Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post

26 aprile 2009

Tabra, l'insipienza femminile

Isabel Allende è una delle mie scrittrici preferite: riesce a rendere credibili e vivi anche i personaggi più fantasiosi e improbabili e descrive luoghi lontani e abitudini come se fossero anche sue. Il racconto che sto per proporre, tratto da Afrodita si intitola "Una Notte In Egitto" ed è bello per due motivi: presenta odori e sapori dell'Egitto fino a farli materializzare nella bocca del lettore ed è straordinariamente maschilista nel dare a Tabra la lezione che si merita.
Tabra pare che sia un'amica della scrittrice e in uno dei suoi viaggi sembrerebbe finita in Egitto, nella bassa Nubia, in cerca di qualcosa di imprecisato, di una "piccola avventura". Mi chiedo cos'altro si possa cercare nella bassa Nubia, tra i villaggi minuscoli di casette basse abitate da contadini operosi e schivi che lavorano una terra insolitamente fertile, soffocata qua e là improvvisamente dal deserto.
Tabra cede alla bellezza e ai modi gentili di Mahmoud che approfitta di lei e della sua eccessiva disponibilità. Nessuna donna dotata di senno farebbe quel che ha fatto Tabra, per un attimo mi ha fatto pensare a certe donne italiane in vacanza in posti come Sharm El Sheikh o Djerba che si rovinano la vita con la guida turistica di turno, senza pensarci un attimo.
Il mondo è pieno di donne come Tabra e di uomini come Mahmoud che, con le loro relazioni dissennate, continueranno ad alimentare i discorsi dei salotti televisivi nei quali ci si sgola a sconsigliare le coppie miste.
Al di là di tutto, il racconto si può leggere qui.

14 marzo 2009

Un invito a riflettere

La citazione che segue è il proseguimento ideale e inaspettato -ma graditissimo- del post sul niqab. Ringrazio Khadi per il brivido che queste parole mi hanno procurato e per aver linkato il mio post (spero che l'abbia ritenuto almeno passabile). Dedico idealmente quanto segue a tutte quelle persone che credono che anche solo un hijab sia una privazione della femminilità di una donna.
[...]Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”. Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia. Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete. Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta. E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere. [...]
E sulla scia delle cose da considerare prima di emettere giudizi affrettati, segnalo anche questo sito, di Aisha, che ripropone i sermoni nelle moschee in italiano. Di questi tempi mi sembra uno strumento validissimo, imprescindibile, direi. Mi scuso per non essere riuscita a segnalarlo prima.

07 febbraio 2009

Niqab

Provo a scrivere un post sul niqab, su quello che vedo io, perché non ho la minima intenzione di infilarmelo per raccontarvi quanto sia scomodo, come si fa ad esempio qui. Passare improvvisamente dall’occidentalissima messa in piega svolazzante ad un niqab per vedere l’effetto che fa, non è una cosa che consiglio caldamente, ecco.

Non nascondo che la prima volta che ho visto una donna con il niqab mi sono stupita e parecchio. Non sapevo neanche che esistesse.
Era una cugina di mio marito che ho conosciuto insieme a tutti gli altri parenti nel gennaio del 2005.
Ho notato che con la moglie di mio cognato, anche lei straniera, aveva più confidenza, mentre con me si è limitata ad una stretta di mano, con il guanto nero, ovviamente.
C’è una storiella divertente che la riguarda: pare che mio marito l’abbia rivista dopo più di dieci anni e che, ricordandola bambina e amichetta quotidiana, abbia pensato che quel niqab non avesse valore nei suoi confronti. Ora, sembra che lei si sia rifiutata di dargli la mano e vedendolo in evidente imbarazzo abbia riparato accettando di stringergliela avvolta nel velo. Dopo una giornata passata insieme a rievocare il passato da cuginetti inseparabili sembra che lei, al momento di salutarlo, gli abbia teso la mano nuda e lui, ironicamente scandalizzato, si sia nascosto la mano sotto la maglietta.
Mi è capitata di rivederla una sola volta e non è che le cose fossero andate diversamente: mio marito la spronava scherzosamente a mostrarmi il viso e io mi sono pure arrabbiata con lui perché in fin dei conti non me ne interessava un fico secco del suo viso e non era giusto mettermi in cattiva luce in quel modo, anche perché a quel tempo non ero neanche capace di spiegarmi in arabo.
Scherzi a parte, per quanto io faccia fatica a comprendere il niqab, capisco e rispetto la scelta di fondo: c’è un bisogno deliberato di sottrarsi agli sguardi altrui. E lo capisco perché so che è pesante essere guardati ovunque e insistentemente. Mi capita praticamente sempre quando vado in Egitto e la cosa mi urta, a volte. E’ che si vede lontano un miglio che sono straniera e per quanto io mi copra, continuo ad esserlo: in mezzo agli egiziani mi vedo, sono sempre troppo bianca anche se mi abbronzo e sebbene io non sia Nicole Kidman, lì finisco per esserlo. E a nulla valgono le mie gonne lunghe, le mie casacche larghe e fresche, i capelli legati…la gente mi guarda e mimetizzarmi è impossibile.
La cosa mi urta, dicevo. Perché spesso sono più coperta io di tante donne, che con la scusa di trovarsi in un posto di mare vanno in giro con i polpacci in bella vista e con i veli ridotti al minimo indispensabile…la scorsa estate ho visto due ragazze egiziane in top e minigonna aggirarsi indisturbate tra la gente. Nessuno le ha degnate di uno sguardo eppure erano in abiti davvero succinti e non erano prostitute come verrebbe naturale pensare.
Sia chiaro: non mi sto lamentando dei precetti islamici nel vestire, ma dell’ipocrisia bella e buona della gente che li mette in atto. Una cospicua quantità delle ragazze indossa vestiti che non lasciano spazio all’immaginazione: jeans attillati e magliettine aderenti che si poggiano audacemente sulle curve, veli che sono sempre più simili a bandane e permettono di sfoggiare collane e orecchini. Pare che l’imperativo, più che essere quello di non rivelare le forme del corpo, sia quello di coprirle, le forme del corpo. E non importa se le si copre con abiti aderenti, purché siano coperte: se io metto sulla casacca una sciallone che mi scopre le mani e i polsi e mi fa sembrare indiana, più che egiziana, indovinate su cosa si soffermano gli sguardi della gente? Indovinato, sulle mani e sui polsi, che sono sempre troppo vistosamente chiari ed esotici e fanno di me una straniera e vanno a solleticare chissà quali desideri proibiti….
Dovendo fare il bagno al mare, poi, questa logica mi ha impedito di scendere in acqua come volevo io e cioè con un vestitone largo e comodo di cotone, una abaya, per intenderci, perché “non vorrai mica sembrare una contadina!”. Ho dovuto fare il bagno con una maglietta attillatissima e un paio di jeans parimenti attillati e sono stata costretta a metterci sotto il costume intero perché oltre a essere corta, una volta bagnata, la maglietta sarebbe stata anche trasparente. Ricordo che mi aggiravo furtivamente, neanche fossi stata una ladra, visibilmente a disagio, poiché neanche qui in Italia mi vesto in quel modo. E ho passato tutto il tempo a galleggiare sul pelo dell’acqua con i jeans zuppi e pesanti.
Le mie cognate sdrammatizzano e davanti allo sciallone si stupiscono: "e cos’è questo, adesso? Ma toglitelo, non vedi come vanno vestite le ragazze? Tu così vai benissimo!"
E io lo vedo, eccome…chi è senza velo porta i capelli sciolti, spesso vistosamente tinti e cammina con spigliatezza tra la folla che la considera una donna come tutte le altre. Io sono arrivata alla conclusione che dovrei guardare il mondo da sotto un niqab per mimetizzarmi e so che tante donne che lo indossano lo fanno proprio perché la loro bellezza catalizza gli sguardi maschili.
Ne vedo sempre tante di donne col niqab, quello integralmente nero, ma anche quello marrone, o viola, o grigio che sembrano meno austeri. Raramente mi guardano e io mi sono sempre chiesta cosa pensano di questa straniera svelata che passeggia per le vie egiziane cercando di rilassarsi e far finta di niente.
La risposta mi è arrivata giovedì scorso quando dopo la preghiera della sera, siamo stati invitati ai festeggiamenti per le nozze di un cugino di mio marito. Lui è un tipo assai stravagante, con la barba lunga e folta che la scorsa estate si è rifiutato di stringermi la mano e persino di rispondere al mio saluto. Dice che si sta per sposare e che ha incontrato la futura moglie sempre e solo con il niqab, tranne una volta che lui e sua madre hanno visto la ragazza in viso. Non ha mai rivolto lo sguardo verso di me, anzi si è seduto a terra in modo tale che né io, né le mie cognate lo vedessimo. Mio marito è rimasto colpito forse più di me, soprattutto perché non se lo aspettava e siamo andati via un po’ contrariati se non altro perché il mio saluto era rimasto a vagabondare nuovamente nell’aria, senza risposta, né cenno, né niente. In fondo, che gli avevo detto di male?
Evvabbè, pazienza.
Arriva il giorno del matrimonio, dunque. Siamo tutti a casa di mia cognata, abbiamo appena finito di pranzare. Suonano alla porta, mi alzo ad aprire. E’ lo sposo che viene a lasciare una busta a sua madre che era in casa con noi. Di nuovo non mi saluta e d’istinto guarda a terra e si gira altrove. Indietreggio quasi divertita lasciandogli la porta aperta e torno al mio posto, pensando che sarà obbligato a sedersi vicino a me, per mancanza di altri posti liberi. Poco dopo entra un signore anziano, mio marito va a salutarlo, lo abbraccia, lo bacia, lo chiama zio e capisco che è il padre dello sposo. Non si vedono da almeno quindici anni.
Mio marito si gira verso di me, vuole presentarmi a suo zio. Mi alzo e vado verso di lui, non mi pare una buona idea. Lo saluto, gli porgo la mano, gli faccio gli auguri per il matrimonio del figlio. Lui si limita a porgermi il braccio e si ritira nel salottino adiacente attirando come per osmosi gli uomini verso di sé e facendo confluire le donne nella sala in cui eravamo io e le mie cognate. Finisce anche il supplizio dello sposo che è finalmente libero di alzarsi dal posto vicino a me e di recarsi dagli uomini.
Sono imbarazzata: so che di lì a poco gli uomini, mio marito compreso, andranno alla moschea e io insieme alle mie cognate andrò a casa della sposa, proprio dietro l’angolo. A casa della sposa col niqab. Qualcuno coglie il mio disagio e mi dice di stare tranquilla, che così vado bene, perché andiamo a casa e non alla moschea. Voglio crederci e provo a rilassarmi. Mi offro di sostenere Umm Yosri che è la mamma anziana e malandata di mia cognata, la moglie del fratello di mio marito, e ci dirigiamo a casa della sposa. Saliamo le scale, capisco di essere arrivata quando il vociare festoso si fa assordante: le donne arrivano fin fuori la porta, vicino all’enorme distesa di scarpe. Dev’essere piena di gente, la sala.
Ci accoglie una donna con uno stupendo vestito rosso e un bel sorriso sincero. La saluto, la bacio, le faccio gli auguri. E’ l’unico punto di colore in una folla di donne vestite di nero, con il velo del niqab sollevato all’indietro, sulla testa. Qualcuna ancheggia intorno allo stereo al ritmo di una musichetta ritmata senza parole. Le mie variopinte cognate mi prendono per mano e mi portano dalla sposa che siede in fondo alla stanza. La scorgo attraverso il mare di vestiti neri: ha un abito bianco, sontuoso e sapientemente ricamato, che mette generosamente in mostra la scollatura e le braccia. E’ truccata e acconciata, ma mi dicono che per uscire si avvolgerà nel niqab, assolutamente nessuno deve vederla.
A fatica mi faccio strada verso di lei, aprendomi un varco tra la folla di donne che chiacchierano tra loro. Sento che mi guardano, mi dico che non ho prove che stiano parlando di me e provo a non irrigidirmi. Lei si alza in piedi, mi sorride, mi saluta, mi benedice per gli auguri, mi fa accomodare non lontano da lei, vicino alle mie cognate vestite di grigio, cipria, bianco, blu. Risaltano in mezzo alla folla scura e risalto anch’io che sono vestita di rosa e marrone.
Siedo vicino a una ragazza di poco più piccola di me, è vestita come le altre, con i guanti e il velo rigirato all’indietro. Tiene per mano una bambina che cammina appena e lascia cadere la sua cannuccia sulla mia gonna. La porgo alla bimba con un sorriso, sembra l’unica che non mi fissa con curiosità.
La ragazza mi saluta, mi sorride, mi ringrazia della cannuccia, mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Lei si chiama Fatma e la piccolina è sua sorella. Le dico che sono la moglie di un cugino dello sposo e guardandomi intorno vedo che gli occhi delle altre donne guardano qua e là, naturalmente. Nessuna mi fissa e ho la conferma che non sono al centro dei loro discorsi.
Non pensano assolutamente nulla di me e d’un tratto non mi sembrano più aliene, ma donne che hanno un motivo per sottrarsi allo sguardo degli altri, un motivo che io non so, che magari non condivido, ma rispetto. Sono donne come me.

