Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

24 dicembre 2007

...che sia buono davvero!

Lo so che è più che scopiazzato in rete, però è bellissimo. Lo posto anch'io con i miei più sinceri auguri di buon Natale!

22 dicembre 2007

Cher sale arabe...


Ieri ho letto questa sconcertante notizia: in breve, i coniugi Zaidi (i due ragazzi nella foto, di origini marocchine, residenti vicino Bordeaux), dopo aver contattato il loro provider telefonico per risolvere i problemi di connessione, si sono visti assegnare come password di accesso "sale arabe", cioè sporco arabo. Casualità, vorrebbero far loro credere. Il primo caso accertato di computer razzista(?!?), insomma, non fa una piega.

A proposito degli estremi necessari all'accesso, nell'articolo originale si specifica che:

[...]Lesquels identifiants comprennent une adresse mail (une confirmation, en réalité, du mail existant), un mot de passe pour ce mail (classique combinaison de lettres et de chiffres) ainsi qu'un mot de passe pour la connexion à Internet, dernier sésame plus que douteux : le mot de passe proposé à Mohamed Zaidi est « salearabe ». «Merci de votre confiance », conclut la lettre.[...]

E che:

[...]La famille Zaidi, abonnée chez Orange depuis le printemps, n'avait pas réclamé de nouveaux «identifiants ». [...]

E' chiaro come il giorno, quindi, che è proprio colpa di quel razzista incallito del computer...



12 dicembre 2007

Colui che parte





Immagine tratta da qui

Da Da Voci Dal Silenzio cito alcuni brani di quest’intervista curata dalla redazione del sito a Kossi Komla-Ebri. Originario del Togo, Kossi arriva in Italia a vent’anni, nel 1974. Si laurea in medicina all’Università di Bologna e si specializza in chirurgia a Milano. Sposato e padre di due figli lavora all’ospedale di Erba (Co). E’ uno scrittore di racconti e saggi, premiato in diversi concorsi che dice di avere “nel cassetto poesie liriche, racconti e un romanzo- già tradotto in America- in cerca d’editore in Italia”. Nel tempo libero è mediatore interculturale nel mondo della scuola e della sanità, nel 1999 si è candidato per le elezioni comunali di Erba in una lista civica e nel 2001 alle elezioni politiche con l’Ulivo.
Al riguardo afferma:


Ho accettato d’essere il candidato dell'Ulivo per la Camera sul Collegio di Erba(roccaforte leghista) anche se per molti i tempi non erano maturi, pur sapendo che la vittoria era improbabile. […]La battaglia non si vince solo con i numeri, ma con la voce dell'anima serena e gentile, ferma nei principi e nei valori. Credo che su questo territorio, la mia candidatura è stata "profetica" in quanto ha saputo creare una barriera forte e punti di riferimento certi per chi vuol vedere oltre i pregiudizi, scovando le aporie della vergogna ed evidenziare le ragioni del far vivere bene chi ci sta di fronte, dentro e fuori di noi. La battaglia è stata ardua non tanto per lo scoglio dei numeri, (la cosa mi preoccupava poco) quanto per la difficoltà di trovare le parole giuste, il metodo adeguato, per creare il clima giusto per consentire ai colori dell'arcobaleno di essere visti. Nonostante i risultati, pur sempre onorevoli (33%), so che il messaggio è passato: sta germogliando a fatica una nuova concezione di politica e di cittadinanza attiva, unica via verso l'integrazione. La mia candidatura è stato un simbolo evidente per dare visibilità ad una nuova idea di cittadinanza dove l'integrazione, intesa come interazione d’integrità, è basata sulla pari opportunità e sulla condivisione di valori e in particolare di valori costituzionali. In questa, di fatto, società cosmopolita che fatica a declinarsi al plurale, la piattaforma dei valori per una giusta convivenza non potrà essere definita solo dai nativi. Urge una civile riconoscenza del diritto d'asilo, da integrare alle norme sull'immigrazione, e diritto di voto alle amministrative per avviare concretamente una vera integrazione che non sia assimilazione o ghettizzazione. Urgono spazi per l’incontro, il dialogo e la conoscenza. Urge lo spazio virtuale della dilatazione dei cuori per accettare l’altro ed accoglierlo oltre la diversità. “L’utopia dell’accettare l’altro- non benché diverso- ma perché tale”. Coloro che hanno votato per me sono andati oltre il colore della mia pelle e questo è già una gran vittoria.


Alla domanda:






Un tuo racconto (Mal di…) si chiude con il ritorno in Africa della protagonista, dopo un'esperienza in Italia, e con una considerazione significativa: "Ah l'Italia! Pensare che in Italia, volevo tornare a casa! Ormai mi sento come inquilina di due patrie: a volte ne sono felice, a volte mi sento un po' dimezzata, un po' squilibrata, come se una parte di me fosse rimasta là, eppure lo so che lì avrei di nuovo il mal d'Africa. Forse la mia è nostalgia, o semplicemente mal di… mal d'Europa". Questa conclusione potrebbe essere letta come metafora della condizione dei migranti, "sradicati" nella terra che li ospita e "stranieri" in patria?


Kossi risponde:






Sì! Il migrante, colui che parte, frantuma tempo e affetti. Salpando egli rompe con la sua terra, i suoi paesaggi, l’aria, gli odori, i profumi, i colori, i rumori, i suoni famigliari. Egli si porta a tracollo d’anima, un brandello della sua vita condito con l’acidulo fardello della nostalgia. Colui che parte, si allontana convinto di lasciare dietro di sé un vuoto, uno spazio accerchiato e paralizzato, fisso lì nel tempo. Gli altri, asciugate le lacrime, continuano a vivere e lo cancellano o meglio si dilatano per occupare il suo posto. Ė come se uscisse dalla fila, e in un attimo loro si stringono e quel suo spazio non esiste più. Colui che parte, va ad affrontare, a vivere un’altra vita. Egli, sotto altri cieli, entra nei panni di un altro personaggio, accede su un altro palcoscenico per interpretare un altro se stesso in un nuovo contesto: altro clima, altro paesaggio, altre conoscenze, altri affetti, altri suoni, odori, rumori, altri ritmi. Fuori dal suo ambiente egli coltiva nel suo cuore, in un angolo della sua anima, la malinconia dei luoghi della sua infanzia: la saudade, la burka. Egli non sa ancora quanto ha sbriciolato irrimediabilmente la sua vita. Sotto altri cieli, cuore esiliato, egli affronterà, la diffidenza, la solitudine, l’umiliazione, la fame, la fatica attraversando i giorni del non essere come un pellegrino, in corsa verso chissà quale metà, senza fermarsi a gustare l’attimo presente nel miraggio sempre rimandato di un improbabile ritorno “a casa”, senza fermarsi mai a “vivere” davvero in terra straniera. Egli cova in sé, costeggiando, sfiorando il presente come un’ombra, nella mente e nello scrigno della memoria quelle schegge del passato come congelate lì nello spazio –tempo immutabile della memoria. Ricordi meravigliosi e amplificati. Egli non si accorge nemmeno che questo “spazio-tempo-presente”, che lo cambia, lo forgia innevando i capelli e fa dolorare le giunture è parte di vita, è la “sua vita non vissuta” che sfugge e non tornerà mai più. Colui che parte vive nella visione del “ritorno”. Il ritorno, pensiero soffocato e soffocante condito di lacrime represse e di sospiri profondi. Il ritorno mille volte sognato, un film mille volte riavvolto, girato con protagonisti e comparse differenti, una sceneggiatura da fotoromanzo mille volte ritoccata, ma con unico attore principale: “Lui” stesso. La lettera d’annuncio, i bagagli, i regali da scegliere, la tensione dell’attesa, il vestito giusto -quello del successo-: segno tangibile della realizzazione del progetto migratorio. L’addio ai nuovi amici: ancora un “lasciare”. Poi il volo interminabile dell’aereo, l’arrivo, il caldo, l’ebbrezza degli abbracci, la gioia frizzante, il sudare, la sete, l’aria tiepida rimescolata dalle pale cigolanti e arrugginite d’un singhiozzante ventilatore. L’assalto ai regali, l’inevitabile questua. Poi lo informano, gli raccontano ed egli si accorge che la sua memoria è una giungla popolata di persone scomparse. Scopre dolorosamente, con una subdola fitta di gelosia e delusione che “loro” hanno continuato a vivere senza di lui e il suo posto, come un campo abbandonato, trascurato dal proprietario, è stato invaso da altri. I fratelli, sorelle e cugini sono cresciuti: li aveva custoditi piccoli nella sua “memoria d’isola che non c’è”. Addirittura qualcuno si è sposato e gli presenta moglie e nuova parentela. Sono nati bambini che lo guardano giustamente incuriositi…come si guarda ad un estraneo…già! Quello che rode non è il pensiero che lo abbiano dimenticato. No, quello che brucia è accorgersi che mentre rimuginava e si
nutriva per anni, giorno e notte di pensieri nostalgici, loro hanno continuato a vivere, normalmente senza di lui, come se non esistesse… come se fosse… morto. In terra straniera per definizione non esiste: è il Sig. nessuno. Lì neanche esiste più. Tutti chiedono dei suoi soldi ma nessuno chiede di lui. Il suo sospirato trionfo ha il gusto amaro di una sconfitta. Nessuno gli chiede: “Allora racconta!”. Quasi come se tutto quel soffrire fosse stato inutile. Tutte quelle esperienze vissute: vane. Incontrerà quello che dopo tutti questi anni lo scruterà intensamente per poi concludere: sei ingrassato! Come se fosse quella la cosa più importante, l’unico suo problema, l’unica battaglia che avrebbe dovuto o che ha dovuto combattere. Come ha vissuto in questi anni, tutto quello che ha potuto vedere, quelle ferite laceranti, quelle cicatrici che si porta dentro l’anima non importano a nessuno: anzi lui è stato privilegiato e fortunato. Vorrebbe urlare la sua rabbia repressa, fargli toccare le rughe della sua pelle avida di carezze, fargli sentire il peso della sua testa piena, stanca e desiderosa di una spalla accogliente, riposante. Vorrebbe squarciarsi il petto per esporre quel suo cuore ispido e inaridito dalla calura della lontananza. Nessuno gli chiede: “Allora com’è andata?”. Nessuno si stupisce dei suoi occhi spenti, prosciugati e dei suoi lunghi silenzi. Ritorno agognato, sognato e temuto allo stesso momento. Temuto anche perché egli sa che è solo una parentesi e che dovrà ritornare indietro. Tre - quattro settimane che inizialmente sembrano durare un’eternità, stretto da una strana ed ambigua nostalgia della terra straniera, che suo malgrado ha scavato stigmate agli angoli della sua coscienza, rivestendolo di nuove abitudini –si fa presto ad abituarsi all’agiatezza- che gli rendono difficile riadattarsi. Poi mano a mano che si avvicinerà il momento di partire sarà assalito di nuovo dall’angoscia dell’abbandono, di perdere l’anonimato che si era riconquistato: essere uno come tanti in mezzo alla sua gente. Colui che parte non appartiene più a nessun luogo. E’ figlio dell’utopia. Diventa come quelle anime vaganti insoddisfatte e smaniose alla costante ricerca dell’introvabile: un posto dove sentirsi pienamente “a casa”. Solo se riesce ad assumersi in quello spazio critico d’identità traversa e a coniugare passato e presente dando coerenza alla sua molteplicità identitaria, egli potrà gustare la ricchezza di essere diventato cittadino del mondo.


