Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

29 marzo 2007

Multiculturalismo e integrazione

Da AsiaNews.it leggo il seguente articolo di Samir Khalil Samir sj del 27/3:

Beirut (AsiaNews) – L’errore del multiculturalismo è quello
di rinchiudere
le culture in un ghetto immobile. E per quanto riguarda i
musulmani, essa rende
impossibile l’integrazione e l’assunzione di una
identità nazionale, favorendo
il fondamentalismo.

La questione
dell’identità nazionale è molto
importante sia per i musulmani nuovi
arrivati, che per quelli che vivono in
Europa da molto tempo. Occorre dar
loro la fierezza di essere italiani, o
britannici. Se vivono in Italia e se
si integrano in Italia, essi devono poter
dire “Io sono italiano” e non solo
perché riescono ad avere un passaporto o i
loro piedi toccano il suolo
italiano.

A questo proposito è
terribile quanto è successo a Milano
tempo fa, quando un gruppo di genitori
arabi (egiziani), strappando i loro
figli dalla scuola pubblica, hanno aperto
una scuola araba: intellettuali e
personalità politiche italiane hanno
enfatizzato questa scelta come un
impegno a “non perdere le radici”, ad avere
lezioni di lingua araba…. Non è
questa la priorità, né per loro, né per lo
stato. È piuttosto il compito
della famiglia, e forse di qualche gruppo
culturale.

Il compito dei
politici dovrebbe essere quello di
aiutare l’integrazione, trovare lavoro
per loro, garantire abitazioni dignitose
e prezzi a buon mercato, e tutto
ciò a condizione che essi vogliano adottare il
modo di vivere italiano. E
infatti, se un giovane si sente inutile, sfiduciato,
non valorizzato, senza
lavoro, allora la fuga verso la religione diviene
inevitabile e comincia una
lettura politica della religione in opposizione a ciò
che gli procura
dolore, ossia la situazione sociale in cui si trova. Accettare
che
l’identità tua è la cultura del paese dove stai (e non la religione),
necessita un’educazione e anche pensare come farla. D’ora in poi, perciò la
parola giusta non è multiculturalismo, ma integrazione.


Per spiegare perché non sono d'accordo con l'assunto iniziale, mi rifaccio a quest'articolo del sociologo Adel Jabbar sul multiculturalismo tratto da qui.
Per introdurre l'argomento, il professore ci ricorda che
La storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento e dalla creazione continua
di reti e intrecci tra persone provenienti da contesti geografici diversi.
[...]. Le culture, infatti, sono fluide e gli individui interpretano attivamente
le loro tradizioni rinnovandole per poter gestire i cambiamenti che le relazioni
con gli altri inevitabilmente comportano.
I flussi di persone, dunque, e la conseguente rielaborazione attiva delle proprie tradizioni culturali sulla base della cultura in cui ci si inserisce, sembrano fenomeni di ogni tempo.

Il professore continua isolando tre accezioni del termine:
  • ogni cultura è “multiculturale” perchè in essa sono
    riscontrabili sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi. Ad esempio,
    il cristianesimo è un elemento significativo nella costruzione dell’identità
    italiana ed europea, però va ricordato che questo insegnamento religioso ha
    “radici” nel Vicino Oriente, un’area abitata da una popolazione prevalentemente
    semitica.
  • con il termine “multiculturalismo” possiamo indicare la
    coabitazione tra diversi gruppi linguistici, culturali, religiosi che vivono nel
    medesimo spazio territoriale. Pensiamo alla zona alpina dell’Italia: dall’est
    all’ovest troviamo diversi gruppi come, ad esempio, quello sloveno, il
    friuliano, il cimbro, il ladino, il tirolese, il provenzale, l’occitano… Questa
    pluralità è più evidente nelle zone di confine, ma esiste anche altrove.
    [...].Per quanto riguarda la dimensione religiosa, pensiamo alla presenza
    ebraica o cristiana ortodossa a Venezia e a Trieste, oppure ai protestanti
    luterani nelle zone dell’Alto Adige, o ancora ai valdesi in Piemonte o alla
    presenza diffusa dei testimoni di Geova.