All’aeroporto sono messa in modo tale che vedo oltre il vetro: una donna con il niqab passa oltre il metal detector, una donna poliziotto apre il suo passaporto e vedo che lei alza il velo per mostrarle il viso. Distolgo lo sguardo: anche se capisco i motivi del gesto mi sembra qualcosa di molto simile a una violenza, obbligarla a mostrare il volto, e non riesco a guardare, neanche se penso che quel niqab non è né per me, né per quella donna poliziotto.

28 giugno 2008

Coiffeur Ashwaq: meditate gente, meditate




Coiffeur Ashwaq si intitola la serie tv, prodotta dalla Commissione Europea, che per venti minuti al giorno accompagnerà le telespettatrici arabe. La sit-com, che sarà ambientata nella sala d'aspetto di un salone di bellezza, transito per decine di donne, ognuna con la sua storia personale, sarà un modo per far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità. Se in occidente le serie tv dettano la moda, nei Paesi arabi Coiffeur Ashwaq si pone l'obiettivo, invece, di diffondere dei valori con un prodotto divertente e per le famiglie. Protagonista di questa prima serie sarà la proprietaria del salone di bellezza, interpretata dalla nota attrice egiziana Mimi Gamal, che sarà alle prese, tutti i giorni, con donne dalle diverse estrazioni sociali e che diventeranno inevitabile spunto per situazioni comiche. Dietro al divertimento, usato come specchietto delle allodole per stessa ammissione degli sceneggiatori, si nascondono però i temi più caldi che riguardano il ruolo della donna nella società araba: dalla violenza entro le mura domestiche ai matrimoni forzati, dal sessismo alle molestie.
Assenti invece le questioni politiche e religiose, per evitare che qualche signora spenga la tv sentendo offesa la sua fede. Contemporaneamente alla messa in onda di Coiffeur Ashwaq, i produttori hanno aperto anche un forum di discussione on line, frequentatissimo dalle appassionate della serie che si scambiano commenti sulle puntate, ma anche esperienze e consigli di vita. Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica: da Tamer e Shawqiya, andato in onda durante il Ramadan negli ultimi due anni con un successo mai visto prima di allora, a Ragel wa sit Settat, trasmesso su tutte le tv arabe satellitari. In arrivo, invece, oltre a Coiffeur Ashwaq anche Abbas wi Inas, che parla dei problemi di coppia durante il primo anno di matrimonio. (articolo tratto da qui )


foto prelevata da qui


1) Da quale pulpito...
Mi domando insomma che interesse abbia l'Unione Europea a proporre al pubblico arabo un prodotto del genere e in forza di quale principio si senta in dovere di "far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità": eppure di cose a cui pensare ne avrebbe l'UE...una per tutte, la risoluzione del cosiddetto deficit democratico. Se proprio volesse far qualcosa, l'UE, perché non propone simili programmi a un'audience europea?

In questa parte di mondo va di moda una società civile in preda alla sindrome del paladino-della-giustizia-a-tutti-i-costi, fermamente convinta che tematiche come la violenza domestica e le pari opportunità siano problemi risolti e assolutamente remoti. Eppure le statistiche e l'esperienza di molte donne parlano chiaro: ogni giorno, nei contesti più disparati (lavorativi e non) molte donne vengono discriminate sessualmente e molestate più o meno gravemente, sempre per il fatto di essere donne. La violenza domestica, poi, offre alle cronache quotidiane storie di italianissimi uomini italiani che picchiano a sangue le mogli succubi. Eppure non si riesce a entrare in libreria senza scorgere a caratteri cubitali l'ennesimo libro la cui protagonista è una donna vittima del marito arabo-barbuto-cieco-di-gelosia che le ha sfregiato il volto con l'acido o s'è macchiato di chissà quale atroce delitto. Che si faccia lo stesso anche in Italia, allora: un libro ogni volta che una donna viene seviziata dal civilissimo marito italiano.

foto prelevata da qui


2) Intenti non trasparenti


Perché, scusate, ma a voi sembra onesto servirsi della comicità e di un'attrice famosa come specchio per le allodole a scopo di propaganda? Sì, dico propaganda perché queste donne non hanno bisogno di imparare nulla da noi europei: le donne vittime di violenza sono vittime di uomini criminali, né più né meno colpevoli di quei civilissimi uomini italiani che gonfiano di botte le loro povere mogli.


Le donne egiziane (arabe e non, e/o musulmane e non) che subiscono violenza, la subiscono subiscono in quanto donne e non in quanto appartenenti ad una comunità etnica e/o religiosa: la malvagità dell'essere umano, così come il buonsenso sono tali e presenti in tutte le latitudini.


Che gli intenti siano tutt'altro che trasparenti, è dimostrato anche dal fatto che religione e politica siano argomenti volutamente tenuti fuori dal salone di bellezza in cui è ambientata la sit-com: altrimenti come si lucrerebbe anche sul mercato televisivo panarabo?



foto prelevata da qui


3) I soliti preconcetti, musalsal vi dice qualcosa?


