Provo a scrivere un post sul niqab, su quello che vedo io, perché non ho la minima intenzione di infilarmelo per raccontarvi quanto sia scomodo, come si fa ad esempio
qui. Passare improvvisamente dall’occidentalissima messa in piega svolazzante ad un niqab per vedere l’effetto che fa, non è una cosa che consiglio caldamente, ecco.
Non nascondo che la prima volta che ho visto una donna con il niqab mi sono stupita e parecchio. Non sapevo neanche che esistesse.
Era una cugina di mio marito che ho conosciuto insieme a tutti gli altri parenti nel gennaio del 2005.
Ho notato che con la moglie di mio cognato, anche lei straniera, aveva più confidenza, mentre con me si è limitata ad una stretta di mano, con il guanto nero, ovviamente.
C’è una storiella divertente che la riguarda: pare che mio marito l’abbia rivista dopo più di dieci anni e che, ricordandola bambina e amichetta quotidiana, abbia pensato che quel niqab non avesse valore nei suoi confronti. Ora, sembra che lei si sia rifiutata di dargli la mano e vedendolo in evidente imbarazzo abbia riparato accettando di stringergliela avvolta nel velo. Dopo una giornata passata insieme a rievocare il passato da cuginetti inseparabili sembra che lei, al momento di salutarlo, gli abbia teso la mano nuda e lui, ironicamente scandalizzato, si sia nascosto la mano sotto la maglietta.
Mi è capitata di rivederla una sola volta e non è che le cose fossero andate diversamente: mio marito la spronava scherzosamente a mostrarmi il viso e io mi sono pure arrabbiata con lui perché in fin dei conti non me ne interessava un fico secco del suo viso e non era giusto mettermi in cattiva luce in quel modo, anche perché a quel tempo non ero neanche capace di spiegarmi in arabo.
Scherzi a parte, per quanto io faccia fatica a comprendere il niqab, capisco e rispetto la scelta di fondo: c’è un bisogno deliberato di sottrarsi agli sguardi altrui. E lo capisco perché so che è pesante essere guardati ovunque e insistentemente. Mi capita praticamente sempre quando vado in Egitto e la cosa mi urta, a volte. E’ che si vede lontano un miglio che sono straniera e per quanto io mi copra, continuo ad esserlo: in mezzo agli egiziani mi vedo, sono sempre troppo bianca anche se mi abbronzo e sebbene io non sia Nicole Kidman, lì finisco per esserlo. E a nulla valgono le mie gonne lunghe, le mie casacche larghe e fresche, i capelli legati…la gente mi guarda e mimetizzarmi è impossibile.
La cosa mi urta, dicevo. Perché spesso sono più coperta io di tante donne, che con la scusa di trovarsi in un posto di mare vanno in giro con i polpacci in bella vista e con i veli ridotti al minimo indispensabile…la scorsa estate ho visto due ragazze egiziane in top e minigonna aggirarsi indisturbate tra la gente. Nessuno le ha degnate di uno sguardo eppure erano in abiti davvero succinti e non erano prostitute come verrebbe naturale pensare.
Sia chiaro: non mi sto lamentando dei precetti islamici nel vestire, ma dell’ipocrisia bella e buona della gente che li mette in atto. Una cospicua quantità delle ragazze indossa vestiti che non lasciano spazio all’immaginazione: jeans attillati e magliettine aderenti che si poggiano audacemente sulle curve, veli che sono sempre più simili a bandane e permettono di sfoggiare collane e orecchini. Pare che l’imperativo, più che essere quello di non rivelare le forme del corpo, sia quello di coprirle, le forme del corpo. E non importa se le si copre con abiti aderenti, purché siano coperte: se io metto sulla casacca una sciallone che mi scopre le mani e i polsi e mi fa sembrare indiana, più che egiziana, indovinate su cosa si soffermano gli sguardi della gente? Indovinato, sulle mani e sui polsi, che sono sempre troppo vistosamente chiari ed esotici e fanno di me una straniera e vanno a solleticare chissà quali desideri proibiti….
Dovendo fare il bagno al mare, poi, questa logica mi ha impedito di scendere in acqua come volevo io e cioè con un vestitone largo e comodo di cotone, una abaya, per intenderci, perché “non vorrai mica sembrare una contadina!”. Ho dovuto fare il bagno con una maglietta attillatissima e un paio di jeans parimenti attillati e sono stata costretta a metterci sotto il costume intero perché oltre a essere corta, una volta bagnata, la maglietta sarebbe stata anche trasparente. Ricordo che mi aggiravo furtivamente, neanche fossi stata una ladra, visibilmente a disagio, poiché neanche qui in Italia mi vesto in quel modo. E ho passato tutto il tempo a galleggiare sul pelo dell’acqua con i jeans zuppi e pesanti.
Le mie cognate sdrammatizzano e davanti allo sciallone si stupiscono: "e cos’è questo, adesso? Ma toglitelo, non vedi come vanno vestite le ragazze? Tu così vai benissimo!"
E io lo vedo, eccome…chi è senza velo porta i capelli sciolti, spesso vistosamente tinti e cammina con spigliatezza tra la folla che la considera una donna come tutte le altre. Io sono arrivata alla conclusione che dovrei guardare il mondo da sotto un niqab per mimetizzarmi e so che tante donne che lo indossano lo fanno proprio perché la loro bellezza catalizza gli sguardi maschili.
Ne vedo sempre tante di donne col niqab, quello integralmente nero, ma anche quello marrone, o viola, o grigio che sembrano meno austeri. Raramente mi guardano e io mi sono sempre chiesta cosa pensano di questa straniera svelata che passeggia per le vie egiziane cercando di rilassarsi e far finta di niente.
