Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

20 dicembre 2008

Un altro Natale

foto tratta da qui


Ho la presunzione di riuscire a capirle benissimo, certe cose.
Già è difficile vivere da musulmani in questa parte di mondo, ma a Natale le cose paiono complicarsi enormemente ed inesorabilmente: Natale, agli occhi di un musulmano, deve essere qualcosa di simile ad un lungo incubo, di quelli che devi vivere fino alla fine prima di poterti svegliare. E ciò, indipendentemente dal grado di tolleranza della famiglia che si appresta a festeggiare. Ci sono i regali che coinvolgono tutti, quelli che sai che ti faranno e tu dovrai fare. Spremute di meningi e slalom nel traffico impazzito, compresi, s’intende. Sei musulmano? E qual è il problema, è Natale!!!!
E le tradizioni. Uno non può proprio esimersi.
Qualcuno dovrebbe scrivere un manuale di sopravvivenza per queste povere creature incappate nel Natale italico…giusto per consentir loro qualche possibilità di portare a casa la pancia -possibilmente integra- dopo la maratona culinaria Vigilia-Natale-S.Stefano, per esempio. Perché la tavola apparecchiata è senz’altro il totem attorno al quale si dipana tutta la tragicomica ritualità natalizia. E’ che uno a Natale porta in tavola cose che aspetta di assaggiare da mesi e dà libero sfogo a quella bramosia repressa tutto l’anno, lo beviamo a Natale. Lo mangiamo a Natale. Lo apriamo a Natale tutti insieme. E il bramoso, pervaso dallo spirito natalizio, affetta, stappa, versa, distribuisce la vivanda di turno con precisione maniacale in nome della convivialità e della festa -e implicitamente dell’anno che sta per concludersi e di quello che dovrà iniziare- incurante dei gusti e delle abitudini dei commensali. Vaglielo a dire che tu sei pieno come un uovo, che quel panettone di quella marca te lo hanno già offerto quattro volte gli zii che sei andato a trovare nel pomeriggio o, peggio, che tu non bevi e che stai dominando la nausea a dover mangiare con l’odore dell’alcol che aleggia indisturbato….ma come? Un goccetto! Non puoi non assaggiarlo, è un anno intero che aspetto! E che fai, tu non brindi?
E dimmelo tu che devo fare…devo scansare bruscamente il bicchiere e lasciare che i gorgoglianti zampilli del prezioso nettare si infrangano sulla tovaglia scarlatta? O devo fare la persona educata e remissiva acconsentendo affinché il tuo brindisi si compia nella sua pienezza con buona pace della mia volontà di farne a meno? Che faccio, brindo ma non bevo? Brindo con la Coca Cola?
Natale è diventato un groviglio di riti, inestricabile senza conseguenze sull’animo altrui. Spezzi qualcosa se non fai quella certa cosa o se non vai a quell’appuntamento ormai sottinteso (anche se poi l’euforia della festa rende impercettibile la tua assenza). E poco importa se tu ormai ti sei sposata e magari vivi altrove e non esattamente a un tiro di schioppo.
Forse sono diventata grande se al Natale sono più incline ad associare una malinconia sottile piuttosto che la gioia pura dei bambini. Quel sentimento che ti stringe un po’ il cuore quando con un sorriso amaro, guardando il posto vuoto, rievochi ai commensali la compianta persona che da quando hai memoria, ricordi che diceva ogni anno che quello sarebbe stato l’ultimo suo Natale….ti ricordi i torroncini di quel tale paese che comprava sempre? Sì, e tu non sai cosa daresti per poterne scartare anche solo un pezzettino, non per il torroncino in sé ma perché vorrebbe dire che quella persona è ancora lì con te e finalmente potresti riabbracciarla ancora una volta. E i ricordi degli altri commensali corrono indietro anche di cinquant’anni e per un attimo, fin nella fantasia di chi non le ha mai viste, danzano gioiose le persone intrappolate nelle foto sbiadite dal tempo. E uno, poi, finisce sempre per associarle a qualcosa da mangiare: c’è la zia delle frittelle, quella del baccalà, il nonno norcino di quel tale salume…rivivono con dolcezza nelle parole di chi bambino non riesci proprio ad immaginartelo perché è tuo padre o tuo zio e ti chiedi quanti altri giorni come questo dovranno passare prima di conquistarla anche tu quella dolcezza nel rievocare senza che ogni tuo sorriso sia spezzato da una smorfietta nervosa che soffoca il pianto. Forse non sono ancora diventata grande...
C’è qualcosa di scaramantico in certe cose che uno fa a Natale, forse è la speranza di poterlo rifare di nuovo l’anno successivo. Ma i riti natalizi non conoscono il passare dei giorni, né degli anni, né i lutti…sembra che andare a raccogliere il muschio in quel tale posto ogni anno lo stesso giorno o imbandire la tavola in quel determinato modo ogni volta sia la panacea per i dolori della vita e non c’è assenza che tenga, è un Natale sotto tono, magari, ma è Natale e s’ha da fare.
Io mi appresto a festeggiare un Natale pagano, strambo, interculturale, irretito ahimé nei riti suddetti: tanto il vino lo portano gli altri, io la sera della vigilia servo branzini arrosto col cumino, spaghetti col tonno come vuole la tradizione del mio paese d’origine e antipastini misti di mare con tanto di couscous di pesce in insalata. E anche la zucca, e gli immancabili dolci, e forse un altro primo, ora che ci penso. E qualunque sia il vostro Natale, devo farvi gli auguri! :)

23 novembre 2008

Dialogo interreligioso, monologhi e parentesi

Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.

La citazione è un passo della lettera del Papa a Marcello Pera pubblicata dal Corriere in data odierna e reperibile qui.
La leggo e mi metto a pensare….
Quel giorno che entrai in casa trovandoci una ragazza libica musulmana….quel giorno che facemmo l’alba a parlare e a confrontarci io sono sicura che tra me e lei ci furono parole riconducibili al dialogo interreligioso. Perché sono così sicura? Perché parlavamo di Dio ed intendevamo la stessa cosa. Parlammo di riti, di profeti, di santi, di Gesù…quel giorno forse un po’ per reazione, perché sentivo di dover affermare la mia identità, mi resi conto che sebbene la mia fede fosse flebile io credevo in Dio e quello che sapevo io di Dio coincideva con quello che intendeva lei con Allah. Allah era uguale al mio Dio, non era quella parola sanguinaria che mi stavano raccontando al tg. Scoprii che era clemente e misericordioso come il mio Dio.
Ora, quattro anni dopo, mi chiedo: se io avessi affrontato quello stesso discorso avendo ben chiaro in mente che il dialogo interreligioso non è possibile-senza-mettere-tra-parentesi-la-fede, credo che dopo due parole mi sarei rinchiusa in camera mia arroccandomi sulle mie convinzioni senza alcuna voglia né curiosità di sapere in cosa credono gli altri.
Io non credo di aver messo da parte la fede, quella sera: parlando della crocifissione di Cristo, del battesimo dei bambini, della prima comunione ho dovuto trattenere le lacrime perché in quel momento ho realizzato che quei riti facevano parte della mia identità e che io per la morte improvvisa di un mio coetaneo -avvenuta tre anni prima- avevo rifiutato e accantonato in toto. Forse quella sera la mia identità cristiana l’ho recuperata, comunque non l’ho accantonata né tanto meno messa tra parentesi. Mi sono sentita come un pesce che smette di nuotare spensieratamente nella sua acqua e inizia a distinguere ogni singola gocciolina, fino a sentirne il sapore e la freschezza. La mia coinquilina musulmana era lo sfondo che mi mancava per percepire me stessa come figura, per potermi ritagliare e stagliare come qualcosa di definito dal punto di vista dell’identità religiosa. Sarei una persona diversa oggi, se avessi rifiutato quel discorso, a prescindere dalla mia opinione attuale sui riti e sugli avvenimenti sopraelencati.
Mi metto poi a pensare al secondo punto: affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo (sulle quali ricordo, il Papa conviene con Pera che non si possa imbastire un dialogo interreligioso). Mi chiedo: su quali basi poggia quel confronto pubblico? E me lo chiedo perché va da sé che un cattolico e un musulmano che si confrontano, finiscano per citare quel versetto del Corano o quel passo del Vangelo. Non si finisce forse per chiamare in causa quella decisione-religiosa-di-fondo dalla quale ci si guardava bene dal confrontarsi?
Il mondo non è mai stato così piccolo come in questi anni, zuzzurellabile a piacimento in distanze quantificabili in ore d’aereo. Si viene in contatto con realtà che uno prima non si sognava nemmeno di poter sentire nominare e noi che facciamo? Ci mettiamo a piantare paletti per delimitare il nostro territorio da quello altrui, continuando a pensare agli abitanti di questo mondo come noi/loro e siccome io sono così, io e te non possiamo parlare….
Mi sembra sciocco, riduttivo e molto poco cattolico, ecco. Perché in questo modo di vedere le cose non vedo fratellanza. Per come la vedo io, uno l’identità religiosa (e non) se la forma con il dialogo e con il confronto perché non è una rigida statua di marmo né un dogma inconfutabile, ma un qualcosa di estremamente malleabile da plasmare giorno per giorno, l’identità. Siamo o no dotati di intelletto?

21 novembre 2008

Non è il caso (parte II)


foto tratta da qui


Respiro di nuovo aria di tesi, in questi giorni. Già da un po' di tempo, a dire il vero. Ieri frugavo in uno degli scatoloni che ancora mi girano per casa alla ricerca degli appunti che avevo annotato qua e là mentre ero in Egitto.