Non è assolutamente vero che "Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica": chi scrive tali inesattezze vada a documentarsi sul ruolo che da sempre riveste l'Egitto in qualità di fornitore di contenuti alle televisioni arabe, ruolo tra l'altro, ampiamente sfruttato da Nasser per l'unificazione dei Paesi arabi. E' ben nota infatti la gloriosa ricchezza culturale del Paese della quale sono stati utilizzati personaggi e racconti per confezionare teleromanzi (musalsalat, appunto) i cui protagonisti erano stelle della musica conosciute in tutto il mondo arabo. Calcolando che Nasser rovescia la monarchia filo-britannica nel 1952, non mi sembra proprio neonata, l'industria dell'audiovisivo egiziana, industria che si è ampliata e implementata tanto che l'ente preposto a questa attività è noto come "Hollywood del mondo arabo".



foto prelevata da qui

06 aprile 2008

Catarsi

I am a simple man
so I sing a simple song
never been so much in love
and never hurt so bad
at the same time.
I am a simple man
and I play a simple tune
I wish that I could see you once again
across the room like the first time....
"Simple Man, Graham Nash"
Qualche giorno fa, mettendo gli occhi su quest'articolo ho appreso della mostra fotografica "Life before death" in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road. Si tratta delle foto di Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che -pare- per esorcizzare la paura della morte ha messo a punto una serie di

48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso.
Un lavoro, quindi, che consisteva nel recarsi nei centri di assistenza per malati terminali a fotografarne gli ospiti consenzienti per poi essere richiamati a intrappolarne l'immagine della salma nelle macchine fotografiche.
Il fotografo e la giornalista che ha curato le brevi note biografiche ammettono:

"La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com'era, steso nel suo letto".
Ma poi viene aggiunto:

Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto.

Devono essersi corazzati, insomma, i due. E uso corazzati per non dire abituati o peggio, assuefatti.
Io mi immagino i parenti del malato terminale consenziente...me li immagino pure loro consenzienti, per forza o buona voglia, che incontrano questo fotografo e poi lo salutano, sapendo che lo rivedranno di nuovo, per forza o buona voglia forse in preda al riso isterico, o al pianto disperato, all'imbarazzante stato di silenzio arido, o al non meno gravoso stato di apparente atarassìa o a tutto questo mischiato o alternato.

Forse sono io che non riesco ad instaurare un rapporto sano con la morte, ma questa iniziativa mi turba e basta: il link all'articolo è corredato dalle immagini della mostra che ovviamente io ho scelto di non guardare. Eppure nell'articolo viene specificato che tra i visitatori ci sono state parecchie famiglie con bambini.... Forse sbaglio, ma è una mia scelta. E forse sbaglio anche a cancellare tutto il lungo pezzo di post che avevo scritto per parlare della morte dal mio punto di vista.

E' che la morte mi spaventa di quella viscida paura irrazionale, imprecisata e infondata che è la stessa che spaventa la maggior parte dei cristiani d'Occidente. Di quest'Occidente frenetico che veste a festa i morti per esporli alle visite di cortesia dei conoscenti e li sistema in tombe che sembrano case, ma zeppe di fiori appassiti e lumini consumati dalla dimenticanza.
Mi chiedo quando impareremo a guardare alla morte con rispetto, ad essere consapevoli che può coglierci in qualsiasi momento senza guardarci in faccia, senza indagare sulla nostra voglia di morire o di trattenerci quaggiù, o sulla nostra età e sul nostro stato di salute. E' gia un po' che ho smesso di trovare sollievo della morte di qualcuno appigliandomi all'età avanzata e a quel risibile "ha fatto la vita sua".
E non posso fare a meno di ripensare a quel cimitero di Alessandria a pochi passi dal suq brulicante di vita in cui ho visto l'attimo in cui dall'ambulanza si prelevava la salma avvolta in un lenzuolo bianco per essere deposta nella tomba. Non ho visto vestiti eleganti, né dovizia di fiori che appassiscono insieme al ricordo di quell'anima, ma gente composta che pensava a pregare.

Poi leggo la conclusione dell'articolo:


Più difficili da accettare sono le foto "prima e dopo" di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c'era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: "Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?". E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di "un disegno tanto assurdo". Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto "prima" il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella "dopo" sembra una bellissima bambola di porcellana.

Mi colpiscono le parole di questa donna: è una madre che, di fronte al dolore immane di vedersi strappare la vita della sua piccola, chiede a Dio (il suo, come viene scritto nell'articolo, ma tanto sta' tranquillo ché è lo stesso mio e pure lo stesso tuo) di farle comprendere l'accaduto. Ho visto una madre egiziana parlare del neonato che aveva perso a pochi giorni dal parto, con un sorriso composto e pieno di speranza. Sai, ho un figlio in paradiso. E non era arrabbiata né con Dio, né col mondo. L'ha ringraziato, Dio, per essersi ripreso quella creatura innocente che proveniva da Lui, e a Lui ha fatto ritorno senza aver avuto il tempo di commettere colpe. Eppure da cristiana avrei dovuto strapparmi i capelli pensando che non ha ricevuto il battesimo; invece mi sono lasciata pervadere da quella serenità e mi sono messa anch'io a pensare che suo figlio è un angelo.
Ecco, sì. Forse per liberarci dalla paura della morte dovremmo iniziare a pensare all'anima più che al corpo.

14 marzo 2008

Certe albe

Nell' immagine, l'opera di Rafa Al-Nasiri tratta dal blog di Layla Anwar
Certe albe ti cambiano la vita. Così, semplicemente. Eppure quando l'hai sentito te l'avevano già raccontato, te l'avevano già descritto. Ma non potevi immaginartelo che fosse proprio così, che avesse il potere di scuoterti così profondamente. Ma no, proprio non potevi. E' come raccontare l'odore del mare a chi non l'ha mai visto.

E d'un tratto le lacrime che ti salgono fino agli occhi, viaggiando sullo stesso sentiero dei brividi, ti mostrano quant'è naturale la vita e quante meraviglie hai rischiato di non vedere. Com'hai fatto a non accorgertene prima?

.I love the call to prayer. It pierces the leftovers of the night's obscurity, signaling a new dawn, a new day, another cycle to complete...
e anche gli avanzi metaforici, quelli della notte dell'anima, che tutt'un tratto scopri di avere dentro.

E lo scopri alle 5 del mattino, di un mattino che proprio non potevi immaginarti. Di quel mattino che hai aderito alla chiamata a sospendere la tua attività contingente e lo fai rispondendo quasi ad un istinto primordiale che non si arrende allo sciocco vizio del questo è per te e questo non può esserlo. Quel canto e quel richiamo erano anche e soprattutto per te, che certe cose non saresti mai arrivata a capirle, da sola. Erano per te, anche se ti suonavano incomprensibili.

Poi impari ad aspettarlo e a riconoscerlo, quel canto. Ad assaporarne l'eco che rimbalzando da un minareto all'altro, va a conficcartisi al centro del cuore e tu per un attimo, lungo e intenso, cerchi di intrappolartelo lì per poterlo rivivere sempre.

Quanto li vorresti, quel canto e quel richiamo, quando fuori della tua finestra il rumore del traffico sembra essere la cosa più sensata e le campane un lontano sussurro... quando la mattina apri gli occhi obbedendo ai riti striduli e pagani della sveglia....quando alla sera le parole che conosci non ti sembrano abbastanza utili per soddisfare la tua voglia di pregare...
Eppure la vita è così naturale, alif, dal, mim...

30 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte II): l'eleganza

(Simin Ghodstinat al lavoro)

Quest'articolo del New York Times ci presenta una donna che lavora per le donne:


[...]Ms. Ghodstinat, 57, said her designs were the result of her own “process of growth.” After living in Europe and America between the ages of 13 and 34, she returned to Iran. “I was Westernized, but I was never comfortable — it did not feel right,” she said. “Most designers constantly say how they want to make women look sexy. I don’t want women to be viewed as objects.” [...] Ms. Ghodstinat’s clothing line is called Tradition, because, she said, she copies classical Middle Eastern and South Asian designs and updates them. Her Afghan-style skirts are ankle-length, unlike the traditional Afghan skirts that sweep the floor. And her Kurdish-style dresses have long sleeves that can be wrapped around the waist like a belt. Her popular coats, based on the coats men wore in Iran during the Qajar period 100 years ago, have bell-shaped sleeves, are pinned at the waist and come in short lengths to wear over a longer skirt, or in longer lengths. [...]

D'accordo, le sue creazioni sono care e non certo accessibili a tutte le donne musulmane (e non)del mondo, ma il suo lavoro è segno che qualcosa sta cambiando: rimaneggiando capi della tradizione asiatica e mediorientale, Simin non solo apporta un'idea nuova e altra di eleganza, ma propone una dignitosa opportunità alla donna musulmana di vivere la propria femminilità in sintonia con i precetti religiosi sull'abbigliamento.


Simin Ghodstinat ha vissuto in Occidente quel tanto che basta per rendersi conto che l'eleganza non è la rincorsa disperata e acritica dei capricci strampalati delle grandi firme, né l'annegamento dei singoli gusti personali nell'imperativo uniformante del solito tailleur- o degli scontatissimi abiti da sera/da cocktail/da cerimonia/da quello che vi pare- né tantomeno (e qui sta il punto)qualcosa che sia nettamente inconciliabile con i valori etico-religiosi.


Non che loro, le donne musulmane, ne avessero bisogno... l'idea della negazione e/o repressione della femminilità della donna musulmana è un' idea - pasionaria - di chi misura il grado di libertà delle donne in centimetri di tacchi, di gonne o di pancia scoperta perché loro, le donne musulmane, non hanno certo bisogno di consigli in materia d'abbigliamento: portano il velo ben abbinato al vestito, lo drappeggiano con gusto intorno al viso scegliendo con cura spille o fermaglietti per fissarlo e questo succede a tutti i livelli di reddito, nei limiti delle possibilità di ciascuna, s'intende.


