Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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23 novembre 2008

Dialogo interreligioso, monologhi e parentesi

Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.

La citazione è un passo della lettera del Papa a Marcello Pera pubblicata dal Corriere in data odierna e reperibile qui.
La leggo e mi metto a pensare….
Quel giorno che entrai in casa trovandoci una ragazza libica musulmana….quel giorno che facemmo l’alba a parlare e a confrontarci io sono sicura che tra me e lei ci furono parole riconducibili al dialogo interreligioso. Perché sono così sicura? Perché parlavamo di Dio ed intendevamo la stessa cosa. Parlammo di riti, di profeti, di santi, di Gesù…quel giorno forse un po’ per reazione, perché sentivo di dover affermare la mia identità, mi resi conto che sebbene la mia fede fosse flebile io credevo in Dio e quello che sapevo io di Dio coincideva con quello che intendeva lei con Allah. Allah era uguale al mio Dio, non era quella parola sanguinaria che mi stavano raccontando al tg. Scoprii che era clemente e misericordioso come il mio Dio.
Ora, quattro anni dopo, mi chiedo: se io avessi affrontato quello stesso discorso avendo ben chiaro in mente che il dialogo interreligioso non è possibile-senza-mettere-tra-parentesi-la-fede, credo che dopo due parole mi sarei rinchiusa in camera mia arroccandomi sulle mie convinzioni senza alcuna voglia né curiosità di sapere in cosa credono gli altri.
Io non credo di aver messo da parte la fede, quella sera: parlando della crocifissione di Cristo, del battesimo dei bambini, della prima comunione ho dovuto trattenere le lacrime perché in quel momento ho realizzato che quei riti facevano parte della mia identità e che io per la morte improvvisa di un mio coetaneo -avvenuta tre anni prima- avevo rifiutato e accantonato in toto. Forse quella sera la mia identità cristiana l’ho recuperata, comunque non l’ho accantonata né tanto meno messa tra parentesi. Mi sono sentita come un pesce che smette di nuotare spensieratamente nella sua acqua e inizia a distinguere ogni singola gocciolina, fino a sentirne il sapore e la freschezza. La mia coinquilina musulmana era lo sfondo che mi mancava per percepire me stessa come figura, per potermi ritagliare e stagliare come qualcosa di definito dal punto di vista dell’identità religiosa. Sarei una persona diversa oggi, se avessi rifiutato quel discorso, a prescindere dalla mia opinione attuale sui riti e sugli avvenimenti sopraelencati.
Mi metto poi a pensare al secondo punto: affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo (sulle quali ricordo, il Papa conviene con Pera che non si possa imbastire un dialogo interreligioso). Mi chiedo: su quali basi poggia quel confronto pubblico? E me lo chiedo perché va da sé che un cattolico e un musulmano che si confrontano, finiscano per citare quel versetto del Corano o quel passo del Vangelo. Non si finisce forse per chiamare in causa quella decisione-religiosa-di-fondo dalla quale ci si guardava bene dal confrontarsi?
Il mondo non è mai stato così piccolo come in questi anni, zuzzurellabile a piacimento in distanze quantificabili in ore d’aereo. Si viene in contatto con realtà che uno prima non si sognava nemmeno di poter sentire nominare e noi che facciamo? Ci mettiamo a piantare paletti per delimitare il nostro territorio da quello altrui, continuando a pensare agli abitanti di questo mondo come noi/loro e siccome io sono così, io e te non possiamo parlare….
Mi sembra sciocco, riduttivo e molto poco cattolico, ecco. Perché in questo modo di vedere le cose non vedo fratellanza. Per come la vedo io, uno l’identità religiosa (e non) se la forma con il dialogo e con il confronto perché non è una rigida statua di marmo né un dogma inconfutabile, ma un qualcosa di estremamente malleabile da plasmare giorno per giorno, l’identità. Siamo o no dotati di intelletto?

26 giugno 2008

La Porta di Lampedusa e l'ennesima frettolosa generalizzazione

Immagine e citazione tratte da qui

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l'ultimo promontorio dell'isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno "piantato" qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. [...]

[...]E' una porta puntata verso l'Africa. La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare. La sua anima è in ferro zincato.

Sicuramente non servirà a molto, il corso degli eventi non si può invertire. Potrà solo far essere un po' meno distratti e superficiali noi nati con la camicia (di seta) anche se ci metteremo del tempo a capire che una preghiera e una sepoltura sobria sarebbero preferibili a lapidi razziste, croci di convenienza e fiori che appassiscono in fretta.

L'idea della porta però mi piace: se ci penso, mi si velano gli occhi di quella tenerezza che mi assale quando, vedendo un corteo funebre sfilare davanti alla casa del defunto, noto la porta di casa aperta. C'è qualcosa di universale e primordiale in quel gesto che forse ormai è possibile solo nei piccoli paesi: deve essere l'odore di casa, quello che sarebbe diverso se uno non ci fosse. E' come un volerlo far sentire per l'ultima volta e un dire, torna a trovarmi quando vuoi, se puoi, almeno nei sogni.

Comunque, tenerezze a parte, a parlare di sbarchi di clandestini si commette un errore che purtroppo non è solo terminologico: Giovanni Maria Bellu mette chiaramente in evidenza la questione in questo articolo a proposito della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata la scorsa settimana:
[...]Ma, nei fatti, ogni anno la celebrazione si traduce in una serie di iniziative che hanno un obiettivo più modesto: spiegare all'opinione pubblica che, nell'ambito della categoria "immigrazione", esiste uno speciale sotto-insieme costituito dalle persone che non abbandonano il loro paese per "vivere meglio" ma semplicemente per vivere. Per restare in vita. Non è facile. La confusione tra i richiedenti asilo e gli immigrati economici è sistematica. Lo dimostra l'abitudine giornalistica di chiamare "clandestini" quelli che sbarcano a Lampedusa. I dati statistici dicono che uno su cinque ottiene l'asilo politico o la protezione umanitaria. Dunque, nel momento in cui hanno varcato il nostro confine, molti di quei "clandestini" non solo non hanno commesso un reato ma hanno esercitato un diritto. Un articolo pubblicato mercoledì scorso sul "Corriere della Sera" offre un esempio da manuale di quanto sia difficile cogliere questa fondamentale differenza. Scrive Magdi Cristiano Allam: "Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto, qualunque esse siano. Ebbene, non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato". L'esempio è totalmente sbagliato. Intanto l'immigrato che varca il confine (nemmeno quello "economico") non è paragonabile a chi irrompe in una casa privata. L'immigrato non scardina alcuna serratura, non usa
grimaldelli o fiamme ossidriche. Eventualmente è paragonabile, se si vuole restare nella metafora domiciliare, a un tale che entra senza autorizzazione nel nostro giardino di casa. Secondo Allam, in quello stesso istante dovremmo chiamare la polizia e pretendere che l'intruso venga ammanettato e condotto in cella. "Indipendentemente dal conoscere quali siano state le motivazioni del suo gesto". L'inganno sta qua. Non è affatto "chiaro e inoppugnabile" che dobbiamo reagire in quel modo. Se, per esempio, l'intruso ci spiegasse di aver saltato la recinzione perché era inseguito da un killer armato, e ci dimostrasse che sta dicendo il vero (magari indicandoci il killer appostato dietro una siepe) chiederemmo il suo arresto? Oppure gli ordineremmo di uscire immediatamente dal nostro giardino ributtandolo così nelle mani del killer? Siamo certi che una persona normale - un buon cristiano o anche un laico dotato di buon senso - tenterebbe di dare una mano al malcapitato. Terrebbe conto (come d'altra parte farebbe il giudice se fosse chiamato a pronunciarsi) del fatto che ha agito in stato di necessità. Ed è esattamente questa la condizione di chi entra nel nostro territorio da richiedente asilo. Un concetto, come purtroppo dimostra l'uscita di Allam, solo apparentemente semplice.

30 marzo 2008

Pablo Trincia, "I demoni dell'Islam"