Non parlerò della malinconia che si è impadronita di me nel momento in cui ho ripreso tra le mani i fogli che avevo riempito con entusiasmo la scorsa estate a un'ora imprecisata della notte, quando ero troppo stanca per capire cosa stesse dicendo mio cognato, ma avevo una voglia matta di sapere: mio marito era seduto in mezzo a noi e mi faceva da interprete; io, accucciata a terra tra il divano e il tavolinetto scribacchiavo disordinatamente le risposte di mio cognato con una penna blu a inchiostro liquido.


Di cosa gli ho chiesto, di cosa mi ha risposto, dell'uso che ne ho fatto, ne farò un post a parte dedicato alla tesi e all'essere tesista. Sapevo di dover rimettere le mani in pasta, ma ora sono certa che non ci saranno altre possibilità dopo di questa, motivo per cui mi piacerebbe inscrivere questa fase della mia vita in un ciclo di post, se riesco.


Dirò solo che fuori dalle nostre finestre il mare rumoreggiava dolcemente sotto il nero vellutato della notte alessandrina e io annotavo frasette concitate pensando che me la sarei dovuta ricordare quella notte. Quell'odore forte e fresco di mare e di stelle. Quello slancio. Quel voler incatenare una domanda ad ogni risposta. E quella parola che sentivo ripetutamente senza capirne il significato....aflam. Solo dopo ho scoperto che è il plurale della parola film.


Ieri però, tra le mani mi sono ritrovata un foglietto svolazzante su cui avevo annotato di getto il seguito al post Non è il caso . Non c'è la data ma credo che dev'esser stata la metà di luglio, sicuramente prima di andare in Egitto, comunque. Lo posto qui:


Oltre ad essermi battuta per dimostrare che la nostra vita non è inserita in alcun progetto superiore, io sono stata lungamente impegnata nel dimostrare a me stessa l’origine della vita su base razionale.
Teorie, fossili, scimmie varie. Sembrava tutto chiaro come il giorno:
un punto ad altissima concentrazione di materia è esploso ed ecco che s’è formato l’universo. Poi i primi batteri e forme di vita sempre più complesse che man mano hanno cominciato ad uscire dall’acqua ed eccoci qua. Preistoria e storia. Egizi, assiro-babilonesi, Greci e Romani. La cultura e la barbarie. Medio Evo e Evo Moderno. Le guerre, le scoperte e le invenzioni. Le altre guerre, quelle che hanno cambiato il mondo, ma non le intenzioni degli uomini. Poi qualche muro crolla, qualcun altro viene innalzato, finiscono le grandi narrazioni e iniziano le grandi paure; si guarda al passato con nostalgia, al futuro con incertezza e dentro noi stessi con indifferenza. È l’eclettico, locale e complesso Postmoderno in cui ognuno fa quel che vuole, insomma.

A grandi linee è così, chiedo venia se ho peccato di eccessiva concisione, ma in fin dei conti non fa una piega, fila liscio come l’olio ed è chiaro come il giorno, no?

Eppure fila altrettanto (e molto di più, a ben guardare) pensare, come mi disse un giorno qualcuno che del rapporto tra fede e ragione ne sa molto più di me, che, per quante spiegazioni razionali e dimostrabili scientificamente uno possa addurre, il punto di approdo di qualsiasi ragionamento è IDROGENO e OSSIGENO. Chi ce li ha messi? Da dove arrivano?

Non parlarmi di comete, né di stelle. Non ricordarmi nemmeno di quel puntino che s’è sfracellato formando l’universo perché ti giro la domanda: da dove arrivano? Chi ce li ha messi?

03 novembre 2008

Flashback

Marina lo chiama struggimento della fine e aggiunge una grande verità: è presente in tutti i presenti.
Credo che si chiami così quella nebbiolina densa che mi ha ammantato il cuore quando un paio di giorni fa ho lasciato definitivamente quella casa. La nostra prima casa insieme, il nido minuscolo in cui rifugiarci insieme nonostante tutti, in un modo o nell’altro ci scoraggiassero. Finiscono qui i tuoi vent’anni sentenziò la mia coinquilina di allora. Io ho sempre pensato che sarebbero iniziati di lì a poco i miei vent’anni e ora, a distanza di tre anni e mezzo posso dire che non mi sbagliavo, grazie a Dio.
Io sono diventata donna lì dentro. Ho imparato a prendermi le mie responsabilità. Ho percepito di giorno in giorno il nuovo nucleo familiare che avevamo deciso di creare. Ho avuto modo di riflettere sulla vita e sulla mia anima. Ne sono venuta solo parzialmente a capo, d’accordo, ma sento che la parte più consistente l’ho già affrontata, grazie a Dio ancora e sempre. E l’ho affrontata lì dentro. Ok: avrei potuto farlo in qualsiasi altra casa, ma l’ho fatto lì e forse è per questo che sento di averci lasciato un pezzo consistente di me.

"Finiture di lusso", c’era scritto sull’annuncio e io non volevo neanche chiamare. Era un gelido sabato sera di gennaio, e io scorrevo gli annunci con un pezzo di pizza in mano. Eravamo a casa mia, da soli. Lei, la parsimoniosissima aspirante insegnante alle soglie dei trent’anni che avevo come coinquilina, ci avrebbe risparmiato le sue frecciatine intolleranti per tutto il weekend.
Era entrata da pochi mesi a dettar legge nella casa che io abitavo da più di un anno. Aveva recintato i suoi spazi escludendomi senza considerare che fossero anche i miei: con le altre ragazze, essendo solo in due in casa, si faceva spesa insieme per la maggior parte delle cose, si usava la stessa dispensa e lo stesso frigo senza badare al ripiano. Lei mi ordinò, stizzita, di farle spazio in frigo e nella dispensa. Aveva i suoi detersivi che custodiva gelosamente in camera sua. Mettevamo su due pentole diverse per la pasta- entrambe mie- e quando me ne andai, oltre a consigliarmi di far fare il test per l’HIV al mio fidanzato, mi ammonì di lasciarle almeno i bicchieri. Non li stavo rubando, erano semplicemente miei e me li portavo altrove.
Giocava a fare la bambina con le calze colorate e con la sua vocetta stridula spiegava che l’ombretto aveva il potere di rivelare i suoi anni, motivo per cui portava solo quintali di mascara e di rossetto rosso. Saliva dai ragazzi al piano di sopra con la macchinetta del caffè in mano e una volta, davanti a quello che poi sarebbe diventato mio marito, si stupì che quella sera io non volessi accompagnarla. Eppure sapeva che non mi interessava salire, non l’avevo mai accompagnata. Stava cercando di farci litigare, faceva domande impertinenti godendo del nostro imbarazzo e del nostro continuo spiegarle che no, quello non è vero e quell’altro non è così. Ebbi modo di apprezzare la pazienza sconfinata di marito e il rispetto che non mancava mai di riconoscerle se non altro perché dividevo la casa con lei e per l’ennesima volta in pochi mesi toccai con mano la fiducia che aveva in me.
I vecchi coniugi proprietari avevano voluto il mio consenso per farla entrare in casa, ma quel giorno in cui acconsentii mi ero perfino illusa di aver trovato un’amica in lei. La vecchia proprietaria mi chiamò cercando di dissuadermi dall’andar via, ricordo che mi colpì il suo commosso e sincero dispiacere quando le illustrai i veri motivi. Lei volle incontrarmi da sola e senza che io le avessi chiesto un parere mi disse che nulla ostava alla convivenza di un musulmano con una cristiana, ma mi ammonì a non mettere mai in discussione la Trinità di Dio e la figura di Gesù così come la intendono i cristiani. Io la salutai con rispetto, ma non dissi nulla a proposito della sua ammonizione. Presi le mie cose e andai a vivere a poche centinaia di metri più in là con l’uomo che poi ho sposato. Mi chiudevo alle spalle la casa in cui l’avevo conosciuto, il luogo in cui mi aveva fatto prima dubitare e poi tremare di tenerezza esponendomi candidamente le sue intenzioni ma tutto ciò fu offuscato dalla brama di allontanarmi da quell’atmosfera. Lei si rammaricò solo per l’evenienza di dover istruire una matricola, io me ne andai senza rimpianti, era il 26 febbraio 2005. (continua...)

03 settembre 2008

Come scrivere e leggere gli articoli sul Ramadan

Per scrivere un articolo sul Ramadan basta seguire queste semplici regole:

  • averne una conoscenza sommaria e approssimativa e non preoccuparsene minimamente (della serie: digiunano. Come quando e perché non sono affari miei).
  • scegliere come location una città araba vista in tanti film sulle crociate, inserendo qua e là nomi e toponimi arabeggianti, tanto vattelappesca se esiste una persona o una strada che si chiama davvero così. Sorvolare, poi, sul lessico del Ramadan, ci si accontenterà di parole imprecise.
  • mettere all’opera un paio di stereotipi diffusi e radicati: 1) se uno digiuna significa che c’ha ‘na fame nera e quindi di giorno si strappa i capelli, ma quando la sera si siede a tavola, la trova imbandita come a Natale 2)se uno non mangia è intontito, non faranno che dormire, ‘sti musulmani al tempo del Ramadan… 3) se durante il Ramadan si digiuna, non può essere un periodo di festa (quindi appendono le illuminazioni solo a causa del consumismo che sta contagiando anche le ricorrenze che non riguardano la cultura Occidentale, per quale altro motivo, se no?).
  • Buttatevi su tematiche valide grosso modo ovunque (consumismo, globalizzazione, e simili)

Ci siamo, signori. L'articoletto sul Ramadan è servito, caldo caldo.

