Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

26 novembre 2007

Oltre l'ossessione della taglia





Così comincia l'articolo di Deborah Bonetti pubblicato sul sito de Il Corriere il 23 novembre:

LONDRA – Dieci anni fa Diana era considerata una delle più belle donne del pianeta. Oggi il suo splendido fisico troverebbe di che vestirsi solo fra le taglie comode. [...] Oggi, la “taglia target” è la 38 e in soli 10 anni l'ideale femminile sembra aver rinnegato ogni accenno di burrosità, preferendo donne esangui con il corpo da ragazzi adolescenti o meglio, come scrive in modo pungente il Times: «uomini con i seni». [...]
Qui di seguito alcuni passi salienti dell'articolo del Times, "The Body Of Evidence" di Stefanie Marsh:

[...]Here is the Princess in a swimsuit in July 1997, athletic, womanly, the absolute picture of female pulchritude and sexuality, the remnants of two pregnancies still lightly garlanded about her waist. Yesterday five of her lovers were named in the paper. And honestly, is there a man alive who would have kicked her out of bed? [...]
Ten years on and who have we got as our female pin-ups? Whose world-famous limbs do women have in mind when they come home despondent from Gap, having failed yet again to squeeze into a pair of skinny jeans? Well, lately, it seems as if the entire female population has accidentally slipped into some sort of gigantic communal
form of gender dysmorphia, because the women we have decided that we admire most in the world don’t seem to be women at all. From the back, at least, you could
mistake most of them for teenage boys. [...]



[...]These martyrs to weight-loss hate curves. [...] Are they women at all, I sometimes ask myself, peering more closely at my copy of Grazia. Will there come a day when it will be revealed to the world that this is a huge practical joke? Will the world’s most supposedly enviable women turn out to be escapees from a Pat Pong transsexual club?
[...] Something about her in that swimsuit is too vital for our modern tastes. We like our women lifeless these days. Sensuality makes us recoil. I think it was Tom Wolfe who originally used the term “boys with breasts”. This was in 1998, in his novel A Man in Full, in which the main character, a property dealer, leaves his wife for one of these self-assembled creatures. In the 1990s the “boy with breasts” was still a comic device. But, in 2007, would any of our humourless size6 pin-ups understand the joke?


Secondo me no, non lo avrebbero capito. Comunque, l'eleganza e la bellezza dipendono dalla taglia? O dalla moda? Ed è la moda a imporre la taglia, o il buon gusto personale?


Mi vanno gli occhi su questo post tratto dal blog di Elle:


Think Big
La domanda è cattivella. Esiste un’eleganza oltre la 42? Boh, sì, no, forse. Certo, il prêt-à-porter e l’Alta moda sono fatti su misura per cloni di Audrey Hepburn, Jackie O’ e, senza andare troppo lontano, Kate Moss e Agyness Deyn, l’ultima modellina d’Oltremanica. Però è anche vero che quello che si vede per strada, anche su ragazzette ultraskinny, non è sempre impeccabile. Diciamo la verità, quelle che possono realmente contare su un allure chic sono proprio poche. L’abbinata stivali anni Ottanta di pelle bianca e jeans strettissimi (anche se sono Acne o Chip Monday) richiede una figurina slanciata e flessuosa tratteggiata col rapido. Il caschetto di capelli candeggiati tipo putto rinascimentale passato nella centrifuga (quello che si vede alle serate indie di Milano, Londra o New York) sta bene solo a pochissimi musini da cammeo (o a facce di carattere magari con un naso importante); le altre, sconfinano nel ridicolo. Le micro skirt a pieghe da college girl un po’ birichina donano alle ragazzine e basta, senza possibilità di replica. Oltre i 25 anni (a maggior ragione se con gambe toniche ma non sottilissime) sono da evitare. Le felpe avantgarde di Bernhard Willhelm con teschi stampati tipo urlo di Munch, su signorine con seno oltre la seconda, gridano vendetta. Insomma, uno può essere fashionista fin che vuole, eppure essere ben lontano dall’eleganza. Perché alla fine conta sempre la stessa cosa.
Il senso della misura e la consapevolezza di sé. Allora sì, ci sono anche ragazze (o donne) formose eppure scicchissime. Dipende da come camminano, da come si muovono, da come vestono il proprio corpo. Da quanto si piacciono. L’allure, il fascino, lo stile sono sempre questioni di testa, non di taglia.