In Egitto ho visto vetrine e suq straripanti di completi - velo e vestito - per tutte le tasche: ho ancora negli occhi quel vestito rosa pesca bordato di nero di una mia cognata, abbinato al velo (rosa pesca orlato di ricamini neri), fermato a sua volta attorno al viso con un fermaglietto nero...o quel meraviglioso vestito lucido, di un bel rosso cupo con velo abbinato,indossato da un' invitata a un matrimonio, al Cairo, nel nostro stesso albergo. Roba da voltarsi indietro a guardare...


Qualcosa si sta muovendo insomma, segno che la moda e tutto l'apparato che le gravita attorno inizia a percepire nuovi bisogni e a disfarsi di vecchi e infondati pregiudizi.

22 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte I)

(foto di enricofede07)

Quest'articolo, tratto da qui, è di una chiarezza esemplare: mi sono limitata ad evidenziarne un paragrafo perché trovo che sia la dimostrazione lampante dell'esistenza di un altro mondo, di un sistema alternativo a quello occidentale, retto da altre regole e da altri valori non meno validi (anzi...)

Mi piace il realismo su cui si fonda il mondo musulmano perché non racconta a se stesso la favoletta utopica dell'uguaglianza a tutti i costi tra i sessi: il vero mondo musulmano non riusciamo neanche a immaginarcelo, in questa parte frenetica e straricca di mondo che non pensa, se non per stereotipi e luoghi comuni infondati. Al centro di questa prospettiva, uomini e donne non sono uguali, sono complementari: il che è una cosa ben diversa e ben più grande di qualsiasi chimera elevata a diritto universale.


L'islam delle donne

Qualche riflessione per confutare alcuni luoghi comuni occidentali



di Adel Jabbar (sociologo dell'immigrazione e delle relazioni interculturali - Studio RES, Trento)



Nur indicava al nipote i luoghi della città, piazze, strade, case, ponti, minareti, alla ricerca delle tracce lasciate dal tempo e dalle persone.

Quella non era la città natale di Nur. Ma lì lei era vissuta e là, da sola, aveva cresciuto i suoi figli, dopo avere lasciato il marito.

Nur era musulmana devota: pregava cinque volte al giorno, seguiva il digiuno prescritto nel mese di Ramadan, offriva l'elemosina, quando poteva permetterselo. Sognava di recarsi un giorno alla Mecca, ma questo non divenne mai realtà, così come non poté avverare il desiderio di essere sepolta vicino ad un pio musulmano. Riuscì comunque a realizzare un'altra sua aspirazione: quella di non rivedere mai più il marito e di non sapere più nulla di lui. Nella sua preghiera mattutina, lei rimpiangeva di averlo sposato e chiedeva a Dio perché gli avesse fatto incontrare quell'uomo e permesso che vivessero insieme. Lei poneva le sue domande a Dio, e del resto, diceva, sarebbe venuto il momento in cui Dio avrebbe interrogato lei, e confidava che nel giorno del Giudizio si sarebbe fatta finalmente chiarezza e giustizia.

La grande fede che nutriva non le impedì mai di essere se stessa, di avere fiducia nella propria capacità di giudizio, nella propria autonomia e intelligenza, di confrontarsi tenacemente e con le proprie forze con la vita quotidiana, dura e reale, sfamando, educando e tenendo a bada tre figli. I temi della giustizia e della libertà l'appassionavano, e capitava di trovarla spesso in prima linea nei cortei popolari di protesta contro la potenza coloniale che opprimeva la sua gente. Conosceva i nomi dei governanti coloniali, e altrettanti nomi di persone che nel mondo sostenevano la lotta anti coloniale. Nur era decisamente schierata, non conosceva esitazioni quando si trattava di scegliere. Ai nipoti raccontava delle azioni di violenza, di oppressione e di tortura compiute dagli eserciti occupanti, che malediceva paragonandoli al marito. Di questo, diceva, si era liberata, e desiderava fortemente liberarsi anche degli altri.

Tante cose sapeva fare Nur. Tesseva, modellava manufatti in terracotta, andava a cavallo, cacciava, nuotava e remava: tutte abilità che i suoi nipoti non hanno ereditato. Era sempre curata, di aspetto fiero ed elegante. Era un'araba musulmana con insoliti occhi azzurri che tutti ammiravano, ma nemmeno questi sono stati ereditati dai nipoti. Qualche cosa però lei ha saputo trasmettere a loro: ad alcuni la memoria della città, ad altri il suo stile e la sua eleganza, ad altri ancora il suo coraggio e il suo spirito di autonomia. A tutti loro ha però lasciato degli interrogativi: chi era realmente questa donna, quali vicende aveva trascorso nella sua vita, come aveva vissuto le fasi dell'adolescenza, del matrimonio, dell'abbandono del luogo d'origine e della casa maritale.

Intorno a Nur è sempre rimasto un alone di mistero. Certo è che questa figura può apparire in forte discordanza con quella che è la rappresentazione della donna musulmana nell'immaginario comune occidentale. Di fatto, da questa esperienza di vita reale si possono trarre alcune importanti considerazioni. Innanzitutto, che una donna vissuta dagli anni '20 agli anni '80 del secolo scorso in un paese musulmano, lei stessa musulmana devota, mise in discussione con le proprie scelte convenzioni e consuetudini radicate - che certo non ritroviamo soltanto nei paesi musulmani - decidendo di lasciare città, marito, di vivere da sola e da sola crescere i propri figli, subendone le conseguenze e accollandosi responsabilità e difficoltà certo non poco gravose. Scelte che ancora oggi, e persino nel mondo ricco occidentale, non sono facili per una donna. Inoltre la sua condizione di donna musulmana non le impedì di partecipare alla vita pubblica e politica, di condividere la sorte della propria gente.
Ancora: la sua fede in Dio si basava su un rapporto dialogico; pur accettandola, non ne subiva passivamente la volontà, si poneva e gli poneva dubbi, interrogativi. Infine fu in grado di trasmettere conoscenza e sapere ai figli e ai nipoti. Una donna a suo modo eccezionale, ma comunque una donna del popolo, che viveva dentro e con la sua gente, attivamente, con coraggio e autodeterminazione. Una donna libera.

Nel riflettere sulla condizione della donna nei paesi musulmani, tema oggi molto discusso, è importante saper esplorare i vissuti reali, dentro i quali le donne cercano di interpretate ed elaborare realtà e situazioni, consapevoli dei limiti che vengono loro posti, delle convenzioni e dei retaggi culturali che spesso le ostacolano, lì come del resto anche altrove. In ogni caso queste donne non sono succubi, non sono passive e sottomesse come le dipinge l'immaginario esotico e come oggi spesso vengono considerate, fosse soltanto perché portano un foulard intorno al capo. Non hanno bisogno di essere educate all'emancipazione. Molte di quelle che sono considerate come conquiste femminili avvenute in occidente negli ultimi anni, dal divorzio, alla legge sull'aborto tuttora molto discussa e all'uso degli anticoncezionali, dal diritto alla proprietà, al mantenimento del cognome, lo stesso diritto di voto, in alcune società musulmane sono state affermate molto tempo prima. In diversi paesi di religione islamica ci sono state donne primi ministri o a capo di ministeri importanti più di quanto non sia accaduto in alcuni paesi europei. Nella repubblica islamica dell'Iran, oltre il 60% della popolazione universitaria è costituita da donne; nel parlamento e nella corte costituzionale (nel ruolo di giudice) siede un numero significativo di donne. La sociologa marocchina di fama internazionale Fatema Mernissi, nel suo ultimo libro (Harem e Occidente), riporta alcune statistiche, che dimostrano come l'accesso ad alcune professioni e studi superiori e universitari sia più diffuso fra le donne che vivono in alcuni paesi musulmani che fra le donne occidentali. Ad esempio, il corpo docente universitario in Marocco è composto per il 22% da donne, contro il 20% dell'Inghilterra, il 16% del Giappone e l'11% della Svizzera. Le donne che partecipano attivamente nel settore medico, imprenditoriale e sociale rappresentano quasi il 31% dei quadri amministrativi (dati 1991).

D'altra parte, senza per questo abbandonarsi a facili relativisimi, si deve pur considerare che i criteri per definire la natura e il grado di emancipazione o di libertà non sono necessariamente univoci, e non possono essere fissati in maniera avulsa dalle condizioni storiche sociali e culturali della società cui si riferiscono. In altri termini non è detto che ciò che in un paese è considerato una conquista sul piano dell'emancipazione femminile lo sia parimenti in qualsiasi altro paese. Né va trascurato il fatto che i paesi musulmani sono numerosi e fortemente differenziati fra loro sul piano delle condizioni materiali e socioculturali.
Tutto questo non certo per dire che le società musulmane oggi come oggi rappresentino la società ideale dal punto di vista femminile, ma che le situazioni di oppressione e di discriminazione, che talora le donne musulmane vivono, non rappresentano il risultato di prescrizioni islamiche, vanno eventualmente rintracciate nelle pastoie di una tradizione arcaica che da sempre, in molte società, tende ad esercitare un controllo sulla donna. Ma è importante vagliare anche altre possibili letture della condizione femminile nei paesi musulmani, laddove vigono precise situazioni che accomunano questi paesi a tutti gli altri che si trovano nella cosiddetta periferia del mondo. Mancanza di risorse, instabilità politica, problemi di sviluppo, interferenze e diktat posti sul piano delle riforme "strutturali" dalla banca mondiale e dal fondo monetario internazionale per accedervi; tutto ciò si traduce in una sottrazione di fondi ai settori del sociale, dell'assistenza, della sanità e dell'educazione. Penalizzazioni gravi che colpiscono in primo luogo e soprattutto la fascia femminile della popolazione, la vincolano prima ancora dei retaggi culturali, poiché la costringono a concentrarsi sul ruolo riproduttivo, sulle cure filiali e domestiche. Ricordiamo che questi ultimi rappresentano fra l'altro ruoli e funzioni cruciali per la sopravvivenza di una società, e che qualora non sorretti da una forte politica sociale, ricadono principalmente sulla donna, soprattutto in un sistema organizzato in termini tradizionali, fondato su un'economia estremamente povera, caratterizzato da elevato e diffuso analfabetismo.