Ponetevi ora dalla parte dei lettori svolgendo i seguenti esercizi dopo aver visionato l’articolo:

Esercizio n.1 (principianti)
Pensate alle vostre città nei periodi di festa, cercando di visualizzarle mentalmente.
Ora rispondete alla seguente domanda: sono listate a lutto?


Esercizio n.2 (esperti)
Chiedetevi come sia possibile pensare che una persona a digiuno da 10 ore abbondanti riesca a spazzolarsi una tavola imbandita per 30 sere consecutive e soddisfate il lampo di genio dei vostri neuroni chiedendo a un musulmano cosa –e quanto- è opportuno e sufficiente mangiare in questo periodo.


Esercizio n.3 (scienziati)
Concedetevi una piccola vacanza in una città del mondo islamico, arabo o non, nel periodo di Ramadan o nei giorni che lo precedono. Passeggiate nei suq, parlate con la gente, guardate cosa compra e in quale quantità. Cercate di collezionare dati attendibili sulla partecipazione effettiva della gente al digiuno. Ripetete l’esperimento in un’altra città a maggioranza islamica, per essere sicuri che il vostro metodo sia scientifico. Pensate ora al periodo natalizio, ai posti in cui si va a far compere, a cosa e quanto si compra, alla percentuale effettiva di gente coinvolta nei riti religiosi. A questo punto dovreste aver raccolto dati sufficienti per redigere un breve trattato sul consumismo. Dato il livello di difficoltà, nel vostro trattato dovrete includere i risultati della prova pratica: preparare il cenone natalizio usando solo carne d’agnello, riso, zucchine, tamarindo e frittelle.

02 settembre 2008

L'Egitto che mi piace

Ero partita per rimettere un po’ d’ordine tra i miei pensieri. Per riprendermi il tempo che silenziosamente e in fretta mi era scivolato via tra le dita.
L’Egitto è iniziato da dentro l’aeroporto, nell’attesa che aprissero il gate: seduti intorno a noi c’erano ragazzi giovani, famigliole colorate, coppie di giovani sposi con i neonati in braccio…non ho mai visto tanti egiziani tutti insieme, li avrei abbracciati uno per uno per la contentezza.
La partenza viene ritardata di una decina di minuti e si imbastiscono bei discorsi, dove vai, quando torni, che fai…ah, l’arabo dell’Egitto!
Volare con Egypt Air mi piace sempre tanto: gentili, ospitali, mi danno la caramella per il decollo, il cuscinetto, le cuffie, servono deliziosi pasti caldi e hanno il succo di mango, preludio a quello spremuto fresco di cui abuso all’arrivo.
Esco trionfante dall’aeroporto del Cairo: le valigie sono sane e salve e sul mio passaporto campeggia la scritta a penna, in arabo, moglie di egiziano. Le domande strane e nient’affatto delicate min di?(chi è questa?) e i visti con marche da bollo pagate in euro sono un lontano ricordo. L’ultimo controllo è a pochi metri dall’uscita: un egizianone di mezza età con gli occhialini sulla punta del naso sfoglia velocemente i nostri passaporti. Guardo oltre le porte scorrevoli, le palme ondeggiano, ho una voglia matta di uscire all’aria. Finalmente ci lasciamo alle spalle la malefica aria condizionata e un vento caldo e malandrino prende a giocare con i miei orecchini e con l’orlo del mio vestito. Deve essere stata una giornata calda se alle 19:30 il termometro segna ancora 33°C.
Mio marito si lancia in una concitata contrattazione con i tassisti, io resto incantata a guardare il tramonto del Cairo roseo e metallico di smog e di sabbia finché un uomo sulla trentina schiaccia a terra la sigaretta, la schiaccia e mi apre lo sportello posteriore di una macchina nuova e comoda. Peccato, volevo finire di sentire l’adhan.
Quando mio marito viene invitato a mettersi la cintura, temendo di non aver capito bene, chiedo conferma. Il tassista ci aggiorna sulle ultime leggi in materia di sicurezza stradale in vigore dal 1/08: multa di 50 L.E (l’equivalente di 6 euro abbondanti, ma pesano come 50 euro, forse anche più) se si viene sorpresi senza cintura, o senza casco, o sprovvisti dei triangoli catarifrangenti o della cassettina di pronto soccorso o con la macchina parcheggiata in seconda fila (che uno ritrova bloccata a terra con le ganasce). Il controsenso è che chi incorre nella sanzione deve saldare il debito immediatamente se non desidera che la somma dovuta lieviti incontrollata fino a comportare la sospensione della patente e un periodo di carcere. E dico controsenso perché sarebbe stato molto più logico introdurre, che so, l’assicurazione obbligatoria: così invece, ci si continua a lanciare anarchicamente nel traffico impazzito, come se si fosse alla guida delle macchine da scontro, ma con la cintura, il triangolo e la cassetta del pronto soccorso. O non so, si poteva compiere qualche sforzo cercando di far capire alla gente che cartelli e semafori non hanno scopo ornamentale. Io personalmente, poi, avrei transennato le corsie della carreggiata nel senso della lunghezza per introdurre forzatamente il concetto di fila: se quello davanti a te rallenta o inchioda, non fare che gli sgusci al lato o per sguincio, accòdati, incolònnati, da bravo, su. Ma io non faccio testo, anche e soprattutto perché non intendo minimamente cambiarla, la legge sovversiva del traffico egiziano.


Quando finalmente arriviamo in albergo, l’aria è bruna, senza nuvole né stelle; le luci del Cairo, da sole inondano lo spazio creando un alone pesante. Una coppia di sposi, fresca e giovane varca la soglia: sono carini e un po’ impacciati, forse provano quel senso di vergogna mista a soddisfazione che ho provato anch’io un anno fa. Non resisto, gli scatto una foto e gli faccio mille auguri: riguardo i loro sorrisi ora, ritrovo il volto di un Egitto che vive e condivide con semplicità, che non smetterò mai di ammirare. Davanti ai parenti festanti, il padre commosso ha abbracciato la sposa e l’ha consegnata allo sposo: quando la festa sarà finita, nell’intimità della loro nuova casa, lo sposo-marito farà ciò che la gente si aspetta che faccia e inizierà la loro vita insieme, benedetta quasi sempre dopo brevissimo tempo da gnometti con gli occhi colmi di infinito.

31 agosto 2008

Ramadan karim!



A chi l'ha aspettato tanto...
A chi lo fa per la prima volta...
A chi ha il pancione o allatta, ma proverà a farlo ugualmente...
A chi capisce il senso vero del digiuno e rinuncia senza fatica a sigarette, chewing gum e caramelle...
A chi resterà sveglio a pregare di notte, anche solo per mezz'ora...
A chi vivrà questo mese come un mese di festa...
A chi come me, pur rimanendo ancora una volta sulla soglia, guarda allo spirito di questo mese con rispetto, in attesa di risposte e decisioni importanti...
RAMADAN KARIM!!!!!!!!

29 agosto 2008

Partire





Perugia è limpida e fresca, il 4 agosto poco prima dell’alba. Preparo la colazione mentre mio marito come un fulmine si fa barba e doccia. Non ho voglia di masticare, ho ancora in bocca il sapore della notte pressoché insonne, di quando si va a letto tardi e ci si sveglia troppo presto e di quando si ha paura che la sveglia non suoni o che qualcosa durante il viaggio vada storto. Lavo le tazze, lui si veste. Poi mi rintano in bagno a prepararmi e a lasciare una parvenza di pulito. E’ un controsenso pulire qualcosa che sai prenderà la polvere per le successive 3 settimane, ma decido di farlo.
Esco dal bagno, le valigie già chiuse sono in pole position vicino alla porta, sembrano impazienti anche loro di svolazzarsene via.
Alle 5: 55 siamo già alla stazione, ci sediamo per riprenderci dalla fatica di aver trascinato fin lì le valigione pesanti. Io le guardo e penso che stavolta abbiamo sforato alla grande con i kg: sono piene di rubinetti e di interruttori, c’è perfino il saliscendi della doccia. Tutto l’armamentario oltrepassa abbondantemente i 10 kg, ma dovendo ristrutturare l’appartamento ad Alessandria, abbiamo scoperto che i rubinetti migliori sono importati dall’Italia a prezzo prevedibilmente triplicato e che spesso si incappa in gente senza scrupoli che spaccia per italiani rubinetti made in Taiwan. Per comprendere la considerazione degli egiziani per i prodotti provenienti dai quei posti basti pensare che quando sono in preda a una di quelle tempeste intestinali alle quali pare proprio che io non riesca a sottrarmi, i miei cognati scherzano sulla mia pancia made in Taiwan.
L’appuntamento con l’autista della Sulga- la società perugina di pullman che ci deposita proprio a Fiumicino, terminal C- è fissato per le 6:10. Ripesco dalla rubrica il numero dell’autista per sincerarmi che gli risulti la mia prenotazione, lo faccio per evitare che il pullman bianco e azzurro mi sfili disinvolto davanti agli occhi come è già successo. L’autista è di parola, in un paio di minuti è lì da noi che chiede conferma del mio cognome.
Mi sembra una grande conquista salire a bordo, posso finalmente rilassarmi e godermi la città dal finestrino: c’è un ragazzetto con gli occhiali da sole che apre un bar, gente non esattamente raccomandabile tutt’attorno e qualcuno che va al lavoro chissà dove. Noto che la luce è cambiata, intorno a me è tutto roseo e assopito, Perugia è pulita, fresca e un po’ deserta. Perfino bella.
Facciamo tappa in centro: il sole dipinge un riflesso dorato sulle finestre antiche degli alberghi un po’ snob finché una donna anziana non ne apre una per fotografare il panorama con attrezzatura professionale; deve essersi alzata apposta per quello. Gli ultimi passeggeri salgono a Piazzale Europa, poi imbocchiamo la superstrada poco dopo le Segreterie Studenti. Mi compiaccio nel passarci davanti senza dover entrare a fare file sterminate.
I campi di girasoli sono già secchi, ma la mente mi corre indietro all’anno scorso, quando, nel pieno della fioritura accarezzavano i fianchi delle colline con graziosa allegria.
Giocherelliamo con due fratellini marocchini, tornano a casa anche loro. Hanno la simpatia e la semplicità dei bambini arabi, accettano il mio succo di frutta e qualche caramellina, sorridono, chiacchierano con noi. Ammiro la vivace innocenza dei loro occhioni scuri e mi chiedo che faccia avranno i miei figli, se Dio vorrà donarmeli. La più grande inizia a recitare i numeri in arabo, ma il 2 mi suona incomprensibile. Mi manca l’arabo del Mashreq e quello dolce dell’Egitto.
Sorpassiamo un camioncino con una scritta verde che mi salta agli occhi: è il nome di una tipografia umbra con la quale ho vicendevolmente scambiato per telefono una buona dose di stress, durante il mio stage. Percorro con gli occhi il loro numero di telefono, me lo ricordo ancora. Mi rendo conto che sto sorridendo: sono in vacanza.