E poi, sbirciando tra i commenti, trovo quello di Viviana :
Care ragazze Elle, sono una che è nata in Sudamerica, ma vive come cittadina italiana da ben 23 anni nel Bel Paese. Una volta, quando venivo per le vacanze a trovare nonna e parenti di papà, le donne mi sembravano molto eleganti e carine. Sì, avete capito bene: ho usato un verbo al passato. Purtroppo, a 43 anni ben portati (parola della mia estetista che dà la “colpa” al clima argentino…meno male!!), devo dirvi che la cosa è cambiata. Molto. Voi mi direte: “e questa da dove salta fuori?”. Ma da quello che vedo per strada, in palestra (faccio nuoto da quando avevo tre anni), in spiaggia, al supermercato…., ecc, ecc. Scusate, ma perchè tutte si vestono uguale? I soliti jeans a vita bassa che stanno malissimo e che, sinceramente, fanno vedere troppa carne in abbondanza. Reggiseni push up che si riconoscono a due chilometri di distanza (il seno ai lati è schiacciato), magliette corte da far paura (solita ciccia che deborda), perizoma che vedo a “signore” che potrebbero essere mia mamma!!! Devo dire che lo spogliatoio della palestra dovrebbe chiamarsi il “Museo degli Orrori”: Donne che saltano per infilarsi un jeans che sembra fatto di silicone, vista la capacità elastica di quel poveretto (il jeans), trucchi ispirati dal Museo delle Cere (siamo all’ora di pausa pranzo…) Non so cosa si metteranno in faccia la sera! Non ci tengo proprio a farmi la benchè minima idea! Per non parlare dell’argomento”spiaggia”. Ma perchè una “in carne” e di una certa età deve mettersi in mostra con un bikini ascellare, andare in giro per la sabbia con i tacchi…, sembrare la Bibbia di Gutemberg (per l’incartapecorimento della pelle), ecc, ecc.? Perchè una “signora” deve per forza farci vedere la cellulite, mettersi con il lettino sul bagnasciuga e fare bella mostra delle sue mammelle…Per non parlare dei seni rifatti che sembrano palle da bowling, labbra di gomma, gambe al vento con minigonne della serie “anch’io me le metto!!!” Tutto questo, ed è solo un assaggino, per sembrare ventenni o chissà cosa…Sabato ho visto una giovane mamma con il suo bambino in COSTUME INTEROOOOO!!!!! Era la più bella di quel brutto spettacolo. Con il suo bambino a chiamarla “mamma”, e lei orgogliosa di questo. Elegantissima e splendida!!! Ma perchè siete tutte (o quasi) diventate così?. Mio marito dice che ormai non si scandalizza più di niente. Poi si gira e timidamente mi dice: “lo sai che sei bellissima senza un filo di trucco Non c’è verso: le argentine sono il meglio!” Io lo guardo orgogliosa, mentre un flash ripercorre i lineamenti di quelle nate laggiù, dove qualcuno un giorno mi chiese se da noi esistevano gli assorbenti intimi… Sì, quelli ci sono, ma la cosa più importante è che le donne sanno ancora cos’è la dignità.

Rimango colpita da quello che Viviana evoca soltanto, ma che sento forte dentro di me: quelle bellissime immagini di donne solari, colorate e gioiose del sud del mondo che danzano tra i miei ricordi nella loro composta eleganza...

19 novembre 2007

G2 e la praticabilità della terza via





Quella nell'immagine è la copertina dell'ultimo libro di Randa Ghazy, ventenne musulmana nata a Saronno da genitori egiziani. Randa studia Relazioni Internazionali all'università e ha già pubblicato “Sognando Palestina” (2002) e “Prova a sanguinare” (2005).