Chi in piccolo, chi in grande, siamo partiti, o partiremo, tutti. E siamo arrivati a destinazione, o ci arriveremo tutti, in un luogo più o meno lontano e/o più o meno diverso da noi. Non è difficile ritrovarsi in queste parole, o riconoscerci qualcuno. O comunque trovarle maledettamente vere. E emozionarsi anche un po', vedendo che memorie d'isola che non c'è è il nome felicissimo di un sentimento infelicissimo che tutti, chi in piccolo, chi in grande abbiamo provato, o proveremo.

09 dicembre 2007

Il senso della vita (meglio tardi che mai)

Quando Bruno Vespa scrive un libro non è esattamente facile far finta di nulla: uno se lo ritrova ospite in tutti i programmi esistenti, distribuiti su tutte le fasce orarie del palinsesto, anche in quelli il cui target giura che sia un tronista attempato, (o pentito, forse), ma non ricorda proprio di che edizione.

Un paio di volte cambi canale, un'altra volta lo ascolti distrattamente mentre fai tutt'altro, ma poi ti capita che lo ascolti, anche a singhiozzo, anche solo un attimo. Ebbene, capto il titolo dell'ultima sua fatica "L'amore e il potere - Da Rachele a Veronica un secolo di storia italiana"(Mondadori) e un paio di domande, anche banali, tutto sommato, sul perché del libro e sulla sua parte preferita. Alla seconda domanda Vespa risponde raccontando un aneddoto sugli ultimi giorni di vita di Craxi a Hammamet, riferitogli da Patrizia Caselli. Incuriosita, sono andata a pescarlo in rete. L'ho trovato qui e di seguito ne riporto un brano:
[...]«Quando Anna andava a Parigi, Bettino e io facevamo dei brevi viaggi attraverso la Tunisia, ma i momenti più belli erano certe sere a Hammamet. Spesso, al tramonto, andavamo in una spiaggia libera di Sidi Maherse. Camminavamo sulla battigia, che è morbida e non faceva soffrire Bettino. Parlavamo di tutto. Ogni tanto lui si fermava, guardava in direzione dell'Italia e diceva: lasciamo perdere tutto quel che mi è successo, ma se fossi rimasto là, giornate come questa, momenti come questi, me li sarei sognati. Sarei crepato - diceva proprio così, crepato - senza aver mai visto questi tramonti, questi colori, questi momenti struggenti.[...]
[...]«Venne a trovarmi ancora due volte. Arrivava alle 6 del pomeriggio, caracollante. Avevo rivoluzionato la disposizione dei mobili per accorciargli il percorso. Mi chiedeva di preparargli zuppe di verdura e tutto doveva essere apparecchiato per bene.«"Voglio così perché non riesco a portarti a cena fuori" mi diceva. Voleva darmi l'idea che tutto fosse quasi normale, che fossimo una coppia qualunque che sta insieme a tavola. «Nei giorni successivi lui volle andare a salutare i pescatori. Erano una famiglia che lui aveva conosciuto nella zona meridionale di Hammamet all'inizio del suo esilio (o della sua latitanza, come la chiamate voi), prima che arrivassi io.
Una famiglia molto dignitosa. Il padre era andato via, la mamma è una donna energica, i due figli maschi pescavano. Gli avevano costruito una capanna in riva al mare perché lui potesse star bene accanto a loro. Bettino gli aveva insegnato a cucinare gli spaghetti pomodoro e basilico, e loro gli preparavano l'agnello secondo la tradizione tunisina. Oltre a tanti piatti di pesce. Quando Bettino li conobbe, lavoravano su una barca sgangherata senza motore. Lui gli procurò un piccolo peschereccio. E quando il pesce arrivava in abbondanza, telefonavano perché ne mandassimo a prendere un po'. «Per tutto questo, prima di morire volle salutarli. Scese dalla macchina e i pescatori gli portarono subito una sedia. Li salutò uno per volta. Lo fece passandogli la mano sul viso. Non era un saluto, era un addio.«Quando risalimmo in auto, gli dissi: "Bettino, fino a oggi ti ha sorretto una volontà di ferro. Oggi tu hai deciso di congedarti da tutti noi. Se, con la tua volontà, hai deciso di andartene, questo accadrà. Non farlo, ti prego. Mi stai dando un dolore inimmaginabile. Il dolore di vedere invertito il percorso della tua volontà. Se questo è vero, tu ti stai lasciando davvero morire". Lui non rispose. Fu l'ultima volta che ci vedemmo.[...]

26 novembre 2007

Oltre l'ossessione della taglia





Così comincia l'articolo di Deborah Bonetti pubblicato sul sito de Il Corriere il 23 novembre:

LONDRA – Dieci anni fa Diana era considerata una delle più belle donne del pianeta. Oggi il suo splendido fisico troverebbe di che vestirsi solo fra le taglie comode. [...] Oggi, la “taglia target” è la 38 e in soli 10 anni l'ideale femminile sembra aver rinnegato ogni accenno di burrosità, preferendo donne esangui con il corpo da ragazzi adolescenti o meglio, come scrive in modo pungente il Times: «uomini con i seni». [...]
Qui di seguito alcuni passi salienti dell'articolo del Times, "The Body Of Evidence" di Stefanie Marsh:

[...]Here is the Princess in a swimsuit in July 1997, athletic, womanly, the absolute picture of female pulchritude and sexuality, the remnants of two pregnancies still lightly garlanded about her waist. Yesterday five of her lovers were named in the paper. And honestly, is there a man alive who would have kicked her out of bed? [...]
Ten years on and who have we got as our female pin-ups? Whose world-famous limbs do women have in mind when they come home despondent from Gap, having failed yet again to squeeze into a pair of skinny jeans? Well, lately, it seems as if the entire female population has accidentally slipped into some sort of gigantic communal
form of gender dysmorphia, because the women we have decided that we admire most in the world don’t seem to be women at all. From the back, at least, you could
mistake most of them for teenage boys. [...]



[...]These martyrs to weight-loss hate curves. [...] Are they women at all, I sometimes ask myself, peering more closely at my copy of Grazia. Will there come a day when it will be revealed to the world that this is a huge practical joke? Will the world’s most supposedly enviable women turn out to be escapees from a Pat Pong transsexual club?
[...] Something about her in that swimsuit is too vital for our modern tastes. We like our women lifeless these days. Sensuality makes us recoil. I think it was Tom Wolfe who originally used the term “boys with breasts”. This was in 1998, in his novel A Man in Full, in which the main character, a property dealer, leaves his wife for one of these self-assembled creatures. In the 1990s the “boy with breasts” was still a comic device. But, in 2007, would any of our humourless size6 pin-ups understand the joke?


Secondo me no, non lo avrebbero capito. Comunque, l'eleganza e la bellezza dipendono dalla taglia? O dalla moda? Ed è la moda a imporre la taglia, o il buon gusto personale?


Mi vanno gli occhi su questo post tratto dal blog di Elle:


Think Big
La domanda è cattivella. Esiste un’eleganza oltre la 42? Boh, sì, no, forse. Certo, il prêt-à-porter e l’Alta moda sono fatti su misura per cloni di Audrey Hepburn, Jackie O’ e, senza andare troppo lontano, Kate Moss e Agyness Deyn, l’ultima modellina d’Oltremanica. Però è anche vero che quello che si vede per strada, anche su ragazzette ultraskinny, non è sempre impeccabile. Diciamo la verità, quelle che possono realmente contare su un allure chic sono proprio poche. L’abbinata stivali anni Ottanta di pelle bianca e jeans strettissimi (anche se sono Acne o Chip Monday) richiede una figurina slanciata e flessuosa tratteggiata col rapido. Il caschetto di capelli candeggiati tipo putto rinascimentale passato nella centrifuga (quello che si vede alle serate indie di Milano, Londra o New York) sta bene solo a pochissimi musini da cammeo (o a facce di carattere magari con un naso importante); le altre, sconfinano nel ridicolo. Le micro skirt a pieghe da college girl un po’ birichina donano alle ragazzine e basta, senza possibilità di replica. Oltre i 25 anni (a maggior ragione se con gambe toniche ma non sottilissime) sono da evitare. Le felpe avantgarde di Bernhard Willhelm con teschi stampati tipo urlo di Munch, su signorine con seno oltre la seconda, gridano vendetta. Insomma, uno può essere fashionista fin che vuole, eppure essere ben lontano dall’eleganza. Perché alla fine conta sempre la stessa cosa.
Il senso della misura e la consapevolezza di sé. Allora sì, ci sono anche ragazze (o donne) formose eppure scicchissime. Dipende da come camminano, da come si muovono, da come vestono il proprio corpo. Da quanto si piacciono. L’allure, il fascino, lo stile sono sempre questioni di testa, non di taglia.

E poi, sbirciando tra i commenti, trovo quello di Viviana :
Care ragazze Elle, sono una che è nata in Sudamerica, ma vive come cittadina italiana da ben 23 anni nel Bel Paese. Una volta, quando venivo per le vacanze a trovare nonna e parenti di papà, le donne mi sembravano molto eleganti e carine. Sì, avete capito bene: ho usato un verbo al passato. Purtroppo, a 43 anni ben portati (parola della mia estetista che dà la “colpa” al clima argentino…meno male!!), devo dirvi che la cosa è cambiata. Molto. Voi mi direte: “e questa da dove salta fuori?”. Ma da quello che vedo per strada, in palestra (faccio nuoto da quando avevo tre anni), in spiaggia, al supermercato…., ecc, ecc. Scusate, ma perchè tutte si vestono uguale? I soliti jeans a vita bassa che stanno malissimo e che, sinceramente, fanno vedere troppa carne in abbondanza. Reggiseni push up che si riconoscono a due chilometri di distanza (il seno ai lati è schiacciato), magliette corte da far paura (solita ciccia che deborda), perizoma che vedo a “signore” che potrebbero essere mia mamma!!! Devo dire che lo spogliatoio della palestra dovrebbe chiamarsi il “Museo degli Orrori”: Donne che saltano per infilarsi un jeans che sembra fatto di silicone, vista la capacità elastica di quel poveretto (il jeans), trucchi ispirati dal Museo delle Cere (siamo all’ora di pausa pranzo…) Non so cosa si metteranno in faccia la sera! Non ci tengo proprio a farmi la benchè minima idea! Per non parlare dell’argomento”spiaggia”. Ma perchè una “in carne” e di una certa età deve mettersi in mostra con un bikini ascellare, andare in giro per la sabbia con i tacchi…, sembrare la Bibbia di Gutemberg (per l’incartapecorimento della pelle), ecc, ecc.? Perchè una “signora” deve per forza farci vedere la cellulite, mettersi con il lettino sul bagnasciuga e fare bella mostra delle sue mammelle…Per non parlare dei seni rifatti che sembrano palle da bowling, labbra di gomma, gambe al vento con minigonne della serie “anch’io me le metto!!!” Tutto questo, ed è solo un assaggino, per sembrare ventenni o chissà cosa…Sabato ho visto una giovane mamma con il suo bambino in COSTUME INTEROOOOO!!!!! Era la più bella di quel brutto spettacolo. Con il suo bambino a chiamarla “mamma”, e lei orgogliosa di questo. Elegantissima e splendida!!! Ma perchè siete tutte (o quasi) diventate così?. Mio marito dice che ormai non si scandalizza più di niente. Poi si gira e timidamente mi dice: “lo sai che sei bellissima senza un filo di trucco Non c’è verso: le argentine sono il meglio!” Io lo guardo orgogliosa, mentre un flash ripercorre i lineamenti di quelle nate laggiù, dove qualcuno un giorno mi chiese se da noi esistevano gli assorbenti intimi… Sì, quelli ci sono, ma la cosa più importante è che le donne sanno ancora cos’è la dignità.

