Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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05 agosto 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (l'epilogo)


Eh già, l'epilogo. E' passato un mese, lo so. Ci vuole tempo per metabolizzare certe cose. E certamente, anche per dimenticarle.


Venerdì 3 luglio, sveglia, doccia, colazione e poi tappa dal parrucchiere sotto casa. Alla faccia della crisi, la parrucchiera mi aveva raccomandato di arrivare prima delle 8:30 perché il venerdì c'è il pienone. Arrivo alle 8:20, davanti avevo già due signore, dovevano essere di casa. C'è stato un momento in cui ho pensato di presentarmi con caftano e pantalone o gonna e i capelli asciugati all'aria, ma no, sai com'è...la situazione richiede una certa eleganza, è una questione di rispetto...vabbè tanto qui fare come vogliono gli altri è all'ordine del giorno.


La parrucchiera mi lava i capelli in silenzio, mentre io cerco di rilassarmi e di ripetere mentalmente il mio discorso. Con il turbantino in testa mi dirigo sulla poltroncina e lei fa la fatidica domanda:"Come li facciamo?". Io mi limito a chiederle una sforbiciata sulle punte e una sistematina al taglio, che, dopo tre mesi abbondanti, si è perso. E poi la fatidica risposta:"Lascia fare a me". Dovrei rilassarmi invece resto un po' intimorita, come quando vado dal medico. Ho paura dei camici e delle forbici, io. Dei primi perché sono fondamentalmente ipocondriaca e delle seconde perché tendono a tagliare sempre troppo e sempre secondo le mode del momento. Devi sempre dirglielo che non vuoi né creste né frange, non si sa mai.


Lei prende le ciocche, ne studia la lunghezza facendole scorrere tra indice e medio, poi sforbicia senza pietà. E' una donna piacevole, sulla quarantina. E' rotonda e gentile. E commenta:"Senti tesoro, che fai dopo la laurea, torni a casa? Cerca di prenderti cura dei tuoi capelli, sono, sono....stressati!". Abbozzo un sorrisetto, le dico che sono stressata proprio io e non solo i capelli. Aggiungo che a casa ci andrò per qualche breve periodo, in realtà abito a venti metri da lì, con mio marito. Sono sposata con un egiziano da due anni, più quasi tre di convivenza. Così giovane e già sei sposata?


Mi sorprende che si sia accorta che sono giovane, mi è capitato anche - lo giuro - di essere stata scambiata per la mamma di una mia amica. Che ci volete fare? Questo è un mondo in cui una cinquantenne in minigonna è giovane tanto quanto una venticinquenne col viso precocemente segnato dagli eccessi: zampe di gallina e rughe varie non contano niente se poi una si veste come un'adolescente. Per avere i miei venticinque anni, devo essere in un contesto arabo, non c'è proprio niente da fare. In Egitto nessuno si sognerebbe di darmi più della mia età, perfino ai mercati, qui in Italia, capita che se sono da sola, qualche uomo visibimente arabo mi chiami signorina. Certe volte capita anche in presenza di mio marito.


La comunicazione prende una piega inaspettata nel momento in cui salta fuori che il padrone del negozio è in vacanza in Egitto. Beato lui, ma lei commenta "che schifo, l'Egitto", con la tipica intonazione perugina. La guardo nello specchio, devo averla fulminata: è la mattina della mia laurea, sono elettrica e sempre sull'orlo di una crisi di pianto, non sono neanche le nove del mattino e avrei ben altro da fare che farmi sferruzzare la chioma. Non posso accettare quel commento, ma mi limito a chiederle semplicemente "perché?, io lo trovo meraviglioso, l'Egitto". E lei si precipita a puntualizzare che no, non ho colto l'ironia, lei adora quei posti e sarebbe pronta ad andare a viverci. Eppure mi era parso che non ci fosse ironia, evidentemente dopo cinque anni l'intonazione dei perugini mi spiazza ancora. Mi racconta che una quindicina di anni addietro ha lavorato ad Amman per tre mesi. Deve averci lasciato un pezzo importante di sé, da quelle parti. Si vede da come ne parla: fa un racconto pieno di pause, sembra che non possa fare a meno di estraniarsi e tornare a ripercorrere con la mente le strade di Amman, quella tempesta di sabbia all'arrivo, con i cammelli accovacciati per proteggersi...il vociare allegro dei mercati...gli interni dei taxi stranamente decorati...la sua casa proprio vicino alla moschea e il canto del muezzin...il detersivo per piatti al profumo di rosa...il quartiere dei reali e Hussein, che uomo....il cibo superbo, "preparo ancora l'hommus, me lo mangio coi cetrioli"...e poi la gente così generosa e cordiale e i paesaggi incredibili, quei colori...


