Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

29 novembre 2006

Un anno di Amal


Amal compie un anno, un grazie speciale a tutti voi che permettete a questo spazio di svilupparsi

28 novembre 2006

Delizie di mezza estate: lo spettacolo dei ballerini "Al Tanura"

Ho perso il conto dei giorni che qui a Perugia si galleggia nella nebbia, un angolo di cielo è un'utopia considerando che faccio fatica a distinguere il palazzo di fronte al mio! Perdonerete, quindi, quest'uso personale ed autoreferenziale del blog, ma ho bisogno di un'esplosione di colore che qui, s'è capito, tarderà a manifestarsi...
Si tratta dello spettacolo degli eccellenti ballerini "Al Tanura" di cui propongo, in particolare, il momento finale: protagonista indiscusso, questo formidabile ballerino che ha girato molto velocemente su stesso per più di un quarto d'ora sulle note di una melodia ritmata e travolgente, maneggiando abilmente le gonne del suo costume e quell'oggetto circolare che a me ha fatto pensare a quel vecchio setaccio che avevamo a casa, del quale mi sembra ancora di sentire il profumo di vaniglia. Non so se fosse davvero così grande, ma io lo ricordo coi miei occhi di bambina in ginocchio sulla sedia a guardare, incantata, impastare i dolci.


E' un peccato che queste immagini non abbiano catturato il fruscìo di quelle gonne e il sorriso, direi ascetico, di quel ballerino dalla vita così sottile che avrebbe potuto infilarsi i pantaloni di un bambino.














Di seguito riporto l'articolo che "EL MUNDO" ha dedicato loro lo scorso anno, in occasione di un'esibizione al teatro Albéniz di Madrid:

DE LA TIERRA AL CIELO

di ALVARO FEITO

MADRID.- Con su exhuberancia colorista y rítmica, los Derviches danzantes de El Cairo se muestran muy alejados de la sobriedad y el misticismo estrictos de sus coetáneos de Konya y Turquía, los principales valedores de la expresión artística (música, danza, escenografía, vestuario) surgida de la corriente filosófica islamista del sufismo.

Es una doctrina que alienta el contacto con la divinidad suprema a través de la experiencia personal y colectiva del trance. Cargada de simbolismos y de referencias a la tradición que surgió en el siglo XIV, la danza circular y ensimismada de los derviches egipcios contiene elementos de sensualidad y de brillantez formal, muy cercanos en ocasiones al malabarismo circense.

Un bailarín central, vestido con tres tanuras o faldas de chirriantes y geométricos colores, simboliza al sol en su devenir eterno como fuente y médula de toda energía. Otros danzantes giran alrededor de él, como si de un sistema planetario se tratase. Mientras tanto, los tars (tambores) marcan un ritmo insistente y a veces frenético, una pulsión cósmica que invita también al éxtasis.

El canto implorante de un sheik, con sus invocaciones constantes a Alá, formulan el contrapunto de la voz humana en medio de tanta elevación mística. El derviche mantiene siempre el contacto con la tierra, por más que sus brazos se eleven al cielo en busca de la comunicación espiritual definitiva.

Deslumbrantes, virtuosos y disciplinados, los 30 músicos y bailarines en escena (y en el patio de butacas) consiguieron también, en sus tres conciertos madrileños, otro tipo de comunicación: el público asistente se entregó sin reservas a un clímax final desbordante de complicidad, simpatía mutua y aceptación de lo ajeno.



21 novembre 2006

Riprendo fiato...

Mi fermo un attimo a riordinare le idee, ogni tanto bisogna farlo.
Ho una guancia gonfia e l'apertura della bocca di pochi centimetri, sembro avere una mela intera in bocca ma è solo un molare che ha deciso di far capolino proprio ora, a conclusione di questo periodo di intensa attività. Si dà il caso poi, che io abbia una laurea da otto giorni. E non riesco a realizzare, ancora.


Senza girarci intorno- ché è bello essere onesti con gli altri e con sé stessi -non sono contenta della mia performance. Non è che tornerei indietro, non è giusto né salutare, diciamo solo che ho imparato cosa non dovrò fare la prossima volta, visto che, se Dio vuole, qui tra un annetto si è di nuovo con le mani in pasta per un'altra tesi. Si replica siori. Per ora mi basta convincermi che saprò affrontare la mia ansia in modo diverso da questa volta, considerato che più che ansia è una forma di paura-delle-situazioni-nuove e che, sempre se Dio vuole, la prossima volta la location sarà tutt'altro che ignota. Io speriamo che me la cavo, insomma.

