Io speriamo che me la cavo
Avevo in programma di scrivere tutt'altro, ma poi ho messo gli occhi su
quest'editoriale. Qui di seguito un ampio stralcio:
Per gli egiziani, la speranza di una vita migliore sembra un miraggio. Il Paese, centro nevralgico del mondo arabo-musulmano, tra Maghreb e Mashreq, e chiave di volta delle comunicazioni tra Mediterraneo e Oceano Indiano, soffre di una crisi politica ed economica gravissima che tocca la maggioranza della popolazione. Lo sciopero è, finora, l'arma più incisiva in mano alle opposizioni, le quali però non trovano una piattaforma politica unificante e devono fare i conti con la repressione di un regime definito "moderato" (v. "amico dell'Occidente").Corruzione, doppio o, addirittura, triplo lavoro e intenso sfruttamento del lavoro minorile, sono tutti espedienti a cui ricorre spesso la maggior parte delle famiglie egiziane, che vive in abitazioni diroccate a ridosso dei quartieri più ricchi. Molti giovani, se hanno qualche fortunato contatto, partono alla volta del Golfo, o si recano a lavorare in Israele. Molti altri si avventurano per il Mar Mediterraneo inseguendo i miraggi europei. Una famiglia di cinque persone ha bisogno di circa 100 euro al mese
(900 L.E) per mangiare. Alle spese alimentari si aggiungono l'affitto, la scuola e le lezioni private, che costano ad ogni famiglia 1,5 euro l'ora, e sono necessarie visto il basso livello qualitativo dell'istruzione in Egitto. Un medico chiede, per una visita, 8 euro circa, anche se molti si offrono di visitare gratuitamente le famiglie più povere. Il costo della vita è insostenibile se si considerano i salari della stragrande maggioranza della popolazione, che oscillano tra i 50 e i 100 euro mensili. Sono otto milioni i giovani che in Egitto sono disperatamente alla ricerca di lavoro. Dodici milioni di persone, dinanzi ai prezzi degli affitti, hanno deciso di andare a vivere nelle tombe. Molti ragazzi temono di diventar vecchi in attesa del matrimonio, visti i costi degli appartamenti e della vita.
Mutatis mutandis, non è che dalle nostre parti si stia poi meglio: che futuro ho, io, 24 anni lunedì prossimo, al secondo anno della specialistica, che mi dimeno tra uno stage e una tesi senza alcuna garanzia che il mio futuro sia decente? E non ditemi che sono esagerata: anche l'Italia è geograficamente un centro nevralgico e una chiave di volta, ma anche per me la speranza di una vita migliore è un miraggio. Provate ad aggingere un paio di zeri alle cifre egiziane. Non siamo tutti sulla stessa barca?
Ho già avuto modo, purtroppo, di constatare che l'università ci fornisce una preparazione totalmente inadeguata ad affrontare il mondo del lavoro, che i titoli e i voti contano pochissimo e che è difficile trovare perfino qualcuno che ti prenda come stagista, anche se non dovranno pagarti. E se queste sono le premesse, cosa ne sarà del mio avvenire? Al mio orizzonte vedo addensarsi strambi e non ben definiti contratti a progetto, sballottamenti da un posto all'altro e spese "fisse" (la casa, la macchina ecc.) che spero di riuscire a sostenere. Sarei anche sposata, poi, io. E vorrei potermi concedere il lusso di voler iniziare a pensare a un figlio. Eppure non ho ambizioni da donna in carriera, io, né di case da sogno e in generale di chissà quali pretese. So solo che non voglio essere una primipara attempata, né una mamma-bambolina che affida il proprio pargolo alla babysitter di turno in nome di egoistiche scalate ad una tanto mirabolante quanto vacua carriera. Né mi manca l'entusiasmo o la voglia di impegnarmi.
