Lucciole per lanterne
Fresca di matrimonio, rifletto sul senso del matrimonio e dell’amore in generale.
Pochi giorni prima di partire per l’Egitto e quindi di sposarmi, mentre ero in fila al semaforo, in macchina, lungo il ponte sul fiume Sacco, nel mio paese, ho notato un lucchetto incatenato ad un lampione.
Sono rimasta a dir poco allibita: al di là del mio finestrino stava sorgendo un ponte Milvio in salsa ciociara, la risposta ceccanese ai pellegrinaggi amorosi delle coppiettine agghindate a festa che si giurano amore eterno annegando la chiave nel fiume. Immagino che i prezzi dei lucchetti siano schizzati alle stelle. E come Ceccano, suppongo in tanti altri posti si sia cercato di ricreare questo totem. Dico totem perché siamo davanti a una vera e propria tribù che si è scelta un feticcio. Stiamo assistendo a un’epidemia di romanticismo dilagante, o forse si tratta della solita sindrome del gregge, conseguenza o effetto collaterale dei jeans a vita bassa?
Io mi ricordo che le mie compagne di classe al liceo portavano il ciondolo a forma di mezzo cuore quando le cose si facevano serie. E se lo toglievano quando poi le cose si mettevano male per indossarlo di nuovo dopo la tempesta o infilarsene uno fresco fresco insieme a un altro ragazzo. Trovo che le cose siano diverse: sebbene in fondo si tratti di due ostentazioni, indossare un mezzo cuore per ciondolo, ancorché comune a molti, è pur sempre un affare privato, interno alla coppia, visibile o non visibile agli occhi altrui e, comunque, deciso senza interpellare beni di pubblica utilità in qualità di testimoni.
Insistendo sulla differenza dei due gesti, l’uno è totalmente plateale e qualcuno converrebbe che è in sintonia con l’esisto-solo-se mi-faccio-vedere tipico del postmoderno, mentre l’altro è un’ostentazione più pacata, il segno di un impegno preso con qualcuno, al pari di una fede al dito.
Non so perché, ma la cosa non riesce a stupirmi, né a farmi rimpiangere che la mia adolescenza non abbia contemplato simili rituali. E’ che proprio non riesco a catalogare i lucchetti ai lampioni tra le cose romantiche. Eppure qualche monetina a Fontana di Trevi l’ho lanciata e non di rado io e mio marito concludiamo le “comunicazioni di servizio” (compra tu il latte…tira fuori dal freezer 2 fettine…stendi il bucato ecc) con qualche appassionata parolina dolce. Telegrafici, tenerissimi pensieri magari scritti di fretta prima di uscire sui tovaglioli di carta, che ogni tanto conservo.
Forse è proprio questa ostentazione a lasciarmi sbigottita: è fisiologico che uno che si sente 3 metri sopra il cielo abbia voglia di scriverlo, ma io sono per le cose dette e manifestate in quella privatissima dimensione intima che è il quotidiano di ogni coppia e non il primo cavalcavia ancora libero dalle scritte altrui. Scimmiottando il titolo di un film al cinema in questi giorni: scrivilo sui tovaglioli, è meglio!!!!
Pochi giorni prima di partire per l’Egitto e quindi di sposarmi, mentre ero in fila al semaforo, in macchina, lungo il ponte sul fiume Sacco, nel mio paese, ho notato un lucchetto incatenato ad un lampione.
Sono rimasta a dir poco allibita: al di là del mio finestrino stava sorgendo un ponte Milvio in salsa ciociara, la risposta ceccanese ai pellegrinaggi amorosi delle coppiettine agghindate a festa che si giurano amore eterno annegando la chiave nel fiume. Immagino che i prezzi dei lucchetti siano schizzati alle stelle. E come Ceccano, suppongo in tanti altri posti si sia cercato di ricreare questo totem. Dico totem perché siamo davanti a una vera e propria tribù che si è scelta un feticcio. Stiamo assistendo a un’epidemia di romanticismo dilagante, o forse si tratta della solita sindrome del gregge, conseguenza o effetto collaterale dei jeans a vita bassa?
Io mi ricordo che le mie compagne di classe al liceo portavano il ciondolo a forma di mezzo cuore quando le cose si facevano serie. E se lo toglievano quando poi le cose si mettevano male per indossarlo di nuovo dopo la tempesta o infilarsene uno fresco fresco insieme a un altro ragazzo. Trovo che le cose siano diverse: sebbene in fondo si tratti di due ostentazioni, indossare un mezzo cuore per ciondolo, ancorché comune a molti, è pur sempre un affare privato, interno alla coppia, visibile o non visibile agli occhi altrui e, comunque, deciso senza interpellare beni di pubblica utilità in qualità di testimoni.
Insistendo sulla differenza dei due gesti, l’uno è totalmente plateale e qualcuno converrebbe che è in sintonia con l’esisto-solo-se mi-faccio-vedere tipico del postmoderno, mentre l’altro è un’ostentazione più pacata, il segno di un impegno preso con qualcuno, al pari di una fede al dito.
Non so perché, ma la cosa non riesce a stupirmi, né a farmi rimpiangere che la mia adolescenza non abbia contemplato simili rituali. E’ che proprio non riesco a catalogare i lucchetti ai lampioni tra le cose romantiche. Eppure qualche monetina a Fontana di Trevi l’ho lanciata e non di rado io e mio marito concludiamo le “comunicazioni di servizio” (compra tu il latte…tira fuori dal freezer 2 fettine…stendi il bucato ecc) con qualche appassionata parolina dolce. Telegrafici, tenerissimi pensieri magari scritti di fretta prima di uscire sui tovaglioli di carta, che ogni tanto conservo.
Forse è proprio questa ostentazione a lasciarmi sbigottita: è fisiologico che uno che si sente 3 metri sopra il cielo abbia voglia di scriverlo, ma io sono per le cose dette e manifestate in quella privatissima dimensione intima che è il quotidiano di ogni coppia e non il primo cavalcavia ancora libero dalle scritte altrui. Scimmiottando il titolo di un film al cinema in questi giorni: scrivilo sui tovaglioli, è meglio!!!!