Nel suo nuovo libro

la giovanissima scrittrice racconta la storia di Jasmine, che
vive a Milano tra contraddizioni e luoghi comuni, scatti di rabbia e
perplessità, in una continua e conflittuale ricerca della propria identità. È
ciò che succede anche nella realtà a centinaia di ragazzi/e nati in Italia e qui
residenti mentre dentro di loro scorre, da sempre, un’esistenza interiore
parallela, se non un groviglio di tradizioni, di valori, di culture. Vite
normali come quelle di tutti, ma in bilico tra le comuni abitudini dei propri
coetanei e la consapevolezza di un’altra innegabile appartenenza. Storie
apparentemente semplici, già di per sé complicate per il fatto di essere
attraversate dall’età della giovinezza. E giornate che si svolgono tra casa
scuola, negozi, discoteche, ma che oltre – almeno nel pensiero – si nutrono
anche dell’eco di Paesi lontani, di altri suoni, odori, sapori. Così la
Generazione 2 si dibatte nei vicoli dell’integrazione, cercando a volte vie
d’uscita, altre volte, anzi più spesso, la strada migliore. [...]
Alcuni non ce la fanno, perdono la rotta, e lo smarrimento
diventa presto fanatismo ed estremismo, come spiega l’autrice a proposito del
“timore di perdere le proprie radici e identità”: «È un chiudersi in se stessi
motivato dalla paura e dall’ostilità e ricercano nelle tradizioni le sicurezze
che non hanno dall’esterno». Randa, al contrario, sembra aver trovato il suo
equilibrio, confessando di “vedere le cose in modo laico”; pur condividendo con
gli italiani la quotidianità, la lingua, la residenza, lei conosce e rispetta
anche le sue origini arabe, che difende dalle offese gratuite e dalle opinioni
facili. «Siamo milioni di persone nel mondo – dice – e le differenze tra
comunità sono enormi, perciò è sbagliato mostrare solo una faccia dell’Islam,
tra l’altro quella peggiore». D’altronde, è proprio lei che, in un suo articolo
del 14 dicembre 2006 sulla Legge Bossi-Fini e le dignità negate “degli immigrati
di seconda generazione, nuova preziosissima risorsa, ponte tra la clandestinità
e la stabilità, tra lo straniero e l’italiano, tra il passato e il presente”, si
autodefinisce «pseudo-italiana, pseudo-egiziana, ibrido non meglio identificato
che prima di accettare ognuna delle sue identità ha provato a conoscerle,
immergendosi nei due diversi mondi e imparando ad accettarne gli aspetti, le
sfumature migliori, e a levigarne i peggiori difetti». Sostenitrice di una
“società interculturale, e non multiculturale”, Randa Ghazy è convinta che il
motore sia soprattutto la conoscenza, non tanto la tolleranza.[...]

Randa Ghazy non è che una delle voci letterarie della G2: ci sono altri nomi, infatti, che meritano attenzione. Nell'articolo in questione se ne citano due:
Ahmed Djouder, nato in Francia nel 1973 da genitori algerini ed autore di "Disintegrati. Storia corale di una generazione di immigrati" e Faiza Guène, autrice di "Kif Kif domani".
Ripromettendomi di scovare altre voci della letteratura G2, ché il panorama si presenta ampio e variegato, mi limito a riflettere sui due nomi citati nell'articolo.
Da questo sito, al quale pervengo via Google, riporto un brano di Faiza Guène:

