Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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04 maggio 2010

Sera

Una manciata di minuti alle nove, dopo la lezione serale di arabo, non è ancora completamente buio. L'aria ferma e opaca è rischiarata da un riflesso lontano, tutt'intorno solo ombre. Il lessico del ristorante mi ha messo un certo appetito.
Saluto le ragazze e salgo in macchina. Mi piace il rapporto che si è creato. Un misto di viva solidarietà e sottile confidenza. Salgo in macchina, alla radio gli ultimi istanti di Sunrise, Norah Jones. Imbocco la superstrada, sono soddisfatta.
Le luci della città compaiono solo dopo la prima galleria. Per qualche centinaio di metri il paesaggio dominante è una vegetazione fitta e cupa che l'imbrunire riduce ad una massa indistinta e compatta. Se ne distinguono solo i contorni, stagliati contro il cielo violaceo e sgombro della sera che avanza. Lo popolano solo due nuvolette più scure, in diagonale, come se fossero il fumetto dei pensieri di qualcuno.
Oltrepassata la prima galleria compare la città. Tra gli edifici svetta aguzzo il campanile di San Pietro, l’unica cosa sveglia e accesa che, fuori dalla mia finestra, nelle innumerevoli mattine degli esami, prima dell’alba vegliava silenziosamente in cima alla distesa dei tetti addormentati. In procinto di lasciare la mia vecchia casa, ricordo di averlo fissato un’ultima volta con profonda riconoscenza, desiderando invano di portarmelo via, quel muto testimone, come fosse un soprammobile.
Poi la città si avvicina, di galleria in galleria le macchine si inseguono per raggiungerla. Ognuno con le sue storie, la giornata volge al termine ed io mi metto a pensare che, in fondo, questa città mi appartiene profondamente.

03 novembre 2008

Flashback

Marina lo chiama struggimento della fine e aggiunge una grande verità: è presente in tutti i presenti.
Credo che si chiami così quella nebbiolina densa che mi ha ammantato il cuore quando un paio di giorni fa ho lasciato definitivamente quella casa. La nostra prima casa insieme, il nido minuscolo in cui rifugiarci insieme nonostante tutti, in un modo o nell’altro ci scoraggiassero. Finiscono qui i tuoi vent’anni sentenziò la mia coinquilina di allora. Io ho sempre pensato che sarebbero iniziati di lì a poco i miei vent’anni e ora, a distanza di tre anni e mezzo posso dire che non mi sbagliavo, grazie a Dio.
Io sono diventata donna lì dentro. Ho imparato a prendermi le mie responsabilità. Ho percepito di giorno in giorno il nuovo nucleo familiare che avevamo deciso di creare. Ho avuto modo di riflettere sulla vita e sulla mia anima. Ne sono venuta solo parzialmente a capo, d’accordo, ma sento che la parte più consistente l’ho già affrontata, grazie a Dio ancora e sempre. E l’ho affrontata lì dentro. Ok: avrei potuto farlo in qualsiasi altra casa, ma l’ho fatto lì e forse è per questo che sento di averci lasciato un pezzo consistente di me.

