Nella casa di Dio
Non potrei iniziare diversamente questo post: aid mubarak a tutti i musulmani!!
Sto immaginando questa bellissima moschea (Abu el Abbas, Alessandria d'Egitto) agghindata a festa e mi sembra di sentire di nuovo quel lieve tepore del marmo al sole sotto i piedi nudi. Era già successo lo scorso anno, ma non riesco a farci l'abitudine. Questa volta l'ingresso in moschea è stato inaspettato, ma graditissimo. Avevo infilato qualche foulard in valigia in previsione dell'ingresso in qualche moschea, ma quel giorno ne ero sprovvista, visto che eravamo in giro per cercare una casa.
Quando sono entrata nella moschea avevo ancora negli occhi quella casa strana, con le finestre piccole e i vetri colorati in cui istintivamente, nonostante la luce naturale fosse ridotta a una penombra velata, ho immaginato un salottino orientaleggiante pieno di cuscini e pouf, in cui trasferire qualche bella candela e appendere i quadri che ho dovuto lasciare in Egitto. Mi è sembrato di vederci perfino i bambini giocare. Mi aggiravo per le stanze vuote con naturalezza, vedendola viva e piena, come se quella casa fosse già mia da tempo. Forse perché è talmente forte il desiderio di una casa tutta nostra in Egitto che accetteremmo come dimora qualsiasi struttura anche lontanamente definibile come tale.

Non avendo nulla per coprirmi il capo, ho insistito per rimanere fuori finché mia cognata non sentenzia che l'ingresso nella casa di Dio non si nega a nessuno. Entriamo sottobraccio, io e lei nell'ingresso riservato alle donne.
Ciò che mi si è materializzato davanti agli occhi è stato uno spettacolo inaspettato: qualcuno leggeva, qualcuno pregava in un angolo, qualcun altro riposava o chiacchierava amabilmente con un tono di voce normale. L'unica persona a muoversi con circospezione- del tutto immotivata, tra l'altro- ero io, lì, a testa scoperta, che rispondevo sussurrando a mia cognata e camminavo quasi in punta di piedi, desiderando di essere invisibile. Ho passato attimi bellissimi ad ammirare gli intarsi e le decorazioni impalpabili degli interni, come se legno e marmo fossero stati merletti, i sontuosi lampadari bassi e i tappeti disposti ordinatamente sul pavimento. Soltanto dopo un po', attraverso la grata di legno che a mo' di separé divide gli uomini dalle donne, ho notato uomini stesi a terra ripararsi dalla calura e qua e là distributori gratuiti di acqua fresca.


Davanti a me c'era uno spaccato di vita quotidiana che mai avrei immaginato potesse svolgersi in una moschea. Poi mi sono ricordata che i bambini ci entrano in tenerissima età insieme ai loro padri e che nessuno dice nulla se i pupetti zampettano tutt'intorno in esplorazione. All'improvviso, l'espressione casa di Dio mi si è arricchita notevolmente, acquistando accezioni profonde, nuove e vere. Ero attorniata da donne che non si facevano alcuno scrupolo a rendermi partecipe dell'argomento dei loro discorsi e che anzi, mi sorridevano amichevolmente chiedendo a mia cognata chi fossi.

Proprio niente a che vedere con lo standard di gentilezza e di solidarietà femminile proprio di questa parte di mondo che ama collocarsi sempre -anche se non capirò mai in base a quale criterio- un gradino più in alto degli altri.