Pensandoci bene, è che ho perso quell'entusiasmo che avevo quando ho iniziato a scrivere la tesi. Forse un rapporto troppo saltuario con il prof(solo e-mail degne della Sfinge o della sibilla cumana o dell'Oracolo di Delfi e qualche striminzito colloquio qua e là)? Non lo so.

Il vestito, poi, non ne parliamo. La moda del momento in forza del principio "il tailleur nero è un capo d'obbligo nell'armadio" ha cercato di annullare la mia personalità in tutti i negozi in cui io mi sia recata nella ricerca di giacca e gonna lunga che non fossero solo nere. Ma come, il tailleur nero, elegantissimo, ma impersonale, a me che ho scelto il giallo(solo perché l'arancione non era disponibile) per la copertina della mia tesi , rifiutando i soliti nero, blu e bordeaux? Proprio no.


Questa foto è assurda, rispecchia il mio stato d'animo della sera prima della discussione: seduta sul letto, davanti all'armadio, fissavo i lucidi di supporto alla discussione che avevo appeso, da giorni ormai, nella vana speranza che l'inchiostro si asciugasse. Immaginatevi i miei, la mattina dopo sull'autobus che li portavano come vassoi per non rovinarli...
Per la prossima volta dovrò cercare di raggiungere uno stato d'animo direi...equidistante sia dall'oddio-che-vergogna-domani che dall' accorrete-ad-assistere-al-mio-trionfo. Né defilata, né egocentrica. Dovrò lavorarci, parecchio pure.
Poi ieri ho preso il treno e ho visto l'autunno. E' stato come se me ne fossi accorta solo allora, tanto grande è stata l'emozione provata. L'ho visto dal finestrino, su quei campi che ogni volta mi procurano voglia e noia allo stesso tempo. Era sulle foglie accese di colori vivaci, dal verde chiaro al giallo pieno, dal rosso vivo al marrone intenso, fino al colore carico dei frutti e delle bacche. Come il bagliore di stelle in procinto di morire.
La devo ancora trovare una foto in grado di rendere giustizia anche minimamente a quello spettacolo e a quell'emozione. Ho anche visto un distinto signore disperarsi con le mani letteralmente nei capelli per la moglie morta. Ho pensato, allora, che l'autunno mi stava deliziando e straziando, come quel pianto. E ho capito che sulla scia di quell'emozione insolita dovevo mettere ordine.

17 novembre 2006

Quelli che dimenticano che non si finisce mai di imparare...


A proposito della proposta di Fini sull'insegnamento dell'Islam nelle scuole statali (sottoforma di ora facoltativa) si legge: "E allora - si chiede l'ex ministro leghista [Calderoli] - che fare con il buddismo o le altre religioni dell'amore? Non e' che bisogna accontentare le religioni dell'odio solo perche' sono violente e non fare nulla per le altre. Non si puo' fare sino a quando nelle scuole islamiche non sara' stata ammessa la possibilita' di insegnare il Vangelo".
Altrettanto duro il giudizio di un altro esponente del Carroccio, Roberto Cota: "In una scuola pubblica, a spese dello Stato, non si puo' insegnare il Corano. Se qualcuno vuole impararlo lo puo' fare privatamente, ma nella nostra scuola si deve insegnare la religione e la cultura che e' a fondamento di una comunita'. Per questo e' giusto che s'insegni la religione cattolica".



Premesso che non ho intenzione di commentare quest'ultima affermazione dal momento che ho parlato ampiamente della questione tutta contemporanea delle culture complesse e locali, il problema secondo me va inquadrato in un'ottica diversa, ne parlavo tempo fa con mia madre, insegnante di matematica e scienze alla scuola media statale: bisognerebbe ripensare l'ora di religione. Senza andare a scomodare le grandi città, anche nelle realtà provinciali la presenza di immigrati di fede non cattolica è cospicua: i loro figli, albanesi musulmani nel caso del mio paese d'origine, frequentano la scuola statale e all'ora di religione non viene offerta loro un'alternativa migliore alla perdita di tempo. Poiché insegnanti come mia madre si ritrovano gruppetti di alunni musulmani in classe, non sarebbe opportuno organizzare un'ora di religione parallela a quella dell'insegnamento della religione cattolica per non privare questi bambini dell'educazione religiosa nell'ambito della scuola? Favorire la loro integrazione, nella società come nella scuola, non significa forse metterli sullo stesso piano di quelli italiani offrendo a tutti le stesse possibilità?