Faccio eco alla segnalazione di Sherif riportando integralmente le sensatissime considerazioni di Pablo Trincia circa la conversione di Magdi Allam al cattolicesimo. Opinioni non meno sensate e condivisibili sono reperibili qui.
Tutti avranno letto e sentito una delle principali notizie degli ultimi giorni: la conversione al cattolicesimo del giornalista Magdi Allam al cospetto di Papa Ratzinger. Premetto che di quello che fa Magdi Allam non mi importa nulla. Non mi importa nulla nemmeno della fede che sceglie di abbracciare – ognuno è libero di fare ciò che vuole e una scelta religiosa è una cosa su cui nessuno deve permettersi di dare giudizi.
Ma ci sono un paio di cose che non mi sono andate giù. A cominciare dalla scelta del signor Allam di farsi battezzare nientemeno che dal Papa (la cosa aveva uno spiacevole retrogusto di evento vip), e della prevedibile pubblicità che la cosa ha scatenato. Per non parlare delle sulle sue apparizioni in tv, e dello sventagliare la cosa ai quattro venti, trasformando una conversione personale e intima in un atto pubblico, politico e provocatorio.
Quando leggo che il signor Allam va in giro a dire cose del tipo: “la radice del male è insita nell’Islam”, sostenendo che la sua anima di ex musulmano si è liberata “dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza prevalgono sull’amore e sul rispetto della persona”, mi vengono i brividi [...anche a me. Questa ed altre affermazioni, unitamente al link al testo completo sono reperibili qui ].
Uno capace di dire cose del genere mi fa paura, per certi versi quasi quanto gli stessi fondamentalisti islamici contro cui si scaglia. Perché quelli inveiscono dagli scantinati o dalle caverne di Medio Oriente, Iraq, Afghanistan o Indonesia, con la maggior parte del mondo che li guarda con disprezzo. Il signor Allam invece lo fa dall’alto della stampa e dell’editoria italiana, con molta gente lo legge.
Sia ben chiaro, io odio profondamente il radicalismo islamico - anche per motivi personali - visto che mi ha ucciso un parente molto stretto. Ma non per questo giudico l’Islam una religione violenta o intrisa di male e odio. Chi si è macchiato di questo e di altri crimini è un assassino che con la religione non ha nulla a che vedere (così come lo sfarzo e la ricchezza ostentata oggi dal Vaticano non ha nulla a che vedere con i valori e gli insegnamenti dei suoi santi, dei suoi missionari e dei suoi preti di periferia).
Sull'Islam avevo dei pregiudizi anch’io, da ragazzo. Ma poi ho viaggiato per il mondo e ho incontrato centinaia, migliaia di musulmani. Conoscere persone e condividere anche brevi momenti di vita con loro ti apre la testa, spazza via gli stupidi pregiudizi che avevi. Infatti ho cambiato idea.
Sono stato in diversi paesi islamici, o con una cultura moderatamente islamica: Pakistan, Yemen, Marocco, Senegal, Mali, Kazakhstan, Uzbekistan, Tanzania, alcune regioni della Nigeria e del Kenya, Kosovo. Ho conosciuto tante persone liberali e qualcuno con idee un po’ estremiste. Ma non ho mai avuto alcun tipo di problema. Nessuno mi ha mai minacciato, né intimidito. Sono sempre stato trattato con grande rispetto e ospitalità, pur ammettendo apertamente di non essere musulmano. Nessuno mi ha mai nemmeno chiesto di convertirmi all’Islam. A differenza di quanto qualcuno insinua, alla stragrande maggioranza dei musulmani nel mondo non frega nulla di quello che facciamo noi in Occidente.
Detto ciò, i fondamentalisti ci sono eccome. E uccidono. Dall’Algeria alla Palestina, passando per Londra, Mogadiscio, Kabul e Dacca, fino a Jakarta. Nessuno dimentica quello che è accaduto negli Usa, a Madrid, a Bali, nel Regno Unito, né quello che accade quotidianamente a Baghdad e dintorni.
Tuttavia, nonostante le notizie che ci passa il circuito mediatico, stiamo parlando di un numero infinitamente ristretto di persone, rispetto alla popolazione musulmana nel mondo. Gli “altri” musulmani, quelli di cui non si parla (forse perché non si fanno saltare in aria in mezzo a un mercato, ma ci vanno semplicemente a fare la spesa) sono persone di tutt’altra pasta. Eppure in Occidente c’è gente che fomenta odio, razzismo e pregiudizio, con vaneggiamenti su guerre di religione e scontri di civiltà.
George W. Bush, che è un “Born again Christian”, ha fatto bombardare l’Iraq, inventandosi dal nulla una guerra che ha ucciso e continua a uccidere decine di migliaia di persone innocenti. Per quanto mi riguarda, è un criminale di guerra. Eppure nessuno (giustamente) sostiene che il cristianesimo sia una religione violenta.
Per l’Islam non è così. Lo associamo sempre a quello: violenza contro le donne (che però raggiunge picchi consistenti anche nella cristianissima America Latina), terrorismo, uomini-kamikaze e tanti altri clichè. Non pensiamo nemmeno per un momento che tutti questi fenomeni siano legati a tantissimi altri fattori storici e culturali. No. E’ colpa dell’Islam. Non voglio difenderlo, sia chiaro. Ma non sono affatto d’accordo con chi lo demonizza. Perché sono convinto che le altre culture andrebbero
conosciute, non criticate.

26 febbraio 2008

In piazza s'impara!


Ugo Carrega, La torre di Babele, tratto da qui



[...]Se si dice che in piazza, ogni domenica mattina, arriva tutto il mondo, non si esagera affatto. Arriva l’arabo che impara il romeno perchè ha i compagni di lavoro che vengono da là, arriva il ragazzo cinese per apprendere la lingua dei suoi genitori perchè lui è nato in Italia o il cinese che viene dal Sud della Cina e che del mandarino non sa neanche una parola. In piazza poi, arrivano marocchini, algerini, egiziani per imparare o migliorare l’italiano che serve a svolgere meglio il loro lavoro o far fronte alle esigenze della vita quotidiana.

Arriva anche chi vuole andare in vacanza in un paese arabo. In una sorta di Babele, le lingue e le culture si mischiano e si confrontano. L’occasione è importante anche per stare insieme e per imparare cose nuove divertendosi. E se fa un pò freddo, niente paura, ci sono le ragazze di The Gate che offrono agli «studenti» calde coperte e the alla menta.

Fino ad aprile, tutte le domeniche, dalle 10.30 alle 12, nel luogo in cui in settimana ferve il mercato più grande d’Europa, è la lingua a diventare merce di scambio. [...] Leggi l'articolo completo

03 gennaio 2008

Premure all'italiana


In Italia ci si muove solo dopo che succede qualcosa, si sa. Così, a Capaccio, un comune vicino Salerno, per risolvere il problema dei numerosi casi di pedoni investiti di sera- soprattutto lavoratori immigrati di ritorno dai campi- si è pensato bene di distribuire gratuitamente kit catarifrangenti. Ma che bel pensiero...peccato che valga solo per immigrati con permesso di soggiorno: se non ce l'hai, niente carabinieri né vigili che scampanellano alla tua porta con la validissima strenna. Vabbè, pazienza, non si può avere tutto dalla vita. Dagli italiani, poi...

22 dicembre 2007

Cher sale arabe...


Ieri ho letto questa sconcertante notizia: in breve, i coniugi Zaidi (i due ragazzi nella foto, di origini marocchine, residenti vicino Bordeaux), dopo aver contattato il loro provider telefonico per risolvere i problemi di connessione, si sono visti assegnare come password di accesso "sale arabe", cioè sporco arabo. Casualità, vorrebbero far loro credere. Il primo caso accertato di computer razzista(?!?), insomma, non fa una piega.

A proposito degli estremi necessari all'accesso, nell'articolo originale si specifica che:

[...]Lesquels identifiants comprennent une adresse mail (une confirmation, en réalité, du mail existant), un mot de passe pour ce mail (classique combinaison de lettres et de chiffres) ainsi qu'un mot de passe pour la connexion à Internet, dernier sésame plus que douteux : le mot de passe proposé à Mohamed Zaidi est « salearabe ». «Merci de votre confiance », conclut la lettre.[...]

E che:

[...]La famille Zaidi, abonnée chez Orange depuis le printemps, n'avait pas réclamé de nouveaux «identifiants ». [...]

E' chiaro come il giorno, quindi, che è proprio colpa di quel razzista incallito del computer...



09 novembre 2007

La moschiesa di Paderno

Paderno di Ponzano Veneto è un paese in provincia di Treviso che conta 11400 abitanti, di cui 650 stranieri, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa. Un normalissimo comune della provincia italiana, insomma. Eppure qualcosa di diverso-e lodevolissimo- c'è. Da quest'articolo pubblicato oggi sul sito di Repubblica si apprende, infatti che ogni venerdì don Aldo Danieli mette a disposizione degli immigrati musulmani alcuni locali della chiesa di S.Maria Assunta.




A renderlo noto è stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza".

Dallo stesso articolo emerge che don Aldo Danieli era già dedito a iniziative del genere: qualche anno fa ha messo alcuni locali ampi e di recente ristrutturazione a disposizione di un gruppo di ganesi protestanti per le loro preghiere domenicali.

Un impegno, il suo, che si scontra con la diffidenza generale:




[...]"La gente teme che il diverso sia per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".

[...]Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce uno spirito "controcorrente"- ha prevalso. "Le alte istituzioni della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli - noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il muro del pregiudizio".


12/11/2007: a quanto pare la moschiesa non s'ha da fare. C'è da essere disgustati a sentir parlare di democrazia e libertà di culto, in questi casi. Non resta che sperare che la vicenda sia servita a mettere la pulce nell'orecchio a tutti gli "operai del Signore": forse, allora, le polemiche non troverebbero spazio.

21 maggio 2007

Graditi sorpassi

L'ANSA batte: "E' sorpasso, musulmani più di cattolici".
Repubblica riprende e titola: "Il sorpasso dell'Islam 1,3 miliardi di musulmani".


Al di là dell'interesse che può suscitare la notizia, ciò che fa quasi sorridere è questo tono sportivo scelto per trattare la questione: sorpasso sa tanto di classifica- di calcio, di Formula1 o di MotoGP, non ha importanza- di qualcuno che resta indietro, scavalcato, superato da qualcun altro (Più forte? Più veloce? Più furbo?). Anche abbandonando il gergo sportivo, il senso del sorpasso resta invariato. Qualcuno passa avanti (Arriva primo? Vince o guadagna qualcosa? Vale più degli altri?) a qualcun altro che resta indietro.



Messa la faccenda in questi termini sembra che ci si stia contendendo qualcosa, che faccia qualche differenza se in un dato momento uno prevale sull'altro. Faceva forse meno paura sapere che il mondo fino a ieri era un po' più cristiano?



E allora subito a cercare di invalidare i dati statistici bollandoli come non veritieri: i musulmani sono più concentrati in quella parte di mondo che fa figli, è impossibile stabilire l'esatto ammontare dei musulmani perché non sono registrati come i cristiani, ad esempio nelle parrocchie e via dicendo.



Smettiamo di raccontarci balle: se si fosse davvero interessati a vivere in pace non ci sarebbe bisogno di tirare fuori queste questioni. Paradossalmente- l'avverbio è per chi si pone queste questioni, non certo per me che osservo il mondo- sarebbe più facile censire i musulmani che i cristiani: almeno in Egitto l'appartenenza religiosa appare sulla carta d'identità e poi a me sembra che i cristiani non avvertano un'impellente necessità di denunciare cambiamenti di residenza o decessi alle parrocchie di appartenenza....tanto per dirne una, la mia parrocchia è diversa da quella in cui sono stata battezzata.


Nel delicato contesto in cui viviamo, preferirei segnali costruttivi di dialogo a queste sterili competizioni. Io spero, e mi auguro, che questo sorpasso possa giovare all'immagine dei musulmani. Forse, essendo la maggioranza, qualcuno inizierà a guardarli come di fatto sono: gente normale che crede in Dio. E loro, un po' di normalità se la meritano proprio.

13 maggio 2007

Noràpperi, gente per bene

Di Noràpperi ne è pieno il mondo, ma loro mi diranno che mi sbaglio: radiografia irriverente dell'italiano socio-culturalmente accidioso.