28 giugno 2008

Coiffeur Ashwaq: meditate gente, meditate




Coiffeur Ashwaq si intitola la serie tv, prodotta dalla Commissione Europea, che per venti minuti al giorno accompagnerà le telespettatrici arabe. La sit-com, che sarà ambientata nella sala d'aspetto di un salone di bellezza, transito per decine di donne, ognuna con la sua storia personale, sarà un modo per far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità. Se in occidente le serie tv dettano la moda, nei Paesi arabi Coiffeur Ashwaq si pone l'obiettivo, invece, di diffondere dei valori con un prodotto divertente e per le famiglie. Protagonista di questa prima serie sarà la proprietaria del salone di bellezza, interpretata dalla nota attrice egiziana Mimi Gamal, che sarà alle prese, tutti i giorni, con donne dalle diverse estrazioni sociali e che diventeranno inevitabile spunto per situazioni comiche. Dietro al divertimento, usato come specchietto delle allodole per stessa ammissione degli sceneggiatori, si nascondono però i temi più caldi che riguardano il ruolo della donna nella società araba: dalla violenza entro le mura domestiche ai matrimoni forzati, dal sessismo alle molestie.
Assenti invece le questioni politiche e religiose, per evitare che qualche signora spenga la tv sentendo offesa la sua fede. Contemporaneamente alla messa in onda di Coiffeur Ashwaq, i produttori hanno aperto anche un forum di discussione on line, frequentatissimo dalle appassionate della serie che si scambiano commenti sulle puntate, ma anche esperienze e consigli di vita. Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica: da Tamer e Shawqiya, andato in onda durante il Ramadan negli ultimi due anni con un successo mai visto prima di allora, a Ragel wa sit Settat, trasmesso su tutte le tv arabe satellitari. In arrivo, invece, oltre a Coiffeur Ashwaq anche Abbas wi Inas, che parla dei problemi di coppia durante il primo anno di matrimonio. (articolo tratto da qui )


foto prelevata da qui


1) Da quale pulpito...
Mi domando insomma che interesse abbia l'Unione Europea a proporre al pubblico arabo un prodotto del genere e in forza di quale principio si senta in dovere di "far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità": eppure di cose a cui pensare ne avrebbe l'UE...una per tutte, la risoluzione del cosiddetto deficit democratico. Se proprio volesse far qualcosa, l'UE, perché non propone simili programmi a un'audience europea?

In questa parte di mondo va di moda una società civile in preda alla sindrome del paladino-della-giustizia-a-tutti-i-costi, fermamente convinta che tematiche come la violenza domestica e le pari opportunità siano problemi risolti e assolutamente remoti. Eppure le statistiche e l'esperienza di molte donne parlano chiaro: ogni giorno, nei contesti più disparati (lavorativi e non) molte donne vengono discriminate sessualmente e molestate più o meno gravemente, sempre per il fatto di essere donne. La violenza domestica, poi, offre alle cronache quotidiane storie di italianissimi uomini italiani che picchiano a sangue le mogli succubi. Eppure non si riesce a entrare in libreria senza scorgere a caratteri cubitali l'ennesimo libro la cui protagonista è una donna vittima del marito arabo-barbuto-cieco-di-gelosia che le ha sfregiato il volto con l'acido o s'è macchiato di chissà quale atroce delitto. Che si faccia lo stesso anche in Italia, allora: un libro ogni volta che una donna viene seviziata dal civilissimo marito italiano.

foto prelevata da qui


2) Intenti non trasparenti


Perché, scusate, ma a voi sembra onesto servirsi della comicità e di un'attrice famosa come specchio per le allodole a scopo di propaganda? Sì, dico propaganda perché queste donne non hanno bisogno di imparare nulla da noi europei: le donne vittime di violenza sono vittime di uomini criminali, né più né meno colpevoli di quei civilissimi uomini italiani che gonfiano di botte le loro povere mogli.


Le donne egiziane (arabe e non, e/o musulmane e non) che subiscono violenza, la subiscono subiscono in quanto donne e non in quanto appartenenti ad una comunità etnica e/o religiosa: la malvagità dell'essere umano, così come il buonsenso sono tali e presenti in tutte le latitudini.


Che gli intenti siano tutt'altro che trasparenti, è dimostrato anche dal fatto che religione e politica siano argomenti volutamente tenuti fuori dal salone di bellezza in cui è ambientata la sit-com: altrimenti come si lucrerebbe anche sul mercato televisivo panarabo?



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3) I soliti preconcetti, musalsal vi dice qualcosa?


Non è assolutamente vero che "Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica": chi scrive tali inesattezze vada a documentarsi sul ruolo che da sempre riveste l'Egitto in qualità di fornitore di contenuti alle televisioni arabe, ruolo tra l'altro, ampiamente sfruttato da Nasser per l'unificazione dei Paesi arabi. E' ben nota infatti la gloriosa ricchezza culturale del Paese della quale sono stati utilizzati personaggi e racconti per confezionare teleromanzi (musalsalat, appunto) i cui protagonisti erano stelle della musica conosciute in tutto il mondo arabo. Calcolando che Nasser rovescia la monarchia filo-britannica nel 1952, non mi sembra proprio neonata, l'industria dell'audiovisivo egiziana, industria che si è ampliata e implementata tanto che l'ente preposto a questa attività è noto come "Hollywood del mondo arabo".



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26 giugno 2008

La Porta di Lampedusa e l'ennesima frettolosa generalizzazione

Immagine e citazione tratte da qui

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l'ultimo promontorio dell'isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno "piantato" qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. [...]

[...]E' una porta puntata verso l'Africa. La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare. La sua anima è in ferro zincato.

Sicuramente non servirà a molto, il corso degli eventi non si può invertire. Potrà solo far essere un po' meno distratti e superficiali noi nati con la camicia (di seta) anche se ci metteremo del tempo a capire che una preghiera e una sepoltura sobria sarebbero preferibili a lapidi razziste, croci di convenienza e fiori che appassiscono in fretta.

L'idea della porta però mi piace: se ci penso, mi si velano gli occhi di quella tenerezza che mi assale quando, vedendo un corteo funebre sfilare davanti alla casa del defunto, noto la porta di casa aperta. C'è qualcosa di universale e primordiale in quel gesto che forse ormai è possibile solo nei piccoli paesi: deve essere l'odore di casa, quello che sarebbe diverso se uno non ci fosse. E' come un volerlo far sentire per l'ultima volta e un dire, torna a trovarmi quando vuoi, se puoi, almeno nei sogni.

Comunque, tenerezze a parte, a parlare di sbarchi di clandestini si commette un errore che purtroppo non è solo terminologico: Giovanni Maria Bellu mette chiaramente in evidenza la questione in questo articolo a proposito della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata la scorsa settimana:
[...]Ma, nei fatti, ogni anno la celebrazione si traduce in una serie di iniziative che hanno un obiettivo più modesto: spiegare all'opinione pubblica che, nell'ambito della categoria "immigrazione", esiste uno speciale sotto-insieme costituito dalle persone che non abbandonano il loro paese per "vivere meglio" ma semplicemente per vivere. Per restare in vita. Non è facile. La confusione tra i richiedenti asilo e gli immigrati economici è sistematica. Lo dimostra l'abitudine giornalistica di chiamare "clandestini" quelli che sbarcano a Lampedusa. I dati statistici dicono che uno su cinque ottiene l'asilo politico o la protezione umanitaria. Dunque, nel momento in cui hanno varcato il nostro confine, molti di quei "clandestini" non solo non hanno commesso un reato ma hanno esercitato un diritto. Un articolo pubblicato mercoledì scorso sul "Corriere della Sera" offre un esempio da manuale di quanto sia difficile cogliere questa fondamentale differenza. Scrive Magdi Cristiano Allam: "Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto, qualunque esse siano. Ebbene, non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato". L'esempio è totalmente sbagliato. Intanto l'immigrato che varca il confine (nemmeno quello "economico") non è paragonabile a chi irrompe in una casa privata. L'immigrato non scardina alcuna serratura, non usa
grimaldelli o fiamme ossidriche. Eventualmente è paragonabile, se si vuole restare nella metafora domiciliare, a un tale che entra senza autorizzazione nel nostro giardino di casa. Secondo Allam, in quello stesso istante dovremmo chiamare la polizia e pretendere che l'intruso venga ammanettato e condotto in cella. "Indipendentemente dal conoscere quali siano state le motivazioni del suo gesto". L'inganno sta qua. Non è affatto "chiaro e inoppugnabile" che dobbiamo reagire in quel modo. Se, per esempio, l'intruso ci spiegasse di aver saltato la recinzione perché era inseguito da un killer armato, e ci dimostrasse che sta dicendo il vero (magari indicandoci il killer appostato dietro una siepe) chiederemmo il suo arresto? Oppure gli ordineremmo di uscire immediatamente dal nostro giardino ributtandolo così nelle mani del killer? Siamo certi che una persona normale - un buon cristiano o anche un laico dotato di buon senso - tenterebbe di dare una mano al malcapitato. Terrebbe conto (come d'altra parte farebbe il giudice se fosse chiamato a pronunciarsi) del fatto che ha agito in stato di necessità. Ed è esattamente questa la condizione di chi entra nel nostro territorio da richiedente asilo. Un concetto, come purtroppo dimostra l'uscita di Allam, solo apparentemente semplice.