Però quando dico ripensare l'ora di religione intendo qualcosa di più significativo, per tutti: per quanto mi riguarda, l'ora di religione parallela potrebbe anche intersecarsi con quella tradizionale. Se è vero che gli immigrati sono un punto di forza, perché allora non trasformare l'ora di religione in un momento di confronto e di insegnamento reciproco? Dell''integrazione, affinché sia effettiva, non dovremmo intedere solo ciò che è dovuto agli altri, ma anche ciò che possiamo fare noi per convivere pacificamente.


Quanto al delirio di Calderoli, ricordo che il mondo arabo fornisce molteplici esempi di convivenza religiosa: la chiesa e la moschea spesso sono a pochi passi di distanza. Un bell'esempio, no?

Un altro aspetto mi sembra errato: questa proposta di Fini suona come un compromesso, essendo gran parte dell'opinione pubblica contraria alla scuola araba di Milano: non capisco come possa essere ritenuta un ghetto quando lo scopo principale di quella scuola è affiancare all'insegnamento dell'italiano (che comunque prevale) l'insegnamento dell'arabo e dunque del Corano.

16 novembre 2006

Ibn Battouta




Dal sito Arab.it



"Gli occidentali hanno curiosamente limitato la storia del mondo raggruppando il poco che sapevano sull’espansione della razza umana intorno ai popoli di Israele, Grecia e Roma. Cosi facendo hanno ignorato tutti quei viaggiatori ed esploratori che, a bordo di navi, hanno solcato il mar della Cina e l’oceano Indiano, o, in carovane, hanno attraversato le immense distese dell’Asia centrale sino al golfo Persico. In verità, la parte più cospicua del globo, con culture diverse da quelle degli antichi Greci e Romani ma non meno civilizzate, è rimasta sconosciuta a coloro che hanno scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo."
Henri Cordier




IBN BATTOUTA, IL MARCO POLO ARABO


L’Islam medievale ha avuto numerosi viaggiatori arabi, ma nessuno è stato cosi importante come Ibn Battouta. Egli ha viaggiato per una trentina d’anni attraverso il mondo nella stessa epoca in cui visse Marco Polo ( 1254 / 1324 ). Pur avendo intrapreso viaggi avventurosi e temerari, tali da far dimenticare quelli del più noto viaggiatore italiano, egli rimane incredibilmente sconosciuto in Europa e forse non abbastanza apprezzato nello stesso mondo arabo. Ibn Battouta è nato a Tangeri, in Marocco nel 1304, all’apoca della dinastia dei Marinidi e apparteneva ad una famiglia di giuristi musulmani. E’ morto nel 1369 all’età di 65 anni dopo essersi ritirato a fare il giudice, in una piccola città di provincia.
Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ... Il racconto di Ibn Battouta non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan che favoriva le opere dello spirito e che in pratica era un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba di Abu Inan iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battouta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola: " Rihla ", viaggio, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo quando due studiosi tedeschi pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti della " Rihla ". La traduzione completa fu eseguita da Defrèmy e Sanguinetti, due studiosi arabisti francesi. Il lavoro durò dal 1853 al 1858 e apparse con il titolo di: " Viaggio di Ibn Battuta ".
Vediamo brevemente il contenuto della " Rihla ". Ibn Battuta scrive: " Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 ( 14 giugno 1325 ) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta ". L’inizio del viaggio, racconta, fu molto faticoso. Arrivò ad Algeri, unendosi ad una carovana di mercanti. A Bejaia lo assalì una forte febbre, tra Bejaia e Costantina alcuni briganti cercarono invano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arrivò ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Attraversò l’Egitto, la Siria, la Palestina e soltanto il 1 settembre 1326 potè lasciare Damasco per l’Arabia. Dopo il pellegrinaggio continuò il viaggio in Iraq e in Persia. In seguito fece altri due pellegrinaggi alla Mecca, ma fino a questo momento sembra che i suoi viaggi si svolgessero solo entro il perimetro arabo. Finalmente si decise ad uscire dal mondo arabo e sempre dopo mille difficoltà lo troviamo a Costantinopoli, in Russia, nel Turkestan, in Afghanistan. E qui finisce la prima parte del racconto, perchè solo dopo aver attraversato l’Indo, Ibn Battouta penetra in un mondo assolutamente nuovo e strano, ne resta affascinato e gli dedica molta parte del suo racconto. Sedotto della città di Delhi vi resta per sette anni ed entra persino al servizio del sovrano che gli affida una missione speciale in Cina. Le avventure si susseguono in Ceylon, nel sud est dell’India nel Bengala, in Malesia, in Estremo Oriente. Ritorna in patria, ma il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353 ritorna a Fes. La " Rihla " era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Il racconto di Ibn Battouta è coinvolgente, notevole è la sua capacità di osservazione, egli ci apre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi e degli usi e costumi dei luoghi visitati ed è anche il resoconto avvincente di un’avventura personale. La " Rihla " costituisce inoltre un tesoro inestimabile per la conoscenza dei popoli afro - asiatici nell’epoca medievale ed ha dato un contributo importante per la nascita delle scienze sociali.

