Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

25 ottobre 2006

Porta a porta, pietra a pietra


Mi servo di questo articolo di Magdi Allam esclusivamente per riassumere gli antefatti.
Dopo il suddetto scontro, i due si sono ritrovati a Porta a Porta, stavolta a debita distanza, nella puntata sul velo islamico che non so per quale motivo ho continuato a seguire dopo che la Santanchè si è rivolta ad Abu Shwaima chiamandolo "iman", che in arabo è un nome di donna (ciò la dice lunga sulla preparazione della signora sull'argomento).
Davvero, la composizione degli ospiti che hanno preso parte al dibattito deve suscitare più di qualche perplessità: ben 5 degli ospiti erano convinti che le donne islamiche portano l'hijab per costrizione, mentre di parere contrario erano solo l'imam Abu Shwaima (in collegamento) e Sarah Orabi in studio.

Sarah, 19 anni, è nata e cresciuta a Milano da genitori egiziani, studia Farmacia e indossa abitualmente l'hijab: e lo porta anche in puntata, rosa con delle applicazioni di paillettes viola abbinato a gonna lunga e maglioncino rosa. A Sarah è contrapposta la coetanea marocchina Dunia, in jeans aderenti, camicia corta e capo scoperto, ex aspirante al titolo di miss Italia.

Il discorso, inizialmente blando, vira sul tema, delicatissimo, della lapidazione. Sarah ammette di non conoscere l'argomento e Vespa continua ad incalzare, mettendo Sarah oltre che in notevole e vistoso imbarazzo anche in cattiva luce.

Sarah è musulmana ed è figlia di egiziani, non conosce la lapidazione perché non credo che vi si sia mai imbattuta. Anzi, credo che tra le sue possibilità non consideri proprio l'adulterio, come la maggior parte delle donne musulmane. Alla luce di queste considerazioni è lecito pretendere da quella ragazza una conoscenza appropriata della Bibbia? Forse potrebbe esserlo stato e fino a un certo punto se Sarah fosse stata figlia di una coppia mista. E ancora, è lecito continuare ad incalzare vedendo che Sarah cita passi della Bibbia come avrebbe fatto con il Corano?

Forse doveva esserci un'altra ragazza musulmana a parlare di lapidazione al posto di Sarah?

Non suona come una lapidazione un titolo come questo?

Quanto segue è tratto da "Il Nuovo Riformista", forse le uniche considerazioni sensate a proposito della puntata di Porta a Porta del 23 ottobre.



È giusto o ingiusto fare domande insensate in tv? È ingiustissimo



di Francesco Longo


Durante la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta si è assistito ad un triste spettacolo. La trasmissione è dedicata alle polemiche sul velo delle donne islamiche. Tra gli ospiti in studio (oltre la Santanché, la Pollastrini e Fouad Allam) c’è una ragazza con il velo. Ad un certo punto il tema del dibattito diventa la lapidazione, e Vespa chiede alla ragazza se per lei la lapidazione è «giusta o ingiusta». Sarah dice che è lì per parlare del velo e che preferisce non rispondere. Ma Vespa incalza: «Signorina, per lei è giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia uccisa con le pietre?». Sarah: «Preferisco non rispondere». E Vespa, con la faccia stupita, come se stesse chiedendo quanto fa due più due: «Le sto domandando se è giusto o ingiusto lapidare una donna». Sarah si rifiuta di rispondere. Vespa e tutti gli altri ospiti, e molti telespettatori, sono sbalorditi dalla elementarità della domanda e non riescono a credere che una risposta così facile come: «La lapidazione è sbagliata!», non esca da quella bocca.Come si incontrano due civiltà se si procede così? Che significato può avere interrogare altre religioni o altre culture partendo da domande inadatte come «è giusto o ingiusto?» La nostra religione, e quindi parte della nostra cultura, si fonda su elementi del tutto irrazionali, illogici, ingiusti. Perché dunque pretendere dagli altri ragionamenti, coerenza, sillogismi? Anche il nostro libro sacro non è stato scritto da Aristotele né da Gottlob Frege, inutile negarlo.Vorrei chiedere a Vespa: «Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?». Vorrei chiedere a Vespa: «Gesù è venuto a dare il sangue per l’umanità, compreso Adolf Hitler. Per lei è giusto o ingiusto che Gesù sia morto in croce per Adolf Hitler?». Che senso ha porre questa domanda? La religione cristiana si basa su eventi di dubbia razionalità (chi concepisce un figlio senza aver «conosciuto uomo», chi muore e poi ritorna in vita; chi compie esorcismi; chi si fa martire; chi fa voti di povertà e altro). Neanche la nostra religione, che pure ci porta a formulare domande simili, funziona secondo la dicotomia giusto/ingiusto: perché costringere gli altri a questo schema? Il secondo veleno che circola durante la puntata di Porta a Porta è che le ragazze che portano il velo in realtà non lo fanno mai per libera scelta, anche qualora lo dicessero, ma sempre perché costrette. Come si può dimostrare questa “verità”? Tutti gli ospiti la dimostrano, semplicemente, affermandola. Ma cosa diremmo se vedessimo donne islamiche sottoporsi alla chirurgia estetica? Non diremmo che qualcuno le costringe? Che diremmo se vedessimo donne rinunciare ad essere madri per i motivi più strani? Non diremmo che dietro c’è qualcuno che le sta plagiando? E il voto di castità dei seminaristi è una scelta libera? E i monasteri di clausura? È uguaglianza o disuguaglianza (questa è l’altra coppia di termini con cui la ragazza durante la puntata viene messa alle corde) che un prete possa confessare o dire messa e nessuna donna possa farlo? Accettare, comprendere, dialogare con un’altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell’altra civiltà, alla fin fine, ci convince. E poi: è giusto o ingiusto mettere una ragazzina in minoranza in un salotto tv? Accerchiarla con domande impossibili come fanno i bulletti con le compagne di classe?