"Finiture di lusso", c’era scritto sull’annuncio e io non volevo neanche chiamare. Era un gelido sabato sera di gennaio, e io scorrevo gli annunci con un pezzo di pizza in mano. Eravamo a casa mia, da soli. Lei, la parsimoniosissima aspirante insegnante alle soglie dei trent’anni che avevo come coinquilina, ci avrebbe risparmiato le sue frecciatine intolleranti per tutto il weekend.
Era entrata da pochi mesi a dettar legge nella casa che io abitavo da più di un anno. Aveva recintato i suoi spazi escludendomi senza considerare che fossero anche i miei: con le altre ragazze, essendo solo in due in casa, si faceva spesa insieme per la maggior parte delle cose, si usava la stessa dispensa e lo stesso frigo senza badare al ripiano. Lei mi ordinò, stizzita, di farle spazio in frigo e nella dispensa. Aveva i suoi detersivi che custodiva gelosamente in camera sua. Mettevamo su due pentole diverse per la pasta- entrambe mie- e quando me ne andai, oltre a consigliarmi di far fare il test per l’HIV al mio fidanzato, mi ammonì di lasciarle almeno i bicchieri. Non li stavo rubando, erano semplicemente miei e me li portavo altrove.
Giocava a fare la bambina con le calze colorate e con la sua vocetta stridula spiegava che l’ombretto aveva il potere di rivelare i suoi anni, motivo per cui portava solo quintali di mascara e di rossetto rosso. Saliva dai ragazzi al piano di sopra con la macchinetta del caffè in mano e una volta, davanti a quello che poi sarebbe diventato mio marito, si stupì che quella sera io non volessi accompagnarla. Eppure sapeva che non mi interessava salire, non l’avevo mai accompagnata. Stava cercando di farci litigare, faceva domande impertinenti godendo del nostro imbarazzo e del nostro continuo spiegarle che no, quello non è vero e quell’altro non è così. Ebbi modo di apprezzare la pazienza sconfinata di marito e il rispetto che non mancava mai di riconoscerle se non altro perché dividevo la casa con lei e per l’ennesima volta in pochi mesi toccai con mano la fiducia che aveva in me.
I vecchi coniugi proprietari avevano voluto il mio consenso per farla entrare in casa, ma quel giorno in cui acconsentii mi ero perfino illusa di aver trovato un’amica in lei. La vecchia proprietaria mi chiamò cercando di dissuadermi dall’andar via, ricordo che mi colpì il suo commosso e sincero dispiacere quando le illustrai i veri motivi. Lei volle incontrarmi da sola e senza che io le avessi chiesto un parere mi disse che nulla ostava alla convivenza di un musulmano con una cristiana, ma mi ammonì a non mettere mai in discussione la Trinità di Dio e la figura di Gesù così come la intendono i cristiani. Io la salutai con rispetto, ma non dissi nulla a proposito della sua ammonizione. Presi le mie cose e andai a vivere a poche centinaia di metri più in là con l’uomo che poi ho sposato. Mi chiudevo alle spalle la casa in cui l’avevo conosciuto, il luogo in cui mi aveva fatto prima dubitare e poi tremare di tenerezza esponendomi candidamente le sue intenzioni ma tutto ciò fu offuscato dalla brama di allontanarmi da quell’atmosfera. Lei si rammaricò solo per l’evenienza di dover istruire una matricola, io me ne andai senza rimpianti, era il 26 febbraio 2005. (continua...)

29 agosto 2008

Partire





Perugia è limpida e fresca, il 4 agosto poco prima dell’alba. Preparo la colazione mentre mio marito come un fulmine si fa barba e doccia. Non ho voglia di masticare, ho ancora in bocca il sapore della notte pressoché insonne, di quando si va a letto tardi e ci si sveglia troppo presto e di quando si ha paura che la sveglia non suoni o che qualcosa durante il viaggio vada storto. Lavo le tazze, lui si veste. Poi mi rintano in bagno a prepararmi e a lasciare una parvenza di pulito. E’ un controsenso pulire qualcosa che sai prenderà la polvere per le successive 3 settimane, ma decido di farlo.
Esco dal bagno, le valigie già chiuse sono in pole position vicino alla porta, sembrano impazienti anche loro di svolazzarsene via.
Alle 5: 55 siamo già alla stazione, ci sediamo per riprenderci dalla fatica di aver trascinato fin lì le valigione pesanti. Io le guardo e penso che stavolta abbiamo sforato alla grande con i kg: sono piene di rubinetti e di interruttori, c’è perfino il saliscendi della doccia. Tutto l’armamentario oltrepassa abbondantemente i 10 kg, ma dovendo ristrutturare l’appartamento ad Alessandria, abbiamo scoperto che i rubinetti migliori sono importati dall’Italia a prezzo prevedibilmente triplicato e che spesso si incappa in gente senza scrupoli che spaccia per italiani rubinetti made in Taiwan. Per comprendere la considerazione degli egiziani per i prodotti provenienti dai quei posti basti pensare che quando sono in preda a una di quelle tempeste intestinali alle quali pare proprio che io non riesca a sottrarmi, i miei cognati scherzano sulla mia pancia made in Taiwan.
L’appuntamento con l’autista della Sulga- la società perugina di pullman che ci deposita proprio a Fiumicino, terminal C- è fissato per le 6:10. Ripesco dalla rubrica il numero dell’autista per sincerarmi che gli risulti la mia prenotazione, lo faccio per evitare che il pullman bianco e azzurro mi sfili disinvolto davanti agli occhi come è già successo. L’autista è di parola, in un paio di minuti è lì da noi che chiede conferma del mio cognome.
Mi sembra una grande conquista salire a bordo, posso finalmente rilassarmi e godermi la città dal finestrino: c’è un ragazzetto con gli occhiali da sole che apre un bar, gente non esattamente raccomandabile tutt’attorno e qualcuno che va al lavoro chissà dove. Noto che la luce è cambiata, intorno a me è tutto roseo e assopito, Perugia è pulita, fresca e un po’ deserta. Perfino bella.
Facciamo tappa in centro: il sole dipinge un riflesso dorato sulle finestre antiche degli alberghi un po’ snob finché una donna anziana non ne apre una per fotografare il panorama con attrezzatura professionale; deve essersi alzata apposta per quello. Gli ultimi passeggeri salgono a Piazzale Europa, poi imbocchiamo la superstrada poco dopo le Segreterie Studenti. Mi compiaccio nel passarci davanti senza dover entrare a fare file sterminate.
I campi di girasoli sono già secchi, ma la mente mi corre indietro all’anno scorso, quando, nel pieno della fioritura accarezzavano i fianchi delle colline con graziosa allegria.
Giocherelliamo con due fratellini marocchini, tornano a casa anche loro. Hanno la simpatia e la semplicità dei bambini arabi, accettano il mio succo di frutta e qualche caramellina, sorridono, chiacchierano con noi. Ammiro la vivace innocenza dei loro occhioni scuri e mi chiedo che faccia avranno i miei figli, se Dio vorrà donarmeli. La più grande inizia a recitare i numeri in arabo, ma il 2 mi suona incomprensibile. Mi manca l’arabo del Mashreq e quello dolce dell’Egitto.
Sorpassiamo un camioncino con una scritta verde che mi salta agli occhi: è il nome di una tipografia umbra con la quale ho vicendevolmente scambiato per telefono una buona dose di stress, durante il mio stage. Percorro con gli occhi il loro numero di telefono, me lo ricordo ancora. Mi rendo conto che sto sorridendo: sono in vacanza.


