Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

30 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte II): l'eleganza

(Simin Ghodstinat al lavoro)

Quest'articolo del New York Times ci presenta una donna che lavora per le donne:


[...]Ms. Ghodstinat, 57, said her designs were the result of her own “process of growth.” After living in Europe and America between the ages of 13 and 34, she returned to Iran. “I was Westernized, but I was never comfortable — it did not feel right,” she said. “Most designers constantly say how they want to make women look sexy. I don’t want women to be viewed as objects.” [...] Ms. Ghodstinat’s clothing line is called Tradition, because, she said, she copies classical Middle Eastern and South Asian designs and updates them. Her Afghan-style skirts are ankle-length, unlike the traditional Afghan skirts that sweep the floor. And her Kurdish-style dresses have long sleeves that can be wrapped around the waist like a belt. Her popular coats, based on the coats men wore in Iran during the Qajar period 100 years ago, have bell-shaped sleeves, are pinned at the waist and come in short lengths to wear over a longer skirt, or in longer lengths. [...]

D'accordo, le sue creazioni sono care e non certo accessibili a tutte le donne musulmane (e non)del mondo, ma il suo lavoro è segno che qualcosa sta cambiando: rimaneggiando capi della tradizione asiatica e mediorientale, Simin non solo apporta un'idea nuova e altra di eleganza, ma propone una dignitosa opportunità alla donna musulmana di vivere la propria femminilità in sintonia con i precetti religiosi sull'abbigliamento.


Simin Ghodstinat ha vissuto in Occidente quel tanto che basta per rendersi conto che l'eleganza non è la rincorsa disperata e acritica dei capricci strampalati delle grandi firme, né l'annegamento dei singoli gusti personali nell'imperativo uniformante del solito tailleur- o degli scontatissimi abiti da sera/da cocktail/da cerimonia/da quello che vi pare- né tantomeno (e qui sta il punto)qualcosa che sia nettamente inconciliabile con i valori etico-religiosi.


Non che loro, le donne musulmane, ne avessero bisogno... l'idea della negazione e/o repressione della femminilità della donna musulmana è un' idea - pasionaria - di chi misura il grado di libertà delle donne in centimetri di tacchi, di gonne o di pancia scoperta perché loro, le donne musulmane, non hanno certo bisogno di consigli in materia d'abbigliamento: portano il velo ben abbinato al vestito, lo drappeggiano con gusto intorno al viso scegliendo con cura spille o fermaglietti per fissarlo e questo succede a tutti i livelli di reddito, nei limiti delle possibilità di ciascuna, s'intende.


In Egitto ho visto vetrine e suq straripanti di completi - velo e vestito - per tutte le tasche: ho ancora negli occhi quel vestito rosa pesca bordato di nero di una mia cognata, abbinato al velo (rosa pesca orlato di ricamini neri), fermato a sua volta attorno al viso con un fermaglietto nero...o quel meraviglioso vestito lucido, di un bel rosso cupo con velo abbinato,indossato da un' invitata a un matrimonio, al Cairo, nel nostro stesso albergo. Roba da voltarsi indietro a guardare...


Qualcosa si sta muovendo insomma, segno che la moda e tutto l'apparato che le gravita attorno inizia a percepire nuovi bisogni e a disfarsi di vecchi e infondati pregiudizi.

22 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte I)

(foto di enricofede07)

Quest'articolo, tratto da qui, è di una chiarezza esemplare: mi sono limitata ad evidenziarne un paragrafo perché trovo che sia la dimostrazione lampante dell'esistenza di un altro mondo, di un sistema alternativo a quello occidentale, retto da altre regole e da altri valori non meno validi (anzi...)

Mi piace il realismo su cui si fonda il mondo musulmano perché non racconta a se stesso la favoletta utopica dell'uguaglianza a tutti i costi tra i sessi: il vero mondo musulmano non riusciamo neanche a immaginarcelo, in questa parte frenetica e straricca di mondo che non pensa, se non per stereotipi e luoghi comuni infondati. Al centro di questa prospettiva, uomini e donne non sono uguali, sono complementari: il che è una cosa ben diversa e ben più grande di qualsiasi chimera elevata a diritto universale.