16 ottobre 2006

Velo e dintorni: forse la diversità è nei nostri occhi


In principio fu la legge francese sull'ostentazione dei simboli religiosi come il velo delle donne islamiche, ora a riaccendere il dibattito politico, sociale e pure giuridico sulla liceità di limitare la libertà di manifestazione della propria appartenenza religiosa è anche l'Inghilterra: Jack Straw, ex ministro britannico dell'Interno e capogruppo laburista ai Comuni è favorevole alla proibizione del velo islamico per le donne musulmane poiché rappresenterebbe un ostacolo al dialogo tra le comunità, un elemento visibile di separazione e differenza.
Questo mi sembra un articolo molto interessante: premetto che per quanto io sia contraria al velo integrale, con queste vicende e con questo articolo mi viene da riflettere sulla possibilità di dire a una donna che ha deciso di mettersi il velo, anche quello integrale, mettitelo in questo e in quest'altro posto, ma qui no. E' lecito e se sì, fino a che punto?
E se Aisha Azumi, la maestra allontanata, avesse portato un normale hijab, di quelli che coprono i capelli ma lasciano intravedere il viso e che spesso sono coloratissimi, qualcuno se la sente di assicurarmi che ora sarebbe ancora al suo posto in quella scuola?
Una scuola laica, uno stato laico, una realtà laica significano una scuola, uno stato, una realtà che lascia liberi i cittadini e gli studenti di professare apertamente la propria religione o che impone loro quale scegliere, o anche di non averne una? Democrazia e libertà dovrebbero garantire la libera manifestazione delle proprie convinzioni, ma a quanto pare lo fanno solo sulla carta ed è grave perché per la libera manifestazione di ciò che si è passano anche il dialogo e l'integrazione.
L'hijab non si può nascondere come una croce sotto un vestito, l'hijab è evidente, connota la donna che lo porta in quanto donna islamica: ora, se impediamo alle donne musulmane di indossarlo significa che in un certo senso abbiamo paura di vederle musulmane e vogliamo renderle un po' più "innocue", della serie non vedo che è musulmana, non mi preoccupo, non mi faccio turbare. Ma, a quanto pare, nessuno si preoccupa di non turbare le donne islamiche: se il velo rappresenta un determinato modo di essere, implica anche un particolare rapporto con il proprio corpo e un preciso- e senza dubbio a noi incomprensibile -senso del pudore. Allora è una violenza imporre di toglierlo.

12 ottobre 2006

(d)istruzione italiana


Con tutti i problemi che ci sono in Italia i nostri rappresentanti alla guida della Nazione si prendono il lusso di preoccuparsi di questo....

Perché non si pone lo stesso problema con le altre scuole straniere sul nostro territorio?


Perché i figli delle coppie straniere e delle coppie miste devono rinunciare a coltivare le radici della propria cultura?