Significativa, a questo riguardo, è anche l'affermazione seguente che si riallaccia, più avanti, anche all'immigrazione:

E’ necessario ripristinare una “memoria plurale” per saper leggere la
complessità di contesti che spesso vengono ideologicamente ridotti ad entità
monolitiche e omogenee.
Infatti, se il confine statuale è rigido, quello
culturale è fluido: gruppi separati da confini statuali possono avere
consuetudini culturali simili , mentre altri che vivono nello stesso stato
possono avere tra di loro più differenze che similitudini. La memoria non può
vincolarsi all’ideologia degli stati-nazione ma oggi più che mai bisogna
allenarsi a riconoscere la pluralità e la dinamicità degli elementi che
contribuiscono alla formazione delle identità.
  • In terzo luogo, ogni società è multiculturale anche perché coesistono diversi
    sistemi valoriali. In Italia, ad esempio, c’è chi aderisce o meno a determinate
    visioni della famiglia (basta pensare al modello contrattuale o a quello
    sacramentale e alle controversie sulle famiglie di fatto o sulle unioni
    omosessuali) e troviamo posizioni contrapposte anche sui temi della pace e della
    guerra e perfino si può riscontrare la presenza di organizzazioni politiche che
    fanno riferimento a modelli ed esperienze non-democratiche. [...]
In merito all'immigrazione, il professore precisa che:
I rapporti tra culture sono spesso caratterizzati da
asimmetrie di potere. Il mondo che conosciamo oggi è fatto di un centro
dominante e sterminate periferie subalterne. [...].Queste ultime hanno scarso
potere contrattuale in ambito economico, politico e culturale. Gli immigrati
arrivano prevalentemente da queste aree periferiche con il desiderio di
intraprendere un percorso di emancipazione sociale, cioè di accedere al centro
leggendo la propria affermazione in base ai parametri del modello vincente.[...]
E’ bene ricordare che il multiculturalismo non è creato dalla
presenza degli immigrati. Essi aggiungono altre differenziazioni a quelle già
esistenti in ogni società e contribuiscono casomai a renderle più visibili.

Jabbar continua, mettendo in luce l'importanza degli interventi interculturali:

Le trasformazioni sociali in atto richiedono un metodo di intervento innovativo
che definiamo con il termine “intercultura”. Non intendiamo dunque un principio
etico né un traguardo da raggiungere ma l’impostazione di una prassi di lavoro
in grado di aiutarci a ripristinare una memoria plurale esplorando i nostri
contesti multiculturali.
La prassi interculturale implica considerare gli
immigrati non tanto rappresentanti di una cultura quanto di un progetto sociale
di emancipazione. Gli immigrati vivono un complicato processo di aggiustamento
identitario finalizzato a trovare un’ “unità combinatoria” tra elementi
appartenenti sia al nuovo contesto sia al contesto di origine. In questo
processo non incide solo la cultura ma anche il genere, la provenienza sociale,
il livello di istruzione, il tipo di occupazione, la politica di accoglienza sul
territorio, il tipo di progetto migratorio ecc.
L’intercultura innesca un
processo di estensione dei confini della democrazia attraverso una cultura della
partecipazione basata sul riconoscimento delle differenze. L’obiettivo è quello
di stabilire un nuovo patto di cittadinanza in grado di ristabilire la simmetria
necessaria per creare spazi di negoziazione e gestire le trasformazioni sociali
in atto garantendo la coesione sociale.
Questo processo intende includere
nuove soggettività e non “comunità” (sta a queste soggettività decidere come
organizzarsi in termini collettivi: se sul piano religioso, linguistico, o su
quello dell’appartenenza statuale o professionale, oppure sulla base di
organizzazioni associative o sindacali autoctone ecc.).
Incrementare la
partecipazione democratica significa superare il modello di “integrazione
subalterna” che vede negli immigrati una mera forza lavoro e riconoscere la
complessità delle relazioni che queste persone intraprendono con il territorio
dove risiedono.
L’intercultura ha bisogno della mediazione socio-culturale
che è innanzi tutto una strategia di parificazione di opportunità con lo scopo
di ricostruire reti sociali, creare nuove competenze e ripristinare l’autostima
dei cittadini immigrati riconoscendo anche quegli aspetti legati ai vissuto
culturali e religiosi.
La mediazione socio-culturale mira a lavorare insieme
a questo nuovo segmento della società perché possa partecipare attivamente
contribuendo a ricostruire una prospettiva condivisa.[...]
La questione
dell’immigrazione non riguarda solo l’immigrato, né è solo un intervento di
politica sociale di contenimento del disagio e neppure una politica securitaria
per arginare il pericolo.
La posta in gioco è rivitalizzare la democrazia
attraverso una cittadinanza attiva che coinvolga tutti gli attori sociali del
territorio. [...]