Una lettura seria, che non sia di parte o propagandistica, della condizione femminile nei paesi musulmani - che sicuramente è contraddittoria - richiede di individuare gli elementi che ne sono causa sul piano storico e materiale, come su quello delle consuetudini e delle convenzioni, e certo anche sul piano del diritto formale. In ogni caso sarebbe opportuno lasciare da parte una volta per tutte certe considerazioni semplicistiche o stereotipie basate su luoghi comuni infondati, quando non su falsi veri e propri, come quello relativo all'infibulazione, pratica che di fatto non appartiene alla tradizione religiosa musulmana. O come i luoghi comuni sulla poligamia, una delle usanze musulmane fra le più soggette a critiche, la quale non rappresenta un obbligo - né per gli uomini praticarla, né per le donne accettarla - e non è comunque attuabile se non sussistono condizioni ben precise e vincolanti che la rendono, di fatto e nella realtà, pressoché impraticabile.

Certo, nell'Islam uomini e donne non sono uguali, ma sono complementari. Può sembrare banale, ma non lo è. Questo perché la religione musulmana nasce e cresce in società che al tempo non erano organizzate in termini piramidali, non erano quindi fondate su strutture gerarchiche, di conseguenza non si trovavano a dover stabilire il principio dell'uguaglianza nei termini propri della società occidentale, per accorciare le distanze di potere. Ad una struttura sociale orizzontale, e non piramidale, appariva più congeniale il concetto di complementarità. Queste origini hanno influenzato la concezione islamica dell'universo (e dei rapporti umani), basata sull'idea della diversità come elemento essenziale alla completezza, e quindi su un equilibrio fra esseri differenti che si completano a vicenda, all'interno del quale l'essere umano in quanto tale, uomo o donna, seppure determinante non ha una centralità assoluta rispetto a tutte le altre componenti dell'universo.
Sul piano religioso, l'insegnamento coranico è chiaro e mostra come al cospetto di Dio le azioni delle donne e degli uomini abbiano lo stesso valore, non ci sia distinzione fra l'operato dell'uno e dell'altra.

Coloro che fanno la carità, uomini o donne, concedono un bel prestito ad Allah; lo riscuoteranno raddoppiato e avranno generoso compenso. (Sura LVII - 18- Al - Hadid).

Non invidiate l'eccellenza che Allah ha dato a qualcuno di voi: gli uomini avranno quello che si saranno meritati e le donne avranno quello che si saranno meritate. (…) (Sura IV - 32, An - Nissà).

Questi ultimi del resto rappresentano degli orientamenti di fondo dell'insegnamento musulmano, ma certo oggi siamo consapevoli che l'operato degli uomini e la prassi sociali non sono unicamente vincolati alla religione, bensì costituiscono il risultato di dinamiche e relazioni ben più complesse.

26 novembre 2007

Oltre l'ossessione della taglia





Così comincia l'articolo di Deborah Bonetti pubblicato sul sito de Il Corriere il 23 novembre:

LONDRA – Dieci anni fa Diana era considerata una delle più belle donne del pianeta. Oggi il suo splendido fisico troverebbe di che vestirsi solo fra le taglie comode. [...] Oggi, la “taglia target” è la 38 e in soli 10 anni l'ideale femminile sembra aver rinnegato ogni accenno di burrosità, preferendo donne esangui con il corpo da ragazzi adolescenti o meglio, come scrive in modo pungente il Times: «uomini con i seni». [...]
Qui di seguito alcuni passi salienti dell'articolo del Times, "The Body Of Evidence" di Stefanie Marsh:

[...]Here is the Princess in a swimsuit in July 1997, athletic, womanly, the absolute picture of female pulchritude and sexuality, the remnants of two pregnancies still lightly garlanded about her waist. Yesterday five of her lovers were named in the paper. And honestly, is there a man alive who would have kicked her out of bed? [...]
Ten years on and who have we got as our female pin-ups? Whose world-famous limbs do women have in mind when they come home despondent from Gap, having failed yet again to squeeze into a pair of skinny jeans? Well, lately, it seems as if the entire female population has accidentally slipped into some sort of gigantic communal
form of gender dysmorphia, because the women we have decided that we admire most in the world don’t seem to be women at all. From the back, at least, you could
mistake most of them for teenage boys. [...]



[...]These martyrs to weight-loss hate curves. [...] Are they women at all, I sometimes ask myself, peering more closely at my copy of Grazia. Will there come a day when it will be revealed to the world that this is a huge practical joke? Will the world’s most supposedly enviable women turn out to be escapees from a Pat Pong transsexual club?
[...] Something about her in that swimsuit is too vital for our modern tastes. We like our women lifeless these days. Sensuality makes us recoil. I think it was Tom Wolfe who originally used the term “boys with breasts”. This was in 1998, in his novel A Man in Full, in which the main character, a property dealer, leaves his wife for one of these self-assembled creatures. In the 1990s the “boy with breasts” was still a comic device. But, in 2007, would any of our humourless size6 pin-ups understand the joke?


Secondo me no, non lo avrebbero capito. Comunque, l'eleganza e la bellezza dipendono dalla taglia? O dalla moda? Ed è la moda a imporre la taglia, o il buon gusto personale?


Mi vanno gli occhi su questo post tratto dal blog di Elle:


Think Big
La domanda è cattivella. Esiste un’eleganza oltre la 42? Boh, sì, no, forse. Certo, il prêt-à-porter e l’Alta moda sono fatti su misura per cloni di Audrey Hepburn, Jackie O’ e, senza andare troppo lontano, Kate Moss e Agyness Deyn, l’ultima modellina d’Oltremanica. Però è anche vero che quello che si vede per strada, anche su ragazzette ultraskinny, non è sempre impeccabile. Diciamo la verità, quelle che possono realmente contare su un allure chic sono proprio poche. L’abbinata stivali anni Ottanta di pelle bianca e jeans strettissimi (anche se sono Acne o Chip Monday) richiede una figurina slanciata e flessuosa tratteggiata col rapido. Il caschetto di capelli candeggiati tipo putto rinascimentale passato nella centrifuga (quello che si vede alle serate indie di Milano, Londra o New York) sta bene solo a pochissimi musini da cammeo (o a facce di carattere magari con un naso importante); le altre, sconfinano nel ridicolo. Le micro skirt a pieghe da college girl un po’ birichina donano alle ragazzine e basta, senza possibilità di replica. Oltre i 25 anni (a maggior ragione se con gambe toniche ma non sottilissime) sono da evitare. Le felpe avantgarde di Bernhard Willhelm con teschi stampati tipo urlo di Munch, su signorine con seno oltre la seconda, gridano vendetta. Insomma, uno può essere fashionista fin che vuole, eppure essere ben lontano dall’eleganza. Perché alla fine conta sempre la stessa cosa.
Il senso della misura e la consapevolezza di sé. Allora sì, ci sono anche ragazze (o donne) formose eppure scicchissime. Dipende da come camminano, da come si muovono, da come vestono il proprio corpo. Da quanto si piacciono. L’allure, il fascino, lo stile sono sempre questioni di testa, non di taglia.