Le ondate migratorie e la crisi del
Noràppero


di Giovani Maria Bellu

Un fantasma si aggira per l'Italia, il
fantasma del "Non sono razzista, però". Basta una semplice verifica su un motore
di ricerca come Google per averne la prova. Si digita 'razzista', in italiano, e
vengono fuori poco meno di ottocentomila documenti, quindi si scrive 'racist',
in inglese, e si hanno quasi ventitré milioni di documenti. Dunque, nel web, per
ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist'. Ma se si ripete lo stesso
esperimento con l'intera locuzione "Io non sono razzista però" in italiano e in
inglese (per scrupolo di ricerca in più varianti: 'I am not a racist but', 'I'm
not racist but' etc), si hanno circa diecimila documenti per le versioni
italiane (con "però" o con "ma") e circa cinquantamila per le versioni inglesi.
In definitiva, se per ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist', per ogni
'Non razzista però' abbiamo solo cinque 'Not racist but'. Considerando l'enorme
diffusione dell'inglese rispetto all'italiano nel mondo e in particolare nel
mondo del web, si può affermare che il 'Non razzista però' (che da questo
momento in poi, per esigenze di sintesi, chiameremo 'Noràppero') è una figura
caratteristica del Belpaese. E questo fa ritenere che le ragioni della sua
diffusione vadano ricercate in quei valori di solidarietà e di tolleranza che
hanno formato buona parte degli italiani nelle parrocchie come nelle sedi dei
partiti di sinistra. Il razzismo ne è la negazione assoluta e il "non essere
razzisti", più che un valore guida, è una condizione di appartenenza. L'idea è
che si nasce "non razzisti". Ancora oggi, alla domanda secca: "Lei si considera
razzista?" la stragrande maggioranza di noi risponde con decisione "no". Anche
per questo non esiste un modello assoluto di Noràppero. Ci sono Noràpperi in
tutte le classi sociali. Noràpperi ricchi e poveri, colti e incolti. Ci sono
Noràpperi di sinistra, di destra e di centro. A volte è possibile distinguerli
dall'enfasi con cui pronunciano la prima e la seconda parte della frase. Il
Noràppero di sinistra di solito scandisce la prima parte ("IO NON SONO RAZZISTA)
e sussurra il "però" mentre quello di destra fa il contrario, bisbiglia la
premessa e declama la conclusione. Presenti in modo sporadico fin dagli anni del
boom nelle prime comitive dei turisti esotici ("Io non sono razzista, però
quell'albergo di Marrakesh era sporco"), i Noràpperi sono diventati un fenomeno
di massa alla fine degli anni Ottanta con l'inizio dei grandi flussi migratori.
All'epoca, la congiunzione avversativa era indirizzata ai polacchi, in seguito
scalzati dagli albanesi, che oggi vedono il primato insidiato dagli eterni rom.
I 'però' del Noràppero sono molto sensibili alle vicende di cronaca, ai
sentimenti dominanti nell'opinione pubblica e anche alle esperienze personali.
Quale fu il primo? Verso la fine degli anni Ottanta a quel semaforo? ("Io non
sono razzista, però se il parabrezza è pulito il polacco non deve lavarlo") o a
metà degli anni Novanta? ("Io non sono razzista, però davvero non si sa più dove
mettere questi albanesi"). Il ritmo geometrico della loro proliferazione, ha
introdotto i 'però' anche in proposizioni dov'erano superflui: "Io non sono
razzista, però la legge va rispettata". Come se non fosse vero il contrario, che
è il razzista a non rispettare la legge, quella fondamentale, la Costituzione. O
anche in situazioni dove il razzismo non c'entra nulla, come quando lo si
confonde con la normale irritazione nei confronti di un giovane maleducato che
non cede il posto sull'autobus, se il maleducato è un nero. Alla fine è accaduto
l'inevitabile: la rivolta delle avversative abusate. Stanche di vagabondare
senza meta, esasperate dal precariato semantico, hanno deciso di mettersi
assieme e quindi di dissolversi, come le lampadine di una luminaria che decidono
all'improvviso di spegnersi. Se ne sono andate, lasciando un solo
rappresentante. Un enorme "però". Così il Noràppero ha visto con sgomento
comporsi la sintesi beffarda di quella eterna premessa e delle sue
contraddittorie e disomogenee conclusioni: "Io non sono razzista, però... sono
razzista!". Sbigottito - in particolare se colto e di sinistra - ha reagito a
questo schiaffo al principio di non contraddizione nell'unico modo che gli è
sembrato possibile: con un doppio salto carpiato nel tempo. "Io non era
razzista, però - aiuto! - sto diventando razzista". In questo modo ha creduto di
salvare il suo 'non razzismo' infuso, originario. Quello coltivato, ma mai
verificato, nell'oratorio, nella sezione di partito, nelle buone letture e nei
buoni film. Il Noràppero - che è tuttora uno dei più strenui difensori dei
diritti civili degli afroamericani - ricorda con struggente nostalgia i bei
tempi in cui si commuoveva per Martin Luther King e per Kunta Kinte e, quando
usciva di casa, se proprio gli andava male, al massimo s'imbatteva in un sardo o
in un calabrese ("Io non sono razzista, però perché i sequestri li fanno sempre
loro?"). L'acrobatica riconciliazione con la coscienza e con logica
aristotelica, ha poi creato un nuovo problema. Il Noràppero, infatti, ora è
costretto a domandarsi: "Se io - che non lo sono mai stato - sto diventando
razzista, che ne sarà del resto del paese che, diciamocelo, è molto meno colto e
tollerante di me?". L'angoscia personale è diventata universale e sono scoppiate
le prime lotte intestine. I Noraàperi delle periferie sbeffeggiano i Noràpperi
delle classi medio-alte: "Doveva arrivarvi lo zingaro sotto casa. E quando li
avete spediti a Tor di Nona andava tutto bene?". La crisi del Noràppero è ormai
drammatica. Si può fare qualcosa? C'è una salvezza per il Noràppero: per il
Noràppero che si nasconde in ognuno di noi? Chissà. Ma, quando ci si perde in un
labirinto, bisogna ripartire dall'ingresso. Forse all'origine di tutto c'è stato
un errore di presunzione: l'essersi proclamati 'non razzisti' quando mancava la
materia prima per mettere alla prova la saldezza delle nostre convinzioni. E
anche un errore di metodo: aver abusato del termine associandolo a vicende
diverse (una lite sul tram e uno stupro, una discriminazione e un banale sgarbo)
e aver conseguentemente abusato dei "però" e dei "ma" fino a farne un
intercalare meccanico e sciatto. L'aver in definitiva abbandonato quel metodo di
analisi della realtà che in gioventù aveva consentito a noi Noràpperi di non
sentirci migliori ma solo più fortunati dei nostri coetanei devianti dei
quartieri ghetto. L'aver dimenticato che la fatica di comprendere il mondo, di
ricomporne la disgregazione in un moderno 'conosci te stesso', tutta quelle
buone cose che il Noràppero giovane ha letto in Gramsci, consiste soprattutto
nella capacità di distinguere e di discernere nel proprio tempo.
(tratto dal sito di Repubblica, rubrica "Gli Altri Noi")

11 maggio 2007

Caccia stupida

Quasi non mi sembra vero di scrivere questo post, ce l’avevo sulla punta delle dita da almeno dieci giorni. O forse più, comunque da quando passa –chiamiamolo- il trailer della nuova fiction di Rai1 “Caccia Segreta” che vede l’intelligence impegnata a sventare un attacco terroristico in programma a Roma per il 21 settembre. Roba da rischiare il soffocamento, se la prima volta che lo vedi sei a cena.
Inizio ad inferire, ancora un po’ stordita(ci vorrebbe la nuvoletta dei fumetti, quella coi pallini sotto, ma per ovvi motivi mi limito ad usare i puntini di sospensione):….l’ennesima messa in scena dello stereotipo musulmano(o arabo, non fa differenza)=terrorista…... l’ultima arma forgiata dalla fucina del servizio pubblico. E io paaago, il canone……Ma serviva fare ancora leva sulle paure delle gente? Serviva dare volto a questo spettro che aleggia più o meno silenziosamente sulle nostre vite?
…….Possibile che non ci si renda conto che non si può trattare la situazione con la stessa leggerezza di “Carabinieri” e marescialli vari, ho capito che la polizia ringrazia, però....
Spero tanto di sbagliarmi ma già so che tutte le mie inferenze saranno confermate tra un paio di giorni. Basta aspettare, ché come dicono gli egiziani, la notizia domani non costa niente.
Per una strana coincidenza, poi, come se non bastasse, all’università, nel corso di Teoria e Tecniche Del Linguaggio Cinematografico mi viene proposto di sviscerare il film “La Venticinquesima Ora”di Spike Lee (2002) come esempio di film la cui sceneggiatura non è ascrivibile né a quella in tre atti, né a quella che ricalca il viaggio dell’eroe: sullo sfondo di una New York angosciata dai fasci di luce che si irradiano da ground zero, Monty, spacciatore beccato con le mani nella marmellata, trascorre le sue ultime 24ore da uomo libero prima di farsi 7anni di galera. Mi viene fatto notare il sapiente uso del montaggio, onore al merito: lo spettatore viene a sapere (non in quest’ordine) del cane, del padre alcolista pentito, dell’amico broker borioso/sboccatissimo/cinico e di quello sfigato/fuori-posto/ebreo/aspirante-tutto-d’un-pezzo, della fidanzata Nat, presunta canterina presso gli sbirri, che il prof si ostinava a chiamare Rivière preso dalla carnalità di questa Inès Sastre in versione portoricana. Naturelle Riviera, prof, Naturelle Riviera, detta Nat.
C’ho anche provato a immedesimarmi col protagonista, ma sono riuscita a rintracciare soltanto la violenza e l’irresponsabilità declinate in tutti i modi possibili, restando distaccata tutto il tempo. E non parliamo di quella canzoncina di sottofondo…di quella nenia stereotipata, quella serie di aaaaa gorgheggiate all’orientale. All’orientale, appunto. Di quelle che andrebbero bene anche per la Cina o l’India. Qualcosa di simile alla mia suoneria del cellulare, ma hanno buon senso alla Motorola e l’hanno chiamata “Eastern Sky”. Mica “Arabic Sky”.
Sempre per quella strana coincidenza, mi capita di visionare un interessantissimo filmato che rendeva conto delle risoluzioni ONU, sistematicamente disattese, a favore della Palestina. E mentre io inorridivo per la velocità con cui una risoluzione si tramuta in carta straccia, una musichetta di quel tipo torna come colonna sonora di tanta disperazione. C’è da dimenarsi sui sedili, questi giorni, a lezione…
Ma grazie a Dio c’è anche in uscita "Io, l'altro" e uno tira un sospiro di sollievo. O almeno spera di farlo.