Rimango colpita da quello che Viviana evoca soltanto, ma che sento forte dentro di me: quelle bellissime immagini di donne solari, colorate e gioiose del sud del mondo che danzano tra i miei ricordi nella loro composta eleganza...

19 novembre 2007

G2 e la praticabilità della terza via





Quella nell'immagine è la copertina dell'ultimo libro di Randa Ghazy, ventenne musulmana nata a Saronno da genitori egiziani. Randa studia Relazioni Internazionali all'università e ha già pubblicato “Sognando Palestina” (2002) e “Prova a sanguinare” (2005).

Nel suo nuovo libro

la giovanissima scrittrice racconta la storia di Jasmine, che
vive a Milano tra contraddizioni e luoghi comuni, scatti di rabbia e
perplessità, in una continua e conflittuale ricerca della propria identità. È
ciò che succede anche nella realtà a centinaia di ragazzi/e nati in Italia e qui
residenti mentre dentro di loro scorre, da sempre, un’esistenza interiore
parallela, se non un groviglio di tradizioni, di valori, di culture. Vite
normali come quelle di tutti, ma in bilico tra le comuni abitudini dei propri
coetanei e la consapevolezza di un’altra innegabile appartenenza. Storie
apparentemente semplici, già di per sé complicate per il fatto di essere
attraversate dall’età della giovinezza. E giornate che si svolgono tra casa
scuola, negozi, discoteche, ma che oltre – almeno nel pensiero – si nutrono
anche dell’eco di Paesi lontani, di altri suoni, odori, sapori. Così la
Generazione 2 si dibatte nei vicoli dell’integrazione, cercando a volte vie
d’uscita, altre volte, anzi più spesso, la strada migliore. [...]
Alcuni non ce la fanno, perdono la rotta, e lo smarrimento
diventa presto fanatismo ed estremismo, come spiega l’autrice a proposito del
“timore di perdere le proprie radici e identità”: «È un chiudersi in se stessi
motivato dalla paura e dall’ostilità e ricercano nelle tradizioni le sicurezze
che non hanno dall’esterno». Randa, al contrario, sembra aver trovato il suo
equilibrio, confessando di “vedere le cose in modo laico”; pur condividendo con
gli italiani la quotidianità, la lingua, la residenza, lei conosce e rispetta
anche le sue origini arabe, che difende dalle offese gratuite e dalle opinioni
facili. «Siamo milioni di persone nel mondo – dice – e le differenze tra
comunità sono enormi, perciò è sbagliato mostrare solo una faccia dell’Islam,
tra l’altro quella peggiore». D’altronde, è proprio lei che, in un suo articolo
del 14 dicembre 2006 sulla Legge Bossi-Fini e le dignità negate “degli immigrati
di seconda generazione, nuova preziosissima risorsa, ponte tra la clandestinità
e la stabilità, tra lo straniero e l’italiano, tra il passato e il presente”, si
autodefinisce «pseudo-italiana, pseudo-egiziana, ibrido non meglio identificato
che prima di accettare ognuna delle sue identità ha provato a conoscerle,
immergendosi nei due diversi mondi e imparando ad accettarne gli aspetti, le
sfumature migliori, e a levigarne i peggiori difetti». Sostenitrice di una
“società interculturale, e non multiculturale”, Randa Ghazy è convinta che il
motore sia soprattutto la conoscenza, non tanto la tolleranza.[...]

Randa Ghazy non è che una delle voci letterarie della G2: ci sono altri nomi, infatti, che meritano attenzione. Nell'articolo in questione se ne citano due:
Ahmed Djouder, nato in Francia nel 1973 da genitori algerini ed autore di "Disintegrati. Storia corale di una generazione di immigrati" e Faiza Guène, autrice di "Kif Kif domani".
Ripromettendomi di scovare altre voci della letteratura G2, ché il panorama si presenta ampio e variegato, mi limito a riflettere sui due nomi citati nell'articolo.
Da questo sito, al quale pervengo via Google, riporto un brano di Faiza Guène:

Mia madre si era immaginata che la Francia fosse come nei film in bianco e nero
degli anni Sessanta. Quelli con l'attore figo che racconta un sacco di scemenze
alla sua donna, tenendo fissa la sigaretta in bocca. Lei e sua cugina Bouchra
erano riuscite a captare i canali francesi grazie a un'antenna rudimentale fatta
con una pentola d'acciaio per il cuscus. Così, quando è arrivata con mio padre a
Livry-Gargan nel febbraio del 1984, ha pensato che avevano scambiato nave e
sbagliato paese. Mi ha detto che, appena arrivata in quel minuscolo bilocale,
per prima cosa ha vomitato. Non ho mai capito se fosse l'effetto del mal di mare
o un presagio del suo futuro in questo paese.
“L'ultima volta che siamo
tornate in Marocco ero smarrita e sconvolta. Ricordo le vecchie donne tatuate
che venivano a sedersi di fianco alla mamma durante i matrimoni, i battesimi e
le circoncisioni. “Sai, Yasmina, tua figlia sta diventando donna e bisognerebbe
che tu cominciassi a pensare di trovarle un ragazzo di buona famiglia. Conosci
Rachid? Quel giovane saldatore...”
Che stronze! Lo conosco quello lì. Quando
parlano di lui, dicono tutti "quell'asino di Rachid". Anche i bambini di sei
anni gli fanno gli scherzi e lo sfottono. E poi gli mancano quattro denti, non
sa leggere, è strabico e puzza di piscio. Laggiù, basta avere due piccole
escrescenze sul petto al posto dei seni, basta che sai tacere quando te lo
chiedono e che sai cuocere il pane, ed è fatta, sei pronta . per il matrimonio.
Comunque, adesso non credo che torneremo mai più in Marocco. Intanto non abbiamo
i soldi, e mia madre dice che per lei sarebbe un'umiliazione troppo grande.
Tutti la segnerebbero a dito. È convinta che quello che è successo sia solo
colpa sua. Io invece credo che i responsabili in tutta questa storia siano due:
mio padre e il destino.
Il futuro ci preoccupa, anche se non dovrebbe,
perché forse in fondo non ne abbiamo uno. Potremmo morire fra dieci giorni,
domani, o fra un momento, ora, ecco fatto. È quel genere di roba che non si
prevede. Non c'è preavviso, e non puoi rinviare. Non come le bollette della luce
scadute. […]
Quando ero piccola e la mamma mi portava ai giardinetti,
nessuno voleva giocare con me. Li chiamavo "i giardinetti dei francesi" perché
si trovavano in mezzo ai villini abitati quasi esclusivamente da famiglie di
qui. Una volta stavano facendo un girotondo e si sono rifiutati di darmi la mano
perché era il giorno dopo l'Aid, la festa del montone, e la mamma mi aveva messo
dell'henné sul palmo della mano destra. Quelle piccole facce da schiaffi
credevano che mi fossi sporcata.
Non avevano capito mente della commistione
sociale e dell'incrocio delle culture. Bisogna dire che non è del tutto colpa
loro. C'è comunque una netta divisione fra il Quartiere Paradiso in cui abito io
e la zona dei villini Rousseau. Immensi reticolati che sanno di ruggine tanto
sono vecchi, e un muro di pietra che corre per il lungo. Peggio della linea
Maginot o del Muro di Berlino. Sul nostro lato c'è di tutto, disegni e manifesti
di concerti o serate orientali, graffiti che celebrano Saddam Hussein o Che
Guevara, testimonianze scritte di patriottismo tipo "Viva la Tunisia" o "Senegal
è bello", e perfino frasi riprese da canzoni rap che hanno un vago sapore
filosofico. Ma io, ciò che preferisco su quel muro, è un vecchio disegno che
sopravvive da tempo, molto prima che venisse di moda il rap o che scoppiasse la
guerra in Iraq. Raffigura un angelo ammanettato con una croce rossa sulla bocca.
[…]
Siccome la mamma è in vacanza fino alla settimana prossima, abbiamo
deciso di andare a farci un giro insieme a Parigi. Era la prima volta che vedeva
la Tour Eiffel dal vero, anche se abita a mezz'ora di treno da vent'anni. Se no,
è sempre stato soltanto alla tele, nel tg delle tredici, il giorno dopo il
Capodanno, quando è tutta illuminata e la folla festeggia ai suoi piedi, tutti
ballano, s'abbracciano e si ubriacano. Comunque, era davvero impressionata.
“Secondo me è due, tre volte più grande del nostro stabile, non pensi?”
Le ho risposto che era sicuramente come diceva, tranne che il nostro stabile
e l'intero quartiere suscitano molto meno interesse nei turisti. Non ci sono
orde di giapponesi con macchina fotografica sotto le torri del quartiere. A
interessarsene sono solo dei giornalisti esaltati con i loro schifosi reportage
sulla violenza nelle periferie.
La mamma sarebbe tranquillamente rimasta a
guardarla per delle ore. Io la trovo bruttina, ma è vero che incute soggezione,
perché è proprio imponente la Tour Eiffel. Mi sarebbe tanto piaciuto salire
sugli ascensori rossi e gialli, tipo ketchup-maionese, ma costava troppo. E poi
avremmo dovuto fare la coda con dei tedeschi, dei giapponesi, degli inglesi e un
mucchio di altri turisti che non hanno paura del vuoto e tantomeno sono
spaventati di spendere.
[Ma alla fine si apre una finestra……]
Non
importa se non ho più un padre, perché ce n'è tanti che non hanno più un padre.
In più io ho una madre...
Che sta sempre meglio. È libera, colta (più o
meno) e non ha neanche dovuto ricorrere a una terapia per venirne fuori. Le
manca solo l'abbonamento a "Elle" per essere una donna realizzata. Cosa posso
volere di più? Pensate che potrei rispondere "niente"? Invece no, mi mancano
ancora un sacco di cose. Qui c'è ancora molto da cambiare... Ecco, mi viene
un'idea. Perché non danni alla politica? "Da parrucchiera a presidente il passo
è breve." È una frase che ti rimane in testa. Dovrei inventarne di più così, un
po' come le citazioni che si leggono nel sussidiario, tipo quel fesso di
Napoleone che dice: “Ogni popolo conquistato ha bisogno di una rivolta”.
Io
guiderò la rivolta del Quartiere Paradiso. I giornali titoleranno: "Doria
infiamma il quartiere", o "La pasionaria delle periferie dà fuoco alle polveri".
Ma non sarà una rivolta violenta come nel film L'odio, dove non finisce proprio
bene. Sarà una rivolta intelligente, senza alcuna violenza, dove ci si ribellerà
per essere riconosciuti, tutti. Non ci sono solo il rap e il calcio nella vita.
Come Rimbaud, porteremo dentro di noi "il singhiozzo degli Infami, il clamore
dei Maledetti" […].
Un brano di Ahmed Djouder è invece reperibile qui. Di seguito uno stralcio:

[...]Se li aveste amati meglio, avrebbero fatto più
attenzione alle vostre riviste, alle vostre trasmissioni radio, a Françoise
Dolto, avrebbero imparato a scrivere meglio, a leggere meglio, avrebbero capito
che nella vita non c'è niente che non sia articolato, complesso, multiforme;
sarebbero usciti un po' dalla loro visione etnocentrica. E questo sarebbe
bastato a ridurre i danni. Quanto a voi, se li aveste conosciuti, forse sareste
riusciti a diventare un po' meno lassisti. Noi figlie di immigrati subiamo in
pieno lo scarto fra culture. Da un lato le vostre figlie, le nostre compagne di
classe, le francesi, possono uscire con i ragazzi, e dall'altro i nostri
genitori che ci mettono in guardia e ci impediscono di avere anche il minimo
rapporto d'amicizia con i maschi.[...]

Limitandomi a questi due frammenti e all'articolo iniziale emerge una generazione cosciente della propria posizione "a cavallo" di due culture, ma ciò che mi lascia sorpresa- e non in positivo, confesso- è quell'aver tagliato (o quel- nient'affatto celato-voler tagliare) definitivamente i ponti con il paese d'origine di uno o entrambi i genitori. Non ho mai tenuto nascosto il fatto che, se avrò il privilegio di diventare mamma, i miei figli avranno nome e cognome arabo e saranno di religione islamica: non so come reagirei, però, se i miei figli arrivassero a parlare delle terre del padre e di quello che significano per lui e per me, con lo stesso tono di questi due ragazzi.
Mi domando (e chiedo scusa se esemplifico una questione tanto seria e sfaccettata in queste due banali e imprecise domande): parlano così per un fallimento dell'educazione ricevuta? (allora è "colpa" dei genitori che per qualche strano motivo non sono riusciti a trasmettere loro che impraticabili utopie?). O reagiscono così per uno strano cortocircuito innescato dal fastidio col quale hanno visto gli altri guardare ai loro genitori? (E quindi è "colpa" delle infondate manie di superiorità di questo vacuo Occidente?).
A ben guardare, sia considerando l'ipotesi del cortocircuito che quella dell'utopia impraticabile, la colpa (e stavolta la intendo senza virgolette) mi sembra imputabile a quelle manie infondate di cui parlavo poco sopra: almeno in questi due casi è più che plausibile che quelle manie infondate, proponendo un modello sociale omologante e uniformante a tutti i livelli, svuotino di significato la cultura-altra che i genitori tramandano.
E' utopico, da parte mia, aspettarmi figli che invece di guardare a me e mio marito come un uomo e una donna "o/o" guardassero a noi come "e/e"? E' umano insomma, pensare i propri figli italiani (musulmani) di origini egiziane in Italia e egiziani (musulmani) di origini italiane in Egitto? (Continua...)

15 novembre 2007

Tutto è bene quel che finisce bene

articolo tratto da qui
MIGRANTI: MARE MOSSO IN ITALIA, OBBLIGANO SCAFISTA A DIETROFRONT
(AGI) - Il Cairo, 14 nov. - Una barca con a bordo 137 migranti egiziani, sorpresa dal mare in burrasca in prossimità delle coste italiane, ha fatto dietrofront e ha ripiegato verso l'Egitto. L'episodio, avvenuto nei giorni scorsi, e' destinato forse a entrare nella storia dei viaggi della speranza perché i migranti si sono ribellati allo scafista che voleva portarli comunque a destinazione, anteponendo così la sicurezza al miraggio della terra promessa. La storia è stata raccontata da un giovane che si trovava a bordo al quotidiano egiziano "el Badeel". "Eravamo a 200 miglia dalle coste italiane", ha riferito il ragazzo, che ha preferito mantenere l'anonimato, "e ci siamo accorti che le scorte di cibo stavano finendo". Il mare si stava ingrossando, ha continuato, "abbiamo avuto paura di morire, come già è accaduto a molti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo. Così ci siamo ribellati al capitano della barca". Il giovane ha descritto onde alte e vento forte, e ricordato come "uniti", i passeggeri abbiano "affrontato l'uomo" e siano riusciti a tornare a casa". Sbarcati sulle coste egiziane, a Salloum, nei pressi del confine con la Libia, il gruppo è stato rintracciato dalla guardia costiera egiziana. Il capitano dell'imbarcazione Farahat Nader Farahat, detto Abu Nader, e' stato arrestato. Da giorni la questione dell'immigrazione clandestina occupa le prime pagine dei giornali egiziani e la maggior parte dei dibattiti televisivi. E ora e' finita anche in Parlamento. Secondo 'el Badeel' il deputato Ameen Rady ha chiesto al primo ministro Ahmad Nazeef di trovare al piu' presto una soluzione al problema. Tra le soluzioni proposte, c'è anche un nuovo accordo con le autorità italiane che permetta a un numero maggiore di giovani egiziani di entrare legalmente nel Paese per lavorare. Martedì slogan anti-governativi sono stati scanditi ai funerali di due degli immigrati morti nelle acque del Mediterraneo la scorsa settimana mentre tentavano di raggiungere l'Italia. "Lo stato non ha pietà di noi", e "il mufti è un macellaio", hanno gridato parenti e amici delle vittime, alludendo all'ultimo editto religioso (fatwa) emesso dal Gran Muftì dell'Egitto, Ali Gomaa, per il quale gli egiziani annegati al largo delle coste italiane non possono essere considerati martiri perché sono morti per avidità di denaro. (AGI)

09 novembre 2007

La moschiesa di Paderno

Paderno di Ponzano Veneto è un paese in provincia di Treviso che conta 11400 abitanti, di cui 650 stranieri, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa. Un normalissimo comune della provincia italiana, insomma. Eppure qualcosa di diverso-e lodevolissimo- c'è. Da quest'articolo pubblicato oggi sul sito di Repubblica si apprende, infatti che ogni venerdì don Aldo Danieli mette a disposizione degli immigrati musulmani alcuni locali della chiesa di S.Maria Assunta.




A renderlo noto è stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza".

Dallo stesso articolo emerge che don Aldo Danieli era già dedito a iniziative del genere: qualche anno fa ha messo alcuni locali ampi e di recente ristrutturazione a disposizione di un gruppo di ganesi protestanti per le loro preghiere domenicali.

Un impegno, il suo, che si scontra con la diffidenza generale:




[...]"La gente teme che il diverso sia per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".

[...]Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce uno spirito "controcorrente"- ha prevalso. "Le alte istituzioni della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli - noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il muro del pregiudizio".


12/11/2007: a quanto pare la moschiesa non s'ha da fare. C'è da essere disgustati a sentir parlare di democrazia e libertà di culto, in questi casi. Non resta che sperare che la vicenda sia servita a mettere la pulce nell'orecchio a tutti gli "operai del Signore": forse, allora, le polemiche non troverebbero spazio.

01 novembre 2007

La vita ritrovata

"Conosco una città

Che ogni giorno s'empie di sole

E tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio

Delle cicale

Dal bastimento verniciato di bianco

Ho visto la mia città sparire

Lasciando un poco

Un abbraccio di lumi nell'aria torbida

Sospesi"

(G. Ungaretti)


Quando sei lontano, Alessandria è un adhan che dal minareto, attraverso il telefono, ti trafigge il cuore. Alessandria la vedi brillare negli occhi di chi ci è nato e te la racconta confondendola con un ricordo d'infanzia.

Alessandria è una delle prime parole che ho imparato a scrivere in arabo: quando vuoi raggiungerla dal Cairo, lungo la Desert Road, hai tutto il tempo di distinguerne il nome sui cartelli che cadenzano il tuo avanzare come un languido stillicidio, mentre il deserto con i suoi boschetti di palme si perde nell'orizzonte e la sabbia turbina sulla carreggiata.

Alessandria è un taxi sgangherato giallo e nero che sfreccia impazzito districandosi nel traffico endemico e dribblando con la stessa agilità sia i carretti che le costosissime macchine d'importazione.

Alessandria è quella logica ciclonica che proprio non riuscivi a immaginare, prima di vederla in azione: secchioni che dovrebbero definire i sensi di marcia, diventano paletti per lo slalom nella selva di macchine, dal fruttivendolo puoi comprare un coniglio, uno spartitraffico ospita un giornalaio con relative pilette di giornali legate con lo spago e trattenute a terra, una volta aperte, con sopra dei sassi...

Alessandria è una spiritualità calda e silenziosa che respiri in ogni angolo, è un vecchio dalla pazienza smisurata, canuto e laborioso che, seduto, gambe incrociate, lavora tra le mani cotone candido e soffice come la sua barba, attingendo da un sacco talmente grande che c'è da pensare che era bambino quando ha iniziato.

Alessandria la assapori, riflessa negli occhi oziosi di chi fuma un narghilè rincorrendo i propri pensieri lungo quel sentiero etereo, disegnato dal fumo dolciastro che sale danzando verso il cielo sempre sereno. E all'improvviso, capisci che chiamare un colore blu d'Oriente, ha un senso.

Alessandria è il vociare concitato attorno ai banchetti perennemente stracarichi di frutta sapientemente lucidata e la vitalità dei suq che straripano delle più varie merci fin sulle rotaie del tram: un colpo di campanella e ci si ritrae per poi straripare di nuovo.

E' un brulichio di voci e colori, e pochi metri più in là è un cimitero senza fiori, né foto, né lumini, sobrio, ma generoso nel regalarti tutto l'ardore della gente che vi si reca a pregare, anche di quella famiglia che sfila davanti a te con dolore composto, accompagnando il proprio caro, avvolto semplicemente in un lenzuolo bianco. Alessandria è bella anche quando hai voglia di piangere.