Mia madre si era immaginata che la Francia fosse come nei film in bianco e nero
degli anni Sessanta. Quelli con l'attore figo che racconta un sacco di scemenze
alla sua donna, tenendo fissa la sigaretta in bocca. Lei e sua cugina Bouchra
erano riuscite a captare i canali francesi grazie a un'antenna rudimentale fatta
con una pentola d'acciaio per il cuscus. Così, quando è arrivata con mio padre a
Livry-Gargan nel febbraio del 1984, ha pensato che avevano scambiato nave e
sbagliato paese. Mi ha detto che, appena arrivata in quel minuscolo bilocale,
per prima cosa ha vomitato. Non ho mai capito se fosse l'effetto del mal di mare
o un presagio del suo futuro in questo paese.
“L'ultima volta che siamo
tornate in Marocco ero smarrita e sconvolta. Ricordo le vecchie donne tatuate
che venivano a sedersi di fianco alla mamma durante i matrimoni, i battesimi e
le circoncisioni. “Sai, Yasmina, tua figlia sta diventando donna e bisognerebbe
che tu cominciassi a pensare di trovarle un ragazzo di buona famiglia. Conosci
Rachid? Quel giovane saldatore...”
Che stronze! Lo conosco quello lì. Quando
parlano di lui, dicono tutti "quell'asino di Rachid". Anche i bambini di sei
anni gli fanno gli scherzi e lo sfottono. E poi gli mancano quattro denti, non
sa leggere, è strabico e puzza di piscio. Laggiù, basta avere due piccole
escrescenze sul petto al posto dei seni, basta che sai tacere quando te lo
chiedono e che sai cuocere il pane, ed è fatta, sei pronta . per il matrimonio.
Comunque, adesso non credo che torneremo mai più in Marocco. Intanto non abbiamo
i soldi, e mia madre dice che per lei sarebbe un'umiliazione troppo grande.
Tutti la segnerebbero a dito. È convinta che quello che è successo sia solo
colpa sua. Io invece credo che i responsabili in tutta questa storia siano due:
mio padre e il destino.
Il futuro ci preoccupa, anche se non dovrebbe,
perché forse in fondo non ne abbiamo uno. Potremmo morire fra dieci giorni,
domani, o fra un momento, ora, ecco fatto. È quel genere di roba che non si
prevede. Non c'è preavviso, e non puoi rinviare. Non come le bollette della luce
scadute. […]
Quando ero piccola e la mamma mi portava ai giardinetti,
nessuno voleva giocare con me. Li chiamavo "i giardinetti dei francesi" perché
si trovavano in mezzo ai villini abitati quasi esclusivamente da famiglie di
qui. Una volta stavano facendo un girotondo e si sono rifiutati di darmi la mano
perché era il giorno dopo l'Aid, la festa del montone, e la mamma mi aveva messo
dell'henné sul palmo della mano destra. Quelle piccole facce da schiaffi
credevano che mi fossi sporcata.
Non avevano capito mente della commistione
sociale e dell'incrocio delle culture. Bisogna dire che non è del tutto colpa
loro. C'è comunque una netta divisione fra il Quartiere Paradiso in cui abito io
e la zona dei villini Rousseau. Immensi reticolati che sanno di ruggine tanto
sono vecchi, e un muro di pietra che corre per il lungo. Peggio della linea
Maginot o del Muro di Berlino. Sul nostro lato c'è di tutto, disegni e manifesti
di concerti o serate orientali, graffiti che celebrano Saddam Hussein o Che
Guevara, testimonianze scritte di patriottismo tipo "Viva la Tunisia" o "Senegal
è bello", e perfino frasi riprese da canzoni rap che hanno un vago sapore
filosofico. Ma io, ciò che preferisco su quel muro, è un vecchio disegno che
sopravvive da tempo, molto prima che venisse di moda il rap o che scoppiasse la
guerra in Iraq. Raffigura un angelo ammanettato con una croce rossa sulla bocca.
[…]
Siccome la mamma è in vacanza fino alla settimana prossima, abbiamo
deciso di andare a farci un giro insieme a Parigi. Era la prima volta che vedeva
la Tour Eiffel dal vero, anche se abita a mezz'ora di treno da vent'anni. Se no,
è sempre stato soltanto alla tele, nel tg delle tredici, il giorno dopo il
Capodanno, quando è tutta illuminata e la folla festeggia ai suoi piedi, tutti
ballano, s'abbracciano e si ubriacano. Comunque, era davvero impressionata.
“Secondo me è due, tre volte più grande del nostro stabile, non pensi?”
Le ho risposto che era sicuramente come diceva, tranne che il nostro stabile
e l'intero quartiere suscitano molto meno interesse nei turisti. Non ci sono
orde di giapponesi con macchina fotografica sotto le torri del quartiere. A
interessarsene sono solo dei giornalisti esaltati con i loro schifosi reportage
sulla violenza nelle periferie.
La mamma sarebbe tranquillamente rimasta a
guardarla per delle ore. Io la trovo bruttina, ma è vero che incute soggezione,
perché è proprio imponente la Tour Eiffel. Mi sarebbe tanto piaciuto salire
sugli ascensori rossi e gialli, tipo ketchup-maionese, ma costava troppo. E poi
avremmo dovuto fare la coda con dei tedeschi, dei giapponesi, degli inglesi e un
mucchio di altri turisti che non hanno paura del vuoto e tantomeno sono
spaventati di spendere.
[Ma alla fine si apre una finestra……]
Non
importa se non ho più un padre, perché ce n'è tanti che non hanno più un padre.
In più io ho una madre...
Che sta sempre meglio. È libera, colta (più o
meno) e non ha neanche dovuto ricorrere a una terapia per venirne fuori. Le
manca solo l'abbonamento a "Elle" per essere una donna realizzata. Cosa posso
volere di più? Pensate che potrei rispondere "niente"? Invece no, mi mancano
ancora un sacco di cose. Qui c'è ancora molto da cambiare... Ecco, mi viene
un'idea. Perché non danni alla politica? "Da parrucchiera a presidente il passo
è breve." È una frase che ti rimane in testa. Dovrei inventarne di più così, un
po' come le citazioni che si leggono nel sussidiario, tipo quel fesso di
Napoleone che dice: “Ogni popolo conquistato ha bisogno di una rivolta”.
Io
guiderò la rivolta del Quartiere Paradiso. I giornali titoleranno: "Doria
infiamma il quartiere", o "La pasionaria delle periferie dà fuoco alle polveri".
Ma non sarà una rivolta violenta come nel film L'odio, dove non finisce proprio
bene. Sarà una rivolta intelligente, senza alcuna violenza, dove ci si ribellerà
per essere riconosciuti, tutti. Non ci sono solo il rap e il calcio nella vita.
Come Rimbaud, porteremo dentro di noi "il singhiozzo degli Infami, il clamore
dei Maledetti" […].
Un brano di Ahmed Djouder è invece reperibile qui. Di seguito uno stralcio:

[...]Se li aveste amati meglio, avrebbero fatto più
attenzione alle vostre riviste, alle vostre trasmissioni radio, a Françoise
Dolto, avrebbero imparato a scrivere meglio, a leggere meglio, avrebbero capito
che nella vita non c'è niente che non sia articolato, complesso, multiforme;
sarebbero usciti un po' dalla loro visione etnocentrica. E questo sarebbe
bastato a ridurre i danni. Quanto a voi, se li aveste conosciuti, forse sareste
riusciti a diventare un po' meno lassisti. Noi figlie di immigrati subiamo in
pieno lo scarto fra culture. Da un lato le vostre figlie, le nostre compagne di
classe, le francesi, possono uscire con i ragazzi, e dall'altro i nostri
genitori che ci mettono in guardia e ci impediscono di avere anche il minimo
rapporto d'amicizia con i maschi.[...]

Limitandomi a questi due frammenti e all'articolo iniziale emerge una generazione cosciente della propria posizione "a cavallo" di due culture, ma ciò che mi lascia sorpresa- e non in positivo, confesso- è quell'aver tagliato (o quel- nient'affatto celato-voler tagliare) definitivamente i ponti con il paese d'origine di uno o entrambi i genitori. Non ho mai tenuto nascosto il fatto che, se avrò il privilegio di diventare mamma, i miei figli avranno nome e cognome arabo e saranno di religione islamica: non so come reagirei, però, se i miei figli arrivassero a parlare delle terre del padre e di quello che significano per lui e per me, con lo stesso tono di questi due ragazzi.
Mi domando (e chiedo scusa se esemplifico una questione tanto seria e sfaccettata in queste due banali e imprecise domande): parlano così per un fallimento dell'educazione ricevuta? (allora è "colpa" dei genitori che per qualche strano motivo non sono riusciti a trasmettere loro che impraticabili utopie?). O reagiscono così per uno strano cortocircuito innescato dal fastidio col quale hanno visto gli altri guardare ai loro genitori? (E quindi è "colpa" delle infondate manie di superiorità di questo vacuo Occidente?).
A ben guardare, sia considerando l'ipotesi del cortocircuito che quella dell'utopia impraticabile, la colpa (e stavolta la intendo senza virgolette) mi sembra imputabile a quelle manie infondate di cui parlavo poco sopra: almeno in questi due casi è più che plausibile che quelle manie infondate, proponendo un modello sociale omologante e uniformante a tutti i livelli, svuotino di significato la cultura-altra che i genitori tramandano.
E' utopico, da parte mia, aspettarmi figli che invece di guardare a me e mio marito come un uomo e una donna "o/o" guardassero a noi come "e/e"? E' umano insomma, pensare i propri figli italiani (musulmani) di origini egiziane in Italia e egiziani (musulmani) di origini italiane in Egitto? (Continua...)