08 novembre 2006

La lista del silenzio



Reporters senza frontiere ha pubblicato la lista nera dei 13 Paesi in cui il ricorso alla censura on-line è massiccio, si può trovare qui.
E' una pratica che sembra consolidarsi parallelamente al progredire delle possibilità tecnologiche: ora che i dissidenti possono facilmente aprire un blog, per esempio, si ritrovano- altrettanto facilmente -in carcere.
Nella lista figura anche l'Egitto, triste new entry dove si vanno moltiplicando i casi di blogger arrestati: qualcuno ricorderà i 45 giorni di carcere di Alaa Seif El-Islam lo scorso giugno, la stessa sorte che era toccata a Nabil Abdul Karim qualche tempo prima. Casi che vanno a sommarsi a molti altri di censura governativa tradizionale come l'arresto, prima delle elezioni del settembre dello scorso anno, di Ayman Nur, l'accreditato leader dell'opposizione, incastrato con l'accusa di aver falsificato le firme necessarie alla nascita del partito Gahd di cui è fondatore.

07 novembre 2006

Questioni di vita o di morte della ragione umana




Tralascio farneticazioni come queste e riporto di seguito un articolo apparso ieri sul sito di Repubblica:



Il processo senza giustizia con un verdetto farsa


di ANTONIO CASSESE


Anche a Norimberga i vincitori hanno processato i vinti. Ma almeno il processo è stato equo. A Bagdad si è invece celebrata, per i fatti di Dujail, una farsa. I giudici sono stati nominati dall'esecutivo (il Consiglio di governo) e da esso sostituiti quando non si allineavano sulle posizioni ufficiali delle autorità o si dimostravano scarsamente efficaci. Il tribunale sin dall'inizio è stato finanziato dagli Usa, che hanno anche elaborato il suo Statuto, poi formalmente approvato dall'Assemblea nazionale irachena, nell'agosto 2005. Imputazioni precise contro gli otto imputati sono state formulate solo a metà processo. La Corte non ha consentito alla difesa di convocare un certo numero di testimoni a discarico che dovevano ancora essere ascoltati.


Inoltre, molti documenti prodotti dall'accusa contro gli imputati (tra cui l'ordine di Saddam Hussein di eseguire la condanna a morte inflitta ai civili che avrebbero attentato alla vita del dittatore e l'ordine di conferire onorificenze alle forze di sicurezza che avevano arrestato e interrogato i presunti colpevoli), sono stati contestati dalla difesa, che ha affermato trattarsi di falsi. Per verificarne l'autenticità, il tribunale non ha convocato esperti internazionali (come sarebbe stato doveroso), ma esperti iracheni che, secondo la difesa, erano legati a filo doppio all'attuale ministero dell'interno iracheno. Insomma, un processo privo di qualsiasi seria garanzia dei diritti della difesa.

Certo, non è facile processare un ex dittatore che cerca di usare le udienze pubbliche per comizi e polemiche politiche. I giudici però non avrebbero dovuto rispondere alle arringhe pretestuose dell'ex-dittatore urlando più di lui o espellendolo dalla sala delle udienze, ma con equilibrio e serenità, limitando ad esempio il suo tempo di parola, inducendolo a discutere i problemi specifici del processo, e soprattutto affrontando seriamente i problemi giudiziari che gli avvocati di Saddam sollevavano. In una parola, mostrandosi pazienti, equilibrati ed imparziali.