23 giugno 2008

Ein Shams

[...]Siamo a Ein Shams, antico quartiere del Cairo: un tempo Heliopolis, fastosa capitale dell’Egitto durante l’era faraonica, e divenuto poi un luogo sacro per i cristiani, legato alla visita di Gesù Giuseppe e Maria, Ein Shams è ora uno dei quartieri più poveri e trascurati della capitale egiziana. [...]
Lo stesso El Batout ci racconta in maniera appassionante come è nata l’ispirazione per questa sua opera seconda, nelle note di regia consultabili sul blog del fim: “Nell’agosto del 1988 sono andato nel quartiere di Ein Shams per documentare con la mia videocamera la sommossa che era scoppiata contro la polizia. Nello scontro con un poliziotto sono stato ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra: ho documentato in 18 anni circa 12 guerre in 30 paesi differenti. Poi all’inizio del 2004 sono tornato al Cairo, sentendomi disincantato dal mondo e dal mio lavoro (…) L’idea del film Ein Shams è nata nel 2005, dopo aver
realizzato il mio primo film di finzione Ithaki. Lavoravo ad un progetto di laboratorio teatrale e cinematografico con i bambini dell’Alto Egitto insieme all’insegnate e regista Mohamed Abdel Fatah, e lui, che vive ad Ein Shams, mi ha chiesto di ambientare lì il mio film successivo. Essendo un luogo che mi aveva affascinato da anni, scrissi subito una storia che poteva essere ambientata in quel quartiere, ma utilizzando anche il materiale che avevo girato nella mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista che avevo deciso di iniziare proprio ad Ain Shams circa 20 anni fa”.
Eye of the Sun è un film polifonico: una voce fuori campo racconta le storie di diversi personaggi che si intrecciano. Ecco il tassista Ramadan, che decide con la moglie di avere un altro bambino; la loro figlioletta undicenne Shams, vivace e curiosa, che vuole andare a tutti i costi a visitare il centro della sua amata città e che si immagina come in una favola; la giovane cantante Mariam, che intona una melanconica canzone irachena in un centro culturale; tra il pubblico, ad ascoltarla, c’è un’altra Maryam: una dottoressa che ha studiato le conseguenze della guerra in Iraq e i diversi tipi di cancro provocati dall’uranio impoverito, come sottolineano le immagini di repertorio (“cercavano le armi, hanno trovato l’uranio impoverito che hanno rovesciato nel 1991”). E ancora, El Tayeb, un uomo che è stato in prigione sotto Saddam; e poi un giovane e corrotto politico rampante, che diffonde promesse nel quartiere e poi sparisce da Ein Shams, non appena eletto.
Come in un antico mosaico, il film raccoglie, accumula, mette una accanto all’altra tante storie differenti, che viste nel loro insieme compongono un disegno unico: la sofferenza e la speranza contenute nella vita umana, la corruzione e la decadenza che affliggono l’Egitto contemporaneo… Il film capta “una realtà deludente, guastata dalle
contaminazioni della modernità, che ammala i corpi – attraverso i veleni assorbiti da acqua, cibo e aria – e fiacca le menti, anche quelle pronte a sfidare la locale decadenza politica e sociale e perfino le tragedie post-belliche di un Iraq particolarmente vicino” (Maria Rosaria Cerino). Nel gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra vicino e lontano, tra locale e globale, si situa anche la sorte infausta della figlia di Ramadan. La piccola Shams si ammala infatti proprio di leucemia – come i bambini in Iraq su cui aveva indagato la dottoressa Maryam – e la sua morte lascia un’assenza incolmabile… Proprio la foto della bambina nel taxi di Ramadan e la sua triste storia raccontatale dal padre spingono la cantante ad intonare la sua triste canzone, all’inizio del film.
Un film che è fatto di storie intrecciate in un percorso circolare, come l’occhio del sole. “Chi sono io? Non importa…” – così la voce fuori campo ci confessa alla fine del film. E in effetti questa voce può essere quella del tassista Ramadan, ma anche quella del regista, o anche – perché no? – quella dello stesso quartiere di Ein Shams: l’occhio del
sole che guarda dall’alto della sua storia millenaria questi piccoli esseri in movimento, come la piccola Shams che continua a sorridere a suo padre dal cielo ed a fare i dispetti alla sua macchina sgangherata…
articolo di Maria Coletti su Cinemafrica, il testo completo è reperibile qui. Ein Shams (regia di Ibrahim El Batout) ha vinto la 54esima edizione del Taormina Film Fest ed è stato anche presentato a Cannes.

20 giugno 2008

Non è il caso! (parte I)


Foto tratta da qui

Lo so: parlare di momenti della vita a 24 anni appena compiuti per qualcuno potrebbe suonare altamente risibile. Se mi guardo indietro però, un paio di momenti riesco a isolarli.

C'è stato un momento della vita, per l'appunto, in cui credevo che gli eventi accadessero per coincidenze, casualità, combinazioni impreviste ed imprevedibili di fatti legati tra loro da nessi assolutamente non logici.
Io mi sono battuta aspramente per dimostrare che il destino non esiste e che ciò che succede può essere al massimo conseguenza di una scelta. Nulla è scritto, mi dicevo. Io sono quello che scelgo di essere. So quello che faccio, posso controllare tutto; conosco le conseguenze di ogni mia azione.
Un pensiero risoluto, monolitico che non ho mai accettato di discutere. Il faro della mia vita di allora, insomma.
Un faro, che quando poi mi è crollato addosso ha rivelato la sua flebile fiammella: quelle che avevo iniziato a chiamare coincidenze, dipendevano ancora dalla mia capacità di scelta? E tutte le volte che i piedi (o il cuore) hanno scelto la strada, ero sempre io a controllare tutto?


Evidentemente non avevo ancora fatto i conti con una fantasia sublime e infinita, un'immaginazione sconfinata e fervida che sarebbe un peccato se non orientasse le nostre esistenze: fili colorati e diversi tra loro, intrecciati con una maestria sbalorditiva. Non può che essere così, certe cose non bisogna sapersele per forza spiegare: sapere che siamo filini di una trama sapientemente intessuta è pure gratificante, a dirla tutta. Insomma, che senso avrebbe il vivere se la Vita, il Tempo e la Storia fossero solo uno stillicidio disordinato di attimi che si dissolvono nel nulla? Mi piace pensare che il mondo stia andando da qualche parte, ecco. Chi mai si metterebbe in viaggio, con tutto ciò che questo comporta, senza avere almeno una direzione?


Allora viviti la vita seduto a una sedia, se è già tutto scritto, avrei scioccamente obiettato io in quel momento. Ci sono dovuta arrivare da sola alla conclusione che credere di far parte di un disegno più grande di noi non implica necessariamente essere dei burattini senza la benché minima capacità di movimento autonomo; dal momento che, se così fosse, quale sarebbe il posto e - il ruolo - della coscienza, della ragione, del senno umani?
Il fiuto umano di scegliere proprio la migliore tra le due alternative possibili è solo e soltanto mero fiuto umano?

Confesso, poi, che per certi versi è anche sano e oltremodo consigliabile fermarsi un attimo a vivere la vita seduti a una sedia: io lo faccio per contemplare meraviglie che so di aver rischiato di non vedere. O di non vedere subito, mettiamola così. Perché se quella fantasia sublime e infinita ha decretato così, io certe cose le vedrò eccome, che mi piaccia o no, dopo uno o mille giri strani che la vita certe volte si mette a fare. E quello succede solo perché il mondo è piccolo?
[cfr "Riflessi di una trama", reperibile qui ]

07 giugno 2008

Contesti

( i giardini Carducci, foto tratta da qui)


Dietro l'assenza di questo periodo c'è una mancanza di tempo che di quest'epoca ahimé mi è fisiologica e sicuramente anche un episodio non proprio piacevolissimo al quale più volte ho provato invano a dar forma, ma, considerando i post smozzicati e condannati a rimanere bozze a tempo indeterminato direi che no, non sono ancora pronta a raccontarlo.

Una congiuntura di fatti apparentemente slegati tra loro mi ha portato a pensare che è tempo di concentrarmi sul contesto e ripartire da ciò che cambia davanti ai miei occhi ad una velocità che mi ero imposta di non voler percepire.

Non ultimo, il giorno in cui mi è capitato di attraversare piuttosto frettolosamente Corso Vannucci per andare in facoltà notando un’insegna staccata senza riuscire a risalire al negozio in questione. Decisamente troppo, mi va a rotoli l’esistenza se decido di vivere distrattamente.