07 giugno 2008

Contesti

( i giardini Carducci, foto tratta da qui)


Dietro l'assenza di questo periodo c'è una mancanza di tempo che di quest'epoca ahimé mi è fisiologica e sicuramente anche un episodio non proprio piacevolissimo al quale più volte ho provato invano a dar forma, ma, considerando i post smozzicati e condannati a rimanere bozze a tempo indeterminato direi che no, non sono ancora pronta a raccontarlo.

Una congiuntura di fatti apparentemente slegati tra loro mi ha portato a pensare che è tempo di concentrarmi sul contesto e ripartire da ciò che cambia davanti ai miei occhi ad una velocità che mi ero imposta di non voler percepire.

Non ultimo, il giorno in cui mi è capitato di attraversare piuttosto frettolosamente Corso Vannucci per andare in facoltà notando un’insegna staccata senza riuscire a risalire al negozio in questione. Decisamente troppo, mi va a rotoli l’esistenza se decido di vivere distrattamente.

E' che negli ultimi 5 anni ho accettato che Perugia facesse da sfondo e da contenitore alla mia vita senza farle da contrappunto con quel minimo di attrito mentale che uno normalmente mette in atto in un rapporto sano e normale con una città. Mi rendo perfino conto di non aver speso una parola sul ridicolo coretto giornalistico che è stato servito come contorno alla vicenda della morte di Meredith Kercher. Eppure certe affermazioni le ho trovate davvero pesanti e per parecchio tempo mi è toccato rispondere alle domande incalzanti di amici e parenti (ma tu la conoscevi, l'avevi mai vista? Ma tu sei mai stata al locale di Lumumba? Ma davvero è così facile trovare la droga? ecc.) con no spazientiti che suonavano inevitabilmente come giustificazioni, come se Roma o le altre città universitarie fossero lontane dalle selve oscure in cui tanti smarriscono la retta via ben prima di arrivare nel mezzo del cammin di nostra vita….

Ma torniamo al contesto, al mio, ché ognuno è dotato, almeno potenzialmente, di intelletto e discernimento.
Certo, l'entusiasmo dei primi tempi non torna: mi ricordo angolini caratteristici, certi balconcini fioriti da cartolina, un'atmosfera piacevole e posti da guardare per la prima volta. Mi domando come abbia potuto quella magia annegare tanto silenziosamente nella quotidianità, nella fretta.