15 novembre 2007

Tutto è bene quel che finisce bene

articolo tratto da qui
MIGRANTI: MARE MOSSO IN ITALIA, OBBLIGANO SCAFISTA A DIETROFRONT
(AGI) - Il Cairo, 14 nov. - Una barca con a bordo 137 migranti egiziani, sorpresa dal mare in burrasca in prossimità delle coste italiane, ha fatto dietrofront e ha ripiegato verso l'Egitto. L'episodio, avvenuto nei giorni scorsi, e' destinato forse a entrare nella storia dei viaggi della speranza perché i migranti si sono ribellati allo scafista che voleva portarli comunque a destinazione, anteponendo così la sicurezza al miraggio della terra promessa. La storia è stata raccontata da un giovane che si trovava a bordo al quotidiano egiziano "el Badeel". "Eravamo a 200 miglia dalle coste italiane", ha riferito il ragazzo, che ha preferito mantenere l'anonimato, "e ci siamo accorti che le scorte di cibo stavano finendo". Il mare si stava ingrossando, ha continuato, "abbiamo avuto paura di morire, come già è accaduto a molti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo. Così ci siamo ribellati al capitano della barca". Il giovane ha descritto onde alte e vento forte, e ricordato come "uniti", i passeggeri abbiano "affrontato l'uomo" e siano riusciti a tornare a casa". Sbarcati sulle coste egiziane, a Salloum, nei pressi del confine con la Libia, il gruppo è stato rintracciato dalla guardia costiera egiziana. Il capitano dell'imbarcazione Farahat Nader Farahat, detto Abu Nader, e' stato arrestato. Da giorni la questione dell'immigrazione clandestina occupa le prime pagine dei giornali egiziani e la maggior parte dei dibattiti televisivi. E ora e' finita anche in Parlamento. Secondo 'el Badeel' il deputato Ameen Rady ha chiesto al primo ministro Ahmad Nazeef di trovare al piu' presto una soluzione al problema. Tra le soluzioni proposte, c'è anche un nuovo accordo con le autorità italiane che permetta a un numero maggiore di giovani egiziani di entrare legalmente nel Paese per lavorare. Martedì slogan anti-governativi sono stati scanditi ai funerali di due degli immigrati morti nelle acque del Mediterraneo la scorsa settimana mentre tentavano di raggiungere l'Italia. "Lo stato non ha pietà di noi", e "il mufti è un macellaio", hanno gridato parenti e amici delle vittime, alludendo all'ultimo editto religioso (fatwa) emesso dal Gran Muftì dell'Egitto, Ali Gomaa, per il quale gli egiziani annegati al largo delle coste italiane non possono essere considerati martiri perché sono morti per avidità di denaro. (AGI)

09 novembre 2007

La moschiesa di Paderno

Paderno di Ponzano Veneto è un paese in provincia di Treviso che conta 11400 abitanti, di cui 650 stranieri, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa. Un normalissimo comune della provincia italiana, insomma. Eppure qualcosa di diverso-e lodevolissimo- c'è. Da quest'articolo pubblicato oggi sul sito di Repubblica si apprende, infatti che ogni venerdì don Aldo Danieli mette a disposizione degli immigrati musulmani alcuni locali della chiesa di S.Maria Assunta.




A renderlo noto è stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza".

Dallo stesso articolo emerge che don Aldo Danieli era già dedito a iniziative del genere: qualche anno fa ha messo alcuni locali ampi e di recente ristrutturazione a disposizione di un gruppo di ganesi protestanti per le loro preghiere domenicali.

Un impegno, il suo, che si scontra con la diffidenza generale:




[...]"La gente teme che il diverso sia per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".

[...]Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce uno spirito "controcorrente"- ha prevalso. "Le alte istituzioni della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli - noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il muro del pregiudizio".