E' che negli ultimi 5 anni ho accettato che Perugia facesse da sfondo e da contenitore alla mia vita senza farle da contrappunto con quel minimo di attrito mentale che uno normalmente mette in atto in un rapporto sano e normale con una città. Mi rendo perfino conto di non aver speso una parola sul ridicolo coretto giornalistico che è stato servito come contorno alla vicenda della morte di Meredith Kercher. Eppure certe affermazioni le ho trovate davvero pesanti e per parecchio tempo mi è toccato rispondere alle domande incalzanti di amici e parenti (ma tu la conoscevi, l'avevi mai vista? Ma tu sei mai stata al locale di Lumumba? Ma davvero è così facile trovare la droga? ecc.) con no spazientiti che suonavano inevitabilmente come giustificazioni, come se Roma o le altre città universitarie fossero lontane dalle selve oscure in cui tanti smarriscono la retta via ben prima di arrivare nel mezzo del cammin di nostra vita….

Ma torniamo al contesto, al mio, ché ognuno è dotato, almeno potenzialmente, di intelletto e discernimento.
Certo, l'entusiasmo dei primi tempi non torna: mi ricordo angolini caratteristici, certi balconcini fioriti da cartolina, un'atmosfera piacevole e posti da guardare per la prima volta. Mi domando come abbia potuto quella magia annegare tanto silenziosamente nella quotidianità, nella fretta.

Eppure ci sono posticini deliziosi di cui riesco a sentire la mancanza senza impegnarmi troppo: i giardini Carducci, per esempio. Il panorama placido oltre la ringhiera bassa, i viottoli tra gli alberi complici, qualche panchina e una sera fina d'ottobre che ho deciso con la mia testa cosa farmene di quel paio d’occhi neri e la vita, grazie a Dio, ha preso una piega inaspettata, ma voluta e lungamente e strenuamente cercata e desiderata. Non voglio nemmeno pensare a cosa e come avrebbe potuto essere la mia vita se avessi fatto altrimenti…

E poi la gente: gli autisti gentili che non so quante volte mi hanno detto scendi alla prossima! Le cassiere che ormai mi salutano e le dispute esilaranti al banco dei latticini sul tipo di ricotta da usare nella torta….Mariaaaaa, la signorina- è ironico, sì, prima di sposarmi mi avrebbero dato della signora- ha da fa’ ‘n dolce! Pronunciato con quell’intonazione un po’ insolita e le d buffe, rotolanti, quasi fossero r. Decisamente più logiche certe a arrotate dell’arabo, sì, non capisco perché complicarsi la vita e la lingua in suoni inverosimili.

Tralascio di proposito i razzisti ottusi e le loro ossessioni retrograde, gli automobilisti impertinenti, le donne in carriera vestite come le adolescenti e le adolescenti vestite da donne in carriera.

Ma solo perché non li ritengo attributi esclusivi di Perugia.

09 maggio 2008

Io speriamo che me la cavo

Avevo in programma di scrivere tutt'altro, ma poi ho messo gli occhi su
quest'editoriale. Qui di seguito un ampio stralcio:
Per gli egiziani, la speranza di una vita migliore sembra un miraggio. Il Paese, centro nevralgico del mondo arabo-musulmano, tra Maghreb e Mashreq, e chiave di volta delle comunicazioni tra Mediterraneo e Oceano Indiano, soffre di una crisi politica ed economica gravissima che tocca la maggioranza della popolazione. Lo sciopero è, finora, l'arma più incisiva in mano alle opposizioni, le quali però non trovano una piattaforma politica unificante e devono fare i conti con la repressione di un regime definito "moderato" (v. "amico dell'Occidente").
Corruzione, doppio o, addirittura, triplo lavoro e intenso sfruttamento del lavoro minorile, sono tutti espedienti a cui ricorre spesso la maggior parte delle famiglie egiziane, che vive in abitazioni diroccate a ridosso dei quartieri più ricchi. Molti giovani, se hanno qualche fortunato contatto, partono alla volta del Golfo, o si recano a lavorare in Israele. Molti altri si avventurano per il Mar Mediterraneo inseguendo i miraggi europei. Una famiglia di cinque persone ha bisogno di circa 100 euro al mese
(900 L.E) per mangiare. Alle spese alimentari si aggiungono l'affitto, la scuola e le lezioni private, che costano ad ogni famiglia 1,5 euro l'ora, e sono necessarie visto il basso livello qualitativo dell'istruzione in Egitto. Un medico chiede, per una visita, 8 euro circa, anche se molti si offrono di visitare gratuitamente le famiglie più povere. Il costo della vita è insostenibile se si considerano i salari della stragrande maggioranza della popolazione, che oscillano tra i 50 e i 100 euro mensili. Sono otto milioni i giovani che in Egitto sono disperatamente alla ricerca di lavoro. Dodici milioni di persone, dinanzi ai prezzi degli affitti, hanno deciso di andare a vivere nelle tombe. Molti ragazzi temono di diventar vecchi in attesa del matrimonio, visti i costi degli appartamenti e della vita.
Mutatis mutandis, non è che dalle nostre parti si stia poi meglio: che futuro ho, io, 24 anni lunedì prossimo, al secondo anno della specialistica, che mi dimeno tra uno stage e una tesi senza alcuna garanzia che il mio futuro sia decente? E non ditemi che sono esagerata: anche l'Italia è geograficamente un centro nevralgico e una chiave di volta, ma anche per me la speranza di una vita migliore è un miraggio. Provate ad aggingere un paio di zeri alle cifre egiziane. Non siamo tutti sulla stessa barca?
Ho già avuto modo, purtroppo, di constatare che l'università ci fornisce una preparazione totalmente inadeguata ad affrontare il mondo del lavoro, che i titoli e i voti contano pochissimo e che è difficile trovare perfino qualcuno che ti prenda come stagista, anche se non dovranno pagarti. E se queste sono le premesse, cosa ne sarà del mio avvenire? Al mio orizzonte vedo addensarsi strambi e non ben definiti contratti a progetto, sballottamenti da un posto all'altro e spese "fisse" (la casa, la macchina ecc.) che spero di riuscire a sostenere. Sarei anche sposata, poi, io. E vorrei potermi concedere il lusso di voler iniziare a pensare a un figlio. Eppure non ho ambizioni da donna in carriera, io, né di case da sogno e in generale di chissà quali pretese. So solo che non voglio essere una primipara attempata, né una mamma-bambolina che affida il proprio pargolo alla babysitter di turno in nome di egoistiche scalate ad una tanto mirabolante quanto vacua carriera. Né mi manca l'entusiasmo o la voglia di impegnarmi.
Nader Fergani, editore del Global Human Development Report, dichiara che "tra il Dicembre del 2007 e il Marzo del 2008, il prezzo degli alimentari è aumentato di circa il 100%". Nel 2007 il prezzo del tè egiziano Arusa (La Sposa) è aumentato del 50%, quello della farina dell' 84%, e quello delle lenticchie del 100%. Il World Food Programme delle Nazioni Unite lancia l'allarme: il 20% della popolazione, circa 14.2 milioni di persone, vive sotto il livello della povertà, con meno di 80 centesimi al giorno.
In realtà queste cifre sono state contestate da molti egiziani: la percentuale di persone che vivono in condizioni a dir poco disastrose è molto più alta.
Ci risiamo: anche qui, in questa parte di mondo giudicata desiderabile (per qualche motivo che non capirò mai) i prezzi degli alimentari lievitano incontrollati. E non si sta certo parlando di caviale&champagne, ma di pane, pasta, latte, frutta di stagione e altri generi comunemente giudicati di prima necessità. Bisognerà segnare in agenda di rivederlo 'sto concetto, e in fretta pure. E non è manco il solo.
"I giovani stanno iniziando a perdere la speranza", ha dichiarato uno psichiatra del Cairo, Muhammad al-Maidi, in un'intervista rilasciata al sito del canale panarabo Al-Jazeera: "La lealtà verso il loro Paese inizia a vacillare, non hanno alcuna garanzia su quelle che saranno le eventuali ripercussioni delle loro lotte sul loro futuro. Non sanno
se troveranno un lavoro, se riusciranno a sopravvivere, o a guadagnare qualcosa che dia loro la possibilità di sposarsi e acquistare un appartamento".
I militanti anonimi che hanno organizzato la manifestazione del 4 maggio servendosi di internet avrebbero desiderato che le urla disperate degli egiziani ridotti sul lastrico si propagassero per le strade cairote "a ritmo di blues", per "festeggiare" l'ottantesimo compleanno del presidente Muhammad Hosni Mubarak, ormai al potere da 27 anni. Ma gli oscuri artefici hanno tenuto conto del timore della gente ad avventurarsi per le strade gremite di poliziotti in tenuta antisommossa. S'è optato quindi per lo sciopero senza piazza. "Khalliki bil-Bet". Restate a casa, non andate a lavorare oggi, svuotate le strade: questo è stato lo slogan lanciato dagli organizzatori e
dall'organizzazione islamista moderata egiziana dei Fratelli Musulmani, unico autentico movimento di massa del Paese, rimasta fuori dall'iniziativa del 6 aprile, ma che ha poi, alla fine, deciso di aderire a quella del 4 maggio.
Tuttavia, la partecipazione è stata bassa. Le strade dell'immensa Cairo, il 4 maggio, erano follemente in preda al traffico e al rumore come sempre, deludendo gli artefici dell'iniziativa. Forse gli orrori della manifestazione del 6 aprile hanno sconvolto il pubblico, riducendolo nuovamente al silenzio più cupo.
Fa male leggere certe cose, vedersele confermate davanti ai propri occhi e persino al telefono.
E mi domando come sarebbero gli egiziani se non fossero costretti a lavorare anche di notte. Avrebbero ancora quello spirito appagato? Si abbandonerebbero comunque a quella loro placida e celeste serenità?
E si tenga conto che noi, almeno, possiamo lamentarci a voce alta.
Non troppo tempo fa qualcuno mi disse che gli egiziani guadagnano più che altro dalle mance: non mi è ancora ben chiaro se gli egiziani sono come sono a causa delle mance o in conseguenza di esse. Ma, poco importa, mi piacciono così come sono e anzi, introdurrei la consuetudine della mancia a ogni pié sospinto se servisse a migliorare i miei connazionali anche solo di un sorriso in più.
E dispiace dopo tutto questo, realizzare che non si sta parlando di una realtà poi così lontana dalla nostra: se avessimo la stessa densità abitativa del Cairo, con buone probabilità andremmo a vivere anche noi tra una tomba e l'altra. E' che siamo piuttosto frustrati anche qui e se le cose non migliorano, staremo anche peggio.
A ben guardare, noi stiamo peggio: non abbiamo quella fede di ferro che infonde speranza, non ci sogneremmo mai di dire una parola buona al mendicante del semaforo né penseremmo mai di liberarci di quell'invidia sorda e strisciante che non ci fa mai sentir paghi di quel che abbiamo.