Eppure ci sono posticini deliziosi di cui riesco a sentire la mancanza senza impegnarmi troppo: i giardini Carducci, per esempio. Il panorama placido oltre la ringhiera bassa, i viottoli tra gli alberi complici, qualche panchina e una sera fina d'ottobre che ho deciso con la mia testa cosa farmene di quel paio d’occhi neri e la vita, grazie a Dio, ha preso una piega inaspettata, ma voluta e lungamente e strenuamente cercata e desiderata. Non voglio nemmeno pensare a cosa e come avrebbe potuto essere la mia vita se avessi fatto altrimenti…

E poi la gente: gli autisti gentili che non so quante volte mi hanno detto scendi alla prossima! Le cassiere che ormai mi salutano e le dispute esilaranti al banco dei latticini sul tipo di ricotta da usare nella torta….Mariaaaaa, la signorina- è ironico, sì, prima di sposarmi mi avrebbero dato della signora- ha da fa’ ‘n dolce! Pronunciato con quell’intonazione un po’ insolita e le d buffe, rotolanti, quasi fossero r. Decisamente più logiche certe a arrotate dell’arabo, sì, non capisco perché complicarsi la vita e la lingua in suoni inverosimili.

Tralascio di proposito i razzisti ottusi e le loro ossessioni retrograde, gli automobilisti impertinenti, le donne in carriera vestite come le adolescenti e le adolescenti vestite da donne in carriera.

Ma solo perché non li ritengo attributi esclusivi di Perugia.

23 marzo 2008

Pasqua, Perugia e la "dompietà"



Ieri sera, forse condotto fino a me dal vento che flagellava Perugia senza pietà, mentre lavavo i piatti, mi è sembrato di ascoltare qualcosa di remoto e primordiale, il suono di un canto che mai avrei pensato di poter sentire in quel luogo.
Ci sarebbe da scriverci almeno un centinaio di post, sul mio rapporto con Perugia. Mi chiedo come ho fatto a non scriverne mai, e chissà, forse questo è il primo passo. Passo giorni interi senza sentire le campane e quando le sento sono troppo distanti, o troppo fioche e comunque mai neppur vagamente prossime all'idea di campane che alberga nella mia memoria: in 5 anni ho visto un solo, fugace funerale e ho imparato che devo uscire fuori città per imbattermi in un cimitero.
Insomma, mai avrei immaginato di sentirlo lì quel canto, dicevo. D'istinto mi precipito sul balcone. Silenzio. Che brutti scherzi, gioca la malinconia, mi dico. E torno ai miei piatti.

Tempo un paio di secondi e sono di nuovo sul balcone: Sono stato, io l'ingrato....Gesù mio, perdon, pietà, gridava un altoparlante e l'ho sussurrato anch'io, d'istinto, meccanicamente, senza emettere voce, come si fa con una vecchia, dolce nenia.

Non mi sbagliavo: la mente inizia a correre all'indietro fino a quando ero bambina e c'ero anch'io col mio piccolo flambeau rosso ad affollare le strade del centro storico del mio paese. Ci volevano ore per completare il giro attraverso i vicoletti stretti e scoscesi di epoca medievale. Ricordo che vedevo passare gruppi di vecchine consunte dall'età che imbracciavano grossi ceri, inclinandoli lateralmente verso l'esterno, alla nostra altezza...grosse lacrime di cera fusa precipitavano fino a terra incrostando le strade e noi bambini dovevamo badare a non farci andare a fuoco i capelli...
La fiumana di gente era di proporzioni tali che ogni gruppetto di persone aveva qualcuno che pilotava il canto, rilanciandolo quando le voci si affievolivano: roba che in un punto si cantava, cadenzando, "sono stato..."e da un altro, dieci metri più avanti risuonava l'eco di "perdon, pietà...". Per anni mi sono chiesta cosa fosse la dompietà, perché io cantavo "Gesù mio per dompietà...."
E poi i sontuosi drappi rossi ai balconi, i lumini alle finestre... e il colpo d'occhio, dominato dalle fiammelle dei grossi ceri che ardevano pazientemente per tutta la sera, l'enorme statua di Gesù morto e quella della Madonna Addolorata, ammantata di nero, col cuore trafitto di spade...
e nell'aria, l'odore acre della cera bruciata.
Proprio mentre scrivo hanno sciolto le campane, finalmente qui giù a casa le sento, è Pasqua, la luce ha vinto sulle tenebre e io, augurando a tutti una serena e gioiosa Pasqua, spero che arrivi la luce a chi la sta cercando.