L'islam delle donne

Qualche riflessione per confutare alcuni luoghi comuni occidentali



di Adel Jabbar (sociologo dell'immigrazione e delle relazioni interculturali - Studio RES, Trento)



Nur indicava al nipote i luoghi della città, piazze, strade, case, ponti, minareti, alla ricerca delle tracce lasciate dal tempo e dalle persone.

Quella non era la città natale di Nur. Ma lì lei era vissuta e là, da sola, aveva cresciuto i suoi figli, dopo avere lasciato il marito.

Nur era musulmana devota: pregava cinque volte al giorno, seguiva il digiuno prescritto nel mese di Ramadan, offriva l'elemosina, quando poteva permetterselo. Sognava di recarsi un giorno alla Mecca, ma questo non divenne mai realtà, così come non poté avverare il desiderio di essere sepolta vicino ad un pio musulmano. Riuscì comunque a realizzare un'altra sua aspirazione: quella di non rivedere mai più il marito e di non sapere più nulla di lui. Nella sua preghiera mattutina, lei rimpiangeva di averlo sposato e chiedeva a Dio perché gli avesse fatto incontrare quell'uomo e permesso che vivessero insieme. Lei poneva le sue domande a Dio, e del resto, diceva, sarebbe venuto il momento in cui Dio avrebbe interrogato lei, e confidava che nel giorno del Giudizio si sarebbe fatta finalmente chiarezza e giustizia.

La grande fede che nutriva non le impedì mai di essere se stessa, di avere fiducia nella propria capacità di giudizio, nella propria autonomia e intelligenza, di confrontarsi tenacemente e con le proprie forze con la vita quotidiana, dura e reale, sfamando, educando e tenendo a bada tre figli. I temi della giustizia e della libertà l'appassionavano, e capitava di trovarla spesso in prima linea nei cortei popolari di protesta contro la potenza coloniale che opprimeva la sua gente. Conosceva i nomi dei governanti coloniali, e altrettanti nomi di persone che nel mondo sostenevano la lotta anti coloniale. Nur era decisamente schierata, non conosceva esitazioni quando si trattava di scegliere. Ai nipoti raccontava delle azioni di violenza, di oppressione e di tortura compiute dagli eserciti occupanti, che malediceva paragonandoli al marito. Di questo, diceva, si era liberata, e desiderava fortemente liberarsi anche degli altri.

Tante cose sapeva fare Nur. Tesseva, modellava manufatti in terracotta, andava a cavallo, cacciava, nuotava e remava: tutte abilità che i suoi nipoti non hanno ereditato. Era sempre curata, di aspetto fiero ed elegante. Era un'araba musulmana con insoliti occhi azzurri che tutti ammiravano, ma nemmeno questi sono stati ereditati dai nipoti. Qualche cosa però lei ha saputo trasmettere a loro: ad alcuni la memoria della città, ad altri il suo stile e la sua eleganza, ad altri ancora il suo coraggio e il suo spirito di autonomia. A tutti loro ha però lasciato degli interrogativi: chi era realmente questa donna, quali vicende aveva trascorso nella sua vita, come aveva vissuto le fasi dell'adolescenza, del matrimonio, dell'abbandono del luogo d'origine e della casa maritale.

Intorno a Nur è sempre rimasto un alone di mistero. Certo è che questa figura può apparire in forte discordanza con quella che è la rappresentazione della donna musulmana nell'immaginario comune occidentale. Di fatto, da questa esperienza di vita reale si possono trarre alcune importanti considerazioni. Innanzitutto, che una donna vissuta dagli anni '20 agli anni '80 del secolo scorso in un paese musulmano, lei stessa musulmana devota, mise in discussione con le proprie scelte convenzioni e consuetudini radicate - che certo non ritroviamo soltanto nei paesi musulmani - decidendo di lasciare città, marito, di vivere da sola e da sola crescere i propri figli, subendone le conseguenze e accollandosi responsabilità e difficoltà certo non poco gravose. Scelte che ancora oggi, e persino nel mondo ricco occidentale, non sono facili per una donna. Inoltre la sua condizione di donna musulmana non le impedì di partecipare alla vita pubblica e politica, di condividere la sorte della propria gente.
Ancora: la sua fede in Dio si basava su un rapporto dialogico; pur accettandola, non ne subiva passivamente la volontà, si poneva e gli poneva dubbi, interrogativi. Infine fu in grado di trasmettere conoscenza e sapere ai figli e ai nipoti. Una donna a suo modo eccezionale, ma comunque una donna del popolo, che viveva dentro e con la sua gente, attivamente, con coraggio e autodeterminazione. Una donna libera.