12/11/2007: a quanto pare la moschiesa non s'ha da fare. C'è da essere disgustati a sentir parlare di democrazia e libertà di culto, in questi casi. Non resta che sperare che la vicenda sia servita a mettere la pulce nell'orecchio a tutti gli "operai del Signore": forse, allora, le polemiche non troverebbero spazio.

01 novembre 2007

La vita ritrovata

"Conosco una città

Che ogni giorno s'empie di sole

E tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio

Delle cicale

Dal bastimento verniciato di bianco

Ho visto la mia città sparire

Lasciando un poco

Un abbraccio di lumi nell'aria torbida

Sospesi"

(G. Ungaretti)


Quando sei lontano, Alessandria è un adhan che dal minareto, attraverso il telefono, ti trafigge il cuore. Alessandria la vedi brillare negli occhi di chi ci è nato e te la racconta confondendola con un ricordo d'infanzia.

Alessandria è una delle prime parole che ho imparato a scrivere in arabo: quando vuoi raggiungerla dal Cairo, lungo la Desert Road, hai tutto il tempo di distinguerne il nome sui cartelli che cadenzano il tuo avanzare come un languido stillicidio, mentre il deserto con i suoi boschetti di palme si perde nell'orizzonte e la sabbia turbina sulla carreggiata.

Alessandria è un taxi sgangherato giallo e nero che sfreccia impazzito districandosi nel traffico endemico e dribblando con la stessa agilità sia i carretti che le costosissime macchine d'importazione.

Alessandria è quella logica ciclonica che proprio non riuscivi a immaginare, prima di vederla in azione: secchioni che dovrebbero definire i sensi di marcia, diventano paletti per lo slalom nella selva di macchine, dal fruttivendolo puoi comprare un coniglio, uno spartitraffico ospita un giornalaio con relative pilette di giornali legate con lo spago e trattenute a terra, una volta aperte, con sopra dei sassi...

Alessandria è una spiritualità calda e silenziosa che respiri in ogni angolo, è un vecchio dalla pazienza smisurata, canuto e laborioso che, seduto, gambe incrociate, lavora tra le mani cotone candido e soffice come la sua barba, attingendo da un sacco talmente grande che c'è da pensare che era bambino quando ha iniziato.

Alessandria la assapori, riflessa negli occhi oziosi di chi fuma un narghilè rincorrendo i propri pensieri lungo quel sentiero etereo, disegnato dal fumo dolciastro che sale danzando verso il cielo sempre sereno. E all'improvviso, capisci che chiamare un colore blu d'Oriente, ha un senso.

Alessandria è il vociare concitato attorno ai banchetti perennemente stracarichi di frutta sapientemente lucidata e la vitalità dei suq che straripano delle più varie merci fin sulle rotaie del tram: un colpo di campanella e ci si ritrae per poi straripare di nuovo.

E' un brulichio di voci e colori, e pochi metri più in là è un cimitero senza fiori, né foto, né lumini, sobrio, ma generoso nel regalarti tutto l'ardore della gente che vi si reca a pregare, anche di quella famiglia che sfila davanti a te con dolore composto, accompagnando il proprio caro, avvolto semplicemente in un lenzuolo bianco. Alessandria è bella anche quando hai voglia di piangere.

Alessandria è il profumo dolce e onnipresente del mare, è la tua canzone preferita di Amr Diab che ti fanno riascoltare in un caffè, è un succo di mango spremuto fresco, un tè alla menta e un carcadè, è una foto che pensi di rubare a due uomini che arrostiscono kofta e kebab e che poi, nel mirino, vedi che si sbracciano a salutarti.

Alessandria è un mare di luci e di persiane colorate che fanno sorridere i palazzi. E' un volo in picchiata tra la ricchezza e la povertà, è una meraviglia in ogni angolo e l'unico posto per cui lasceresti tutto, con la sicurezza di non sentire la mancanza di nulla.

Alessandria è un'emozione nuova e vera, è quel gesto naturale e femminile che riscopri sollevando la gonna di qualche centimetro per salire o scendere le scale, è quella parte di te, fresca e spontanea, che hai ritrovato senza sapere di averla persa. Eppure quando la ritrovi, la senti tua, da sempre.

Quando arrivi e ti dicono: "Alessandria s'è illuminata" si sbagliano. E' Alessandria ad illuminare te.