Il senso della vita (meglio tardi che mai)
Quando Bruno Vespa scrive un libro non è esattamente facile far finta di nulla: uno se lo ritrova ospite in tutti i programmi esistenti, distribuiti su tutte le fasce orarie del palinsesto, anche in quelli il cui target giura che sia un tronista attempato, (o pentito, forse), ma non ricorda proprio di che edizione.
Un paio di volte cambi canale, un'altra volta lo ascolti distrattamente mentre fai tutt'altro, ma poi ti capita che lo ascolti, anche a singhiozzo, anche solo un attimo. Ebbene, capto il titolo dell'ultima sua fatica "L'amore e il potere - Da Rachele a Veronica un secolo di storia italiana"(Mondadori) e un paio di domande, anche banali, tutto sommato, sul perché del libro e sulla sua parte preferita. Alla seconda domanda Vespa risponde raccontando un aneddoto sugli ultimi giorni di vita di Craxi a Hammamet, riferitogli da Patrizia Caselli. Incuriosita, sono andata a pescarlo in rete. L'ho trovato qui e di seguito ne riporto un brano:
[...]«Quando Anna andava a Parigi, Bettino e io facevamo dei brevi viaggi attraverso la Tunisia, ma i momenti più belli erano certe sere a Hammamet. Spesso, al tramonto, andavamo in una spiaggia libera di Sidi Maherse. Camminavamo sulla battigia, che è morbida e non faceva soffrire Bettino. Parlavamo di tutto. Ogni tanto lui si fermava, guardava in direzione dell'Italia e diceva: lasciamo perdere tutto quel che mi è successo, ma se fossi rimasto là, giornate come questa, momenti come questi, me li sarei sognati. Sarei crepato - diceva proprio così, crepato - senza aver mai visto questi tramonti, questi colori, questi momenti struggenti.[...][...]«Venne a trovarmi ancora due volte. Arrivava alle 6 del pomeriggio, caracollante. Avevo rivoluzionato la disposizione dei mobili per accorciargli il percorso. Mi chiedeva di preparargli zuppe di verdura e tutto doveva essere apparecchiato per bene.«"Voglio così perché non riesco a portarti a cena fuori" mi diceva. Voleva darmi l'idea che tutto fosse quasi normale, che fossimo una coppia qualunque che sta insieme a tavola. «Nei giorni successivi lui volle andare a salutare i pescatori. Erano una famiglia che lui aveva conosciuto nella zona meridionale di Hammamet all'inizio del suo esilio (o della sua latitanza, come la chiamate voi), prima che arrivassi io.
Una famiglia molto dignitosa. Il padre era andato via, la mamma è una donna energica, i due figli maschi pescavano. Gli avevano costruito una capanna in riva al mare perché lui potesse star bene accanto a loro. Bettino gli aveva insegnato a cucinare gli spaghetti pomodoro e basilico, e loro gli preparavano l'agnello secondo la tradizione tunisina. Oltre a tanti piatti di pesce. Quando Bettino li conobbe, lavoravano su una barca sgangherata senza motore. Lui gli procurò un piccolo peschereccio. E quando il pesce arrivava in abbondanza, telefonavano perché ne mandassimo a prendere un po'. «Per tutto questo, prima di morire volle salutarli. Scese dalla macchina e i pescatori gli portarono subito una sedia. Li salutò uno per volta. Lo fece passandogli la mano sul viso. Non era un saluto, era un addio.«Quando risalimmo in auto, gli dissi: "Bettino, fino a oggi ti ha sorretto una volontà di ferro. Oggi tu hai deciso di congedarti da tutti noi. Se, con la tua volontà, hai deciso di andartene, questo accadrà. Non farlo, ti prego. Mi stai dando un dolore inimmaginabile. Il dolore di vedere invertito il percorso della tua volontà. Se questo è vero, tu ti stai lasciando davvero morire". Lui non rispose. Fu l'ultima volta che ci vedemmo.[...]



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