Nel riflettere sulla condizione della donna nei paesi musulmani, tema oggi molto discusso, è importante saper esplorare i vissuti reali, dentro i quali le donne cercano di interpretate ed elaborare realtà e situazioni, consapevoli dei limiti che vengono loro posti, delle convenzioni e dei retaggi culturali che spesso le ostacolano, lì come del resto anche altrove. In ogni caso queste donne non sono succubi, non sono passive e sottomesse come le dipinge l'immaginario esotico e come oggi spesso vengono considerate, fosse soltanto perché portano un foulard intorno al capo. Non hanno bisogno di essere educate all'emancipazione. Molte di quelle che sono considerate come conquiste femminili avvenute in occidente negli ultimi anni, dal divorzio, alla legge sull'aborto tuttora molto discussa e all'uso degli anticoncezionali, dal diritto alla proprietà, al mantenimento del cognome, lo stesso diritto di voto, in alcune società musulmane sono state affermate molto tempo prima. In diversi paesi di religione islamica ci sono state donne primi ministri o a capo di ministeri importanti più di quanto non sia accaduto in alcuni paesi europei. Nella repubblica islamica dell'Iran, oltre il 60% della popolazione universitaria è costituita da donne; nel parlamento e nella corte costituzionale (nel ruolo di giudice) siede un numero significativo di donne. La sociologa marocchina di fama internazionale Fatema Mernissi, nel suo ultimo libro (Harem e Occidente), riporta alcune statistiche, che dimostrano come l'accesso ad alcune professioni e studi superiori e universitari sia più diffuso fra le donne che vivono in alcuni paesi musulmani che fra le donne occidentali. Ad esempio, il corpo docente universitario in Marocco è composto per il 22% da donne, contro il 20% dell'Inghilterra, il 16% del Giappone e l'11% della Svizzera. Le donne che partecipano attivamente nel settore medico, imprenditoriale e sociale rappresentano quasi il 31% dei quadri amministrativi (dati 1991).

D'altra parte, senza per questo abbandonarsi a facili relativisimi, si deve pur considerare che i criteri per definire la natura e il grado di emancipazione o di libertà non sono necessariamente univoci, e non possono essere fissati in maniera avulsa dalle condizioni storiche sociali e culturali della società cui si riferiscono. In altri termini non è detto che ciò che in un paese è considerato una conquista sul piano dell'emancipazione femminile lo sia parimenti in qualsiasi altro paese. Né va trascurato il fatto che i paesi musulmani sono numerosi e fortemente differenziati fra loro sul piano delle condizioni materiali e socioculturali.
Tutto questo non certo per dire che le società musulmane oggi come oggi rappresentino la società ideale dal punto di vista femminile, ma che le situazioni di oppressione e di discriminazione, che talora le donne musulmane vivono, non rappresentano il risultato di prescrizioni islamiche, vanno eventualmente rintracciate nelle pastoie di una tradizione arcaica che da sempre, in molte società, tende ad esercitare un controllo sulla donna. Ma è importante vagliare anche altre possibili letture della condizione femminile nei paesi musulmani, laddove vigono precise situazioni che accomunano questi paesi a tutti gli altri che si trovano nella cosiddetta periferia del mondo. Mancanza di risorse, instabilità politica, problemi di sviluppo, interferenze e diktat posti sul piano delle riforme "strutturali" dalla banca mondiale e dal fondo monetario internazionale per accedervi; tutto ciò si traduce in una sottrazione di fondi ai settori del sociale, dell'assistenza, della sanità e dell'educazione. Penalizzazioni gravi che colpiscono in primo luogo e soprattutto la fascia femminile della popolazione, la vincolano prima ancora dei retaggi culturali, poiché la costringono a concentrarsi sul ruolo riproduttivo, sulle cure filiali e domestiche. Ricordiamo che questi ultimi rappresentano fra l'altro ruoli e funzioni cruciali per la sopravvivenza di una società, e che qualora non sorretti da una forte politica sociale, ricadono principalmente sulla donna, soprattutto in un sistema organizzato in termini tradizionali, fondato su un'economia estremamente povera, caratterizzato da elevato e diffuso analfabetismo.