Alessandria è il profumo dolce e onnipresente del mare, è la tua canzone preferita di Amr Diab che ti fanno riascoltare in un caffè, è un succo di mango spremuto fresco, un tè alla menta e un carcadè, è una foto che pensi di rubare a due uomini che arrostiscono kofta e kebab e che poi, nel mirino, vedi che si sbracciano a salutarti.

Alessandria è un mare di luci e di persiane colorate che fanno sorridere i palazzi. E' un volo in picchiata tra la ricchezza e la povertà, è una meraviglia in ogni angolo e l'unico posto per cui lasceresti tutto, con la sicurezza di non sentire la mancanza di nulla.

Alessandria è un'emozione nuova e vera, è quel gesto naturale e femminile che riscopri sollevando la gonna di qualche centimetro per salire o scendere le scale, è quella parte di te, fresca e spontanea, che hai ritrovato senza sapere di averla persa. Eppure quando la ritrovi, la senti tua, da sempre.

Quando arrivi e ti dicono: "Alessandria s'è illuminata" si sbagliano. E' Alessandria ad illuminare te.

12 ottobre 2007

Nella casa di Dio

Non potrei iniziare diversamente questo post: aid mubarak a tutti i musulmani!!


Sto immaginando questa bellissima moschea (Abu el Abbas, Alessandria d'Egitto) agghindata a festa e mi sembra di sentire di nuovo quel lieve tepore del marmo al sole sotto i piedi nudi. Era già successo lo scorso anno, ma non riesco a farci l'abitudine. Questa volta l'ingresso in moschea è stato inaspettato, ma graditissimo. Avevo infilato qualche foulard in valigia in previsione dell'ingresso in qualche moschea, ma quel giorno ne ero sprovvista, visto che eravamo in giro per cercare una casa.


Quando sono entrata nella moschea avevo ancora negli occhi quella casa strana, con le finestre piccole e i vetri colorati in cui istintivamente, nonostante la luce naturale fosse ridotta a una penombra velata, ho immaginato un salottino orientaleggiante pieno di cuscini e pouf, in cui trasferire qualche bella candela e appendere i quadri che ho dovuto lasciare in Egitto. Mi è sembrato di vederci perfino i bambini giocare. Mi aggiravo per le stanze vuote con naturalezza, vedendola viva e piena, come se quella casa fosse già mia da tempo. Forse perché è talmente forte il desiderio di una casa tutta nostra in Egitto che accetteremmo come dimora qualsiasi struttura anche lontanamente definibile come tale.


Non avendo nulla per coprirmi il capo, ho insistito per rimanere fuori finché mia cognata non sentenzia che l'ingresso nella casa di Dio non si nega a nessuno. Entriamo sottobraccio, io e lei nell'ingresso riservato alle donne.

Ciò che mi si è materializzato davanti agli occhi è stato uno spettacolo inaspettato: qualcuno leggeva, qualcuno pregava in un angolo, qualcun altro riposava o chiacchierava amabilmente con un tono di voce normale. L'unica persona a muoversi con circospezione- del tutto immotivata, tra l'altro- ero io, lì, a testa scoperta, che rispondevo sussurrando a mia cognata e camminavo quasi in punta di piedi, desiderando di essere invisibile. Ho passato attimi bellissimi ad ammirare gli intarsi e le decorazioni impalpabili degli interni, come se legno e marmo fossero stati merletti, i sontuosi lampadari bassi e i tappeti disposti ordinatamente sul pavimento. Soltanto dopo un po', attraverso la grata di legno che a mo' di separé divide gli uomini dalle donne, ho notato uomini stesi a terra ripararsi dalla calura e qua e là distributori gratuiti di acqua fresca.





Davanti a me c'era uno spaccato di vita quotidiana che mai avrei immaginato potesse svolgersi in una moschea. Poi mi sono ricordata che i bambini ci entrano in tenerissima età insieme ai loro padri e che nessuno dice nulla se i pupetti zampettano tutt'intorno in esplorazione. All'improvviso, l'espressione casa di Dio mi si è arricchita notevolmente, acquistando accezioni profonde, nuove e vere. Ero attorniata da donne che non si facevano alcuno scrupolo a rendermi partecipe dell'argomento dei loro discorsi e che anzi, mi sorridevano amichevolmente chiedendo a mia cognata chi fossi.





Proprio niente a che vedere con lo standard di gentilezza e di solidarietà femminile proprio di questa parte di mondo che ama collocarsi sempre -anche se non capirò mai in base a quale criterio- un gradino più in alto degli altri.


23 settembre 2007

Lucciole per lanterne

Fresca di matrimonio, rifletto sul senso del matrimonio e dell’amore in generale.
Pochi giorni prima di partire per l’Egitto e quindi di sposarmi, mentre ero in fila al semaforo, in macchina, lungo il ponte sul fiume Sacco, nel mio paese, ho notato un lucchetto incatenato ad un lampione.
Sono rimasta a dir poco allibita: al di là del mio finestrino stava sorgendo un ponte Milvio in salsa ciociara, la risposta ceccanese ai pellegrinaggi amorosi delle coppiettine agghindate a festa che si giurano amore eterno annegando la chiave nel fiume. Immagino che i prezzi dei lucchetti siano schizzati alle stelle. E come Ceccano, suppongo in tanti altri posti si sia cercato di ricreare questo totem. Dico totem perché siamo davanti a una vera e propria tribù che si è scelta un feticcio. Stiamo assistendo a un’epidemia di romanticismo dilagante, o forse si tratta della solita sindrome del gregge, conseguenza o effetto collaterale dei jeans a vita bassa?
Io mi ricordo che le mie compagne di classe al liceo portavano il ciondolo a forma di mezzo cuore quando le cose si facevano serie. E se lo toglievano quando poi le cose si mettevano male per indossarlo di nuovo dopo la tempesta o infilarsene uno fresco fresco insieme a un altro ragazzo. Trovo che le cose siano diverse: sebbene in fondo si tratti di due ostentazioni, indossare un mezzo cuore per ciondolo, ancorché comune a molti, è pur sempre un affare privato, interno alla coppia, visibile o non visibile agli occhi altrui e, comunque, deciso senza interpellare beni di pubblica utilità in qualità di testimoni.
Insistendo sulla differenza dei due gesti, l’uno è totalmente plateale e qualcuno converrebbe che è in sintonia con l’esisto-solo-se mi-faccio-vedere tipico del postmoderno, mentre l’altro è un’ostentazione più pacata, il segno di un impegno preso con qualcuno, al pari di una fede al dito.
Non so perché, ma la cosa non riesce a stupirmi, né a farmi rimpiangere che la mia adolescenza non abbia contemplato simili rituali. E’ che proprio non riesco a catalogare i lucchetti ai lampioni tra le cose romantiche. Eppure qualche monetina a Fontana di Trevi l’ho lanciata e non di rado io e mio marito concludiamo le “comunicazioni di servizio” (compra tu il latte…tira fuori dal freezer 2 fettine…stendi il bucato ecc) con qualche appassionata parolina dolce. Telegrafici, tenerissimi pensieri magari scritti di fretta prima di uscire sui tovaglioli di carta, che ogni tanto conservo.
Forse è proprio questa ostentazione a lasciarmi sbigottita: è fisiologico che uno che si sente 3 metri sopra il cielo abbia voglia di scriverlo, ma io sono per le cose dette e manifestate in quella privatissima dimensione intima che è il quotidiano di ogni coppia e non il primo cavalcavia ancora libero dalle scritte altrui. Scimmiottando il titolo di un film al cinema in questi giorni: scrivilo sui tovaglioli, è meglio!!!!

20 settembre 2007

Ritorno al presente

E’ quasi un mese che sono tornata dall’Egitto e, nonostante sia già ripiombata nella routine quotidiana, mi sento ancora con la testa in vacanza. Sono impaziente di postare le foto, ho voglia di raccontare l’Egitto come l’ho visto, come l’ho provato e trovato un mese fa, ho voglia di riviverlo.
Vorrei anche poter accogliere la proposta di condividere il panorama dei placidi pensieri, ma il vecchio pc non vuole saperne! Pazienza…rimanderò a quando, finalmente libera dagli esami, potrò rimettere le manine sul mio amato pc. Peccato però, volevo postarle subito le mie colline blu! E anche quei due bellissimi lilium, uno giallo e uno color ruggine. E anche il glicine e il nostro ciliegio in fiore…. E i momenti di vita quotidiana rubati ad Alessandria, il museo e il sagrario militare italiano di El Alamein, le bancarelle del Cairo straripanti di lampade del Ramadan e tutte le foto in cui ho cercato di intrappolare l’Egitto per poterlo riassaporare più e più volte come fosse una bottiglia di profumo.
Serbo talmente tanti ricordi ancora tiepidi di emozioni intense che non riesco a scrivere nulla senza vagare col pensiero a solleticare i miei ricordi. Iniziare a raccontare sembra impossibile, anche ora che ci sto provando. Devo sbloccarmi, devo togliermi questa ruggine di dosso perché ogni giorno che passa, trovare il bandolo della matassa richiede sempre più sforzo.

Sento che niente avrebbe potuto giovare di più alla mia salute psicofisica di questo viaggio, ne avevo assoluto bisogno.
Preso posto sull’aereo ho tirato un sospiro di sollievo, forse perché finalmente sentivo di non averlo ancora superato quel famigerato orlo di una crisi di nervi. Eppure mi era capitato in più occasioni di crederlo, ultimamente. E’ che a un certo punto l’inerzia finisce e uno non riesce più a inventarsi la pazienza. Il fisico si blocca di colpo e ci si fa convincere (o forse ci si illude) di aver bisogno dei tranquillanti, per esempio. Ne ero completamente certa quando il medico ha sentenziato “neurodermatite psicosomatica” alla vista di quelle strane macchiette rosse che avevo in giro per il corpo a metà giugno. Ricordo di aver scrutato con una certa serietà quella bustina di medicine -un integratore vitaminico per la pelle, una pomata al cortisone e due tranquillanti- credendo quasi di aver scoperto la panacea.
L’idea di assumere tranquillanti non mi spaventava minimamente. Li ho accettati come qualsiasi altro farmaco, credendo di averne davvero bisogno. Dopo la prima dose, per grazia di Dio blanda, vedendo con quanta avversità reagiva il mio organismo non ero più convinta dell’utilità di quella roba. Dovevo scegliere tra quella torpida calma indotta, apparente, effimera racchiusa in una pasticca e quella naturale, profonda e gioiosa -quella dei placidi pensieri, per intenderci- da rintracciare in qualche angolo recondito della mia psiche.
Se sono qui a fluttuare dolcemente tra i miei ricordi recenti, è inutile che mi soffermi a specificare la mia scelta.