La condanna a morte dei tre maggiori imputati è sbagliata sotto un triplice profilo. Anzitutto, si tratta di una punizione che non è affatto credibile perché conclude un processo-farsa. In secondo luogo, la pena capitale è stata oramai condannata dalla vasta maggioranza della comunità internazionale. Anche se paesi come gli USA e la Cina continuano a praticarla, si può dire che la pena di morte è diventata, sul piano internazionale, se non illegale, almeno illegittima. Prova ne sia che tutti i tribunali internazionali finora istituiti dalle Nazioni Unite (alcuni, come quello dell'Aja per l'ex Jugoslavia e quello per il Ruanda, con il fortissimo sostegno degli americani) bandiscono la pena di morte.


Lo stesso vale per la Corte penale internazionale, il primo tribunale internazionale a vocazione universale, che oramai agisce come suprema istanza penale internazionale per ben 104 Stati. In terzo luogo, la pena di morte inflitta ai tre imputati costituisce un grave errore politico, perché naturalmente aggraverà la situazione in Iraq. Il paese è da tempo in preda ad una sanguinosa guerra civile, anche se i vertici statunitensi, per ragioni politiche, si ostinano a negare che sia in atto una vera e propria insurrezione armata. Saddam Hussein diventerà un martire, oltre ad essere già considerato un eroe dell'antiamericanismo. L'odio per il gruppo dirigente iracheno e per gli americani aumenterà a dismisura e i massacri si moltiplicheranno.


L'appello che subito interporranno i condannati non potrà che rinviare l'esecuzione capitale, anche in attesa che vengano celebrati contro l'ex dittatore altri processi, per fatti, tra cui il genocidio dei Curdi negli anni '80, che appaiono obiettivamente molto più gravi del massacro di Dujail. In breve, in Iraq anche sul versante della giustizia è stata imboccata una strada radicalmente sbagliata, e appare assai probabile che si arriverà alla peggiore soluzione possibile.


Qui salta fuori persino un patto Blair/Berlusconi che impedirebbe la condanna a morte di Saddam. Sarebbe una vergogna se gli fosse risparmiata la vita solo in nome di questo presunto patto. Da dove prende il potere un uomo per togliere la vita a un altro? Perché si continua a discutere di una questione che, se tutti avessero bene in mente la sacralità della vita umana, non sussisterebbe neppure?