Io resto incantata ad ascoltarla, tutto quello che dice va a conficcarsi nella mia pelle, procurandomi una sequenza interminabile di brividi profondi. Glielo dico, mostrandole il braccio e lei si compiace dell'effetto delle sue parole su di me.


Torno a casa visibilmente rilassata, con i capelli che toccano appena le spalle. Hanno un aspetto morbido che asseconda la loro linea naturale un po' mossa. Con indosso il vestito sembro uscita da una soap opera americana. Mia madre crede che andare dal parrucchiere sia stato terapeutico ma le racconto che è tutto merito di Amman. Lei è presa dai preparativi per il rinfresco post laurea così mi ritiro a ripassare il mio discorso sforzandomi di respirare bene e concentrarmi. L'ansia cresce, a tavola mi sforzo di mangiare qualcosa. Ogni volta che la mia tensione sale ripenso a quella chiacchierata e mi calmo. Penso che devo superare quell'ostacolo per potermi finalmente dedicare a ciò che voglio davvero. Con il passare delle ore quell'ostacolo mi sembra sempre più insormontabile. Ho paura del correlatore nonché presidente di commissione, ho sentito parlare di crisi di pianto, di liti, di umiliazioni. Temo anche la mia stessa preoccupazione, soprattutto nell'attimo tremendo in cui il relatore finisce di presentare il mio lavoro e gli occhi della commissione virano su di me, in attesa che inizi a parlare.


Alle 14:30 siamo già in facoltà. Io faccio la scalinata con una certa ritrosìa, avrei voglia di farmi un bel pianto e non ne faccio mistero. Vengo sopraffatta da un sentimento di impotenza e frustrazione: temo che la mia tesi venga di nuovo fraintesa, temo che si torni a parlare di terrorismo, come è già successo. Scaccio il pensiero, ma continua ad aleggiare sulle mie paure. Mi dico che è una questione di principio e che stavolta no, non posso restare zitta. Troverò il modo di farmi sentire e di riportare la discussione sui binari giusti, con educazione e fermezza. La gente inizia ad arrivare, sono tutti super-eleganti, super-abbronzati con in mano super mazzi di fiori e borsine da sera. Il nero impera ma ci sono anche colori sgargianti. Fanno foto, chiacchierano a voce alta, bisogna fare uno sforzo non indifferente per concentrarsi, non pensano a chi deve affrontare i leoni.


Ad un certo punto le cose prendono una piega inaspettata: il mio relatore vaga per l'atrio, si fa spazio tra la gente chiamandomi per nome. Arriva fino alla mia panca, la prima è in ritardo, così mi chiede se ho voglia di entrare per prima. Ci sono solo i miei genitori e mio marito, nessun altro è ancora arrivato, tutti sanno che deve passare almeno un'ora, sono la quarta sulla lista. Senza indugi decido di porre fine allo stillicidio, va bene, entro. Due minuti dopo mi chiamano. Mentalmente chiedo per l'ultima volta all'Altissimo di sostenermi. Dico alla fotografa che non voglio foto, mi innervosiscono tutti quei flash.