07 aprile 2008

Viandanti

Campionatura di questioni semi-serie motivo di visita di questo blog

  • guardare l'Oriente con occhi di Occidente (=etnocentrismo)
  • vestiti delle donne dell'Islam (meravigliosi..)
  • donne italiane piacciono a uomini arabi (a chi non piacciono le donne italiane?!?)
  • integrazione si integrazione no multiculturalismo (in questa terra dei cachi è tutto impossibile)
  • ragazze taglia 6 (se si continuerà a comprimere le taglie di questo passo...)
  • tableau matrimonio esempio (come logo i due pupazzetti della sidebar e tante coloratissime immagini ritagliate da un vecchio calendario su papiro)
  • la schiavitù di oggi (troppa e troppo vicino a noi, sebbene ci si ostini a pensare che ce la siamo buttata alle spalle)
  • Amr Diab (osad aeni fi koll makan)
  • diversità della donna musulmana dalla donna occidentale (tantissima, fortunatamente per la donna musulmana)
  • aladino istruzioni (prepararsi 3 desideri e poi strofinare bene)
  • matrimonio orfi a sharm el sheikh (non ti conviene)
  • democrazia di Dio (un gran libro)
  • hijab (il velo islamico)
  • le donne russe a hurgada aladin (parecchie e parecchio nude)
  • la vita ritrovata (grazie a Dio)
  • bisogni indotti (troppi e tutti maledettamente futili)
  • amanti egiziani (mi basta il marito)
  • sposare un arabo (=sposare un uomo)
  • andare oltre le apparenze (lodevole, ma per molti impossibile)

06 aprile 2008

Catarsi

I am a simple man
so I sing a simple song
never been so much in love
and never hurt so bad
at the same time.
I am a simple man
and I play a simple tune
I wish that I could see you once again
across the room like the first time....
"Simple Man, Graham Nash"
Qualche giorno fa, mettendo gli occhi su quest'articolo ho appreso della mostra fotografica "Life before death" in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road. Si tratta delle foto di Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che -pare- per esorcizzare la paura della morte ha messo a punto una serie di

48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso.
Un lavoro, quindi, che consisteva nel recarsi nei centri di assistenza per malati terminali a fotografarne gli ospiti consenzienti per poi essere richiamati a intrappolarne l'immagine della salma nelle macchine fotografiche.
Il fotografo e la giornalista che ha curato le brevi note biografiche ammettono:

"La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com'era, steso nel suo letto".
Ma poi viene aggiunto:

Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto.

Devono essersi corazzati, insomma, i due. E uso corazzati per non dire abituati o peggio, assuefatti.
Io mi immagino i parenti del malato terminale consenziente...me li immagino pure loro consenzienti, per forza o buona voglia, che incontrano questo fotografo e poi lo salutano, sapendo che lo rivedranno di nuovo, per forza o buona voglia forse in preda al riso isterico, o al pianto disperato, all'imbarazzante stato di silenzio arido, o al non meno gravoso stato di apparente atarassìa o a tutto questo mischiato o alternato.

Forse sono io che non riesco ad instaurare un rapporto sano con la morte, ma questa iniziativa mi turba e basta: il link all'articolo è corredato dalle immagini della mostra che ovviamente io ho scelto di non guardare. Eppure nell'articolo viene specificato che tra i visitatori ci sono state parecchie famiglie con bambini.... Forse sbaglio, ma è una mia scelta. E forse sbaglio anche a cancellare tutto il lungo pezzo di post che avevo scritto per parlare della morte dal mio punto di vista.

E' che la morte mi spaventa di quella viscida paura irrazionale, imprecisata e infondata che è la stessa che spaventa la maggior parte dei cristiani d'Occidente. Di quest'Occidente frenetico che veste a festa i morti per esporli alle visite di cortesia dei conoscenti e li sistema in tombe che sembrano case, ma zeppe di fiori appassiti e lumini consumati dalla dimenticanza.
Mi chiedo quando impareremo a guardare alla morte con rispetto, ad essere consapevoli che può coglierci in qualsiasi momento senza guardarci in faccia, senza indagare sulla nostra voglia di morire o di trattenerci quaggiù, o sulla nostra età e sul nostro stato di salute. E' gia un po' che ho smesso di trovare sollievo della morte di qualcuno appigliandomi all'età avanzata e a quel risibile "ha fatto la vita sua".
E non posso fare a meno di ripensare a quel cimitero di Alessandria a pochi passi dal suq brulicante di vita in cui ho visto l'attimo in cui dall'ambulanza si prelevava la salma avvolta in un lenzuolo bianco per essere deposta nella tomba. Non ho visto vestiti eleganti, né dovizia di fiori che appassiscono insieme al ricordo di quell'anima, ma gente composta che pensava a pregare.

Poi leggo la conclusione dell'articolo:


Più difficili da accettare sono le foto "prima e dopo" di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c'era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: "Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?". E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di "un disegno tanto assurdo". Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto "prima" il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella "dopo" sembra una bellissima bambola di porcellana.

Mi colpiscono le parole di questa donna: è una madre che, di fronte al dolore immane di vedersi strappare la vita della sua piccola, chiede a Dio (il suo, come viene scritto nell'articolo, ma tanto sta' tranquillo ché è lo stesso mio e pure lo stesso tuo) di farle comprendere l'accaduto. Ho visto una madre egiziana parlare del neonato che aveva perso a pochi giorni dal parto, con un sorriso composto e pieno di speranza. Sai, ho un figlio in paradiso. E non era arrabbiata né con Dio, né col mondo. L'ha ringraziato, Dio, per essersi ripreso quella creatura innocente che proveniva da Lui, e a Lui ha fatto ritorno senza aver avuto il tempo di commettere colpe. Eppure da cristiana avrei dovuto strapparmi i capelli pensando che non ha ricevuto il battesimo; invece mi sono lasciata pervadere da quella serenità e mi sono messa anch'io a pensare che suo figlio è un angelo.
Ecco, sì. Forse per liberarci dalla paura della morte dovremmo iniziare a pensare all'anima più che al corpo.

30 marzo 2008

Pablo Trincia, "I demoni dell'Islam"