E poi, sbirciando tra i commenti, trovo quello di Viviana :
Care ragazze Elle, sono una che è nata in Sudamerica, ma vive come cittadina italiana da ben 23 anni nel Bel Paese. Una volta, quando venivo per le vacanze a trovare nonna e parenti di papà, le donne mi sembravano molto eleganti e carine. Sì, avete capito bene: ho usato un verbo al passato. Purtroppo, a 43 anni ben portati (parola della mia estetista che dà la “colpa” al clima argentino…meno male!!), devo dirvi che la cosa è cambiata. Molto. Voi mi direte: “e questa da dove salta fuori?”. Ma da quello che vedo per strada, in palestra (faccio nuoto da quando avevo tre anni), in spiaggia, al supermercato…., ecc, ecc. Scusate, ma perchè tutte si vestono uguale? I soliti jeans a vita bassa che stanno malissimo e che, sinceramente, fanno vedere troppa carne in abbondanza. Reggiseni push up che si riconoscono a due chilometri di distanza (il seno ai lati è schiacciato), magliette corte da far paura (solita ciccia che deborda), perizoma che vedo a “signore” che potrebbero essere mia mamma!!! Devo dire che lo spogliatoio della palestra dovrebbe chiamarsi il “Museo degli Orrori”: Donne che saltano per infilarsi un jeans che sembra fatto di silicone, vista la capacità elastica di quel poveretto (il jeans), trucchi ispirati dal Museo delle Cere (siamo all’ora di pausa pranzo…) Non so cosa si metteranno in faccia la sera! Non ci tengo proprio a farmi la benchè minima idea! Per non parlare dell’argomento”spiaggia”. Ma perchè una “in carne” e di una certa età deve mettersi in mostra con un bikini ascellare, andare in giro per la sabbia con i tacchi…, sembrare la Bibbia di Gutemberg (per l’incartapecorimento della pelle), ecc, ecc.? Perchè una “signora” deve per forza farci vedere la cellulite, mettersi con il lettino sul bagnasciuga e fare bella mostra delle sue mammelle…Per non parlare dei seni rifatti che sembrano palle da bowling, labbra di gomma, gambe al vento con minigonne della serie “anch’io me le metto!!!” Tutto questo, ed è solo un assaggino, per sembrare ventenni o chissà cosa…Sabato ho visto una giovane mamma con il suo bambino in COSTUME INTEROOOOO!!!!! Era la più bella di quel brutto spettacolo. Con il suo bambino a chiamarla “mamma”, e lei orgogliosa di questo. Elegantissima e splendida!!! Ma perchè siete tutte (o quasi) diventate così?. Mio marito dice che ormai non si scandalizza più di niente. Poi si gira e timidamente mi dice: “lo sai che sei bellissima senza un filo di trucco Non c’è verso: le argentine sono il meglio!” Io lo guardo orgogliosa, mentre un flash ripercorre i lineamenti di quelle nate laggiù, dove qualcuno un giorno mi chiese se da noi esistevano gli assorbenti intimi… Sì, quelli ci sono, ma la cosa più importante è che le donne sanno ancora cos’è la dignità.

Rimango colpita da quello che Viviana evoca soltanto, ma che sento forte dentro di me: quelle bellissime immagini di donne solari, colorate e gioiose del sud del mondo che danzano tra i miei ricordi nella loro composta eleganza...

08 marzo 2007

Per la causa delle donne

"Con questo 8 marzo vogliamo chiamare le donne italiane a lavorare per la causa delle donne, per i loro diritti, per i loro progetti. Sono molte le donne che si sono affermate per loro forza, per loro qualità e per loro meriti superando condizioni di partenza sfavorevoli, resistenze e inerzie pesanti. Dobbiamo rendere possibile a tutte le donne di fare la loro strada, conquistare ed esercitare i loro diritti".
Queste sono le parole che il presidente Napolitano ha dedicato alla festa della donna, insieme al desiderio che aumenti il numero di donne impegnate in politica. Mi sembra che la necessità di lavorare per la causa delle donne la riconoscano tutti, è solo che spesso, sono proprio le donne della politica a mettere i bastoni fra le ruote alle altre donne. E lo fanno proprio in nome delle donne.
Forse sarebbe meglio guardare alla qualità delle donne in politica piuttosto che alla quantità.

06 febbraio 2007

Habla con ella


L'analfabetismo preclude molte strade e non solo in senso figurato, a quanto pare. Ma a considerare questa assurda vicenda tratta da Repubblica.it, mi viene da pensare anche che l'indifferenza faccia danni peggiori...


BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all'arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell'estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull'autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all'epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese. Accortasi dell'errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi. Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all'aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l'impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.
Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo. "Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l'hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l'origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l'annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L'otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l'autobus molto raramente per dirigersi verso nord.

Ma possibile che nessuno si sia sforzato di capire la signora a gesti.....a disegnini?
Non c'è nessuno in India con la metà della pazienza di chi si punta l'indice al petto tre volte ("IIIIIII-OOOO"), brandisce il coltello ("TAAA-GLI-OOO") e, tenendo un pomodoro tra pollice, indice e medio lo muove come se avvitasse una lampadina ("IIL-PO-MO-DOOO-RO")?
Un sentito GRAZIE a tutte le persone che in Egitto sfoderano il mimo che è in loro per poter parlare con me!

25 gennaio 2007

Istruzioni fidanzato arabo, cercasi

Il Sitemeter mi informa che più di qualcuno viene catapultato/a su Amal dopo aver inserito sul motore di ricerca “fidanzato arabo”, “fidanzato egiziano” e affini.
Che cosa crede di trovare una sul web al riguardo?
Un elenco delle rose e delle spine? Fai questo e quello no, mi raccomando non dirgli che….? O….forse consigli con pretese universali e totalizzanti del tipo assolutamente sì, sono premurosi fino all’inverosimile o un arabo, ma scherzi?
Chi credete che sia un fidanzato arabo, care donne che approdate qui? Che cosa vorreste leggere?
Non fidatevi se vi dico che non ho mai avuto un coinquilino più pacifico, che non ho mai conosciuto una persona più saggia, completa ed equilibrata, che non ho mai….mi fermo qui, perché ho già precisato che non è il caso di fidarsi di tali elargizioni di consigli: ovunque troverete soltanto opinioni parziali, punti di vista personalissimi, esperienze concrete che pertanto, non possono valere per tutti, in assoluto.
Un fidanzato arabo, egiziano, svizzero, greco va considerato per quello che è: un fidanzato, punto. Una persona, al pari di tutte le altre: due occhi, un naso, una bocca, eventualmente un cervello e una sensibilità. Come tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Si sarà intuito che io, personalmente, non sostengo tale dilagante “determinismo geografico”: ma perché, qualcuno crede che ci siano differenze tra un fidanzato bellunese e uno pisano? Tra un ravvennate e un barese, o un catanese e un fiorentino?
Forse è il caso di considerare seriamente l’ipotesi di liberarsi di tutti questi stereotipi, la vita è già tanto complicata…fossi in voi non dimenticherei quelli altrui però (amici, parenti&co)!
Se non siete d’accordo, liberissime di perseverare nella vostra ricerca. Chi cerca, trova. Ah…nel caso le trovaste, queste istruzioni, non vi disturbate a girarmele….

04 dicembre 2006

The Big Talk

Mi stupisco che qualcuno si possa stupire del fatto che sulle televisioni arabe.....
Un momento, riformulo il pensiero: a quanto pare, c'è qualcuno che pensa che il sesso non sia liberamente vissuto nel mondo islamico. Per l'ennesima volta, siamo davanti a un caso di etnocentrismo: per qualcuno è sbalorditivo che un medico vada su un canale satellitare egiziano a parlar di sesso, da un punto di vista scientifico, s'intende, al mondo arabo. Se poi quel medico è una musulmana con l'hijab ecco che qualcuno ne fa un articolo.
Leggo:

La franchezza della Kotb è decisamente inusuale in una regione dove l'educazione sessuale è minima, i contatti uomo-donna sono scoraggiati e di questi argomenti si parla in segreto, il che favorisce la circolazione di 'miti' piuttosto che di informazioni corrette.

Siamo alle solite: invece di apprezzare l'impegno della dott.ssa Kotb per quello che è, ossia un parere scientifico, ne viene sottolineato il presunto carattere innovativo in una società in cui i contatti uomo-donna sarebbero scoraggiati. Il sesso è vissuto all'interno del matrimonio, come un affare tra marito e moglie, non è scoraggiato. Lo è in un'ottica in cui la normalità è fatta di adolescenti acerbi che non vedono l'ora di disfarsi della verginità, ed ecco che tutto il resto diventa un fatto curioso. In Egitto il sesso non palpita dai cartelloni pubblicitari né dall'abbigliamento femminile eppure ogni coppia sposata se lo vive liberamente come meglio crede e non come si crede qui, basterebbe andare lì ad aprire qualche cassetto dell'intimo...
Credo che l'ira delle femministe sia rivolta al fatto che si parli di sesso "islamico" perché così etichettato lo si rende diverso da ciò che dovrebbe essere, cito di nuovo:
una condizione emozionale e umana, non una questione religiosa o dell'identità.
Chissà cosa succederebbe se la dottoressa approdasse sulle nostre televisioni...

05 novembre 2006

Ancora, lui. Il velo


Aisha ne aveva parlato ieri sul suo blog, stamattina le pallavoliste egiziane sono apparse in TV con il loro velo contro la squadra italiana. Qualche minuto dopo la fine della partita Toni Capuozzo parte da questo particolare per allargare la visuale fino a coprire un frivolo quanto presunto dibattito sulla tendenza, dilagante nello star system egiziano, delle cantanti e delle attrici che appaiono velate al grande pubblico.


Che male c'è, mi chiedo. Non vedo niente di male nella declinazione della propria personalità nelle molteplici attività sociali possibili, come interessi e professione, senza dimenticare di affermare quel nucleo solido che è la propria identità e che nel caso di una donna musulmana è anche il suo hijab.


Ma succede anche questo e mi spiace che se ne faccia una rivendicazione di libertà e che si usino questi toni e queste parole che rasentano la derisione, mi riferisco a quell'intabarrate verso la fine dell'articolo.


Ma leggo anche cose più pacevoli, grazie a Dio, e allora, forse, domani riapre la scuola di via Ventura.

