Ho scelto parlare di Orientalismo perché credo che sia importante riflettere sul concetto di Occidente.
La decolonizzazione ha sgonfiato la centralità dell’Occidente anche dal punto di vista culturale: gli assi del dibattito Occidente-altri universi culturali, portato all’attenzione della ricerca sociale dall’espansione coloniale, si sono spostati, infatti, a partire dagli anni ’70 con l’ascesa dei Non Allineati. Edward Said, una delle voci più significative nell’ambito di questo dibattito individua nell’Orientalismo la griglia stereotipata di categorie e concetti costruita dall’Occidente per comprendere l’Oriente, riducendone la complessità nel suo oppositivo valoriale, ossia il luogo dell’esotico, in cui il dominio dell’irrazionalità e della magia ha impedito la nascita dello stato-nazione e quindi della modernità. In quest’ottica l’Islam è visto come un sistema teocratico che ha bloccato la crescita della società civile, impedendo la formazione di una classe media autonoma e di una burocrazia in grado di razionalizzare la gestione dello stato.
Secondo il sociologo Turner, è necessario rivedere i concetti di Oriente ed Occidente alla luce dell’attuale mobilità globale di risorse umane e finanziarie: poiché il “multiculturalismo emerge come dimensione preminente di tutti i sistemi politici” è infatti più appropriato parlare di culture complesse e locali che accorciano le distanze tra Oriente ed Occidente facendo cadere il discorso orientalista che, inserendosi in quelle che Lyotard chiama grandi narrazioni della modernità, è investito in pieno dalla critica del postmodernismo. Il sociologo afferma che la fine delle grandi narrazioni orienta il dibattito verso la difesa delle differenze culturali e ne sottolinea l’importanza in un quadro filosofico come quello odierno, dominato dal relativismo. In questo senso, il postmodernismo, suggerendo “una nuova visione che accorda priorità all’eterogeneità, al paradosso, alla contraddizione ed alla conoscenza locale” ripropone il discorso sull’Islam in chiave anti-orientalista, in quanto discorso sull’Altro: l’Islam, infatti, sebbene –ismo figlio della modernità contiene il riferimento alla umma, la comunità globale dei musulmani come nucleo polarizzante che non necessita di un’entità statale. È proprio questo l’elemento che scardina la tradizionale visione di un Islam monolitico.
Ne ho già parlato, ma vale la pena approfondire...
La comunità transnazionale della umma
Il modello di stato come è concepito in Europa è un concetto nuovo e giovane nel mondo arabo che risale alla fine della seconda guerra mondiale. “Ho disegnato la Giordania in un lungo pomeriggio di pioggia”, raccontava Churchill. Ancora più giovane è l’esercizio autonomo del potere nazionale che si esplica solo dopo la decolonizzazione con le dichiarazioni di indipendenza dalla Francia e dal Regno Unito, in alcuni casi recentissime.
L’assenza del concetto di stato nel mondo arabo è imputabile al fatto che il Corano, libro sacro che permea ogni aspetto della vita del credente, non ammette differenza tra vita spirituale, politica e sociale, quindi l’organizzazione politica coincide con quella religiosa della umma, ossia la comunità allargata a tutti i credenti musulmani nel mondo che li comprende al di là di ogni possibile distinzione: qualsiasi frammentazione del popolo di Allah in entità minori, anche quella statale, è inconcepibile per l’Islam. Quello di umma è un concetto che ha impegnato notevolmente politologi e sociologi nel tentativo di legittimare l’istituzione dello stato in quanto entità che si frappone al ricongiungimento della comunità transnazionale dei fedeli musulmani.
Storicamente, l’unico stato legittimo riconosciuto, che ha abbracciato tutta l’ecumene islamica, si è attuato solo nell’esperienza del califfato immediatamente successiva alla morte del profeta Maometto. Il potere politico del califfato rientra nella sfera religiosa perché persegue “l’ideale etico” (makarim al ahlaq) dettato dalla shari’a, la legge coranica rivelata:
[l’ideale etico] si concretizza in norme che occorre precisamente astenersi dal giudicare nella loro specificità; le norme fondano la legalità dello stato ma quest’ultimo, se aspira al titolo di califfato, deve altresì perseguire l’ideale etico incarnato dal Profeta.(LAROUI,1992).
Lo stato, applicando la legge attraverso le sue regole, lo fa in virtù di esigenze pratiche: è legale perché applica la shari’a, ma non è legittimo perché non persegue l’ideale etico che implica la scomparsa dello stato come concepito storicamente. Tutto ciò ha comportato la mitizzazione del regno dei quattro califfi “ben guidati”-Abu Backr, Omar, Othman e Ali- la cui successione alla morte del Profeta generò la scissione (sci’a) del mondo islamico in sunniti e sciiti, riconoscendo questi ultimi come califfo legittimo soltanto Ali, marito dalla figlia Fatima del Profeta.
La negazione dello stato e la tensione all’aggregazione simbolica attorno ad una macro identità che abbatte i confini nazionali risultano tematiche fortemente attuali nel quadro odierno della globalizzazione: mentre l’Europa procede a fatica nella ricerca di un modello politico-culturale per supportare nuove istituzioni sopranazionali, ai paesi arabi basta attingere dal loro patrimonio religioso.
La cultura islamica nella globalizzazione: Ijtihàd e Arabesco
Il postmodernismo, nel momento in cui mette in crisi la lettura monolitica dell’Islam- veicolata dalla visione orientalista- rivaluta il concetto di ijtihàd, cioè l’interpretazione dei testi sacri. Si tratta di un elemento di grande libertà nell’Islam, dimenticato troppo spesso a favore di letture dogmatiche sia da parte islamica che nello sguardo stereotipato dell’Occidente: indica infatti il superamento del sé di fronte allo sforzo interpretativo del Corano dal momento che, mancando un clero islamico, una lettura ufficiale e unica del testo sacro non esiste.
Anche in campo artistico l’Islam contiene una delle figure che meglio riescono a interpretare le metafore del postmoderno:l’arabesco. Nell’architettura islamica la decorazione
non cerca di imitare il Creatore nell’illusione di forme stabili ed eterne, ma lo evoca attraverso la sua assenza, in una veste fragile, incompiuta, precaria. È così che nascono dei poligoni intrecciati, archi di cerchio a raggi variabili, l’arabesco, che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse (RELLA,1987).
Lavorando sull’evocazione, sull’approssimazione, sulla molteplicità e la convivenza di elementi artistici plurimi, l’arabesco crea una figura aperta che permette la ricomprensione al suo interno di più forme artistiche: al pari dell’ijtihàd, l’arabesco frantuma gli stereotipi di un dogma chiuso moltiplicando all’infinito la varietà dei percorsi possibili.
qui si possono vedere degli arabeschi:
http://www.provincia.venezia.it/lartis/11_sett/ALHAMBRA/arabeschi.htm
ad Edward Said dedicherò invece un post a parte
Un saluto a tutti