In nome della mia salute, mi sono impegnata: era tempo di pensare al mio matrimonio, era imminente, non potevo rischiare di arrivarci a pezzi. Decisa a godermelo appieno, ho iniziato a confezionare le bomboniere: ho scelto un piattino quadrato stile etnico, col fondo nero e delle righe rosse e dorate sul quale ho adagiato i confetti racchiusi nei centrini lavorati a mano dalla mia amatissima nonna. All’inizio non volevo neanche farle, le bomboniere, poi ho trovato per caso questi centrini di cotone egiziano riposti in una bustina in un angolo dimenticato in fondo all’armadio. Sapevo che lei avrebbe trovato il modo di essere presente…
Conserverò un ricordo piacevole dei giorni dedicati ai preparativi: i sacchettini di confetti chiusi con l’organza dorata che avevano inebriato il salotto di vaniglia, la caccia all’acquisto del cartoncino per stampare i menu, la scelta del fioraio più conveniente e quel bouquet di roselline bianche e arancio che poi ho portato al cimitero…forse è più bello adesso ché è appassito, se ne sta ancora lì, nessuno l’ha buttato via. Poi il tableau per il ristorante fatto con delle coloratissime immaginette ritagliate da un vecchio calendario egiziano stampato su papiro, un’ottima soluzione per ovviare al problema degli invitati di diverse nazionalità che non avrebbero apprezzato un tavolo chiamato “per nome”.
Ho voluto che i pochi intimi presenti potessero riconoscermi in quel matrimonio, è per questo che mi sono occupata personalmente di tutti i particolari cercando di sprecare il meno possibile: per le bomboniere, per esempio, ho acquistato l’occorrente (scatoline, piattini, nastri di organza di diverse grandezze, veletti ecc) all’ingrosso e le ho confezionate con le mie manine, ché oltre a essere divertente è anche facilissimo e ho rifiutato di impiegare qualche migliaia di euro per gli addobbi floreali della sala del municipio. Un’unica, ricca composizione bianca e arancio da mettere sul tavolo era più che sufficiente, anche lei è finita al cimitero il giorno seguente. Non è avarizia, è che si può scegliere di non privarsi di nulla anche senza spendere una fortuna.

Ho anche avuto modo di farmi qualche sana e fragorosa risata di fronte all’articolato campionario di pregiudizi sfoderato dalla gente alla notizia del mio matrimonio: c’è chi di punto in bianco è andato a fare gli auguri ai miei pensando che stessero per diventare nonni, chi mi ha messa in guardia filosofeggiando “prima i confetti, poi i difetti”, chi in generale aveva da ridire per i miei 23 anni. Avrei dovuto annotarmele tutte per quanto erano assurde! Ho notato che la gente segue rituali a volte strambi e insensati in fatto di matrimoni solo per non venir meno al diktat dell’apparenza: sembra una gara a chi osa di più, in cui tutto è ammesso e la cui unica regola è l’ardore tutto pagano per l’esteriorità. In molti hanno sgranato gli occhi, scandalizzati dal fatto che non avessimo preparato una lista nozze. L’avreste fatta, voi, la lista, sapendo che rimarrete ancora qualche anno a vivere nei vostri 34 mq di bilocale già arredato? Ve la sentireste voi, tra un paio d’anni di scartare elettrodomestici nuovi di zecca eppure superati e non coperti più dalla garanzia? Ditemi pure che provengo da un altro pianeta, ma io non me la sono sentita. Penso che li avrei delusi comunque, visto che, seppure mi fossi sposata in condizioni normali- tanto per usare la loro terminologia- non avrei mai messo in lista bicchieri di cristallo, servizi da 36 piatti d’oro bordati di diamanti con allegata autorizzazione a bestemmiare se per disgrazia ne rompi uno o chissà che altra diavoleria chic&snob. Da quando ho capito che si può vivere più che dignitosamente con la metà della metà di ciò che per noi è lo standard non riesco più a circondarmi di cose che non ritengo utili nell’immediato.

Non parliamo poi, del fotografo, del mio vestito, del mio trucco e della scelta di non lanciare il bouquet: apriti cielo. In molti al mio posto avrebbero rimandato il matrimonio alla notizia che per quella data qualsiasi fotografo era occupato da almeno un anno. Io ho esultato perché odio mettermi in posa come quelle spose con lo sguardo forzatamente perso nel vuoto, o circondarmi di ombrellini, faretti e magari di eliche che simulano il vento. E pagare migliaia di euro un tizio invadente che ti fa le foto ordinandoti di ruotare le ginocchia chissà dove perché se no l’immagine è statica. L’incarico delle foto e del filmino (preteso fermamente dai parenti in Egitto e realizzato solo per questa giusta causa ) è stato quindi delegato ai miei cugini che, la sera dopo, mi hanno recapitato i cd con tutto il materiale, successivamente approdato nelle sapienti mani di un fotografo egiziano che ha provveduto a montare, stampare, ingrandire il tutto a nostro gusto. Un ottimo lavoro che conserverò sempre con affetto.
Anche per il trucco ho provveduto io: ho imparato da sola a truccarmi e lo dico con un certo orgoglio visto che nessuno s’è mai messo davanti allo specchio con me a dirmi cosa e come fare. Ho scelto colori caldi molto naturali per non “sparare” troppo con il bianco del vestito: in tanti se ne sono accorti solo vedendo una foto scattata mentre mi mettevo il rossetto. La testa invece, l’ho affidata completamente alla parrucchiera.

Il bouquet, dicevo, l’ho portato al cimitero. Si racconta di bouquet caduti all’ombra di fanciulle che, benché in età da marito, non avessero la benché minima intenzione di sposarsi e che, sfiorate dall’innocuo mazzo volante avrebbero invece per forza o buona voglia dovuto rivedere i loro piani. Non ho voluto che il mio bouquet diventasse il capro espiatorio dei ripensamenti delle nubili presenti così ho deciso di non lanciarlo. No, scherzi a parte, ho pensato di portarlo al cimitero perché qualcuno non ha fatto in tempo ad assistere di persona al mio matrimonio. Lo so che non significa nulla e che non ha alcun potere di invertire gli eventi, però io ho sentito di fare così.

Credo che non scorderò mai la contentezza dei miei cognati, la loro commozione, la loro voglia di sentire ogni particolare e il mio rammarico per averlo potuto fare solo in modo frammentario a causa del mio arabo traballante e le foto con tutti loro davanti a quella torta gigante. Sono riusciti a farmi sentire ancora di più che sono parte della loro grande famiglia e per me è un grande onore oltre a essere un privilegio.

Qualche riga fa riflettevo sugli strani rituali della gente qui e sul diktat dell’apparenza: a sentir parlare qualcuno sembra che io mi sia sposata senza poter minimamente prevedere cosa implicano la convivenza, le responsabilità e chissà cos’altro. Tanti dimenticano che se la vivo come una formalità è solo perché convivenza e responsabilità sono parte della mia vita già da 3 anni. Sono volati come 3 secondi però…forse, impegnati come siamo a decifrare le nostre culture e le nostre diversità non abbiamo avuto il tempo di annoiarci. E’ questo credo, che per tanti è difficile da capire…

29 giugno 2007

Placidi pensieri


E’ una sera di fine giugno insolitamente fresca.
Da circa un mese mi godo la tranquillità di casa, lontana dal binomio perugino afa-stress.
Quasi avevo dimenticato l’odore del vento e l’aria serale mielosa di tiglio e gelsomino...tutti i fiori, le cicale instancabili e queste colline blu. Di un blu profondo, intimamente mio, che guardavo noiosamente quando volevo scappare e che ora, lontana, sfioro malinconicamente ad occhi chiusi, col pensiero.
Direi una bugia affermando la verdezza (o la verdità?!) di queste colline: spero di non scomodarne il sonno, ma credo che Kant la relegherebbe tra le cose insondabili dalla conoscenza umana. Se sono verdi, buon per loro. Io le vedo blu e nel dirlo, regredisco a quello stadio dell’infanzia in cui i bambini ancora non si piegano agli stereotipi del sole giallo e dei tetti rossi e colorano gli oggetti a modo loro.
I pensieri galoppano a briglia sciolta e a questa pace ne aggiungo altra se penso che è già tempo di preparare le valigie: tra un mese esatto sarò in Egitto.

21 maggio 2007

Graditi sorpassi

L'ANSA batte: "E' sorpasso, musulmani più di cattolici".
Repubblica riprende e titola: "Il sorpasso dell'Islam 1,3 miliardi di musulmani".


Al di là dell'interesse che può suscitare la notizia, ciò che fa quasi sorridere è questo tono sportivo scelto per trattare la questione: sorpasso sa tanto di classifica- di calcio, di Formula1 o di MotoGP, non ha importanza- di qualcuno che resta indietro, scavalcato, superato da qualcun altro (Più forte? Più veloce? Più furbo?). Anche abbandonando il gergo sportivo, il senso del sorpasso resta invariato. Qualcuno passa avanti (Arriva primo? Vince o guadagna qualcosa? Vale più degli altri?) a qualcun altro che resta indietro.



Messa la faccenda in questi termini sembra che ci si stia contendendo qualcosa, che faccia qualche differenza se in un dato momento uno prevale sull'altro. Faceva forse meno paura sapere che il mondo fino a ieri era un po' più cristiano?



E allora subito a cercare di invalidare i dati statistici bollandoli come non veritieri: i musulmani sono più concentrati in quella parte di mondo che fa figli, è impossibile stabilire l'esatto ammontare dei musulmani perché non sono registrati come i cristiani, ad esempio nelle parrocchie e via dicendo.



Smettiamo di raccontarci balle: se si fosse davvero interessati a vivere in pace non ci sarebbe bisogno di tirare fuori queste questioni. Paradossalmente- l'avverbio è per chi si pone queste questioni, non certo per me che osservo il mondo- sarebbe più facile censire i musulmani che i cristiani: almeno in Egitto l'appartenenza religiosa appare sulla carta d'identità e poi a me sembra che i cristiani non avvertano un'impellente necessità di denunciare cambiamenti di residenza o decessi alle parrocchie di appartenenza....tanto per dirne una, la mia parrocchia è diversa da quella in cui sono stata battezzata.


Nel delicato contesto in cui viviamo, preferirei segnali costruttivi di dialogo a queste sterili competizioni. Io spero, e mi auguro, che questo sorpasso possa giovare all'immagine dei musulmani. Forse, essendo la maggioranza, qualcuno inizierà a guardarli come di fatto sono: gente normale che crede in Dio. E loro, un po' di normalità se la meritano proprio.

13 maggio 2007

Noràpperi, gente per bene

Di Noràpperi ne è pieno il mondo, ma loro mi diranno che mi sbaglio: radiografia irriverente dell'italiano socio-culturalmente accidioso.