Mi dirigo verso il correlatore-presidente, lo saluto, gli consegno una sintesi della tesi. E' seduto di fronte a me, me l'immaginavo diverso. E' imponente anche fisicamente, non solo di fama. La stanza è di nuovo quella di due anni fa, poco luminosa, austera, con un quadro cupo sulla parete di fronte a me, un grande specchio e un imponente lampadario di vetro con i bracci rosa che lo fanno sembrare un grosso polipo. Mi siedo sulla poltrona di pelle, il professore introduce l'elaborato commentandolo positivamente, poi arriva il maledetto momento, tocca a me. Dopo le prime parole faccio fatica ad accordare il respiro con la voce. Il correlatore-presidente si fa subito avanti. Dice che gli preme che io risponda alle domande che lui ha preparato. Dice di aver letto con interesse la mia tesi e di averla apprezzata. L'interruzione e il commento positivo mi tranquillizzano. Poggio le spalle sullo schienale della mia immensa sedia e inizio a rispondere alle sue domande con una strana naturalezza. Riesco a respirare, a pensare, la mia voce è ferma. Lui incalza con le sue mille domande a grappolo, domande multiple, composite, a tre a tre. Mi si chiede di commentare un grafico che ho costruito io, a pagina 46. L'intera discussione ruota attorno ai temi che ho evidenziato nel corso della trattazione, soprattutto riguardo le ingerenze del potere politico e le mille contraddizioni che genera. Del terrorismo non c'è neanche traccia stavolta. L'ultima domanda è una curiosità di un membro della commissione, chiede lumi sull'iconoclastìa. Un altro membro confuta la mia risposta osservando che al Cairo, nel periodo elettorale la città è tappezzata di manifesti che ritraggono Mubarak. Gli rispondo dandogli ragione e aggiungo che questo succede anche nelle altre città e non solo nel periodo elettorale, la dimostrazione lampante che il potere poltico genera curiose contraddizioni.
Ora che il cerchio è chiuso e che non si è chiuso attorno al mio collo, paghi, i leoni decidono di farmi accomodare fuori. Incontro una vecchia collega, mi bacia e mi fa gli auguri. Realizzo che la carriera universitaria e anche quella ragazza appartengono al passato. In un battibaleno vengo richiamata dentro per la proclamazione. Mi danno la lode, non me lo sarei mai aspettato. Firmo, stringo le mani e saluto con la vista velata dall'emozione, poi mi giro verso la mia famiglia. Sono tutti un po' frastornati e commossi. Ancora sento l'abbraccio di mio marito e le sue parole di stima. Anche dandogli le spalle per tutto il tempo della discussione, ho indovinato il suo posto seguendo la direzione degli sguardi dei membri della commissione e ho avvertito la sua presenza benevola nell'aula ostile. Più di qualcuno avrà senz'altro smesso di chiedersi perché si è parlato proprio dell'Egitto.
Usciamo seguiti dal mio relatore. Mi fa gli auguri, commenta la discussione, mi dice di richiamarlo, pensa di pubblicare una sintesi della mia tesi. Tutto ciò è semplicemente al di là di ogni più rosea previsione. Mi sembra pure troppo, certe volte. Non ci voglio pensare, niente false illusioni, sono più che soddisfatta così. Guardo avanti, ora è tempo per me.
Non posso non chiudere questo post senza prima esprimere la mia più sincera gratitudine nei confronti di tutte quelle anime generose che mi hanno dedicato il loro prezioso tempo consigliandomi e indicandomi siti e materiali, o semplicemente rivolgendomi una parola di sostegno o incoraggiamento. Questa tesi è per tutti loro e di tutti loro.

27 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (SOS punto e virgola)


Esploro gli abissi del pressoché e dell'altresì, in questi giorni. Ho dato fondo ai peraltro, ai tuttavia e ai pertanto. Li uso per spiegare ulteriormente un concetto perché mi piace la scrittura immediata, senza fronzoli: se riesco a spiegare un'idea in 30 parole non vedo l'utilità di impiegarne 50, anche se spesso quest'abitudine mi costa l'accusa di ermetismo.


Ho scritto dell'avvento del satellite nello scenario televisivo arabo, dalle piattaforme di cooperazione regionale fino ad ARABSAT. Ho puntato poi l'obiettivo sull'Egitto per parlare di ESC e di Nilesat, di programmi, satelliti in orbita e degli immancabili intrighi politici. Ho citato il decreto 411/2000 che in Egitto confina i broadcaster privati sul satellite - ma so che succede anche altrove - e del “documento per la regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nella regione araba”, approvato dai Ministri dell'Informazione dei Paesi della Lega Araba il 12 Febbraio 2008 e volto a controllare le trasmissioni satellitari come avviene per quelle terrestri pubbliche.


Scrivo e mi convinco sempre più che la punteggiatura è un accessorio indispensabile, sì, ma dall'uso estremamente soggettivo. Io, tanto per dire, non so usare il punto e virgola: il punto lo metto, è una pausa lunga alla fine di un concetto, di un periodo. La virgola, anche: è una pausa più breve, mi aiuto a posizionarla con la voce. Il punto e virgola mi manda in tilt, sembro Totò nei panni dello scrivano di "Miseria e Nobiltà", al punto che faccio a meno di usarlo, questo sconosciuto. Qualcuno, cortesemente, mi illumini con esempi pratici, gliene sarò grata. Nel complesso ho un rapporto decisamente positivo con la punteggiatura: devo usarla perché mi piacciono i periodi lunghi ma ben disciplinati, non gli ammassi informi di parole stipate in sequenza casuale.