Una lettura seria, che non sia di parte o propagandistica, della condizione femminile nei paesi musulmani - che sicuramente è contraddittoria - richiede di individuare gli elementi che ne sono causa sul piano storico e materiale, come su quello delle consuetudini e delle convenzioni, e certo anche sul piano del diritto formale. In ogni caso sarebbe opportuno lasciare da parte una volta per tutte certe considerazioni semplicistiche o stereotipie basate su luoghi comuni infondati, quando non su falsi veri e propri, come quello relativo all'infibulazione, pratica che di fatto non appartiene alla tradizione religiosa musulmana. O come i luoghi comuni sulla poligamia, una delle usanze musulmane fra le più soggette a critiche, la quale non rappresenta un obbligo - né per gli uomini praticarla, né per le donne accettarla - e non è comunque attuabile se non sussistono condizioni ben precise e vincolanti che la rendono, di fatto e nella realtà, pressoché impraticabile.

Certo, nell'Islam uomini e donne non sono uguali, ma sono complementari. Può sembrare banale, ma non lo è. Questo perché la religione musulmana nasce e cresce in società che al tempo non erano organizzate in termini piramidali, non erano quindi fondate su strutture gerarchiche, di conseguenza non si trovavano a dover stabilire il principio dell'uguaglianza nei termini propri della società occidentale, per accorciare le distanze di potere. Ad una struttura sociale orizzontale, e non piramidale, appariva più congeniale il concetto di complementarità. Queste origini hanno influenzato la concezione islamica dell'universo (e dei rapporti umani), basata sull'idea della diversità come elemento essenziale alla completezza, e quindi su un equilibrio fra esseri differenti che si completano a vicenda, all'interno del quale l'essere umano in quanto tale, uomo o donna, seppure determinante non ha una centralità assoluta rispetto a tutte le altre componenti dell'universo.
Sul piano religioso, l'insegnamento coranico è chiaro e mostra come al cospetto di Dio le azioni delle donne e degli uomini abbiano lo stesso valore, non ci sia distinzione fra l'operato dell'uno e dell'altra.

Coloro che fanno la carità, uomini o donne, concedono un bel prestito ad Allah; lo riscuoteranno raddoppiato e avranno generoso compenso. (Sura LVII - 18- Al - Hadid).

Non invidiate l'eccellenza che Allah ha dato a qualcuno di voi: gli uomini avranno quello che si saranno meritati e le donne avranno quello che si saranno meritate. (…) (Sura IV - 32, An - Nissà).

Questi ultimi del resto rappresentano degli orientamenti di fondo dell'insegnamento musulmano, ma certo oggi siamo consapevoli che l'operato degli uomini e la prassi sociali non sono unicamente vincolati alla religione, bensì costituiscono il risultato di dinamiche e relazioni ben più complesse.

03 gennaio 2008

Premure all'italiana


In Italia ci si muove solo dopo che succede qualcosa, si sa. Così, a Capaccio, un comune vicino Salerno, per risolvere il problema dei numerosi casi di pedoni investiti di sera- soprattutto lavoratori immigrati di ritorno dai campi- si è pensato bene di distribuire gratuitamente kit catarifrangenti. Ma che bel pensiero...peccato che valga solo per immigrati con permesso di soggiorno: se non ce l'hai, niente carabinieri né vigili che scampanellano alla tua porta con la validissima strenna. Vabbè, pazienza, non si può avere tutto dalla vita. Dagli italiani, poi...