La simmetria di cui parla Jabbar è un concetto fondamentale, a mio parere, che di certo non combacia con il mero compromesso tra la classe politica e gli immigrati auspicata da S.K.Samir. Il recupero della simmetria sembra meno tortuoso se si riconosce la validità del multiculturalismo: senza soffocare la loro cultura, si possono aiutare gli immigrati a ridisegnarsi, senza costringerli a scegliere tra la lettura politica della religione e l'accettazione supina della cultura "di arrivo" perché, riflettendo, a ghettizzare, sebbene in modo diverso, sono proprio questi due estremi.

Mi scappa un sorriso, amaro, a leggere di quel gruppo di genitori egiziani che "strappano" i figli dalla scuola pubblica italiana. Messa così, la vicenda sembra ricalcare quella di Gavino Ledda strappato dai libri e ricondotto dal padre alle pecore. Mah... (La mia posizione sulla scuola araba in questione è ben nota).

22 marzo 2007

Acqua

foto tratta da qui


Oggi è la giornata mondiale dell'acqua, ne parlano un po' tutti i giornali. Io ho scelto questo articolo de Il Sole 24 Ore:


Ogni goccia conta: fronteggiare la scarsità d'acqua é il tema
prescelto per la Giornata Mondiale dell'Acqua 2007, che si celebra oggi in tutto
il mondo. Il tema di quest'anno, celebrato questa mattina a Roma, presso la sede
della Fao, alla presenza, tra gli altri, del segretario generale dell'Onu Ban
Ki-Moon, del direttore generale della Fao Jacques Diouf, dei ministri italiani
dell'agricoltura Paolo De Castro, dell'ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, della
vice ministro agli Esteri Patrizia Sentinelli e di Rita Levi Montalcini e
Michail Gorbaciov, sottolinea la crescente rilevanza mondiale della scarsità
d'acqua e la necessità di una maggior integrazione e cooperazione locale ed
internazionale per assicurare una gestione sostenibile, efficiente ed equa delle
scarse risorse idriche. Gli squilibri tra la disponibilità e la domanda, spiega
la struttura Onu UN-Water, il degrado della qualità dell'acqua sotterranea e di
superficie, la competizione intersettoriale, le dispute interregionali e
internazionali, tutte ruotano intorno alla questione di come fronteggiare la
scarsità di risorse idriche. Il tema é stato deciso da tutti i membri di
UN-Water durante la Settimana mondiale dell'acqua tenutasi a Stoccolma
nell'agosto 2006. La FAO funge da coordinatrice per la celebrazione della
Giornata Mondiale dell'Acqua 2007 per conto di tutte le agenzie delle Nazioni
Unite e dei membri dei programmi di UN-Water. In questo compito é assistita
dalla Segreteria di UN-Water, che ha sede presso il Dipartimento economico e
sociale delle Nazioni Unite di New York e che rappresenta il punto di contatto
per le questioni relative all'acqua dolce all'interno del sistema delle Nazioni
Unite.
Ho scelto di parlare dell'acqua perché è al centro di tante guerre dimenticate, al pari del petrolio e di tante altre risorse che rischiano di scomparire (e non è il caso che scompaiano dalla nostra attenzione...), ma anche perché è stato l'argomento del mio scritto di italiano alla maturità e sono passati quasi 5 anni. Volati, trascorsi. Veloci, proprio come l'acqua. E, forse, è meglio così.
In questa parte straricca e strapiccola di mondo, poi, ci si sforza a bere almeno 1,5 l di acqua al giorno per fare tanta plin plin, per depurarci, per essere più belli, più snelli, più sani, per contrastare la cellulite e bla bla bla, mentre dall'altra, quanto ha uno qualsiasi di noi nel portafogli basterebbe a sostentare un intero villaggio...
Riesce difficile pensare a un posto in cui la mancanza d'acqua miete vittime, spinge a scavare nel fango, con tutto quel che comporta, poi...
Penso ai mille usi e alle mille forme dell'acqua, penso a tutte le fontane e fontanelle che abbelliscono le città, alle abluzioni dei musulmani prima di ogni preghiera, all'acqua santa dei cattolici, penso a quando ho letto l'inizio del Purgatorio e mi sono commossa leggendo che Virgilio lava il viso a Dante, uscito dall'Inferno. Penso a tutte le civiltà legate da materna gratitudine all'acqua e da essa spazzate via, penso ai mille modi di dire che hanno a che fare con l'acqua.
Ma soprattutto penso a quel pomeriggio rovente del Cairo, e a quelle due donne che davano da bere ai passanti senza aspettarsi nulla in cambio: un tavolinetto all'ombra, un recipiente con dell'acqua fresca e i bicchieri. Quando si dice dar da bere agli assetati...