20 aprile 2007

Non solo ghetto

Il caso della chinatown milanese di questi giorni deve preoccupare: è la chiara dimostrazione di quanto l'Italia sia impreparata a convivere con gli stranieri, tanto da ghettizzarli per poi versare lacrime da coccodrillo. Sarebbe pure l'ennesima dimostrazione della superficialità e della miopia che caratterizza le scelte di chi ci rappresenta, ma sorvoliamo...
Far finta di nulla, cercare di non vedere una comunità, ghettizzandola, non è una buona soluzione. E' un mero far posto a qualcuno. Non è niente di diverso da un atteggiamento di rifiuto. Né di meglio, purtroppo, anche se così sembra.
Mi farei volentieri una chiacchierata con qualcuno di quei commercianti che non ha aperto bocca quando si è trattato di cavalcare l'onda, gonfiando i prezzi dei locali in vendita sapendo che avrebbero pagato qualsiasi cifra pur di stare vicinivicini, i cinesi.
E così, non rimane che aspettare che qualcuno ci metta la famosa pezza su questa vicenda. Per quanto mi riguarda, stendo un velo pietoso, con la speranza che la pezza che metteranno non sarà del consueto nero silenzio perché, che piaccia o no, il futuro delle comunità umane non è quello di restare a guardarsi da dietro uno steccato.
Ma buone notizie ci sono, grazie a Dio. E, da "Il Meridiano" riporto:

Non solo pizza, tutti i sapori dell’immigrazione egiziana
“Pizzeria Le Piramidi”, “Pizza Aida”, “Ristorante Pizzeria Il Faraone”. Basta dare un’occhiata alle insegne di numerose pizzerie milanesi, per accorgersi che ormai uno dei simboli della cucina italiana nel mondo è portato avanti da abili pizzaioli egiziani. Non solo pizza però: gli egiziani a Milano (in tutto sono 21mila) trovano lavoro anche
come camerieri in alberghi, bar o ristoranti, nel campo dell’edilizia e nelle
imprese di pulizia. Quella egiziana è una comunità matura e ben inserita nel
tessuto sociale milanese, come testimonia il numero di persone (2.300) che hanno
preso la cittadinanza italiana – distanziando in questa classifica qualunque
altra nazionalità -, e il numero record di imprese (3.776) avviate da cittadini
di origine egiziana in città. Maturità e capacità di non macchiarsi di episodi
di criminalità comune, che ha contribuito – a differenza di quanto è avvenuto
per albanesi e marocchini - ad accrescere la considerazione dei milanesi per gli
egiziani, considerati “persone che rigano dritto”. L’altro lato della medaglia
vede invece la più forte comunità islamica di Milano (il 70% dei musulmani in
città è di origine egiziana), prendere decisioni spesso in contrasto con la sua
tradizionale moderazione e capacità d’integrazione. Basti pensare alle polemiche
legate alla decisione di aprire una scuola islamica in via Ventura, o alle
esternazioni – per lo meno deprecabili – di alcuni esponenti religiosi che in
passato hanno giustificato una serie di atti terroristici compiuti nei confronti
di obiettivi occidentali. Ma la comunità egiziana a Milano non è composta solo
da musulmani: sono ben 7mila, infatti, i cristiani copti che tutte le domeniche
frequentano la messa, rigorosamente separati tra uomini (che per l’occasione
sfoggiano l’abito bello) e donne (con un copricapo in testa). I luoghi di
ritrovo preferiti dalla comunità egiziana a Milano sono naturalmente le moschee
(in viale Jenner e viale Padova), ma passeggiando per via Farini o in piazzale
Maciacchini è molto più probabile assistere ad una conversazione in dialetto
egiziano, piuttosto che in milanese. Per lo shopping le famiglie egiziane si
recano spesso nelle vie attorno a piazzale Loreto, in cui molto forte è la
presenza di macellerie halal e di ristoranti che cucinano piatti tipici del
Paese africano. Per quanto riguarda lo svago, gli egiziani – soprattutto quelli
sposati - prediligono ritrovarsi a casa a bere un ottimo thé piuttosto che
uscire in un luogo pubblico. Televisione sempre accesa su di un canale
satellitare in diretta dal Cairo, e lunghe e animate chiacchierate. Non mancano
i momenti conviviali, legati soprattutto alle feste religiose, nei quali tutta
la comunità si incontra e festeggia. Per gli Ayd al-Kabyr (la festa del montone)
e gli Ayd as-Saghyr (la festa che segna la fine del Ramadan), infatti, spesso la
comunità egiziana milanese affitta interi palazzetti dello sport per festeggiare
insieme.


P.S. Ma qual è il nome di queste due feste? Io ne conoscevo uno diverso...

11 aprile 2007

Senza far rumore: una delle mille forme della schiavitù di oggi

La fragilità degli immigrati, il bisogno dei documenti e di un lavoro. Lo strapotere dei caporali. La fatica, fisica e psicologica di piegarsi allo sfruttamento. L'abbrutimento tangibile e la voglia di riscatto, da sfruttato a sfruttatore il passo può essere breve. La storia dei tanti Malpelo invisibili che popolano in punta di piedi le nostre città.

Dal sito di Repubblica, in data odierna:
Il contatto in strada a Milano, poi sui ponteggi per lavorare
dalle sette fino al tardo pomeriggio senza casco e protezioni
TRE EURO PER RISCHIARE LA VITA
"Io, vittima dei caporali nei cantieri"
Abusi, ricatti e pericoli: al lavoro con i manovali
irregolari


di PAOLO BERIZZI
A UN CERTO punto mi assale l'angoscia dell'infortunio, e non
mi mollerà più. Paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro,
quelle imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal
settimo piano del ponteggio, e se perdi l'attimo, o ti distrai, o se una di
quelle lastre che devi afferrare prima che tocchino terra si ribella alla morsa
del moschettone, rimani sotto. Il terrore di venire travolto da una betoniera.
Stritolato da un cavo d'acciaio. Che le braccia cedano, o semplicemente di
scivolare dall'impalcatura dove mi fanno arrampicare anche se sono nuovo del
mestiere.

Anche se calzo dei banali scarponi da montagna. Niente a che
vedere con quelli antinfortunio, obbligatori. Non indosso nemmeno il casco. Un
caporale, un calabrese duro e silenzioso, mi dice di tenerlo a portata di mano:
"Magari arriva qualche ispettore, ma stai tranquillo, non ti guarda nemmeno".
Lascio riposare il guscio in cima a una pila di assi di legno. Dovrò caricarle
su un camion, assieme a quintali di altro materiale.

Da buon manovale
bado solo a lavorare, a guadagnarmi, in nero, i miei 3 o 4 euro l'ora. Per dieci
ore fanno 30-40 euro. Pagamento dopo 50 giorni. La prima settimana di prova,
spesso, è gratis. Inizi in cantiere alle sette dal mattino, finisci, sfatto,
alle cinque, sei del pomeriggio. Un massacro. Niente documenti, sicurezza zero.
Alla fine del mese devi pure pagare la mazzetta: 300 euro al caporale che ti ha
dato lavoro. Per mantenere il posto. A Milano, in una settimana da operaio
abusivo, caporali e capomastri conoscono a malapena il mio nome. In un caso solo
perché me lo chiede un collega marocchino.
Sulla trentina, magro, sdentato,
quasi sempre alterato dall'alcol. Amil è uno dei pochi che in sette giorni si
prenderà il disturbo di farmi coraggio. "Non è il massimo, ma è sempre meglio
che rubare o spacciare", biascica in un italiano incerto mentre a bordo di un
furgone raggiungiamo un cantiere alla periferia di Novara. Ne ho conosciuti
tanti come Amil. Schiavi. Con loro ho condiviso e subìto il ricatto dei
caporali. Gente spietata che nei cantieri della Lombardia spreme migliaia di
braccia. In barba a ogni regola e a ogni diritto.

A Milano e provincia,
dei 120 mila operai edili (il 42,3 per cento sono immigrati stranieri, nel 2000
erano solo il 7,1), 60 mila sono in nero: la metà. Tutti gestiti dai caporali. È
manodopera fantasma, soprattutto straniera e clandestina. Ricattabile. Chi non è
in regola col permesso di soggiorno, si deve accontentare. Fa cose da bestia,
che gli italiani rifiutano. Sono albanesi, egiziani, marocchini, romeni,
tunisini. E sudamericani. Italiani pochi: stanno quasi sempre in cima alla
piramide. Impresari. O, appunto, mercanti di braccia.

Ti reclutano
all'alba e ti scaricano nei cantieri dove rischi la vita per pochi spiccioli, e
se ti fai male ti lasciano lì in strada. Mai visto, mai conosciuto. Nemmeno al
pronto soccorso puoi andare. Altrimenti metti nei guai chi ti ha assunto. E
perdi il posto. "Tra il manovale e il caporale c'è un rapporto esclusivo. Tu
devi parlare solo con lui, non fare domande sul dove e il come e per conto di
quale impresa dovrai lavorare - spiega Marco Di Girolamo, della Fillea, il
sindacato edile della Cgil - a fine mese gli devi dare la mazzetta, da 200 a 300
euro. La consegna del denaro avviene a cielo aperto. Oppure, in base all'accordo
tra ditte e caporalato, il pizzo è trattenuto alla fonte: fai 250 ore, e te ne
pagano solo 200".

Il mercato degli uomini inizia quando il sole sta
ancora sotto la linea dell'orizzonte. Alle 5 del mattino siamo già tutti qui, in
piazzale Lotto. Schiavi e padroni. Chi cerca lavoro nero, e chi lo offre. I
primi sciamano sul prato, aspettano seduti sulle panchine, sotto le pensiline
degli autobus. I volti stropicciati dal sonno, zainetti e sporte di plastica con
dentro il rancio: pane egiziano, formaggi cremosi da spalmare, riso, kebab in
scatola, bibite dolciastre, molto gassate, birra, bocconi di carne speziata. Gli
scarponi induriti dalla calce, i camicioni larghi di lana, gli invisibili
dell'edilizia attendono l'arrivo dei caporali. Piazzale Lotto è uno dei luoghi
dove tutte le mattine all'alba si svolge la contrattazione per una giornata di
lavoro in cantiere.