La risposta mi è arrivata giovedì scorso quando dopo la preghiera della sera, siamo stati invitati ai festeggiamenti per le nozze di un cugino di mio marito. Lui è un tipo assai stravagante, con la barba lunga e folta che la scorsa estate si è rifiutato di stringermi la mano e persino di rispondere al mio saluto. Dice che si sta per sposare e che ha incontrato la futura moglie sempre e solo con il niqab, tranne una volta che lui e sua madre hanno visto la ragazza in viso. Non ha mai rivolto lo sguardo verso di me, anzi si è seduto a terra in modo tale che né io, né le mie cognate lo vedessimo. Mio marito è rimasto colpito forse più di me, soprattutto perché non se lo aspettava e siamo andati via un po’ contrariati se non altro perché il mio saluto era rimasto a vagabondare nuovamente nell’aria, senza risposta, né cenno, né niente. In fondo, che gli avevo detto di male?
Evvabbè, pazienza.
Arriva il giorno del matrimonio, dunque. Siamo tutti a casa di mia cognata, abbiamo appena finito di pranzare. Suonano alla porta, mi alzo ad aprire. E’ lo sposo che viene a lasciare una busta a sua madre che era in casa con noi. Di nuovo non mi saluta e d’istinto guarda a terra e si gira altrove. Indietreggio quasi divertita lasciandogli la porta aperta e torno al mio posto, pensando che sarà obbligato a sedersi vicino a me, per mancanza di altri posti liberi. Poco dopo entra un signore anziano, mio marito va a salutarlo, lo abbraccia, lo bacia, lo chiama zio e capisco che è il padre dello sposo. Non si vedono da almeno quindici anni.
Mio marito si gira verso di me, vuole presentarmi a suo zio. Mi alzo e vado verso di lui, non mi pare una buona idea. Lo saluto, gli porgo la mano, gli faccio gli auguri per il matrimonio del figlio. Lui si limita a porgermi il braccio e si ritira nel salottino adiacente attirando come per osmosi gli uomini verso di sé e facendo confluire le donne nella sala in cui eravamo io e le mie cognate. Finisce anche il supplizio dello sposo che è finalmente libero di alzarsi dal posto vicino a me e di recarsi dagli uomini.
Sono imbarazzata: so che di lì a poco gli uomini, mio marito compreso, andranno alla moschea e io insieme alle mie cognate andrò a casa della sposa, proprio dietro l’angolo. A casa della sposa col niqab. Qualcuno coglie il mio disagio e mi dice di stare tranquilla, che così vado bene, perché andiamo a casa e non alla moschea. Voglio crederci e provo a rilassarmi. Mi offro di sostenere Umm Yosri che è la mamma anziana e malandata di mia cognata, la moglie del fratello di mio marito, e ci dirigiamo a casa della sposa. Saliamo le scale, capisco di essere arrivata quando il vociare festoso si fa assordante: le donne arrivano fin fuori la porta, vicino all’enorme distesa di scarpe. Dev’essere piena di gente, la sala.
Ci accoglie una donna con uno stupendo vestito rosso e un bel sorriso sincero. La saluto, la bacio, le faccio gli auguri. E’ l’unico punto di colore in una folla di donne vestite di nero, con il velo del niqab sollevato all’indietro, sulla testa. Qualcuna ancheggia intorno allo stereo al ritmo di una musichetta ritmata senza parole. Le mie variopinte cognate mi prendono per mano e mi portano dalla sposa che siede in fondo alla stanza. La scorgo attraverso il mare di vestiti neri: ha un abito bianco, sontuoso e sapientemente ricamato, che mette generosamente in mostra la scollatura e le braccia. E’ truccata e acconciata, ma mi dicono che per uscire si avvolgerà nel niqab, assolutamente nessuno deve vederla.
A fatica mi faccio strada verso di lei, aprendomi un varco tra la folla di donne che chiacchierano tra loro. Sento che mi guardano, mi dico che non ho prove che stiano parlando di me e provo a non irrigidirmi. Lei si alza in piedi, mi sorride, mi saluta, mi benedice per gli auguri, mi fa accomodare non lontano da lei, vicino alle mie cognate vestite di grigio, cipria, bianco, blu. Risaltano in mezzo alla folla scura e risalto anch’io che sono vestita di rosa e marrone.
Siedo vicino a una ragazza di poco più piccola di me, è vestita come le altre, con i guanti e il velo rigirato all’indietro. Tiene per mano una bambina che cammina appena e lascia cadere la sua cannuccia sulla mia gonna. La porgo alla bimba con un sorriso, sembra l’unica che non mi fissa con curiosità.
La ragazza mi saluta, mi sorride, mi ringrazia della cannuccia, mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Lei si chiama Fatma e la piccolina è sua sorella. Le dico che sono la moglie di un cugino dello sposo e guardandomi intorno vedo che gli occhi delle altre donne guardano qua e là, naturalmente. Nessuna mi fissa e ho la conferma che non sono al centro dei loro discorsi.
Non pensano assolutamente nulla di me e d’un tratto non mi sembrano più aliene, ma donne che hanno un motivo per sottrarsi allo sguardo degli altri, un motivo che io non so, che magari non condivido, ma rispetto. Sono donne come me.
All’aeroporto sono messa in modo tale che vedo oltre il vetro: una donna con il niqab passa oltre il metal detector, una donna poliziotto apre il suo passaporto e vedo che lei alza il velo per mostrarle il viso. Distolgo lo sguardo: anche se capisco i motivi del gesto mi sembra qualcosa di molto simile a una violenza, obbligarla a mostrare il volto, e non riesco a guardare, neanche se penso che quel niqab non è né per me, né per quella donna poliziotto.