18 marzo 2007

Le valigie di sogni

E la vita è così forte che attraversa i
muri senza farsi vedere; la vita è così vera
che sembra impossibile doverla
lasciare; la vita è così grande che
"quando sarai sul punto di morire, pianterai
un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire".
(R. Vecchioni)
E'
un articolo dolceamaro, leggero e profondo insieme, questo. Di quelli che credi che ti stiano strappando una lacrima e invece è un sorriso. Succede anche l'inverso...
E' che uno si infiamma per quel certo slancio di ottimismo che trasuda dalle aspirazioni altrui e che in fondo, è anche il proprio. Sarebbe bello poterne disporre in ogni momento, non solo nelle scelte...
Si può cambiare vita senza sognare, sperare, immaginare una vita migliore?
Forse vivere è proprio sperare che Dio disponga ciò che i sogni degli uomini hanno proposto. Forse è anche accettare la propria condizione, abituarsi ad essa e magari riderci anche un po' su prima di cercare di cambiarla...
Per le migliaia di rifugiati che notte dopo notte arrivano negli Usa la prima visione dell'Occidente è il quarto piano di un albergo
Benvenuti all'hotel America
di Mario Calabresi
NEWARK (New Jersey) - La prima visione dell'America, quella che ricorderanno per sempre, comincia con un parcheggio, si allarga sull'autostrada che in meno di mezz'ora potrebbe condurli a Manhattan e si chiude con la ciminiera, illuminata ogni notte, dello stabilimento della birra Budwaiser. Il sapore invece è di un contenitore di plastica colmo di riso e pollo, l'unico menù che ha messo d'accordo tutte le religioni, accompagnato da una gigantesca coca cola piena di ghiaccio. L'odore è di moquette e disinfettante. Il rumore, da subito, è quello delle pubblicità televisive. Una domanda li martella nella prima notte della loro nuova vita: "Avete comprato il tagliando di Megamillion? Sarete voi questa sera i vincitori dei 375 milioni di dollari in palio?". Non capiscono o pensano di aver compreso male. Sanno però di aver vinto il biglietto per gli Stati Uniti: lo tengono stretto. Quest'anno ne sono stati estratti 70mila e loro possiedono quelli con il numero di serie poco successivo a 12mila. E' un foglietto che sta nel palmo di una mano, sopra c'è stampigliata la dicitura "rifugiato". L'Hotel dei Rifugiati è un palazzone di otto piani e 191 stanze, fa parte della catena Days Inn. Ogni notte arrivano che è già buio e occupano quasi interamente il quarto piano. Quindici, venti stanze, dipende dal carico degli aerei. In questa Ellis Island del Ventunesimo secolo, sbarcano uomini, donne e bambini da tutto il mondo. Fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni politiche e religiose, dalle pulizie etniche.
L'America, la stessa che costruisce muri alle frontiere e prende le impronte digitali a chi varca i suoi confini, continua ad accoglierli con una generosità che non ha paragoni. E' un flusso costante, duecento persone al giorno che varcano uno dei cinque ingressi verso una nuova esistenza: Newark, Miami, Los Angeles, Chicago e New York. Nell'istante in cui si aprono le porte automatiche un vento gelato fa volare gli scialli di cotone delle donne del Burundi, i bambini prima ridono poi si spaventano. Bufera a dieci sotto zero. Gli iraniani respirano a fondo: "La neve, come a Teheran". Questo istante, questa notte in una stanza anonima, il pollo con il riso, chiudono una vita di paure, persecuzioni, fughe, campi profughi, e ne aprono una nuova in luoghi sconosciuti, incerti, La nuova esistenza americana. Un anno da rifugiati, cinque con una carta verde e poi una vita intera da cittadini a stelle e strisce. "Volo TWA 881 decollato ad Atene, 13 febbraio 1980. Non ho dimenticato niente di quella