Ci risiamo: anche qui, in questa parte di mondo giudicata desiderabile (per qualche motivo che non capirò mai) i prezzi degli alimentari lievitano incontrollati. E non si sta certo parlando di caviale&champagne, ma di pane, pasta, latte, frutta di stagione e altri generi comunemente giudicati di prima necessità. Bisognerà segnare in agenda di rivederlo 'sto concetto, e in fretta pure. E non è manco il solo.Nader Fergani, editore del Global Human Development Report, dichiara che "tra il Dicembre del 2007 e il Marzo del 2008, il prezzo degli alimentari è aumentato di circa il 100%". Nel 2007 il prezzo del tè egiziano Arusa (La Sposa) è aumentato del 50%, quello della farina dell' 84%, e quello delle lenticchie del 100%. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lancia l'allarme: il 20% della popolazione, circa 14.2 milioni di persone, vive sotto il livello della povertà, con meno di 80 centesimi al giorno.
In realtà queste cifre sono state contestate da molti egiziani: la percentuale di persone che vivono in condizioni a dir poco disastrose è molto più alta.
Fa male leggere certe cose, vedersele confermate davanti ai propri occhi e persino al telefono."I giovani stanno iniziando a perdere la speranza", ha dichiarato uno psichiatra del Cairo, Muhammad al-Maidi, in un'intervista rilasciata al sito del canale panarabo Al-Jazeera: "La lealtà verso il loro Paese inizia a vacillare, non hanno alcuna garanzia su quelle che saranno le eventuali ripercussioni delle loro lotte sul loro futuro. Non sanno
se troveranno un lavoro, se riusciranno a sopravvivere, o a guadagnare qualcosa che dia loro la possibilità di sposarsi e acquistare un appartamento".I militanti anonimi che hanno organizzato la manifestazione del 4 maggio servendosi di internet avrebbero desiderato che le urla disperate degli egiziani ridotti sul lastrico si propagassero per le strade cairote "a ritmo di blues", per "festeggiare" l'ottantesimo compleanno del presidente Muhammad Hosni Mubarak, ormai al potere da 27 anni. Ma gli oscuri artefici hanno tenuto conto del timore della gente ad avventurarsi per le strade gremite di poliziotti in tenuta antisommossa. S'è optato quindi per lo sciopero senza piazza. "Khalliki bil-Bet". Restate a casa, non andate a lavorare oggi, svuotate le strade: questo è stato lo slogan lanciato dagli organizzatori e
dall'organizzazione islamista moderata egiziana dei Fratelli Musulmani, unico autentico movimento di massa del Paese, rimasta fuori dall'iniziativa del 6 aprile, ma che ha poi, alla fine, deciso di aderire a quella del 4 maggio.
Tuttavia, la partecipazione è stata bassa. Le strade dell'immensa Cairo, il 4 maggio, erano follemente in preda al traffico e al rumore come sempre, deludendo gli artefici dell'iniziativa. Forse gli orrori della manifestazione del 6 aprile hanno sconvolto il pubblico, riducendolo nuovamente al silenzio più cupo.
E mi domando come sarebbero gli egiziani se non fossero costretti a lavorare anche di notte. Avrebbero ancora quello spirito appagato? Si abbandonerebbero comunque a quella loro placida e celeste serenità?
E si tenga conto che noi, almeno, possiamo lamentarci a voce alta.
Non troppo tempo fa qualcuno mi disse che gli egiziani guadagnano più che altro dalle mance: non mi è ancora ben chiaro se gli egiziani sono come sono a causa delle mance o in conseguenza di esse. Ma, poco importa, mi piacciono così come sono e anzi, introdurrei la consuetudine della mancia a ogni pié sospinto se servisse a migliorare i miei connazionali anche solo di un sorriso in più.
E dispiace dopo tutto questo, realizzare che non si sta parlando di una realtà poi così lontana dalla nostra: se avessimo la stessa densità abitativa del Cairo, con buone probabilità andremmo a vivere anche noi tra una tomba e l'altra. E' che siamo piuttosto frustrati anche qui e se le cose non migliorano, staremo anche peggio.
A ben guardare, noi stiamo peggio: non abbiamo quella fede di ferro che infonde speranza, non ci sogneremmo mai di dire una parola buona al mendicante del semaforo né penseremmo mai di liberarci di quell'invidia sorda e strisciante che non ci fa mai sentir paghi di quel che abbiamo.