Io credo che una scuola in grado di affiancare all'istruzione "all'italiana" un'istruzione araba sia una risorsa, ma il problema è che noi, ancora una volta, non siamo pronti: ci siamo stampati in mente l'equazione arabo(o peggio ancora musulmano)=terrorista e con quest'idea andiamo etichettando il mondo come un cane col suo alberello.




Ora, i figli delle coppie straniere o delle coppie miste nascono in Italia, sono dunque italiani, ma dal momento che la quasi totalità porta un nome arabo ed è di fede musulmana mi chiedo perché si vuole impedire a questi italo-qualcos'altro di essere esattamente ciò che sono.


E' preoccupante, non siamo preparati alla convivenza multietnica...ma che piaccia o no, il futuro è questo.


Non c'è da sorprendersi allora se succede anche questo e concordo pienamente con chi giudica la faccenda una discriminazione bella e buona.


C'è chi porta questi fatti come esempio per dimostare che la Scuola italiana va a rotoli: dopo essermi fatta quattro sonore risate, mi viene da pensare che forse i problemi della Scuola italiana, e non solo della scuola, a dire il vero, partono da molto più in alto, considerando i vizietti dei nostri rappresentanti...




06 ottobre 2006

La democrazia di Dio



Questa è una delle recensioni sul libro di E. Gentile "La democrazia di Dio"
Gli Stati Uniti sono il più religioso e il più nazionalista fra i paesi industrializzati dell'Occidente. La religione americana considera la democrazia e il destino del proprio paese una manifestazione della divina provvidenza. Per questo l'attacco terrorista dell'11 settembre ha coinvolto l'atteggiamento degli americani verso Dio, la visione del bene e del male, il senso della missione nazionale. E ha provocato un'esplosione di religiosità e di patriottismo, fusi nella santificazione dell'America come nazione eletta. Con un'analisi originale, Gentile mostra come Bush ha rielaborato i miti della religione americana, identificandoli con l'integralismo della destra religiosa, per giustificare la guerra contro l''asse del male'. Chi è con Bush, è con l'America; chi è con l'America, è con Dio: una nuova, inquietante esperienza di sacralizzazione della politica. Un libro coinvolgente, indispensabile per capire la 'democrazia di Dio' al culmine della sua potenza imperiale.

Per avere conferma di ciò basta prendere in mano una banconota da un dollaro:
In God we trust (il riferimento è chiaro) e poi la piramide a 13 piani la cui sommità secondo alcune interpretazioni sarebbe aperta per simboleggiare il numero di colonie in espansione. Andando più nel dettaglio si legge: annuis coeptis e novus ordo seculorum.
Qui viene spiegato il significato delle due espressioni, ma c'è anche chi spiega il tutto in senso esoterico mettendo in luce tutta una simbologia che richiamerebbe il riferimento satanico.
A prescindere dall'interpretazione, mi viene da riflettere sul significato di questi continui riferimenti alla religione e mi sembra plausibile l'interpretazione proposta nel libro secondo la quale si sarebbe di fronte ad una sacralizzazione della politica: il dio "America" nella sua identità multietnica e "multireligiosa" si sostituisce a Dio. E' un dio pagano, è una badiera, un Leviatano che spoglia i cittadini dell'individualità etnica per condensarli attorno all'idea di nazione americana che altrimenti concepita avrebbe poco senso.
E' nel nome di questa sacralità che si cerca di esportare la democrazia: purtroppo non è un paio di jeans, né un hamburger...ancora una volta si pretende di leggere le realtà diverse da quella occidentale con i criteri e le categorie di quella occidentale, secondo standard che non sono universalmente validi: tolto il regime è una nostra convinzione che la democrazia sia l'alternativa più plausibile, i fatti hanno dimostrato che non lo è per mancanza di un sistema in grado di impedire la violenza privata e la giustizia fai-da te.
Naguib Mahfouz in un' intervista rilasciata a Mohamed Salmawy si infastidì sentendo parlare di inapplicabilità della democrazia in Medio Oriente:
What upsets me most of all is the claim made by some that we are not qualified for democracy. The truth is that the history of humanity has never known peoples that were naturally qualified for democracy; peoples, as it were, created democratic. The peoples of the world now identified as democratic are only so because they chose to tread that path.
If we are ever to achieve democracy, we must throw ourselves into it; we must fight for it, battling with the various waves it throws at us.
This, in the end, is the only route to the democratic shore. If we shy away from democracy, on the other hand, letting our peoples grow up under totalitarian regimes until they are qualified for democracy, we will only perpetuate totalitarianism.
In this respect we are like a person with a small child, who fears that, if his child should try to walk, it would fall over. Instead this person keeps carrying its child long after it is capable of walking. The end result will be that the child will end up crippled, never learning to walk for as long as it lives. The way to learn to walk is to throw oneself into the activity, to practice it. And the same is true of democracy. We must not fear; we must not hesitate. Only then will we be democratic.
Mi sembra che l'apertura delle Media Free Zones attualmente al Cairo, ad Amman e a Dubai rappresentino un notevole sforzo in questo senso: si tratta di vere e proprie zone franche dove viene applicato un particolare procedimento di “liberalizzazione” controllata dallo stato. Sono aree a statuto giuridico speciale, veri e propri territori autonomi all’interno dello stato, preposte all’apertura di canali televisivi satellitari privati (arabi e non) che affiancano il monopolio governativo sull’etere. Alla Media Free Zone è abbinata l’area produttiva della Media Production City che ospita gli uffici e le operazioni di broadcast: le società che vi operano, godono di agevolazioni fiscali e tariffe competitive per l’affitto delle infrastrutture necessarie, ma soprattutto di una deroga speciale alle leggi vigenti nello stato in materia di libertà di espressione che consiste nell’esenzione dal controllo del Ministero dell’Informazione sui contenuti trasmessi, sottoposti comunque alla supervisione di una specifica Authority.
Si spera che il processo di liberalizzazione fuoriesca dalle Media Free Zones per riguardare anche la tv via etere perché il futuro del Medio Oriente dipende anche da questo.