Delle correzioni non mi lamento: ho notato che il mio relatore non gradisce i sensi figurati, motivo per cui faccio un uso spropositato di virgolette per non ritrovarmi linee ondulate sotto le parole ritenute improprie. Comunque il solo fatto di riavere le bozze corrette mi ripaga della fatica: della tesi precedente ricordo bozze accuratamente rilegate che servivano a tenere aperte le finestre. Almeno, stavolta arrivano ad essere lette, le mie bozze.


03 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso

Con questo post inauguro ufficialmente una serie di riflessioni sulla tesi e l'essere tesista.

Spero, innanzitutto, che questa sia l'ultima tesi della mia vita. Due possono bastare, no? Il mio pc sarebbe d'accordo, visto che l'hard disk ha retto la tesi della laurea triennale e poi, poco tempo fa, è deceduto di colpo, senza preavviso. Riposi in pace, almeno lui.

Spero sia l'ultima, dicevo. Credo che un'altra non la reggerei, almeno non a queste condizioni. Datemi dei fondi e me ne andrò a chiedere l'impossibile dove so che l'impossibile si trova. E' utopistico, dite? Non dovrebbe esserlo però...sarebbe bello se ogni tesista fosse un vero riceratore almeno per il tempo della stesura della tesi. Perché, per come stanno le cose ora, come fa uno studente qualsiasi a dare un contributo infinitesimale alla ricerca, cosa che, almeno sulla carta, è lo scopo principale della tesi?


Lasciamo perdere che è meglio. La mia tesi, dunque. La mia tesi è un libriciattolo di una sessantina di pagine, allo stato attuale. Diciamo che ne ho scritta più o meno metà e comunque sono nel vivo della trattazione. L'argomento è la tv egiziana, via etere e via satellite, pubblica e privata.


E' una creatura giovane, la mia tesi, eppure è già passata attraverso varie peripezie: diciamo che pur di non farla piegare, ho rischiato che mi spezzasse addosso con tutto il peso delle aspettative che ci avevo proiettato. Grazie a Dio mille volte, è ancora in piedi.


Il fatto è che qualcuno può considerarla un pericolo per l'Occidente (sorelle comprese), la mia tesi: all'inizio ho pensato che avrei potuto facilmente ricostruire gli assetti proprietari e le partecipazioni azionarie dei network, così come i dati sull'audience e tante altre belle cose che nella parte di mondo in cui vivo è come bere un bicchier d'acqua, tanto è facile reperirle. Mi sono scontrata, invece, con un mondo che non usa targetizzare l'audience, che non assolve la benché minima funzione di servizio pubblico, che impiega sistematicamente la censura, che controlla le agenzie di ricerca sui media, manipolandone spudoratamente i risultati secondo la convenienza di chi detiene il potere. Avrei potuto fermarmi qui, di fronte all'evidenza che tutto quello che cercavo non era reperibile o, se lo era, non era attendibile. Oppure fare una tesi elencando tutto quello che mancava alla tv egiziana per essere "normale" come un civilissimo sistema televisivo occidentale. Mi sono resa conto, in altre parole, che i parametri comunemente utilizzati per descrivere un sistema televisivo europeo non sono affatto adatti per uno arabo: certo, potrei farlo per Al Jazeera, Al Arabiya & Co ma non certo per la tv via etere egiziana con i canali a vocazione locale.


Non voglio dire che la tv egiziana è avulsa dalle logiche di mercato, ma ho ritenuto più stimolante concentrarmi sulle logiche normalmente messe in atto in un sistema così diverso dal nostro. No, seriamente, mi ci avreste visto a fare una tesi etnocentrica su quanto è rudimentale la tv egiziana? Io, personalmente no. Soprattutto perché ritengo che sia tutt'altro che rudimentale, la tv egiziana. Non sarò certo io a scrivere una tesi così becera. Non se lo merita L'Egitto, né tutti gli egiziani che conosco, perfino quello che non mi saluta non se lo merita .


Scherzi a parte, non potrei, davvero. Non sarebbe onesto, intellettualmente parlando e andrebbe contro le mie idee che, al riguardo, sono chiaramente di tutt'altro avviso.


Ho optato, allora, per una prospettiva puramente descrittiva: succede questo, quello manca, dicono quello ma fanno tutt'altro, pianificano di cambiare quella determinata cosa, ma di fatto tutto resta così com'è. Questo non significa che io stia falsando la realtà: quello che scrivo trova riscontri scientifici in testi consultabili da chiunque si prenda la briga di scartabellarli come ho fatto io. Poi, insomma, bisogna anche mettersi a leggere tra le righe e trarre conclusioni, visto che uno è dotato di cervello. E accontentarsi, già che ci si è, di quello che si riesce a trovare, individuando anche una sola flebile tendenza.