Faccio eco alla segnalazione di Sherif riportando integralmente le sensatissime considerazioni di Pablo Trincia circa la conversione di Magdi Allam al cattolicesimo. Opinioni non meno sensate e condivisibili sono reperibili qui.
Tutti avranno letto e sentito una delle principali notizie degli ultimi giorni: la conversione al cattolicesimo del giornalista Magdi Allam al cospetto di Papa Ratzinger. Premetto che di quello che fa Magdi Allam non mi importa nulla. Non mi importa nulla nemmeno della fede che sceglie di abbracciare – ognuno è libero di fare ciò che vuole e una scelta religiosa è una cosa su cui nessuno deve permettersi di dare giudizi.
Ma ci sono un paio di cose che non mi sono andate giù. A cominciare dalla scelta del signor Allam di farsi battezzare nientemeno che dal Papa (la cosa aveva uno spiacevole retrogusto di evento vip), e della prevedibile pubblicità che la cosa ha scatenato. Per non parlare delle sulle sue apparizioni in tv, e dello sventagliare la cosa ai quattro venti, trasformando una conversione personale e intima in un atto pubblico, politico e provocatorio.
Quando leggo che il signor Allam va in giro a dire cose del tipo: “la radice del male è insita nell’Islam”, sostenendo che la sua anima di ex musulmano si è liberata “dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza prevalgono sull’amore e sul rispetto della persona”, mi vengono i brividi [...anche a me. Questa ed altre affermazioni, unitamente al link al testo completo sono reperibili qui ].
Uno capace di dire cose del genere mi fa paura, per certi versi quasi quanto gli stessi fondamentalisti islamici contro cui si scaglia. Perché quelli inveiscono dagli scantinati o dalle caverne di Medio Oriente, Iraq, Afghanistan o Indonesia, con la maggior parte del mondo che li guarda con disprezzo. Il signor Allam invece lo fa dall’alto della stampa e dell’editoria italiana, con molta gente lo legge.
Sia ben chiaro, io odio profondamente il radicalismo islamico - anche per motivi personali - visto che mi ha ucciso un parente molto stretto. Ma non per questo giudico l’Islam una religione violenta o intrisa di male e odio. Chi si è macchiato di questo e di altri crimini è un assassino che con la religione non ha nulla a che vedere (così come lo sfarzo e la ricchezza ostentata oggi dal Vaticano non ha nulla a che vedere con i valori e gli insegnamenti dei suoi santi, dei suoi missionari e dei suoi preti di periferia).
Sull'Islam avevo dei pregiudizi anch’io, da ragazzo. Ma poi ho viaggiato per il mondo e ho incontrato centinaia, migliaia di musulmani. Conoscere persone e condividere anche brevi momenti di vita con loro ti apre la testa, spazza via gli stupidi pregiudizi che avevi. Infatti ho cambiato idea.
Sono stato in diversi paesi islamici, o con una cultura moderatamente islamica: Pakistan, Yemen, Marocco, Senegal, Mali, Kazakhstan, Uzbekistan, Tanzania, alcune regioni della Nigeria e del Kenya, Kosovo. Ho conosciuto tante persone liberali e qualcuno con idee un po’ estremiste. Ma non ho mai avuto alcun tipo di problema. Nessuno mi ha mai minacciato, né intimidito. Sono sempre stato trattato con grande rispetto e ospitalità, pur ammettendo apertamente di non essere musulmano. Nessuno mi ha mai nemmeno chiesto di convertirmi all’Islam. A differenza di quanto qualcuno insinua, alla stragrande maggioranza dei musulmani nel mondo non frega nulla di quello che facciamo noi in Occidente.
Detto ciò, i fondamentalisti ci sono eccome. E uccidono. Dall’Algeria alla Palestina, passando per Londra, Mogadiscio, Kabul e Dacca, fino a Jakarta. Nessuno dimentica quello che è accaduto negli Usa, a Madrid, a Bali, nel Regno Unito, né quello che accade quotidianamente a Baghdad e dintorni.
Tuttavia, nonostante le notizie che ci passa il circuito mediatico, stiamo parlando di un numero infinitamente ristretto di persone, rispetto alla popolazione musulmana nel mondo. Gli “altri” musulmani, quelli di cui non si parla (forse perché non si fanno saltare in aria in mezzo a un mercato, ma ci vanno semplicemente a fare la spesa) sono persone di tutt’altra pasta. Eppure in Occidente c’è gente che fomenta odio, razzismo e pregiudizio, con vaneggiamenti su guerre di religione e scontri di civiltà.
George W. Bush, che è un “Born again Christian”, ha fatto bombardare l’Iraq, inventandosi dal nulla una guerra che ha ucciso e continua a uccidere decine di migliaia di persone innocenti. Per quanto mi riguarda, è un criminale di guerra. Eppure nessuno (giustamente) sostiene che il cristianesimo sia una religione violenta.
Per l’Islam non è così. Lo associamo sempre a quello: violenza contro le donne (che però raggiunge picchi consistenti anche nella cristianissima America Latina), terrorismo, uomini-kamikaze e tanti altri clichè. Non pensiamo nemmeno per un momento che tutti questi fenomeni siano legati a tantissimi altri fattori storici e culturali. No. E’ colpa dell’Islam. Non voglio difenderlo, sia chiaro. Ma non sono affatto d’accordo con chi lo demonizza. Perché sono convinto che le altre culture andrebbero
conosciute, non criticate.

23 marzo 2008

Pasqua, Perugia e la "dompietà"



Ieri sera, forse condotto fino a me dal vento che flagellava Perugia senza pietà, mentre lavavo i piatti, mi è sembrato di ascoltare qualcosa di remoto e primordiale, il suono di un canto che mai avrei pensato di poter sentire in quel luogo.
Ci sarebbe da scriverci almeno un centinaio di post, sul mio rapporto con Perugia. Mi chiedo come ho fatto a non scriverne mai, e chissà, forse questo è il primo passo. Passo giorni interi senza sentire le campane e quando le sento sono troppo distanti, o troppo fioche e comunque mai neppur vagamente prossime all'idea di campane che alberga nella mia memoria: in 5 anni ho visto un solo, fugace funerale e ho imparato che devo uscire fuori città per imbattermi in un cimitero.
Insomma, mai avrei immaginato di sentirlo lì quel canto, dicevo. D'istinto mi precipito sul balcone. Silenzio. Che brutti scherzi, gioca la malinconia, mi dico. E torno ai miei piatti.

Tempo un paio di secondi e sono di nuovo sul balcone: Sono stato, io l'ingrato....Gesù mio, perdon, pietà, gridava un altoparlante e l'ho sussurrato anch'io, d'istinto, meccanicamente, senza emettere voce, come si fa con una vecchia, dolce nenia.

Non mi sbagliavo: la mente inizia a correre all'indietro fino a quando ero bambina e c'ero anch'io col mio piccolo flambeau rosso ad affollare le strade del centro storico del mio paese. Ci volevano ore per completare il giro attraverso i vicoletti stretti e scoscesi di epoca medievale. Ricordo che vedevo passare gruppi di vecchine consunte dall'età che imbracciavano grossi ceri, inclinandoli lateralmente verso l'esterno, alla nostra altezza...grosse lacrime di cera fusa precipitavano fino a terra incrostando le strade e noi bambini dovevamo badare a non farci andare a fuoco i capelli...
La fiumana di gente era di proporzioni tali che ogni gruppetto di persone aveva qualcuno che pilotava il canto, rilanciandolo quando le voci si affievolivano: roba che in un punto si cantava, cadenzando, "sono stato..."e da un altro, dieci metri più avanti risuonava l'eco di "perdon, pietà...". Per anni mi sono chiesta cosa fosse la dompietà, perché io cantavo "Gesù mio per dompietà...."
E poi i sontuosi drappi rossi ai balconi, i lumini alle finestre... e il colpo d'occhio, dominato dalle fiammelle dei grossi ceri che ardevano pazientemente per tutta la sera, l'enorme statua di Gesù morto e quella della Madonna Addolorata, ammantata di nero, col cuore trafitto di spade...
e nell'aria, l'odore acre della cera bruciata.
Proprio mentre scrivo hanno sciolto le campane, finalmente qui giù a casa le sento, è Pasqua, la luce ha vinto sulle tenebre e io, augurando a tutti una serena e gioiosa Pasqua, spero che arrivi la luce a chi la sta cercando.

14 marzo 2008

Certe albe

Nell' immagine, l'opera di Rafa Al-Nasiri tratta dal blog di Layla Anwar
Certe albe ti cambiano la vita. Così, semplicemente. Eppure quando l'hai sentito te l'avevano già raccontato, te l'avevano già descritto. Ma non potevi immaginartelo che fosse proprio così, che avesse il potere di scuoterti così profondamente. Ma no, proprio non potevi. E' come raccontare l'odore del mare a chi non l'ha mai visto.

E d'un tratto le lacrime che ti salgono fino agli occhi, viaggiando sullo stesso sentiero dei brividi, ti mostrano quant'è naturale la vita e quante meraviglie hai rischiato di non vedere. Com'hai fatto a non accorgertene prima?

.I love the call to prayer. It pierces the leftovers of the night's obscurity, signaling a new dawn, a new day, another cycle to complete...
e anche gli avanzi metaforici, quelli della notte dell'anima, che tutt'un tratto scopri di avere dentro.

E lo scopri alle 5 del mattino, di un mattino che proprio non potevi immaginarti. Di quel mattino che hai aderito alla chiamata a sospendere la tua attività contingente e lo fai rispondendo quasi ad un istinto primordiale che non si arrende allo sciocco vizio del questo è per te e questo non può esserlo. Quel canto e quel richiamo erano anche e soprattutto per te, che certe cose non saresti mai arrivata a capirle, da sola. Erano per te, anche se ti suonavano incomprensibili.

Poi impari ad aspettarlo e a riconoscerlo, quel canto. Ad assaporarne l'eco che rimbalzando da un minareto all'altro, va a conficcartisi al centro del cuore e tu per un attimo, lungo e intenso, cerchi di intrappolartelo lì per poterlo rivivere sempre.

Quanto li vorresti, quel canto e quel richiamo, quando fuori della tua finestra il rumore del traffico sembra essere la cosa più sensata e le campane un lontano sussurro... quando la mattina apri gli occhi obbedendo ai riti striduli e pagani della sveglia....quando alla sera le parole che conosci non ti sembrano abbastanza utili per soddisfare la tua voglia di pregare...
Eppure la vita è così naturale, alif, dal, mim...

26 febbraio 2008

In piazza s'impara!


Ugo Carrega, La torre di Babele, tratto da qui



[...]Se si dice che in piazza, ogni domenica mattina, arriva tutto il mondo, non si esagera affatto. Arriva l’arabo che impara il romeno perchè ha i compagni di lavoro che vengono da là, arriva il ragazzo cinese per apprendere la lingua dei suoi genitori perchè lui è nato in Italia o il cinese che viene dal Sud della Cina e che del mandarino non sa neanche una parola. In piazza poi, arrivano marocchini, algerini, egiziani per imparare o migliorare l’italiano che serve a svolgere meglio il loro lavoro o far fronte alle esigenze della vita quotidiana.

Arriva anche chi vuole andare in vacanza in un paese arabo. In una sorta di Babele, le lingue e le culture si mischiano e si confrontano. L’occasione è importante anche per stare insieme e per imparare cose nuove divertendosi. E se fa un pò freddo, niente paura, ci sono le ragazze di The Gate che offrono agli «studenti» calde coperte e the alla menta.

Fino ad aprile, tutte le domeniche, dalle 10.30 alle 12, nel luogo in cui in settimana ferve il mercato più grande d’Europa, è la lingua a diventare merce di scambio. [...] Leggi l'articolo completo