Le altre filiali sono piazzale Corvetto, piazzale
Maciacchini, piazzale Loreto, le fermate della metropolitana di Bisceglie,
Famagosta, Inganni. La stazione Centrale, quella di Sesto Marelli. Per essere
qui alle 5 centinaia di uomini scendono dal letto anche due ore prima. Sono
giovani immigrati che l'inedia spinge a elemosinare un lavoro massacrante. Il
contratto nazionale di categoria prevede 173 ore al mese, 8 ore al giorno per 5
giorni settimanali. I caporali te ne fanno fare in media 250, sabato compreso.
Tutelato da niente e da nessuno.

Inserirsi nella filiera del caporalato
non è difficile: bastano una modesta prova di recitazione, un paio di scarponi,
jeans sdruciti, giubbotto e un cappellino con visiera. Ecco i primi gruppetti
intorno all'edicola di piazzale Lotto. "Cerco lavoro, a chi posso chiedere?" Mi
dirottano prima su un egiziano, poi su un marocchino, un albanese, infine un
ucraino. Italiani, a quest'ora, neanche l'ombra. Arrivano più tardi, al volante
di mezzi di ogni tipo. Utilitarie, station wagon, pick-up, monovolume. Vecchi e
nuovi furgoni.

L'unico sveglio è l'autista. "Fino a un mese fa facevo il
magazziniere, poi la ditta ha chiuso. Chi è il capo?": mi faccio coraggio
fendendo un cerchio umano a due passi dalla fermata della 91. "Intanto vai da
quello là con il giaccone nero". È un calabrese, sulla quarantina. Viene da
Buccinasco. Lancia Ypsilon sporca di fango. "Da dove vieni?". "Bergamo. Però
vivo qui, a Bonola". "Che cosa fai?" "Magazziniere, qualche trasloco, ma adesso
sono fermo". "Edilizia, mai?" "Mai". "Oggi ti va bene, ho uno malato che è
rimasto a casa. Però ti dico subito... Lavorare duro senza fare storie, la paga
è di 3,50 euro all'ora, finiamo alle cinque, e se succede qualcosa, affari
tuoi". Il contratto si chiude con una pacca sulle spalle.

Un'ora dopo
siamo a Monza. Lo scheletro ponteggiato di una palazzina. Salvatore ci scarica
lì. Sta incollato al telefonino. Controlla. "Un lavoratore regolare per
l'impresa ha un costo di 22 euro l'ora. La metà rimane tra l'impresa
appaltatrice e quella subappaltante. La parte restante la intasca il caporale -
spiega ancora Di Girolamo - La quantità di evasione fiscale contributiva ammonta
a 6 miliardi di euro all'anno". Una bella fetta di Finanziaria.

Nel
cantiere monzese ci sono nove operai: cinque noi (due soli in regola), quattro
di un'altra squadra. Mentre all'ultimo piano un giovanissimo muratore albanese
getta il calcestruzzo nelle casseforme e un collega marocchino lo assesta con un
pestello, io ne trasporto dell'altro. Prima con una carriola, poi in secchi
stracolmi, facendo acrobazie tra i correnti del ponteggio. Un piano è sprovvisto
di parapiedi.

Mancano anche le "mantovane", le barriere anti caduta
sassi. Una pioggerella sottile ha reso scivolose le pedane d'acciaio e il
rischio di cadere nel vuoto è altissimo. "Veloce! Veloce!", grida il
caposquadra. Esige il minimo (per lui) rendimento. Che a me sembra
l'impossibile. Alle 17, esausto, chiedo a Salvatore se per favore può
anticiparmi la paga giornaliera. Lui temporeggia. Si capisce che la richiesta è
inusuale. Eppure sono solo 35 euro, per dieci ore di lavoro. "Soldi? Fra 50
giorni - mi gela - nell'edilizia funziona così, bellooo!".

In Italia il
settore edile dà lavoro a 1 milione e 200 mila operai. 600 mila sono regolari o
mezzi regolari (in "grigio": su 250 ore mensili solo 80 vengono messe in busta
paga); gli altri 600 mila sono in nero. Provo rabbia. Lo sfruttamento lo senti
prima nella mente, poi nei muscoli. Vorresti scappare. Prima di scivolare da
un'impalcatura e spaccarti la testa. Secondo le stime ufficiali Inail nel 2006
nei cantieri italiani sono morti 258 operai (la Lombardia conserva il triste
primato con 46 vittime), il 35 per cento in più rispetto al 2005. Gli infortuni
sono stati 98 mila. Ma il sommerso è enorme. I manovali clandestini, i
"fantasmi", si fanno quasi sempre male in silenzio. Persino quando perdono la
vita.

Ogni giorno della settimana, con il caporale prendo appuntamento
per il giorno dopo. E puntualmente lo disattendo. Ricevo telefonate da altri a
cui ho lasciato un numero di cellulare. "Allora ci vediamo domani alle 6 a
Famagosta". "Porta guanti e tenaglia, alle 6.15 in piazzale Loreto". Lavoro ce
n'è. Il secondo e il terzo giorno sono sotto un egiziano. Ponteggi. Cantiere tra
Milano e Pavia. Freddo cane. Un collega tunisino, Aziz, è appena guarito dopo un
ferita alla testa. "Mi hanno detto che se andavo in ospedale non dovevo farmi
più vedere". Arriviamo in autobus in corso Lodi. Ci aspetta la monovolume del
capo. Rashid, un marcantonio del Cairo. "Ti dò 3 euro, 4 se sei svelto.... " è
la prima cosa che dice. Fino a qualche anno fa il caporalato edile era
appannaggio esclusivo degli italiani. Oggi è diverso. Egiziani, albanesi, romeni
stanno riproducendo tale e quale il meccanismo dello sfruttamento. Da schiavi
sono diventati padroni.

Godono tutti di una sostanziale impunità. In
Italia lo schiavismo sui cantieri non è (ancora) reato. Il 16 novembre scorso il
Consiglio dei ministri ha presentato un disegno di legge, che ora dovrà essere
discusso da Camera e Senato, che introduce il reato di caporalato.
A
giudicare dall'esito delle due giornate di cottimo a Rashid credo di non
essergli sembrato troppo svelto. Non mi paga, se voglio continuare, lo farà,
pure lui, tra cinquanta giorni.

Eppure la mia parte l'ho fatta. Tre
piani di ponteggio smontati. Tra cavalletti, tavole, botole, correnti di ogni
foggia e dimensione, sono in tre, lassù, in cima all'edificio. Sgobbano come
muli. Mi fanno scivolare giù la roba con corde e carrucole. A ritmo incessante.
Il tempo di sganciare il materiale dall'imbracatura, impilarlo sul camion, e
altro carico precipita dai piani alti. "Così non va", mi rimprovera il capo
squadra, anche lui egiziano. Sa che sono un novizio. "Vai su, sgancia quei
correnti e passali a lui". 17 anni, boliviano, le guance segnate dalla prima
peluria. Niente casco, niente guanti. A quest'ora dovrebbe essere a scuola,
invece è qui a giocarsi la vita per 40 euro. Non fiata, esegue.

A
mezzogiorno consumiamo un pranzo frugale dentro una baracca di lamiere.
Riscaldata, per fortuna, da una stufa elettrica. Una bottiglia d'acqua passa di
bocca in bocca. Poi ognuno addenta il suo rancio. "Un mese fa - racconta Aziz -
mi è caduto un corrente del ponteggio sulla testa, sono sceso dal ponteggio
tutto insanguinato. Ha visto anche la gente del palazzo. Adesso sto bene",
sorride.

Mezz'ora e siamo di nuovo con la schiena piegata sulle
passatoie di ferro. Sono le quattro del pomeriggio, ho già la mente all'alba del
giorno dopo. Altro sfruttatore, altro viaggio, altro sudore, altri soldi che non
vedrò mai. Altri clandestini che si spaccano le braccia per ingrossare il conto
corrente dei caporali e delle imprese lombarde che vogliono tutto, e subito.
Calpesterò fango a Lissone, a Novara, infine in quella valle Seriana nella
bergamasca dove un tempo l'edilizia era considerata un'eccellenza. Tutto sarà
uguale al primo giorno di lavoro. Anzi peggio.

L'edilizia, oggi, è
diventata terra di predoni e di oppressi ridotti in cattività. A volte lasciati
morire in silenzio. Come scrive Andrea Camilleri ne "La Vampa d'agosto". "... è
caduto dall'impalcatura del terzo piano... Alla fine del lavoro non si è visto,
perciò hanno pensato che se n'era già andato via. Ce ne siamo accorti il lunedì,
quando il cantiere ha ripreso il lavoro... Forse, pinsò Montalbano,
abbisognerebbe fari un gran monumento, come il Vittoriano a Roma dedicato al
Milite Ignoto, in memoria dei lavoratori clandestini ignorati morti sul lavoro
per un tozzo di pane".



29 marzo 2007

Multiculturalismo e integrazione

Da AsiaNews.it leggo il seguente articolo di Samir Khalil Samir sj del 27/3:

Beirut (AsiaNews) – L’errore del multiculturalismo è quello
di rinchiudere
le culture in un ghetto immobile. E per quanto riguarda i
musulmani, essa rende
impossibile l’integrazione e l’assunzione di una
identità nazionale, favorendo
il fondamentalismo.

La questione
dell’identità nazionale è molto
importante sia per i musulmani nuovi
arrivati, che per quelli che vivono in
Europa da molto tempo. Occorre dar
loro la fierezza di essere italiani, o
britannici. Se vivono in Italia e se
si integrano in Italia, essi devono poter
dire “Io sono italiano” e non solo
perché riescono ad avere un passaporto o i
loro piedi toccano il suolo
italiano.

A questo proposito è
terribile quanto è successo a Milano
tempo fa, quando un gruppo di genitori
arabi (egiziani), strappando i loro
figli dalla scuola pubblica, hanno aperto
una scuola araba: intellettuali e
personalità politiche italiane hanno
enfatizzato questa scelta come un
impegno a “non perdere le radici”, ad avere
lezioni di lingua araba…. Non è
questa la priorità, né per loro, né per lo
stato. È piuttosto il compito
della famiglia, e forse di qualche gruppo
culturale.