notte. Ero fuggito da solo dall'Etiopia il 26 agosto del 1974, alla vigilia del colpo di Stato di Menghistu. Quando arrivai a New York era buio, in albergo c'era un ricevimento con una grande orchestra, mi fecero sedere ad un tavolo del ristorante, arrivava forte la musica, chiusi gli occhi e immaginai che era il benvenuto per me". Omar Nur oggi è il responsabile dei profughi che arrivano al Liberty Airport nel New Jersey, fa questo lavoro da vent'anni, li accoglie all'immigration, li aiuta a passare i controlli, li accompagna in albergo, gli spiega come funziona la chiave elettronica per aprire la porta, con cui giocheranno fino a notte fonda i bambini somali, la vasca da bagno, il televisore. Con garbo mostra che il letto ha lenzuola e coperte, che ci si deve infilare sotto. Questo accade con gli africani che arrivano dal Darfur, dal Congo, dalle mille guerre dimenticate. Con gli ucraini, gli iraniani, gli etiopi discute invece della macchinetta che distribuisce le sigarette, dei canali satellitari e della puntualità dei voli del mattino. All'alba li va a svegliare e li accompagna all'imbarco verso la destinazione finale: uno di quei quattrocento luoghi in cui l'America ha deciso di accoglierli. In questo breve tragitto tra l'ufficio immigrazione e il copriletto a fiori uguale in ogni stanza, Omar ha visto sfilare i drammi del mondo negli ultimi vent'anni: ad un certo punto erano tutti indocinesi, "boat people", i voli arrivavano dall'Asia via Francoforte, poi erano polacchi e l'eco di Solidarnosc e Jaruzelsky riempiva questo parcheggio. Finita la guerra fredda il mondo si è sbriciolato, e ogni sera si ascoltano dieci dialetti diversi, storie complicate da comprendere. Questo è l'anno dei somali, degli iraniani e di quelle migliaia di birmani che da anni vivono parcheggiati nei campi al confine con la Thailandia. Sulla ruota americana sono usciti i loro biglietti, pochissimi i premiati se si pensa che a concorrere sono oltre nove mioni di persone in tutto il mondo, i rifugiati scappati dalle persecuzioni o dal terrore. Omar è solo uno di quelle cinquemila persone che rendono possibili questi immensi spostamenti, che li gestiscono, che cercano di dare un ordine al caos, partendo dall'assitenza umanitaria. Sui loro giubbini blu è stampata una grande scritta: IOM, organizzazione internazionale per le migrazioni. E IOM c'è scritto sul rettangolino autoadesivo che hanno tenuto sulla maglietta per tutto il viaggio. Emile e Justine vengono dal Burundi, sono saliti veloci, i primi ad arrivare in camera. Non avevano bagagli. Tutto quello che possiedono è appoggiato sul letto in una borsa di plastica con il disegno dell'uccellino Titti vestito da sciatore. La aprono, contiene solo un paio di scarpe e i documenti. Domani andranno a Boise, nell'Idaho. Verso il confine con l'Oregon, oltre le montagne rocciose. Stanno in silenzio, non hanno voglia di raccontare la loro storia, non ha più importanza, adesso bisogna stare concentrati sul futuro. Gli Omran sono sudanesi, anzi sauditi, ma si sentono egiziani: "Come ci troveremo a Salt Lake City?", la capitale dello Utah dei mormoni. A parlare è sempre Omar Idris, il figlio maggiore: "No, il capofamiglia, perché sono io che mi occupo di loro tre dopo che mio padre è scomparso alla frontiera cercando di tornare in Sudan. Veniamo dalla Nuba Mountains, ma io e le mie sorelle siamo nati in un campo profughi in Arabia Saudita dove i nostri genitori erano fuggiti. Però siamo cresciuti al Cairo e lì abbiamo studiato". La loro storia è piena di sorprese, la madre, che non ci tiene a dirci l'età, trovò lavoro come badante nella grande casa di un'anziana signora egiziana: "Accettò di ospitarci tutti e quattro, e quando