Le ondate migratorie e la crisi del
Noràppero


di Giovani Maria Bellu

Un fantasma si aggira per l'Italia, il
fantasma del "Non sono razzista, però". Basta una semplice verifica su un motore
di ricerca come Google per averne la prova. Si digita 'razzista', in italiano, e
vengono fuori poco meno di ottocentomila documenti, quindi si scrive 'racist',
in inglese, e si hanno quasi ventitré milioni di documenti. Dunque, nel web, per
ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist'. Ma se si ripete lo stesso
esperimento con l'intera locuzione "Io non sono razzista però" in italiano e in
inglese (per scrupolo di ricerca in più varianti: 'I am not a racist but', 'I'm
not racist but' etc), si hanno circa diecimila documenti per le versioni
italiane (con "però" o con "ma") e circa cinquantamila per le versioni inglesi.
In definitiva, se per ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist', per ogni
'Non razzista però' abbiamo solo cinque 'Not racist but'. Considerando l'enorme
diffusione dell'inglese rispetto all'italiano nel mondo e in particolare nel
mondo del web, si può affermare che il 'Non razzista però' (che da questo
momento in poi, per esigenze di sintesi, chiameremo 'Noràppero') è una figura
caratteristica del Belpaese. E questo fa ritenere che le ragioni della sua
diffusione vadano ricercate in quei valori di solidarietà e di tolleranza che
hanno formato buona parte degli italiani nelle parrocchie come nelle sedi dei
partiti di sinistra. Il razzismo ne è la negazione assoluta e il "non essere
razzisti", più che un valore guida, è una condizione di appartenenza. L'idea è
che si nasce "non razzisti". Ancora oggi, alla domanda secca: "Lei si considera
razzista?" la stragrande maggioranza di noi risponde con decisione "no". Anche
per questo non esiste un modello assoluto di Noràppero. Ci sono Noràpperi in
tutte le classi sociali. Noràpperi ricchi e poveri, colti e incolti. Ci sono
Noràpperi di sinistra, di destra e di centro. A volte è possibile distinguerli
dall'enfasi con cui pronunciano la prima e la seconda parte della frase. Il
Noràppero di sinistra di solito scandisce la prima parte ("IO NON SONO RAZZISTA)
e sussurra il "però" mentre quello di destra fa il contrario, bisbiglia la
premessa e declama la conclusione. Presenti in modo sporadico fin dagli anni del
boom nelle prime comitive dei turisti esotici ("Io non sono razzista, però
quell'albergo di Marrakesh era sporco"), i Noràpperi sono diventati un fenomeno
di massa alla fine degli anni Ottanta con l'inizio dei grandi flussi migratori.
All'epoca, la congiunzione avversativa era indirizzata ai polacchi, in seguito
scalzati dagli albanesi, che oggi vedono il primato insidiato dagli eterni rom.
I 'però' del Noràppero sono molto sensibili alle vicende di cronaca, ai
sentimenti dominanti nell'opinione pubblica e anche alle esperienze personali.
Quale fu il primo? Verso la fine degli anni Ottanta a quel semaforo? ("Io non
sono razzista, però se il parabrezza è pulito il polacco non deve lavarlo") o a
metà degli anni Novanta? ("Io non sono razzista, però davvero non si sa più dove
mettere questi albanesi"). Il ritmo geometrico della loro proliferazione, ha
introdotto i 'però' anche in proposizioni dov'erano superflui: "Io non sono
razzista, però la legge va rispettata". Come se non fosse vero il contrario, che
è il razzista a non rispettare la legge, quella fondamentale, la Costituzione. O
anche in situazioni dove il razzismo non c'entra nulla, come quando lo si
confonde con la normale irritazione nei confronti di un giovane maleducato che
non cede il posto sull'autobus, se il maleducato è un nero. Alla fine è accaduto
l'inevitabile: la rivolta delle avversative abusate. Stanche di vagabondare
senza meta, esasperate dal precariato semantico, hanno deciso di mettersi
assieme e quindi di dissolversi, come le lampadine di una luminaria che decidono
all'improvviso di spegnersi. Se ne sono andate, lasciando un solo
rappresentante. Un enorme "però". Così il Noràppero ha visto con sgomento
comporsi la sintesi beffarda di quella eterna premessa e delle sue
contraddittorie e disomogenee conclusioni: "Io non sono razzista, però... sono
razzista!". Sbigottito - in particolare se colto e di sinistra - ha reagito a
questo schiaffo al principio di non contraddizione nell'unico modo che gli è
sembrato possibile: con un doppio salto carpiato nel tempo. "Io non era
razzista, però - aiuto! - sto diventando razzista". In questo modo ha creduto di
salvare il suo 'non razzismo' infuso, originario. Quello coltivato, ma mai
verificato, nell'oratorio, nella sezione di partito, nelle buone letture e nei
buoni film. Il Noràppero - che è tuttora uno dei più strenui difensori dei
diritti civili degli afroamericani - ricorda con struggente nostalgia i bei
tempi in cui si commuoveva per Martin Luther King e per Kunta Kinte e, quando
usciva di casa, se proprio gli andava male, al massimo s'imbatteva in un sardo o
in un calabrese ("Io non sono razzista, però perché i sequestri li fanno sempre
loro?"). L'acrobatica riconciliazione con la coscienza e con logica
aristotelica, ha poi creato un nuovo problema. Il Noràppero, infatti, ora è
costretto a domandarsi: "Se io - che non lo sono mai stato - sto diventando
razzista, che ne sarà del resto del paese che, diciamocelo, è molto meno colto e
tollerante di me?". L'angoscia personale è diventata universale e sono scoppiate
le prime lotte intestine. I Noraàperi delle periferie sbeffeggiano i Noràpperi
delle classi medio-alte: "Doveva arrivarvi lo zingaro sotto casa. E quando li
avete spediti a Tor di Nona andava tutto bene?". La crisi del Noràppero è ormai
drammatica. Si può fare qualcosa? C'è una salvezza per il Noràppero: per il
Noràppero che si nasconde in ognuno di noi? Chissà. Ma, quando ci si perde in un
labirinto, bisogna ripartire dall'ingresso. Forse all'origine di tutto c'è stato
un errore di presunzione: l'essersi proclamati 'non razzisti' quando mancava la
materia prima per mettere alla prova la saldezza delle nostre convinzioni. E
anche un errore di metodo: aver abusato del termine associandolo a vicende
diverse (una lite sul tram e uno stupro, una discriminazione e un banale sgarbo)
e aver conseguentemente abusato dei "però" e dei "ma" fino a farne un
intercalare meccanico e sciatto. L'aver in definitiva abbandonato quel metodo di
analisi della realtà che in gioventù aveva consentito a noi Noràpperi di non
sentirci migliori ma solo più fortunati dei nostri coetanei devianti dei
quartieri ghetto. L'aver dimenticato che la fatica di comprendere il mondo, di
ricomporne la disgregazione in un moderno 'conosci te stesso', tutta quelle
buone cose che il Noràppero giovane ha letto in Gramsci, consiste soprattutto
nella capacità di distinguere e di discernere nel proprio tempo.
(tratto dal sito di Repubblica, rubrica "Gli Altri Noi")

11 maggio 2007

Caccia stupida

Quasi non mi sembra vero di scrivere questo post, ce l’avevo sulla punta delle dita da almeno dieci giorni. O forse più, comunque da quando passa –chiamiamolo- il trailer della nuova fiction di Rai1 “Caccia Segreta” che vede l’intelligence impegnata a sventare un attacco terroristico in programma a Roma per il 21 settembre. Roba da rischiare il soffocamento, se la prima volta che lo vedi sei a cena.
Inizio ad inferire, ancora un po’ stordita(ci vorrebbe la nuvoletta dei fumetti, quella coi pallini sotto, ma per ovvi motivi mi limito ad usare i puntini di sospensione):….l’ennesima messa in scena dello stereotipo musulmano(o arabo, non fa differenza)=terrorista…... l’ultima arma forgiata dalla fucina del servizio pubblico. E io paaago, il canone……Ma serviva fare ancora leva sulle paure delle gente? Serviva dare volto a questo spettro che aleggia più o meno silenziosamente sulle nostre vite?
…….Possibile che non ci si renda conto che non si può trattare la situazione con la stessa leggerezza di “Carabinieri” e marescialli vari, ho capito che la polizia ringrazia, però....
Spero tanto di sbagliarmi ma già so che tutte le mie inferenze saranno confermate tra un paio di giorni. Basta aspettare, ché come dicono gli egiziani, la notizia domani non costa niente.
Per una strana coincidenza, poi, come se non bastasse, all’università, nel corso di Teoria e Tecniche Del Linguaggio Cinematografico mi viene proposto di sviscerare il film “La Venticinquesima Ora”di Spike Lee (2002) come esempio di film la cui sceneggiatura non è ascrivibile né a quella in tre atti, né a quella che ricalca il viaggio dell’eroe: sullo sfondo di una New York angosciata dai fasci di luce che si irradiano da ground zero, Monty, spacciatore beccato con le mani nella marmellata, trascorre le sue ultime 24ore da uomo libero prima di farsi 7anni di galera. Mi viene fatto notare il sapiente uso del montaggio, onore al merito: lo spettatore viene a sapere (non in quest’ordine) del cane, del padre alcolista pentito, dell’amico broker borioso/sboccatissimo/cinico e di quello sfigato/fuori-posto/ebreo/aspirante-tutto-d’un-pezzo, della fidanzata Nat, presunta canterina presso gli sbirri, che il prof si ostinava a chiamare Rivière preso dalla carnalità di questa Inès Sastre in versione portoricana. Naturelle Riviera, prof, Naturelle Riviera, detta Nat.
C’ho anche provato a immedesimarmi col protagonista, ma sono riuscita a rintracciare soltanto la violenza e l’irresponsabilità declinate in tutti i modi possibili, restando distaccata tutto il tempo. E non parliamo di quella canzoncina di sottofondo…di quella nenia stereotipata, quella serie di aaaaa gorgheggiate all’orientale. All’orientale, appunto. Di quelle che andrebbero bene anche per la Cina o l’India. Qualcosa di simile alla mia suoneria del cellulare, ma hanno buon senso alla Motorola e l’hanno chiamata “Eastern Sky”. Mica “Arabic Sky”.
Sempre per quella strana coincidenza, mi capita di visionare un interessantissimo filmato che rendeva conto delle risoluzioni ONU, sistematicamente disattese, a favore della Palestina. E mentre io inorridivo per la velocità con cui una risoluzione si tramuta in carta straccia, una musichetta di quel tipo torna come colonna sonora di tanta disperazione. C’è da dimenarsi sui sedili, questi giorni, a lezione…
Ma grazie a Dio c’è anche in uscita "Io, l'altro" e uno tira un sospiro di sollievo. O almeno spera di farlo.

01 maggio 2007

Al margine, interno, dell'ignoto

La foto, "quando il ghibli gioca" è tratta da qui.

Girano e rigirano disperatamente il biglietto nell'obliteratrice dell'autobus. Fissano sconcertati i tasti delle bilance nei reparti ortofrutta del supermercato. Il grado di istruzione non conta: contadini, professori, medici o meccanici che siano, gli stranieri, immessi nel nuovo contesto, sono prima di tutto estranei. In molti, e forse più di una volta, abbiamo avuto l'occasione di provarlo anche noi, sulla nostra pelle e a guardarci indietro ci facciamo due risate, ma quanto è stata dura in quel momento...