Il compito dei
politici dovrebbe essere quello di
aiutare l’integrazione, trovare lavoro
per loro, garantire abitazioni dignitose
e prezzi a buon mercato, e tutto
ciò a condizione che essi vogliano adottare il
modo di vivere italiano. E
infatti, se un giovane si sente inutile, sfiduciato,
non valorizzato, senza
lavoro, allora la fuga verso la religione diviene
inevitabile e comincia una
lettura politica della religione in opposizione a ciò
che gli procura
dolore, ossia la situazione sociale in cui si trova. Accettare
che
l’identità tua è la cultura del paese dove stai (e non la religione),
necessita un’educazione e anche pensare come farla. D’ora in poi, perciò la
parola giusta non è multiculturalismo, ma integrazione.


Per spiegare perché non sono d'accordo con l'assunto iniziale, mi rifaccio a quest'articolo del sociologo Adel Jabbar sul multiculturalismo tratto da qui.
Per introdurre l'argomento, il professore ci ricorda che
La storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento e dalla creazione continua
di reti e intrecci tra persone provenienti da contesti geografici diversi.
[...]. Le culture, infatti, sono fluide e gli individui interpretano attivamente
le loro tradizioni rinnovandole per poter gestire i cambiamenti che le relazioni
con gli altri inevitabilmente comportano.
I flussi di persone, dunque, e la conseguente rielaborazione attiva delle proprie tradizioni culturali sulla base della cultura in cui ci si inserisce, sembrano fenomeni di ogni tempo.

Il professore continua isolando tre accezioni del termine:
  • ogni cultura è “multiculturale” perchè in essa sono
    riscontrabili sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi. Ad esempio,
    il cristianesimo è un elemento significativo nella costruzione dell’identità
    italiana ed europea, però va ricordato che questo insegnamento religioso ha
    “radici” nel Vicino Oriente, un’area abitata da una popolazione prevalentemente
    semitica.
  • con il termine “multiculturalismo” possiamo indicare la
    coabitazione tra diversi gruppi linguistici, culturali, religiosi che vivono nel
    medesimo spazio territoriale. Pensiamo alla zona alpina dell’Italia: dall’est
    all’ovest troviamo diversi gruppi come, ad esempio, quello sloveno, il
    friuliano, il cimbro, il ladino, il tirolese, il provenzale, l’occitano… Questa
    pluralità è più evidente nelle zone di confine, ma esiste anche altrove.
    [...].Per quanto riguarda la dimensione religiosa, pensiamo alla presenza
    ebraica o cristiana ortodossa a Venezia e a Trieste, oppure ai protestanti
    luterani nelle zone dell’Alto Adige, o ancora ai valdesi in Piemonte o alla
    presenza diffusa dei testimoni di Geova.

Significativa, a questo riguardo, è anche l'affermazione seguente che si riallaccia, più avanti, anche all'immigrazione:

E’ necessario ripristinare una “memoria plurale” per saper leggere la
complessità di contesti che spesso vengono ideologicamente ridotti ad entità
monolitiche e omogenee.
Infatti, se il confine statuale è rigido, quello
culturale è fluido: gruppi separati da confini statuali possono avere
consuetudini culturali simili , mentre altri che vivono nello stesso stato
possono avere tra di loro più differenze che similitudini. La memoria non può
vincolarsi all’ideologia degli stati-nazione ma oggi più che mai bisogna
allenarsi a riconoscere la pluralità e la dinamicità degli elementi che
contribuiscono alla formazione delle identità.
  • In terzo luogo, ogni società è multiculturale anche perché coesistono diversi
    sistemi valoriali. In Italia, ad esempio, c’è chi aderisce o meno a determinate
    visioni della famiglia (basta pensare al modello contrattuale o a quello
    sacramentale e alle controversie sulle famiglie di fatto o sulle unioni
    omosessuali) e troviamo posizioni contrapposte anche sui temi della pace e della
    guerra e perfino si può riscontrare la presenza di organizzazioni politiche che
    fanno riferimento a modelli ed esperienze non-democratiche. [...]
In merito all'immigrazione, il professore precisa che:
I rapporti tra culture sono spesso caratterizzati da
asimmetrie di potere. Il mondo che conosciamo oggi è fatto di un centro
dominante e sterminate periferie subalterne. [...].Queste ultime hanno scarso
potere contrattuale in ambito economico, politico e culturale. Gli immigrati
arrivano prevalentemente da queste aree periferiche con il desiderio di
intraprendere un percorso di emancipazione sociale, cioè di accedere al centro
leggendo la propria affermazione in base ai parametri del modello vincente.[...]
E’ bene ricordare che il multiculturalismo non è creato dalla
presenza degli immigrati. Essi aggiungono altre differenziazioni a quelle già
esistenti in ogni società e contribuiscono casomai a renderle più visibili.

Jabbar continua, mettendo in luce l'importanza degli interventi interculturali:

Le trasformazioni sociali in atto richiedono un metodo di intervento innovativo
che definiamo con il termine “intercultura”. Non intendiamo dunque un principio
etico né un traguardo da raggiungere ma l’impostazione di una prassi di lavoro
in grado di aiutarci a ripristinare una memoria plurale esplorando i nostri
contesti multiculturali.
La prassi interculturale implica considerare gli
immigrati non tanto rappresentanti di una cultura quanto di un progetto sociale
di emancipazione. Gli immigrati vivono un complicato processo di aggiustamento
identitario finalizzato a trovare un’ “unità combinatoria” tra elementi
appartenenti sia al nuovo contesto sia al contesto di origine. In questo
processo non incide solo la cultura ma anche il genere, la provenienza sociale,
il livello di istruzione, il tipo di occupazione, la politica di accoglienza sul
territorio, il tipo di progetto migratorio ecc.
L’intercultura innesca un
processo di estensione dei confini della democrazia attraverso una cultura della
partecipazione basata sul riconoscimento delle differenze. L’obiettivo è quello
di stabilire un nuovo patto di cittadinanza in grado di ristabilire la simmetria
necessaria per creare spazi di negoziazione e gestire le trasformazioni sociali
in atto garantendo la coesione sociale.
Questo processo intende includere
nuove soggettività e non “comunità” (sta a queste soggettività decidere come
organizzarsi in termini collettivi: se sul piano religioso, linguistico, o su
quello dell’appartenenza statuale o professionale, oppure sulla base di
organizzazioni associative o sindacali autoctone ecc.).
Incrementare la
partecipazione democratica significa superare il modello di “integrazione
subalterna” che vede negli immigrati una mera forza lavoro e riconoscere la
complessità delle relazioni che queste persone intraprendono con il territorio
dove risiedono.
L’intercultura ha bisogno della mediazione socio-culturale
che è innanzi tutto una strategia di parificazione di opportunità con lo scopo
di ricostruire reti sociali, creare nuove competenze e ripristinare l’autostima
dei cittadini immigrati riconoscendo anche quegli aspetti legati ai vissuto
culturali e religiosi.
La mediazione socio-culturale mira a lavorare insieme
a questo nuovo segmento della società perché possa partecipare attivamente
contribuendo a ricostruire una prospettiva condivisa.[...]
La questione
dell’immigrazione non riguarda solo l’immigrato, né è solo un intervento di
politica sociale di contenimento del disagio e neppure una politica securitaria
per arginare il pericolo.
La posta in gioco è rivitalizzare la democrazia
attraverso una cittadinanza attiva che coinvolga tutti gli attori sociali del
territorio. [...]

La simmetria di cui parla Jabbar è un concetto fondamentale, a mio parere, che di certo non combacia con il mero compromesso tra la classe politica e gli immigrati auspicata da S.K.Samir. Il recupero della simmetria sembra meno tortuoso se si riconosce la validità del multiculturalismo: senza soffocare la loro cultura, si possono aiutare gli immigrati a ridisegnarsi, senza costringerli a scegliere tra la lettura politica della religione e l'accettazione supina della cultura "di arrivo" perché, riflettendo, a ghettizzare, sebbene in modo diverso, sono proprio questi due estremi.

Mi scappa un sorriso, amaro, a leggere di quel gruppo di genitori egiziani che "strappano" i figli dalla scuola pubblica italiana. Messa così, la vicenda sembra ricalcare quella di Gavino Ledda strappato dai libri e ricondotto dal padre alle pecore. Mah... (La mia posizione sulla scuola araba in questione è ben nota).

08 marzo 2007

Per la causa delle donne

"Con questo 8 marzo vogliamo chiamare le donne italiane a lavorare per la causa delle donne, per i loro diritti, per i loro progetti. Sono molte le donne che si sono affermate per loro forza, per loro qualità e per loro meriti superando condizioni di partenza sfavorevoli, resistenze e inerzie pesanti. Dobbiamo rendere possibile a tutte le donne di fare la loro strada, conquistare ed esercitare i loro diritti".
Queste sono le parole che il presidente Napolitano ha dedicato alla festa della donna, insieme al desiderio che aumenti il numero di donne impegnate in politica. Mi sembra che la necessità di lavorare per la causa delle donne la riconoscano tutti, è solo che spesso, sono proprio le donne della politica a mettere i bastoni fra le ruote alle altre donne. E lo fanno proprio in nome delle donne.
Forse sarebbe meglio guardare alla qualità delle donne in politica piuttosto che alla quantità.

06 febbraio 2007

Habla con ella


L'analfabetismo preclude molte strade e non solo in senso figurato, a quanto pare. Ma a considerare questa assurda vicenda tratta da Repubblica.it, mi viene da pensare anche che l'indifferenza faccia danni peggiori...


BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all'arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell'estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull'autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all'epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese. Accortasi dell'errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi. Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all'aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l'impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.
Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo. "Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l'hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l'origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l'annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L'otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l'autobus molto raramente per dirigersi verso nord.

Ma possibile che nessuno si sia sforzato di capire la signora a gesti.....a disegnini?
Non c'è nessuno in India con la metà della pazienza di chi si punta l'indice al petto tre volte ("IIIIIII-OOOO"), brandisce il coltello ("TAAA-GLI-OOO") e, tenendo un pomodoro tra pollice, indice e medio lo muove come se avvitasse una lampadina ("IIL-PO-MO-DOOO-RO")?
Un sentito GRAZIE a tutte le persone che in Egitto sfoderano il mimo che è in loro per poter parlare con me!