morì continuammo a vivere lì, finché non si realizzò il sogno di venire negli Stati Uniti". Omran sogna di diventare avvocato, vorrebbe una moglie ma non può ancora: "Mi devo prendere cura di loro - sospira abbracciando le sorelle - la vita mi ha insegnato questo". Hanno sognato per anni la nuova vita. I più giovani scommettono sul loro futuro, gli altri puntano sui figli. "Saranno americani, qui potranno studiare": i genitori di religione Baha'i, una minoranza iraniana a cui non è permesso accedere alle università né ad incarichi statali, ripetono questa frase come un mantra. Raccontano vessazioni, minacce, arresti e ora sperano: "Qui - afferma Houman, crecando conferme alle sue parole - non si fanno discriminazioni tra le persone, le religioni e i colori della pelle, vero? Questo sappiamo dell'America e questo speriamo. E' molto difficile immaginare quale sarà il nostro futuro". Insieme alla moglie Noushein è partito dieci mesi fa da Teheran in treno, verso la Turchia. Gli iraniani li hanno lasciati andare volentieri: "Con Ahmadinejad la situazione è peggiorata: arresti, licenziamenti e poi nostro figlio, che ha solo 4 anni, non avrebbe mai potuto studiare. Ora andremo a San Diego, dove vive già mia madre da tre anni e dove c'è una nostra comunità". Hanno accettato di essere fotografati, sono stati gli unici, le altre famiglie non hanno voluto, troppa paura di rappresaglie su chi è rimasto. Anche i più giovani rifiutano uno scatto: Haji ci mostra solo la stella a nove punte che tiene sotto la camicia, poi vuole che sia ritratto il medaglione con la forma calligrafica della parola araba Bahà' che significa "gloria". "Io sono qui a causa di questo, fotografatelo al posto della mia faccia, non voglio corerre rischi". Ha solo 21 anni, viene da Tabriz, la porta dell'Iran verso l'Occidente, e faceva il muratore. Ora Haji andrà a Los Angeles e sogna senza freni: "Voglio fare il cantante o l'attore, voglio diventare famoso, e anche per questo non voglio foto, se domani ne circolasse una con la faccia da rifugiato rovinerebbe la mia immagine". Yashar Hosseini, che ha la stessa età e arriva da Isfahan, ascolta attento e un po' preoccupato: "Io vorrei fare il regista ma mi hanno destinato ad Atlanta in Georgia, ho paura che non sia il posto giusto, meglio Los Angeles, dovrò muovermi". Gli chiediamo del cinema iraniano, di Kiarostami e Makhmalbaf, mette le braccia avanti, scuote la testa: "No, no, non mi piace quel genere lì, non mi piace il cinema intelligente, impegnato, io vorrei fare film di intrattenimento". Vestono alla moda, hanno scarpe da tennis, anfibi, le ragazze gli stivali e i jeans con il risvolto. Capelli curati, basette e sui carrelli all'uscita dall'aeroporto un'infinità di valige. Si confondono tra i turisti. Il numero di bagagli sottolinea la prima differenza visibile tra i rifugiati. Tutto quello che possiedono è qui con loro: si oscilla da una busta a cinque valigioni. La famiglia Sharif, sono in nove senza padre, è scappata dalla Somalia quindici anni fa, ora è preoccupata di trovare del nastro adesivo per riparare due borse che hanno ceduto di schianto: "Queste non arriveranno mai in Ohio". Bisogna caricarle sull'autobus, e qui si produce un primo scontro di culture: i due fratelli più grandi salgono per primi e si siedono in fondo vicino ai finestrini a guardare la madre e le sorelle che arrancano sotto il peso. Dopo parecchi minuti di fatica, Omar, la nostra e la loro guida, perde la pazienza, sale e urla: "Avete capito male, qui siete in America, qui non ci si comporta così, qui essere uomini significa lavorare, scendete subito ad aiutarle". Lo guardano e sorridono e non si muovono. Rifiuteranno anche la foto, roba adatta