Da tempo cercavo uno scritto che potesse far indossare i panni difficili dello straniero.

Quest'articolo di Adel Jabbar tratto da El Ghibli sembra prendere alla lettera la versione inglese dell'espressione, mettersi nelle scarpe di qualcuno. Ed è proprio con ai piedi le scarpe di Adel Jabbar, sociologo e docente universitario di origini irachene, che il lettore, attraverso un racconto tragicomico e schietto, a tratti brutale e, proprio per questo, vero può aggirarsi nella giungla quotidiana di chi cerca di "ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto".





Lo straniero: diversità e contiguità
nella relazione interculturale




Adel Jabbar





La perdita di luoghi, di volti, di
abitudini. E l'inizio di un percorso nuovo, di ricognizione ed esplorazione, per
ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto, dove lo sguardo e la mente
spaziano alla ricerca di simboli, suoni, profumi, sapori, gesti, immagini, che
siano in qualche modo riconoscibili.
Ma cosa del mio vissuto posso riporre
nel nuovo, e dove? Il rapporto con la nuova realtà spesso inizia con questi
interrogativi, e con gli imbarazzi, le esitazioni, le scappatoie, che nascono
dalla ricerca necessaria e continua di contatti e di conoscenza.
Un
episodio, reale, può raccontare e spiegare questo vissuto, forse più di
qualsiasi considerazione intellettuale.
Dopo essere arrivato in Italia,
senza nessuna conoscenza della lingua, riesco con non pochi intoppi a iscrivermi
al corso universitario di italiano per stranieri. Là mi informo, in un
rudimentale inglese, sul vitto, dopodiché mi consegnano un foglio con
l'indirizzo di una mensa. Con questo foglio in mano mi incammino, fermando i
passanti e chiedendo indicazioni. Ad una fermata dell'autobus, un giovane, visto
il foglio che ho in mano, si porta una mano alla fronte esibendosi in una parola
di cui ben presto avrei compreso il significato, ma che in quel momento mi suona
del tutto oscura: "cazzo!", a sottolineare la sua difficoltà nel rispondermi. Lì
per lì, mi appello al contesto in cui mi trovo per cercare di capire cosa mi sta
dicendo: una linea di percorso, un numero dell'autobus, un altro mezzo di
trasporto? Per fortuna dopo, a gesti, mi fa capire che non sa dove indirizzarmi.
In qualche modo arrivo alla mensa, per trovarmi di fronte subito a nuovi
dettagli da affrontare. Mi trovo nella situazione definita come dilemma
dell'ottico: guardi l'insieme e vedi una cosa, ma per poterla capire devi
cogliere anche i particolari, che ad una prima visione ti sfuggono. Il primo
dettaglio nel caso in questione è la fila, una lunga coda che esce sulla strada,
una condizione che non ho mai sperimentato se associata al cibo. Per capire, mi
distacco, attraverso la strada e guardo la fila da lontano, per cogliere quei
particolari che mi indichino chi siano le persone che compongono questa fila.
Deduco (dall'età, dall'abbigliamento) che sì, potrebbero essere studenti e
quindi mi rimetto in fila. Anche l'edificio mensa mi sconcerta: si tratta di una
sorta di capannone che nei cassetti della mia mente trovo associato più a
magazzini, a depositi che non a luoghi in cui si mangia. Decido comunque di
sospendere temporaneamente la ricerca di significati e aspetto il mio turno.
Finalmente, una volta entrato nel capannone, fra odore di fritto e di detersivi
che già mi danno conferme, vedo un lungo bancone e dietro persone che
distribuiscono il cibo. Ma adesso cosa mangio? Quali nomi hanno quelle pietanza
che vedo nei piatti che mi precedono? Lo scoraggiamento quasi mi suggerisce di
lasciar perdere, ma, oltre ad aver superato ormai tutto un percorso ostico, so
che quello è solo l'inizio e decido di andare avanti, concentrandomi sui gesti e
le parole di chi mi precede nella fila, badando soprattutto a ciò che mi appare
foneticamente più facile da riprodurre. Mi accorgo che una frase, in
particolare, viene riferita frequentemente, accompagnata da un gesto indicativo
della mano e allora penso che se in tanti chiedono quel cibo, male non farà. Il
cibo in questione, o meglio la frase è: "lo stesso", che alcuni prima di me
hanno ripetuto per chiedere la pietanza richiesta da un collega (ma questo l'ho
capito soltanto più avanti). Allora, arrivato finalmente il mio turno, faccio
anch'io la mia richiesta: "Lo stesso". Per i due mesi seguenti, pur avendo ormai
capito che mangiavo le stesse cose di chi mi precedeva, per non sbagliare e
pregando che il mio compagno scegliesse bene, ho continuato a chiedere "lo
stesso". Piccolo particolare: "lo stesso", sul dizionario, ovviamente, non
esiste, e quindi la ricostruzione grammaticale di questo significato, così poco
immediato, mi ha richiesto molto tempo.
Lo straniero, che si trova a dover
rispondere a bisogni primari comuni, non possedendo gli strumenti immediati per
farvi fronte è spesso costretto a ridurre la complessità della situazione in cui
si trova, adeguandola secondo ordini di priorità. Non è importante, tanto per
riferirsi all'aneddoto di cui sopra, "cosa" mangia, o almeno non lo è subito:
ciò che conta è prima di tutto poter mangiare, quindi va bene "lo stesso". Anche
in altre sfere della vita lo straniero finisce per trovare degli interstizi, dei
margini di significato, cui riferirsi per interpretare la realtà e per poterla
gestire. Il continuo collocarsi in situazioni "al margine", dà luogo ad una
visione se vogliamo distaccata del contesto, estranea alle relazioni più
interne, ai vincoli più stretti, e dunque genera una condizione di solitudine.
Questo non significa che con il passare del tempo la realtà non possa venire
compresa e interpretata nella sua complessità; certo però questa sorta di
"training", di imprinting iniziale, di solitudine acquisita, segna il vissuto
dello straniero, e lo segna nei termini di un dilemma, fra un'estraneità
"appresa" e l'essere, il vivere, dentro. Una condizione che può essere di
profondo disagio, ma anche di potenziale libertà, se non altro intima e morale,
proprio perché svincolata da schemi precostituiti e fissi.

20 aprile 2007

Non solo ghetto

Il caso della chinatown milanese di questi giorni deve preoccupare: è la chiara dimostrazione di quanto l'Italia sia impreparata a convivere con gli stranieri, tanto da ghettizzarli per poi versare lacrime da coccodrillo. Sarebbe pure l'ennesima dimostrazione della superficialità e della miopia che caratterizza le scelte di chi ci rappresenta, ma sorvoliamo...
Far finta di nulla, cercare di non vedere una comunità, ghettizzandola, non è una buona soluzione. E' un mero far posto a qualcuno. Non è niente di diverso da un atteggiamento di rifiuto. Né di meglio, purtroppo, anche se così sembra.
Mi farei volentieri una chiacchierata con qualcuno di quei commercianti che non ha aperto bocca quando si è trattato di cavalcare l'onda, gonfiando i prezzi dei locali in vendita sapendo che avrebbero pagato qualsiasi cifra pur di stare vicinivicini, i cinesi.
E così, non rimane che aspettare che qualcuno ci metta la famosa pezza su questa vicenda. Per quanto mi riguarda, stendo un velo pietoso, con la speranza che la pezza che metteranno non sarà del consueto nero silenzio perché, che piaccia o no, il futuro delle comunità umane non è quello di restare a guardarsi da dietro uno steccato.
Ma buone notizie ci sono, grazie a Dio. E, da "Il Meridiano" riporto:

Non solo pizza, tutti i sapori dell’immigrazione egiziana
“Pizzeria Le Piramidi”, “Pizza Aida”, “Ristorante Pizzeria Il Faraone”. Basta dare un’occhiata alle insegne di numerose pizzerie milanesi, per accorgersi che ormai uno dei simboli della cucina italiana nel mondo è portato avanti da abili pizzaioli egiziani. Non solo pizza però: gli egiziani a Milano (in tutto sono 21mila) trovano lavoro anche
come camerieri in alberghi, bar o ristoranti, nel campo dell’edilizia e nelle
imprese di pulizia. Quella egiziana è una comunità matura e ben inserita nel
tessuto sociale milanese, come testimonia il numero di persone (2.300) che hanno
preso la cittadinanza italiana – distanziando in questa classifica qualunque
altra nazionalità -, e il numero record di imprese (3.776) avviate da cittadini
di origine egiziana in città. Maturità e capacità di non macchiarsi di episodi
di criminalità comune, che ha contribuito – a differenza di quanto è avvenuto
per albanesi e marocchini - ad accrescere la considerazione dei milanesi per gli
egiziani, considerati “persone che rigano dritto”. L’altro lato della medaglia
vede invece la più forte comunità islamica di Milano (il 70% dei musulmani in
città è di origine egiziana), prendere decisioni spesso in contrasto con la sua
tradizionale moderazione e capacità d’integrazione. Basti pensare alle polemiche
legate alla decisione di aprire una scuola islamica in via Ventura, o alle
esternazioni – per lo meno deprecabili – di alcuni esponenti religiosi che in
passato hanno giustificato una serie di atti terroristici compiuti nei confronti
di obiettivi occidentali. Ma la comunità egiziana a Milano non è composta solo
da musulmani: sono ben 7mila, infatti, i cristiani copti che tutte le domeniche
frequentano la messa, rigorosamente separati tra uomini (che per l’occasione
sfoggiano l’abito bello) e donne (con un copricapo in testa). I luoghi di
ritrovo preferiti dalla comunità egiziana a Milano sono naturalmente le moschee
(in viale Jenner e viale Padova), ma passeggiando per via Farini o in piazzale
Maciacchini è molto più probabile assistere ad una conversazione in dialetto
egiziano, piuttosto che in milanese. Per lo shopping le famiglie egiziane si
recano spesso nelle vie attorno a piazzale Loreto, in cui molto forte è la
presenza di macellerie halal e di ristoranti che cucinano piatti tipici del
Paese africano. Per quanto riguarda lo svago, gli egiziani – soprattutto quelli
sposati - prediligono ritrovarsi a casa a bere un ottimo thé piuttosto che
uscire in un luogo pubblico. Televisione sempre accesa su di un canale
satellitare in diretta dal Cairo, e lunghe e animate chiacchierate. Non mancano
i momenti conviviali, legati soprattutto alle feste religiose, nei quali tutta
la comunità si incontra e festeggia. Per gli Ayd al-Kabyr (la festa del montone)
e gli Ayd as-Saghyr (la festa che segna la fine del Ramadan), infatti, spesso la
comunità egiziana milanese affitta interi palazzetti dello sport per festeggiare
insieme.


P.S. Ma qual è il nome di queste due feste? Io ne conoscevo uno diverso...