29 gennaio 2007

Etnocentrismo


Ne ho ampiamente parlato nei commenti, ma l'etnocentrismo merita un post.


Materiale tratto dal sito Sistemi e Culture.


Sinteticamente l’etnocentrismo può essere definito come "la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come strani, differenti, inferiori. Il proprio punto di vista viene ritenuto la norma, il modo naturale di essere e di fare".
L’etnocentrismo è un fenomeno complesso che comprende atteggiamenti sia individuali che collettivi di tipo pratico, espressivo, speculativo molto diversi tra loro per le modalità con cui si concretizzano nelle diverse società e diverse epoche storiche.
Vittorio Lanternari scrive che "gli atteggiamenti chiamati etnocentrici riguardano rapporti a livello emotivo, psicologico, valutativo, intellettuale, comportamentale tra individui appartenenti ad un aggruppamento e individui membri di un altro aggruppamento considerato dai primi "altro", "diverso" e perciò caratterizzato come "inferiore".
La nozione di etnocentrismo non è dissociabile facilmente da quella di pregiudizio: gli etnocentrismi infatti sono forme di pregiudizi o di presupposti conoscitivo-valutativi.
L’etnocentrismo si colloca tra egocentrismo e antropocentrismo e indica un generico, istintuale bisogno dell’uomo di garantirsi un’identità sociale, come membro di uno o più raggruppamenti (identità rispettivamente familiare, clanica, di classe, di casta, nazionale, ecc.), mentre l’egocentrismo si riferisce al bisogno di una identità individuale specifica e l’antropocentrismo al bisogno di un’identità umana di tipo universale. L’ideale sarebbe che la persona possa sviluppare in modo equilibrato le sue diverse identità individuale, sociale e umana.
Queste forme di etnocentrismo, che si esprimono in termini mitologici, linguistici, formali e toccano la sfera logico-intellettuale, percettivo-rappresentativa, espressiva, epistemologica non comportano un atteggiamento ostile del soggetto verso l’oggetto, piuttosto incomprensioni, equivoci, errori conoscitivi, interpretazioni soggettive, influenzati dalle specifiche rappresentazioni relative alla cultura di chi valuta e non di chi è valutato. C’è un limite soggettivo alla capacità umana di astrarre totalmente da tali forme di etnocentrismo, malgrado gli sforzi di autocritica metodicamente condotti da ciascuno nell’atto di confrontarsi con l’altro. "Sin dalla nascita infatti, l’ambiente circostante fa penetrare in noi per mille vie consce e inconsce un complesso sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse" (Lévi-Strauss). Noi tutti, dunque, fin dall’inizio ci muoviamo come se fossimo all’interno di una massa chiamata per l’occasione cultura. La cultura è tutto quello che ci sta intorno e nello stesso tempo gli occhiali con i quali noi vediamo la realtà.
Vi sono vari modi in cui l’etnocentrismo si esplica:


etnocentrismo mitologico
. Molte popolazioni, allo scopo di distinguersi dalle altre, hanno dei miti con i quali esprimono la loro superiorità rispetto ad altri popoli. A titolo esemplificativo un mito degli indiani Cherokee racconta che il Grande Spirito creatore del mondo, volendo creare gli uomini, creò tre statuette d’argilla e le introdusse nel fuoco per cuocerle. La prima estratta troppo presto dal forno era bianca e mal cotta: da essa deriva l’uomo bianco. Quando uscì la seconda, era di giusta cottura, di colore rosso: da essa provengono gli indiani. Per dimenticanza il Grande Spirito estrasse troppo tardi la terza, che risultò troppo cotta e di tinta nera: da essa nasceva la stirpe dei neri. Così furono creati gli abitanti d’America ma sia gli uomini bianchi che i neri portarono fin dall’origine il marchio dell’imperfezione, mentre la stirpe indiana si presenta come l’unica perfetta. Questo mito dunque in modo ingenuo esprime la superiorità degli indiani autoctoni nei confronti delle popolazioni bianche e nere che si insediarono nel loro territorio.

· etnocentrismo espressivo. Consiste nelle denominazioni etniche con le quali una comunità connota se stessa in termini positivi e le altre in termini negativi. Gli esempi al riguardo sono numerosi: il nome del popolo africano dei Bantu deriva dalla radice "ntu" che nella loro lingua significa "uomo" e dalla parola "ba" che indica il plurale: quindi Bantu significa popolo degli uomini; allo stesso modo gli eschimesi chiamano stessi nella loro lingua "inuit" che significa "uomini", mentre il nome con cui li conosciamo noi deriva dal soprannome dispregiativo dato loro dalla vicina popolazione degli Algonchini e significa "mangiatori di carne cruda". Questi esempi di mitologie e di espressioni linguistiche indicano atteggiamenti etnocentrici di sopravvalutazione di sé e di sottovalutazione degli altri gruppi considerati "diversi".

· etnocentrismo linguistico porta a contraffare, ad alterare, gli specifici significati che sottendono a determinati termini, per le difficoltà di tradurre nelle lingue europee i complessi significati di alcune parole di altre culture (in particolare per le lingue di società tradizionali). Termini come "magia", "anima", "stregone" non hanno nelle lingue europee gli stessi significati che invece assumono in sistemi con credenze complesse e diverse come nelle società tradizionali.Tra il linguaggio e la percezione del mondo sembra esserci un rapporto, in quanto "chi parla un’altra lingua non si limita a dire in modo diverso le stesse cose ma scandisce in modo più o meno diverso il mondo che lo circonda".

· etnocentrismo epistemologico. È insito "nell’atto più profondo del pensiero" e comporta l’impiego precostituito di categorie epistemologiche. Questo anche quando ci si sforza di essere obiettivi e si è metodologicamente preparati. Allo scopo di superare questo tipo di etnocentrismo alcuni antropologi americani hanno studiato una particolare metodologia per "riuscire ad entrare nella testa dei propri informatori", contrapponendo un approccio di ricerca particolaristico chiamato emico ad un approccio universalistico detto etico. Questi termini derivano dalla linguistica, dove con il termine fonetico si intende la descrizione dei suoni prodotti dagli organi della parola che sono comuni a tutti gli uomini, mentre per sistema fonemico si intende la suddivisione dei suoni in base alle differenze specifiche esistenti da linguaggio a linguaggio. L’approccio emico è il tentativo di entrare nella testa dei propri informatori allo scopo di superare l’etnocentrismo epistemologico, per scoprire i significati e la struttura di una specifica cultura. Per quanto però uno scienziato tenda al massimo di obiettività, difficilmente potrà evitare di mutuare dalla propria cultura il tipo di rappresentazione che egli può farsi delle strutture del pensiero degli altri.

· etnocentrismo percettivo-emotivo. Lo si può spiegare considerando che ogni individuo riceve attraverso la sua cultura un insieme di esperienze percettive ed emotive che in modo inconsapevole tende a definire naturali. In realtà, come sostiene Lévi Strauss, non esistono fenomeni naturali allo stato puro; essi esistono soltanto sotto forma concettuale e per così dire filtrati da norme logiche e affettive appartenenti alla cultura. Le varie percezioni uditive, visive, spazio-temporali assumono significati diversi nelle varie culture e per riuscire a comprenderli è necessario uno sforzo conoscitivo al di la dei propri modelli di riferimento.

Le forme di etnocentrismo fin qui esaminate si definiscono attitudinali o naturali. Si parla invece di etnocentrismo ideologico passando dalle società tradizionali a quelle occidentali più complesse: quanto più alto è il grado di complessità strutturale, tanto più ad etnocentrismi attitudinali si sovrappongono manifestazioni aggressive, violente, distruttive motivate da giustificazioni etnocentriche, che vengono ad assumere funzione di ideologia. Dunque, in rapporto al grado di diversificazione di strati e di classi sociali all’interno delle società complesse o centralizzate, un processo di ideologizzazione si innesta sul fondo di attitudini etnocentriche genericamente percettivo-espressivo-conoscitive. L’etnocentrismo si sviluppa allora nelle sue forme discriminatorie, persecutorie, aggressive.
Gli atteggiamenti di tipo etnocentrico invadono gli ambiti tecnologico ed etico-sociali. Un esempio di etnocentrismo tecnologico è stato l’imposizione di abitazioni di tipo europeo ad abitanti dei villaggi nel sud del mondo.
L’etnocentrismo giuridico è dato dall’imposizione del diritto europeo a popolazioni il cui diritto era basato su norme consuetudinarie ricche di connessioni con un sistema di valore etico-sociale.
Risulta quindi chiaro come un atteggiamento di tipo etnocentrico precluda la possibilità di studiare in modo efficace culture diverse: può accadere di non essere consapevoli di usare punti di vista e concetti che hanno validità solo all’interno del nostro mondo culturale e che non sono traducibili in altri contesti. E’ necessario non assumere i propri modelli come criteri assoluti di valutazione e di conoscenza e riconoscere che ogni modello culturale è degno di rispetto quanto tutti gli altri.

15 dicembre 2006

Verso un Natale vero?

Apprendo con piacere che in Gran Bretagna al consueto Royal Chistmas Message della regina Elisabetta sulla BBC, è affiancato sull'emittente privata Channel 4, un messaggio letto da una ragazza musulmana con il niqab.
Riporto l'ultima frase dell'articolo:

Il dibattito su diritti e integrazione dura ancora oggi, ed è facile prevedere che un messaggio natalizio di una musulmana col niqab non potrà che prolungarlo.



Io sono d'accordo a prolungare il dibattito, almeno fin quando i modernissimi ed emancipatissimi occidentali non smetteranno di tirare in ballo diritti, integrazione&Co quando si parla di velo. Lasciatele in pace, le donne musulmane.

E, a proposito di donne musulmane e di vacue questioni poste da chi vuole vedere i problemi dove non ci sono, segnalo questo articolo, datato, ma significativo, tratto sempre da Peace Reporter.
Dategli uno sguardo ché quella 18enne ha le idee molto chiare e se incontrate Vespa, riferiteglielo...