04 ottobre 2006

Occidente. Occidente?

Ho scelto parlare di Orientalismo perché credo che sia importante riflettere sul concetto di Occidente.

La decolonizzazione ha sgonfiato la centralità dell’Occidente anche dal punto di vista culturale: gli assi del dibattito Occidente-altri universi culturali, portato all’attenzione della ricerca sociale dall’espansione coloniale, si sono spostati, infatti, a partire dagli anni ’70 con l’ascesa dei Non Allineati. Edward Said, una delle voci più significative nell’ambito di questo dibattito individua nell’Orientalismo la griglia stereotipata di categorie e concetti costruita dall’Occidente per comprendere l’Oriente, riducendone la complessità nel suo oppositivo valoriale, ossia il luogo dell’esotico, in cui il dominio dell’irrazionalità e della magia ha impedito la nascita dello stato-nazione e quindi della modernità. In quest’ottica l’Islam è visto come un sistema teocratico che ha bloccato la crescita della società civile, impedendo la formazione di una classe media autonoma e di una burocrazia in grado di razionalizzare la gestione dello stato.
Secondo il sociologo Turner, è necessario rivedere i concetti di Oriente ed Occidente alla luce dell’attuale mobilità globale di risorse umane e finanziarie: poiché il “multiculturalismo emerge come dimensione preminente di tutti i sistemi politici” è infatti più appropriato parlare di culture complesse e locali che accorciano le distanze tra Oriente ed Occidente facendo cadere il discorso orientalista che, inserendosi in quelle che Lyotard chiama grandi narrazioni della modernità, è investito in pieno dalla critica del postmodernismo. Il sociologo afferma che la fine delle grandi narrazioni orienta il dibattito verso la difesa delle differenze culturali e ne sottolinea l’importanza in un quadro filosofico come quello odierno, dominato dal relativismo. In questo senso, il postmodernismo, suggerendo “una nuova visione che accorda priorità all’eterogeneità, al paradosso, alla contraddizione ed alla conoscenza locale” ripropone il discorso sull’Islam in chiave anti-orientalista, in quanto discorso sull’Altro: l’Islam, infatti, sebbene –ismo figlio della modernità contiene il riferimento alla umma, la comunità globale dei musulmani come nucleo polarizzante che non necessita di un’entità statale. È proprio questo l’elemento che scardina la tradizionale visione di un Islam monolitico.


Ne ho già parlato, ma vale la pena approfondire...