25 ottobre 2006

Porta a porta, pietra a pietra


Mi servo di questo articolo di Magdi Allam esclusivamente per riassumere gli antefatti.
Dopo il suddetto scontro, i due si sono ritrovati a Porta a Porta, stavolta a debita distanza, nella puntata sul velo islamico che non so per quale motivo ho continuato a seguire dopo che la Santanchè si è rivolta ad Abu Shwaima chiamandolo "iman", che in arabo è un nome di donna (ciò la dice lunga sulla preparazione della signora sull'argomento).
Davvero, la composizione degli ospiti che hanno preso parte al dibattito deve suscitare più di qualche perplessità: ben 5 degli ospiti erano convinti che le donne islamiche portano l'hijab per costrizione, mentre di parere contrario erano solo l'imam Abu Shwaima (in collegamento) e Sarah Orabi in studio.

Sarah, 19 anni, è nata e cresciuta a Milano da genitori egiziani, studia Farmacia e indossa abitualmente l'hijab: e lo porta anche in puntata, rosa con delle applicazioni di paillettes viola abbinato a gonna lunga e maglioncino rosa. A Sarah è contrapposta la coetanea marocchina Dunia, in jeans aderenti, camicia corta e capo scoperto, ex aspirante al titolo di miss Italia.

Il discorso, inizialmente blando, vira sul tema, delicatissimo, della lapidazione. Sarah ammette di non conoscere l'argomento e Vespa continua ad incalzare, mettendo Sarah oltre che in notevole e vistoso imbarazzo anche in cattiva luce.

Sarah è musulmana ed è figlia di egiziani, non conosce la lapidazione perché non credo che vi si sia mai imbattuta. Anzi, credo che tra le sue possibilità non consideri proprio l'adulterio, come la maggior parte delle donne musulmane. Alla luce di queste considerazioni è lecito pretendere da quella ragazza una conoscenza appropriata della Bibbia? Forse potrebbe esserlo stato e fino a un certo punto se Sarah fosse stata figlia di una coppia mista. E ancora, è lecito continuare ad incalzare vedendo che Sarah cita passi della Bibbia come avrebbe fatto con il Corano?

Forse doveva esserci un'altra ragazza musulmana a parlare di lapidazione al posto di Sarah?

Non suona come una lapidazione un titolo come questo?

Quanto segue è tratto da "Il Nuovo Riformista", forse le uniche considerazioni sensate a proposito della puntata di Porta a Porta del 23 ottobre.



È giusto o ingiusto fare domande insensate in tv? È ingiustissimo



di Francesco Longo


Durante la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta si è assistito ad un triste spettacolo. La trasmissione è dedicata alle polemiche sul velo delle donne islamiche. Tra gli ospiti in studio (oltre la Santanché, la Pollastrini e Fouad Allam) c’è una ragazza con il velo. Ad un certo punto il tema del dibattito diventa la lapidazione, e Vespa chiede alla ragazza se per lei la lapidazione è «giusta o ingiusta». Sarah dice che è lì per parlare del velo e che preferisce non rispondere. Ma Vespa incalza: «Signorina, per lei è giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia uccisa con le pietre?». Sarah: «Preferisco non rispondere». E Vespa, con la faccia stupita, come se stesse chiedendo quanto fa due più due: «Le sto domandando se è giusto o ingiusto lapidare una donna». Sarah si rifiuta di rispondere. Vespa e tutti gli altri ospiti, e molti telespettatori, sono sbalorditi dalla elementarità della domanda e non riescono a credere che una risposta così facile come: «La lapidazione è sbagliata!», non esca da quella bocca.Come si incontrano due civiltà se si procede così? Che significato può avere interrogare altre religioni o altre culture partendo da domande inadatte come «è giusto o ingiusto?» La nostra religione, e quindi parte della nostra cultura, si fonda su elementi del tutto irrazionali, illogici, ingiusti. Perché dunque pretendere dagli altri ragionamenti, coerenza, sillogismi? Anche il nostro libro sacro non è stato scritto da Aristotele né da Gottlob Frege, inutile negarlo.Vorrei chiedere a Vespa: «Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?». Vorrei chiedere a Vespa: «Gesù è venuto a dare il sangue per l’umanità, compreso Adolf Hitler. Per lei è giusto o ingiusto che Gesù sia morto in croce per Adolf Hitler?». Che senso ha porre questa domanda? La religione cristiana si basa su eventi di dubbia razionalità (chi concepisce un figlio senza aver «conosciuto uomo», chi muore e poi ritorna in vita; chi compie esorcismi; chi si fa martire; chi fa voti di povertà e altro). Neanche la nostra religione, che pure ci porta a formulare domande simili, funziona secondo la dicotomia giusto/ingiusto: perché costringere gli altri a questo schema? Il secondo veleno che circola durante la puntata di Porta a Porta è che le ragazze che portano il velo in realtà non lo fanno mai per libera scelta, anche qualora lo dicessero, ma sempre perché costrette. Come si può dimostrare questa “verità”? Tutti gli ospiti la dimostrano, semplicemente, affermandola. Ma cosa diremmo se vedessimo donne islamiche sottoporsi alla chirurgia estetica? Non diremmo che qualcuno le costringe? Che diremmo se vedessimo donne rinunciare ad essere madri per i motivi più strani? Non diremmo che dietro c’è qualcuno che le sta plagiando? E il voto di castità dei seminaristi è una scelta libera? E i monasteri di clausura? È uguaglianza o disuguaglianza (questa è l’altra coppia di termini con cui la ragazza durante la puntata viene messa alle corde) che un prete possa confessare o dire messa e nessuna donna possa farlo? Accettare, comprendere, dialogare con un’altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell’altra civiltà, alla fin fine, ci convince. E poi: è giusto o ingiusto mettere una ragazzina in minoranza in un salotto tv? Accerchiarla con domande impossibili come fanno i bulletti con le compagne di classe?

16 ottobre 2006

Velo e dintorni: forse la diversità è nei nostri occhi


In principio fu la legge francese sull'ostentazione dei simboli religiosi come il velo delle donne islamiche, ora a riaccendere il dibattito politico, sociale e pure giuridico sulla liceità di limitare la libertà di manifestazione della propria appartenenza religiosa è anche l'Inghilterra: Jack Straw, ex ministro britannico dell'Interno e capogruppo laburista ai Comuni è favorevole alla proibizione del velo islamico per le donne musulmane poiché rappresenterebbe un ostacolo al dialogo tra le comunità, un elemento visibile di separazione e differenza.
Questo mi sembra un articolo molto interessante: premetto che per quanto io sia contraria al velo integrale, con queste vicende e con questo articolo mi viene da riflettere sulla possibilità di dire a una donna che ha deciso di mettersi il velo, anche quello integrale, mettitelo in questo e in quest'altro posto, ma qui no. E' lecito e se sì, fino a che punto?
E se Aisha Azumi, la maestra allontanata, avesse portato un normale hijab, di quelli che coprono i capelli ma lasciano intravedere il viso e che spesso sono coloratissimi, qualcuno se la sente di assicurarmi che ora sarebbe ancora al suo posto in quella scuola?
Una scuola laica, uno stato laico, una realtà laica significano una scuola, uno stato, una realtà che lascia liberi i cittadini e gli studenti di professare apertamente la propria religione o che impone loro quale scegliere, o anche di non averne una? Democrazia e libertà dovrebbero garantire la libera manifestazione delle proprie convinzioni, ma a quanto pare lo fanno solo sulla carta ed è grave perché per la libera manifestazione di ciò che si è passano anche il dialogo e l'integrazione.
L'hijab non si può nascondere come una croce sotto un vestito, l'hijab è evidente, connota la donna che lo porta in quanto donna islamica: ora, se impediamo alle donne musulmane di indossarlo significa che in un certo senso abbiamo paura di vederle musulmane e vogliamo renderle un po' più "innocue", della serie non vedo che è musulmana, non mi preoccupo, non mi faccio turbare. Ma, a quanto pare, nessuno si preoccupa di non turbare le donne islamiche: se il velo rappresenta un determinato modo di essere, implica anche un particolare rapporto con il proprio corpo e un preciso- e senza dubbio a noi incomprensibile -senso del pudore. Allora è una violenza imporre di toglierlo.

26 settembre 2006

Una testimonianza importante


Riporto l'intervista che una ragazza convertita all'Islam ha rilasciato all'autrice di questo blog

PBUH:Peace Be Upon Him
Alhamdulillah: grazie a Dio

Interview with Abi-Lee Carter, A convert to Islam



In my experience of new converts to Islam I find it quite amazing the transformation of one's thoughts, opinions, and behaviour, in fact a whole transformation of one's perspective in life. Abi Lee-Carter is far from the ordinary….she exemplifies how thinking can take someone a long way…I am Ruji Rahman, aged 20, a student in London studying Biomedical Science. It was interesting to meet a new Muslim over the summer who attended some of my lectures at university and is studying in the same year. In fact I was more impressed by Abi's change in almost everything, particularly her pre-negative views about Islam.It cannot be gone unnoticed the negative image presented about Islam specifically Islam's treatment of women which has been rampant in the media creating an 'Islamophobia' in society. I thought it would be interesting to interview Abi Lee-Carter who in the midst of all propaganda has warmly embraced Islam.

Abi Lee-Carter

Aged 20

Student in a London University; studying Human Biology

Muslim for 6 weeks




What interested you to Islam?