14 dicembre 2006

Oltre le apparenze: il senso dell'Aida oggi

Francesco Longo mi ha segnalato questo suo articolo apparso ieri su "Il Riformista".
La sua voce fuori dal coro questa volta si sofferma sull'Aida: oltre i lustrini, oltre il grande spettacolo, oltre lo stereotipo tradizionale, Longo delinea il significato dell'evento nel contesto odierno, allineandosi alla prospettiva di Edward Said sulla fine dell'Orientalismo.
Una riflessione, la sua, che si accorda pienamente agli intenti di questo blog e che ho deciso di raccogliere per la sua immediatezza, per quella capacità di andare oltre l'opinione dominante e superficiale. Non è facile, me ne rendo conto. Ringrazio vivamente Francesco Longo per il suo lavoro così significativo e per essersi ricordato di questo blog.
mercoledì 13 dicembre 2006
di Francesco Longo

Rileggere Verdi dopo la prima, oltre Materazzi e il gorgonzola tartufato
UN'OPERA "IMPERIALISTA" CHE ANESTETIZZA LE COSCIENZE
Edward Said nelle riflessioni sulla scia di «Orientalismo» decostruisce il neo-colonialismo del celebre melodramma: «L’egittologia non è l’Egitto».

Dopo aver lasciato decantare l’aspetto glamour dell’Aida di Zeffirelli è possibile vedere elementi trascurati di quest’opera. E cioè: cosa vuol dire mettere in scena l’Aida oggi? Che valori porta dentro di sé questo spettacolo? Le pagine dei quotidiani si sono giustamente concentrate sulla mondanità. I migliori giornalisti italiani hanno descritto smoking e bodyguard per pagine intere. I politici hanno battuto le mani. Prodi ha detto: «Questa è la perfezione». Lo stesso Riformista titolava «Uno stopper alla Scala». Il punto era sempre: e Valeria Marini? E la cena col gorgonzola tartufato? E la cravatta di Materazzi?
Dopo qualche giorno è lecito porre altre domande. Tipo: che rapporto c’è tra l’Aida e il colonialismo? Oppure: c’era bisogno oggi di un’opera che fa dello straniero - del diverso - un orpello di cartone?
Per far ciò è utile tornare ad alcune indicazioni di Edward Said. Cinque anni dopo aver scritto il famoso Orientalismo, Said pubblicò il volumone Cultura e Imperialismo che proseguiva in quella stessa direzione. Qui, per alcune pagine, rileggeva proprio l’Aida di Verdi. Non siamo abituati ad associare l’opera lirica allo sfruttamento imperialista, questo lo sapeva anche Said. Tuttavia egli si occupò a lungo di come la cultura fosse coinvolta con i processi di colonialismo e di come fosse legata alle azioni imperialistiche e alla fine arrivò all’Aida.
Secondo Said l’Aida «ha avuto una grande influenza sulla cultura europea. Ad esempio nel confermare l’immagine dell’Oriente come luogo essenzialmente esotico, distante e antico, nel quale gli europei possono esibire tutta la loro forza». Questo è ovvio. L’opera è assai complessa, non è un caso che sia arrivata fino a noi, sopravvivendo ad altre che invece si sono smarrite.
La scoperta spiacevole che però fa Said si può riassumere in una frase: «l’imbarazzo suscitato dall’Aida deriva dal fatto che non si tratta tanto di un’opera sul dominio imperiale, ma è parte del dominio imperiale». L’idea del critico era quella che le rappresentazioni che si offrono dell’oriente, dei musulmani, del mondo arabo, degli egiziani, sono un modo per partecipare alla conquista fisica, territoriale, militare.
A Giuseppe Verdi, (che fu preferito sia a Wagner che a Gounod) quando fu commissionata l’opera, fu dato il controllo assoluto di questo spettacolo. Verdi, non avendo una conoscenza diretta dell’Egitto, si appoggiò ad autorevoli accademici egittologi. «Occorre però ricordare che l’egittologia è appunto l’egittologia, e non l’Egitto», scrive Said. Egli considera gli studi di egittologia non un modo per conoscere l’Altro, ma al contrario come la preparazione teorica, artistica, per legittimare l’occupazione del territorio. La conquista di Napoleone era stata affiancata da studiosi che catalogarono l’Egitto: descrivendo, rappresentando, sezionando, elencando, classificando, ricostruendo in bozzetti, modellini e dunque inventando l’Egitto per governarlo e sottometterlo. Certe riproduzioni dell’Egitto dell’epoca «dunque non sono descrizioni ma ascrizioni».
Se non si tengono in considerazione questi aspetti, sfugge la portata di certe opere artistiche. Ci si chiederà: ma la Moratti? E il pizzo nero di Valeria? E i pantaloni di Angela Merkel erano adeguati o no?
Nella tessitura artistica dell’Aida alla fine filtrarono atteggiamenti imperialistici. Il primo risultato fu un Egitto orientaleggiante: «Tipici da questo punto di vista alcuni passaggi del II atto: il canto della sacerdotessa e, poco più avanti, la danza rituale». Tra l’altro Verdi trasformò alcuni sacerdoti in sacerdotesse «seguendo la consolidata tradizione europea di mettere donne orientali al centro di qualsiasi rituale esotico; le sacerdotesse verdiane sono l’equivalente delle danzatrici, delle schiave, delle concubine e delle “bellezze al bagno” nell’harem, che dominano l’arte europea di metà Ottocento». Si sa, non c’è oriente, senza sensualità.
L’Aida dunque, ambientata e messa in scena in un luogo geograficamente lontano dall’Europa, restava intrisa proprio di quel contesto contemporaneo che si sforzava di lasciarsi alle spalle. L’opera era impressa di ciò che in Europa allora si voleva fosse l’Egitto. E oggi?
Sarebbe stato sgarbato, certo, affiancare alla sciarpona di Zeffirelli quel che ci vedeva Said: «uno spettacolo imperialista concepito per distrarre e impressionare un pubblico quasi esclusivamente europeo». E certo è giusto che un’opera come l’Aida muti col tempo. E se nel 1952 la Callas la interpretava in Messico, è giusto che oggi la si leghi al colletto slacciato di Materazzi. Le strategie della dominazione che la penetrarono durante la sua elaborazione oggi possono restare sullo sfondo. Si può ammirare l’opera senza pensare alla dominazione. Ne era convinto anche Said che nel 1993 ammoniva: «tuttavia l’impero rimane lì, sotto forma di tracce e di accenti, e può essere letto, visto e udito». Possibile che alla Scala non si sia percepito nulla di tutto ciò?
L’applauso prolungato, bipartisan, dei politici, lascia un piccolo brivido. Qualcosa stona, anche nel silenzio dei giornali. Secondo Said gli spettacoli come l’Aida, i romanzi, le fotografie, i libri di viaggio, i dipinti esotici servivano ad «anestetizzare le coscienze». E forse dunque, qualcosa chiarisce l’euforia e la reticenza sull’evento della Scala.
Già allora l’Aida faceva dimenticare quello che avveniva laggiù. E così oggi, l’esotico torna con la sua stessa inossidabile funzione. L’esotico è oggi l’innocua Fiona May della fiction tv; è la nuova traduzione de Le mille e una notte; è sentire gli accademici musulmani che in giacca e cravatta dibattono nei talk-show tra uno spot e una guerra nei tg. L’esotico serve a coprire la violenza. Sostituisce la brutalità del potere con l’ingenuità stupefatta della curiosità.

17 novembre 2006

Quelli che dimenticano che non si finisce mai di imparare...


A proposito della proposta di Fini sull'insegnamento dell'Islam nelle scuole statali (sottoforma di ora facoltativa) si legge: "E allora - si chiede l'ex ministro leghista [Calderoli] - che fare con il buddismo o le altre religioni dell'amore? Non e' che bisogna accontentare le religioni dell'odio solo perche' sono violente e non fare nulla per le altre. Non si puo' fare sino a quando nelle scuole islamiche non sara' stata ammessa la possibilita' di insegnare il Vangelo".
Altrettanto duro il giudizio di un altro esponente del Carroccio, Roberto Cota: "In una scuola pubblica, a spese dello Stato, non si puo' insegnare il Corano. Se qualcuno vuole impararlo lo puo' fare privatamente, ma nella nostra scuola si deve insegnare la religione e la cultura che e' a fondamento di una comunita'. Per questo e' giusto che s'insegni la religione cattolica".



Premesso che non ho intenzione di commentare quest'ultima affermazione dal momento che ho parlato ampiamente della questione tutta contemporanea delle culture complesse e locali, il problema secondo me va inquadrato in un'ottica diversa, ne parlavo tempo fa con mia madre, insegnante di matematica e scienze alla scuola media statale: bisognerebbe ripensare l'ora di religione. Senza andare a scomodare le grandi città, anche nelle realtà provinciali la presenza di immigrati di fede non cattolica è cospicua: i loro figli, albanesi musulmani nel caso del mio paese d'origine, frequentano la scuola statale e all'ora di religione non viene offerta loro un'alternativa migliore alla perdita di tempo. Poiché insegnanti come mia madre si ritrovano gruppetti di alunni musulmani in classe, non sarebbe opportuno organizzare un'ora di religione parallela a quella dell'insegnamento della religione cattolica per non privare questi bambini dell'educazione religiosa nell'ambito della scuola? Favorire la loro integrazione, nella società come nella scuola, non significa forse metterli sullo stesso piano di quelli italiani offrendo a tutti le stesse possibilità?



Però quando dico ripensare l'ora di religione intendo qualcosa di più significativo, per tutti: per quanto mi riguarda, l'ora di religione parallela potrebbe anche intersecarsi con quella tradizionale. Se è vero che gli immigrati sono un punto di forza, perché allora non trasformare l'ora di religione in un momento di confronto e di insegnamento reciproco? Dell''integrazione, affinché sia effettiva, non dovremmo intedere solo ciò che è dovuto agli altri, ma anche ciò che possiamo fare noi per convivere pacificamente.


Quanto al delirio di Calderoli, ricordo che il mondo arabo fornisce molteplici esempi di convivenza religiosa: la chiesa e la moschea spesso sono a pochi passi di distanza. Un bell'esempio, no?

Un altro aspetto mi sembra errato: questa proposta di Fini suona come un compromesso, essendo gran parte dell'opinione pubblica contraria alla scuola araba di Milano: non capisco come possa essere ritenuta un ghetto quando lo scopo principale di quella scuola è affiancare all'insegnamento dell'italiano (che comunque prevale) l'insegnamento dell'arabo e dunque del Corano.