata da implicazioni politiche. Questa sì che è satira!

19 dicembre 2005



"Per molti giorni, per molte miglia,

con molte spese, per molti paesi,

sono andato a vedere i monti,

sono andato a vedere il mare.

Ma a due passi da casa,

quando ho aperto gli occhi,

non ho visto

una goccia di rugiada

sopra una spiga di grano"

R.Tagore, Il Palpito Della Primavera