Before University I had never met anyone Muslim. I was Christian and, like many people I know, only went to church for weddings, christening and funerals. I believed in God but my religion didn’t feature in my life.One of my flat mates in University halls was a practicing Muslim and was my first insight into Islam. A year later, I got free booklets and leaflets about Islam and a free copy of the Qur’an during Islam Awareness week at my Uni (university).I read about Islam with an open mind (though slightly skeptical), but was impressed that I could get a comprehensive and rational answer to the questions I had: How did I get here? Why am I here? And where am I going? I was surprised to find an insight into my own life in the Qur’an and that caused me to do some serious self- analysis. I realised my priorities were misplaced, but was pleasantly surprised that a lot of my own strong beliefs were also features of Islam. The more I read, the less skeptical I became. Islam is so unique because it deals with every aspect of human life. It’s decisive and and, unlike a lot of religions, does not contradict itself. It’s a religion that asserts the truth and then proves it! How many other religions can do that?I felt enlightened (excuse the cliché, but its true!) and over time, decided that Islam was the truth and a way of life that I wanted to be a part of.




How has Islam changed your life?




It goes without saying that things are really different once you become a Muslim.



“This day, I have perfected your religion for you, completed My Favour upon you, and have chosen for you Islam as your religion.” (Surah 5:3)



The Qur’an and the Sunnah (what the prophet Muhammad (pbuh) did, said and approved of), provide us with a definitive guide for our entire life. It’s not just a case of good vs. evil or halal vs. haram because humans have Free Will. By calling myself a Muslim, I willfully submitted my life to the Will of Allah. This way of life that covers every aspect including my conduct within society, socially and at home, it even advises me on finance and politics. I was so indecisive before and acted too often on impulse. When asked why, my usual reply was “I don’t know…I just did it.” Nowadays, I am conscious of all my actions and I do try to make everything I do purposeful. Being a Muslim means I have a Fear of Allah– not fear in the sense that I am scared, but that I’m continuously aware and mindful that Allah (SWT) knows everything that goes on. We are reminded in the Qur’an that, “Allah is Well- Acquainted with what you do.” So, I find myself (often subconsciously), thinking about the immediate consequences of my actions as well as the future (when I’ll be called to account for them on the Day of Judgment).The more obvious changes are that I pray 5 times a day and I cover my hair and wear the Islamic dress when I go out. I don’t feel the need to go clubbing every night or sit in front of the TV all day because I actually prefer to be more productive with my time. Im very rarely bored nowadays- in fact Im run off my feet and having so much fun because there are so many things to get involved in. I am more conscious of my health and am trying to maintain it and take advantage of my youth and my fitness by doing what I can- while I still can. At long last I have focus and have definite goals for every aspect of my life and that’s a relief because I know what I’m working towards and the everyday things I do are more exciting now. I’m contented (the strongest and truest form of happiness) because I appreciate everything I have (even the little things), so much more now and that’s the greatest feeling. I worry less because I am confident that Allah (SWT) has provided me with everything I need. I am more considerate of other people and a lot less selfish. Im trying to be more helpful and more patient with my parents because Islam has made me value all they do for me, and it's hugely improved our relationship with each other. Since becoming a Muslim I have met the most amazing people and received such warmth and kindness. I’m now part of a community that accepts me regardless of my age, race or background and I feel comfortable being around them.




How did people respond to you converting to Islam such as your family?




Al hamdulillah, I’ve been so lucky! The first family member I told was my brother. His words were “Really! That’s cool!” which was a fantastic confidence booster. My biggest worry was telling my parents and it took me a while to actually break the news. It was important to me that they accepted my decision. I told my mum first and she was slightly shocked, I had let her know that I was reading about Islam beforehand, but reading and actually becoming Muslim are two very different things. My parents were worried about how others would react towards me because the view of Islam in the World is such a negative one at the moment and my mum was worried about me taking it all “too seriously”. The Islamic dress code was also an issue at first as well because they thought it was unnecessary and a bit “extreme”. They are getting used to it now and they are very supportive of me. I teach them what I can about Islam to help dispel some of their misconceptions and that helps a lot. They comment on the positive changes they’ve seen in my personality and behavior. My actions rather than my words have proved to them that I am earnest and Islam isn’t just a ‘phase’. My friends were shocked and a bit freaked out at first but they’re getting used to it and they respect what I’ve done.




What advice would you give to someone who is interested in Islam?




So many people have so much to say about Islam and it can get very confusing. I found books and the Internet helpful. But be cautious of what you read on the Internet because it’s not all accurate - make sure statements are backed up with proofs from the Qur’an and Sunnah. Reading is helpful but I found the best way to find out about Islam is by speaking to practicing Muslims. Visit a mosque (call first if you can), I found the larger mosques are great and people are more than willing to help. Don’t be afraid to ask questions (even if you think they're stupid), because as Muslims we know that there is no shame in religious questions. Most importantly, as a new Muslim sister once said to me, “keep your mind and heart open” that way you’ll find out everything you need to know and don’t be disheartened if you have a negative experience because sincere Muslims will be more than willing to help you.




It has been quoted by many that the Muslim Woman is forced to wear the headscarf and Jilbab (Islamic dress). Do you share this view?




In a word, no! I wear khimar (headscarf) and jilbab (over- garment) and no one forced me into it. I’ll admit, it wasn’t an easy decision because the pressure to look good in this society is so great.Women are evaluated on their outward appearance; your hair, your figure your dress sense (or lack of it) are all under continuous scrutiny. Meanwhile market tells us what to wear, what we need to buy or which treatments would best improve our looks. After purging and preening ourselves to distraction, we allow society to tell us how we compare against the ever-changing ‘ideal’.Unfortunately, we allow the way we look, and what people think about our appearance affect the way we feel about ourselves.Modest dress is a requirement in Islam for both men and women equally. In the case of women, the Qur’an states “ O Prophet tell your wives and daughters, and believing women, that they should cast their outer garments over their persons; that is most convenient that they should be known (to be Muslims) and so as not to be annoyed…”(33:59). Muslim women wear the khimar (headscarf) and Islamic dress because Allah (SWT) has instructed us to do so. We don’t wear it to make ourselves look ugly or to bury our beauty but to redeem respect by worshipping the One who created us.In the West most men regard women as highly sexual objects and women unwittingly fall prey to stares and comments even molestation. The headscarf and Islamic dress prevents this; if they are judged it’s for their conduct, personalities and mind, not bodies. Let’s suppose Muslim women were being forced to cover… how do you explain thousands of Muslims around the world who are protesting for the right to wear the hijab, our right to obey Allah (SWT), our right to be respected for our character and intellect and our right to control what we choose to show of our bodies and to whom? Muslim women around the world are taking to the streets in their thousands. In London, 2000 people marched outside of the French embassy; women protested in Jordan, and more than 1000 teenage Muslim women marched in Beirut calling for France to overrule its ban. This struggle is nothing new. Women have been protesting for the right to wear the hijab in Turkey in the 90’s with sisters being sent to prison for merely attending peaceful demonstrations.These educated and articulate sisters have decided to wear the head scarf and Islamic dress in submission to Allah (SWT) and to liberate themselves from an image obsessed society, but they don’t get a mention in the popular media and so the myths are kept alive.It’s superficial and irresponsible to assume that any woman who wishes to keep her body private is oppressed or has been forced against her will.




What was your view about Islam and its treatment of women before you converted to Islam?




To be honest, I believed most of the negative things I was told by people who claimed to know about Islam. This was firstly because I had never met or interacted with any Muslims, and secondly, because I was under the assumption that Islam was something that a non- Muslim could never possibly understand, so I didn’t bother trying.I’m not ashamed to admit that my view of Muslim women was a negative one because I know better now. It wasn’t that I thought the women were bad people, I just felt so sorry for them! I saw them as vulnerable people, completely subordinate to men, with no rights and prevented from having their own opinions!




Has your view changed in any way?




That goes without saying or I certainly wouldn’t be a Muslim now! My previous views were due to ignorance. The biggest amendment I’ve made is that I thought I’d have nothing in common with a practicing Muslimah (female Muslim) but that’s just not true. All the sisters I have met have become my friends and are similar to me and even some of my non- Muslim friends; we enjoy the same pastimes, share views on life and political issues (Islamic and otherwise), in fact we share views on a lot of things.I’ve found Muslim women to be among the most strong- willed and informed women I’ve come across. I am genuinely impressed by their natural proficiency in critical assessment of situations and those who haven’t gone into higher education show the same sharp intellect as the highly academic people I know. In my opinion Muslim women are strong, have a voice, self- confident and self- respecting and should be used as a positive example for all women.




What is your view on the common impression non-Muslims may have that Islam oppresses the woman, and gives her no voice or role in society?




It’s just a shame that such damaging and dismissive views of Muslim women have saturated public (mass- media driven), opinion. It aggravates me that people don’t take the time to educate themselves about Islam and then claim to be experts on the affairs of Muslim women.How can a religion that earnestly elevated the status of women, giving them control, more than a thousand years ago, awarding them rights that non- Muslim women could only dream of, be oppressive? Islam gave women the right to divorce (although always seen a last resort), even before Christian women in the West. As well as that, a Muslim woman has the right to negotiate her own terms of marriage.Islam gives women the right to financial independence –she can earn money and spent it as she wishes, and still has right to be supported by her husband for all her needs. Most significantly, Muslim women have the right to be identified as thinking individuals, rather than being sex objects, they are respected and appreciated. When the Prophet (PBUH) was asked who among us deserves the most care and respect he replied “your mother (and he repeated this three times)” which goes to show the high esteem and importance of a woman’s role in society. It is women who produce and nurture a strong and upstanding community and in Islam, this integral role is recognised, honored and rewarded.

Source: islamic forum