La comunità transnazionale della umma

Il modello di stato come è concepito in Europa è un concetto nuovo e giovane nel mondo arabo che risale alla fine della seconda guerra mondiale. “Ho disegnato la Giordania in un lungo pomeriggio di pioggia”, raccontava Churchill. Ancora più giovane è l’esercizio autonomo del potere nazionale che si esplica solo dopo la decolonizzazione con le dichiarazioni di indipendenza dalla Francia e dal Regno Unito, in alcuni casi recentissime.
L’assenza del concetto di stato nel mondo arabo è imputabile al fatto che il Corano, libro sacro che permea ogni aspetto della vita del credente, non ammette differenza tra vita spirituale, politica e sociale, quindi l’organizzazione politica coincide con quella religiosa della umma, ossia la comunità allargata a tutti i credenti musulmani nel mondo che li comprende al di là di ogni possibile distinzione: qualsiasi frammentazione del popolo di Allah in entità minori, anche quella statale, è inconcepibile per l’Islam. Quello di umma è un concetto che ha impegnato notevolmente politologi e sociologi nel tentativo di legittimare l’istituzione dello stato in quanto entità che si frappone al ricongiungimento della comunità transnazionale dei fedeli musulmani.
Storicamente, l’unico stato legittimo riconosciuto, che ha abbracciato tutta l’ecumene islamica, si è attuato solo nell’esperienza del califfato immediatamente successiva alla morte del profeta Maometto. Il potere politico del califfato rientra nella sfera religiosa perché persegue “l’ideale etico” (makarim al ahlaq) dettato dalla shari’a, la legge coranica rivelata:

[l’ideale etico] si concretizza in norme che occorre precisamente astenersi dal giudicare nella loro specificità; le norme fondano la legalità dello stato ma quest’ultimo, se aspira al titolo di califfato, deve altresì perseguire l’ideale etico incarnato dal Profeta.(LAROUI,1992).

Lo stato, applicando la legge attraverso le sue regole, lo fa in virtù di esigenze pratiche: è legale perché applica la shari’a, ma non è legittimo perché non persegue l’ideale etico che implica la scomparsa dello stato come concepito storicamente. Tutto ciò ha comportato la mitizzazione del regno dei quattro califfi “ben guidati”-Abu Backr, Omar, Othman e Ali- la cui successione alla morte del Profeta generò la scissione (sci’a) del mondo islamico in sunniti e sciiti, riconoscendo questi ultimi come califfo legittimo soltanto Ali, marito dalla figlia Fatima del Profeta.
La negazione dello stato e la tensione all’aggregazione simbolica attorno ad una macro identità che abbatte i confini nazionali risultano tematiche fortemente attuali nel quadro odierno della globalizzazione: mentre l’Europa procede a fatica nella ricerca di un modello politico-culturale per supportare nuove istituzioni sopranazionali, ai paesi arabi basta attingere dal loro patrimonio religioso.


La cultura islamica nella globalizzazione: Ijtihàd e Arabesco

Il postmodernismo, nel momento in cui mette in crisi la lettura monolitica dell’Islam- veicolata dalla visione orientalista- rivaluta il concetto di ijtihàd, cioè l’interpretazione dei testi sacri. Si tratta di un elemento di grande libertà nell’Islam, dimenticato troppo spesso a favore di letture dogmatiche sia da parte islamica che nello sguardo stereotipato dell’Occidente: indica infatti il superamento del sé di fronte allo sforzo interpretativo del Corano dal momento che, mancando un clero islamico, una lettura ufficiale e unica del testo sacro non esiste.
Anche in campo artistico l’Islam contiene una delle figure che meglio riescono a interpretare le metafore del postmoderno:l’arabesco. Nell’architettura islamica la decorazione

non cerca di imitare il Creatore nell’illusione di forme stabili ed eterne, ma lo evoca attraverso la sua assenza, in una veste fragile, incompiuta, precaria. È così che nascono dei poligoni intrecciati, archi di cerchio a raggi variabili, l’arabesco, che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse (RELLA,1987).

Lavorando sull’evocazione, sull’approssimazione, sulla molteplicità e la convivenza di elementi artistici plurimi, l’arabesco crea una figura aperta che permette la ricomprensione al suo interno di più forme artistiche: al pari dell’ijtihàd, l’arabesco frantuma gli stereotipi di un dogma chiuso moltiplicando all’infinito la varietà dei percorsi possibili.


qui si possono vedere degli arabeschi:

http://www.provincia.venezia.it/lartis/11_sett/ALHAMBRA/arabeschi.htm

ad Edward Said dedicherò invece un post a parte

Un saluto a tutti