ai cinque più piccoli, tre femmine e due maschi. Ma quando se ne saranno andati a dormire, per gli altri scatta la libertà: parlano ridono, Umal Khayer si leva il foulard azzurro che le copre i capelli si mette scalza e comincia a raccontarci di non ricordare più nulla del suo Paese: "Scappammo da Mogadiscio che io avevo tre anni, vagammo tra i campi profughi in Etiopia, poi siamo stati a Gibuti, poi ancora in Etiopia. Ora raggiungiamo la nostra sorella più grande a Columbus e forse finalmente potremmo fermarci. Sono quindici anni che non abbiamo una casa". I suoi fratelli sono già rapiti dalla televisione, non badano neppure al carrello che porta i contenitori con la cena, impegnati come sono a disputarsi il telecomando. E poi hanno già mangiato due volte sull'aereo, tre pasti in un solo giorno è qualcosa a cui non sono abituati. Nella hall ci sono riviste che nessuno compra, Sport Illustrated, Vogue e una copia di Playboy di novembre. Due giovani turisti giapponesi, con le Nike multicolori e i capelli tenuti in alto dal gel, non si accorgono neppure della famiglia del Burundi che li sfiora. Sono in sei, mamma e papà hanno 28 anni, dei quattro figli uno ha solo nove mesi. Indossano tutti la stessa felpa con lo scollo a "v" e quattro lettere "USRP": "United States Refugee Program". Non hanno valigie, solo una busta, che racchiude le loro vite. I volti sono francobolli, incollati vicino all'indirizzo di destinazione, per non perdersi in un viaggio lunghissimo cominciato nella bolgia dei rifugiati in Tanzania, per restare uniti fino alla destinazione finale, Dayton in Ohio. Jean-luc, detto Lik, questa sera ha solo sonno, non piange più come nel francobollo. I fratelli sono sfiniti dalle emozioni, non erano mai stati su un aereo e neppure su una scala mobile. Il padre, Jean-claude, parla a voce bassa, in francese, dice che sono scappati nel 2001 quando Meshack aveva due anni e Samuel era appena nato: "Volevano uccidermi, allora ho preso Pascazia e di notte siamo fuggiti. Mia madre era Hutu, mio padre Tutsi, sono morti tutti e due: prima hanno ucciso lui, il turno di lei è arrivato un anno dopo. Io non ero niente, stavo a metà, non appartenevo a nessuno. Ma una sera mi è arrivata la voce che correva nel villaggio: è il tuo turno". Così sono partiti con il buio verso la Tanzania. Non hanno più nulla, neanche una valigia. "Abbiamo la vita - ci spiazza - e adesso abbiamo anche la possibilità di viverla". Mentre sto per uscire dalla loro stanza, timidamente mi richiama. E' imbarazzato: "Avrei una domanda, se per favore mi può aiutare. Vorrei capire". Gli dico di non farsi scrupoli, qualunque cosa. "Ecco, vorrei sapere una cosa, ce lo siamo chiesti tutti per mesi al campo profughi: che cosa ha detto Materazzi a Zidane?".

08 marzo 2007

Per la causa delle donne

"Con questo 8 marzo vogliamo chiamare le donne italiane a lavorare per la causa delle donne, per i loro diritti, per i loro progetti. Sono molte le donne che si sono affermate per loro forza, per loro qualità e per loro meriti superando condizioni di partenza sfavorevoli, resistenze e inerzie pesanti. Dobbiamo rendere possibile a tutte le donne di fare la loro strada, conquistare ed esercitare i loro diritti".
Queste sono le parole che il presidente Napolitano ha dedicato alla festa della donna, insieme al desiderio che aumenti il numero di donne impegnate in politica. Mi sembra che la necessità di lavorare per la causa delle donne la riconoscano tutti, è solo che spesso, sono proprio le donne della politica a mettere i bastoni fra le ruote alle altre donne. E lo fanno proprio in nome delle donne.
Forse sarebbe meglio guardare alla qualità delle donne in politica piuttosto che alla quantità.