06 novembre 2006

Alaidy, uno di quelli che non hanno niente da perdere


di Paola Caridi

Lunedi' 6 Novembre 2006


“Siamo una generazione autistica, che vive sotto lo stesso tetto con degli stranieri che portano nomi simili ai nostri”. Ahmed Alaidy non fa sconti. Né a se stesso, né a chi in Egitto – come lui – è nato a cavallo tra l’era di Sadat e quella di Mubarak. La generazione nata, cresciuta e svezzata sotto le leggi d’emergenza, mai tolte da quando Anwar el Sadat fu ammazzato nel 1981. Nata e cresciuta tra i miti americani, i McDonald, gli sms e i blog. “L’Egitto ha avuto la sua Generazione della Sconfitta. Noi siamo la generazione che è venuta dopo. La generazione di quelli che non-hanno-avuto-niente-da-perdere”, scrive Alaidy nell’unico riferimento politico contenuto nella sua opera prima, An Takun Abbas el Abd [Essere Abbas el Abd]. Un romanzo breve, scarnificato, alla Chuck Palahniuk, per intendersi, che lo ha fatto arrivare agli onori della cronaca letteraria egiziana nel giro di pochissimo tempo. Appena tre anni. Tanto da far scendere in campo l’American University of Cairo Press, che ha appena fatto uscire il libro sugli scaffali in inglese. Per far conoscere, fuori dai confini del grande colosso arabo, la punta di diamante di un fenomeno ormai conclamato: i nuovi scrittori egiziani, poco eredi di Mahfouz, molto più vicini – semmai – a modelli europei e americani piegati alla orgogliosa rivendicazione della propria identità di arabi. La Generazione della Sconfitta, di cui parla Alaidy, è quella che visse la caduta del mito di Gamal Abdel Nasser dopo il rovinoso esito della guerra del 1967. Una generazione cantata con maestria da Naguib Mahfouz, e che i giovani uomini e le giovani donne di oggi riscoprono come modello. “Sì”, conferma Alaidy, classe 1974, “in fondo siamo come negli anni Sessanta, in guerra. Oggi, siamo in un tempo di guerra non ufficiale, non dichiarato. Ora è il nostro regime a essere contro la nostra gente”. “Siamo autistici, perché il nostro mondo è solo quello interiore. Con il proprio linguaggio, il proprio gergo, i propri slogan, i propri metodi”, dice Alaidy, diventato scrittore senza dopo una laurea in marketing e una teoria di lavori dal grafico allo scrittore di programmi televisivi. Una interiorizzazione generazionale di cui fa parte – spiega Alaidy con sdegno - anche quello che è successo di recente durante l’Eid el Fitr, la festa che segue la fine del ramadan, nelle affollatissime strade del centro del Cairo, quando orde di ragazzi hanno cominciato ad assalire ragazze, fossero velate o svelate, per molestarle. “E’ la faccia abietta di questa mia generazione autistica. È stata una sorta di masturbazione di massa”. A dire il vero, la faccia crudele e turpe del Cairo compare anche nelle pagine di Essere Abbas el Abd, un romanzo che poggia sulla pazzia del protagonista e dei pochi individui che lo circondano: lo zio psichiatra d’accatto che lo alleva, Abbas el Abd in cui si mimetizza e che forse è solo il suo alter ego schizofrenico, le due ragazze – entrambe di nome Hind – che in questo gioco del doppio cercano di fare entrare il protagonista nel mondo reale. La lingua di Alaidy è infarcita di egiziano colloquiale e di anglismi. Ma – soprattutto – il dialogo con gli altri è spesso al limite dell’insulto, ingrugnito, duro, senza indulgenze. In una città dove vivere è sempre un esercizio di sopravvivenza. Allora, Alaidy odia il Cairo? “No - risponde -. Odio la bruttezza di questa città che in passato era stata considerata la più bella del mondo. Odio che la gente di questa città sia ormai in una enorme prigione, e non sto usando una metafora. Odio che tutti noi siamo trattati come greggi di pecore, e che in un prossimo futuro rischiamo di essere portati – come pecore – al mattatoio”.“Noi siamo i nuovi ebrei, sul pianeta”, dice, usando un tono pacato e per niente retorico. “A differenza degli ebrei, però, non siamo in diaspora, siamo abbandonati nei nostri stessi paesi. Che si sono trasformati in un grande ghetto. Per questo, perché la nostra è una situazione orribile, anche la nostra lingua è diventata più brutta, più turpe. Siccome siamo diffamati, usiamo un linguaggio diffamante, una lingua che è molto più dura dello slang”. Alaidy non è un ottimista, insomma. I suoi mentori, d’altro canto, si chiamano Chuck Palahniuk (“sono uno studente alla sua scuola di minimalismo”, spiega). E poi Sonallah Ibrahim, il grande cantore egiziano dell’individualismo e dell’isolamento. Ahmed Alaidy è riuscito a metterli insieme, lo scrittore dell’alienazione americana e il Kafka del Nilo, in una prosa scarnificata, spezzata. E compiutamente postmoderna, in cui i dialoghi veloci da sitcom si accavallano a numeri, segni grafici come gli smile, interiezioni, grassetti e corsivi. Hanno detto che la sua scrittura assomiglia a quello del primo Sonallah Ibrahim. “Non ambivo a tanto. Ibrahim per me è modello: descrive l’isolamento dell’individuo. Perché ora, quanto più alto è il nostro uso della tecnologia – dai telefonini a internet – tanto maggiore è il nostro isolamento comunicativo”. È stato proprio Ibrahim a fargli spiccare il volo. Alaidy si era fatto coraggio, lo aveva chiamato ripetutamente, e si era bloccato davanti a una segreteria telefonica. Poi lui aveva risposto, e Alaidy aveva avuto solo il coraggio di dire “Mi aspettavo una segreteria telefonica”. E di rimando, Ibrahim: “Se vuoi, riattacco”. Una conversazione che avrebbe potuto far parte, a ragione, di Essere Abbas el Abd. Quando Ibrahim lo ha letto, il romanzo, gli ha mandato una email altrettanto scarna, “chiamami”, la stessa frase che il protagonista dice a una delle due Hind di scrivere sui bagni pubblici dei mall del Cairo. Poi, la pubblicazione sulla più importante rivista letteraria egiziana, l’uscita del libro presso Dar Merit, la casa editrice dei talenti. E poi il salto verso il vasto parco dei lettori anglofoni. Per un giovane “autistico”, una vera e propria nemesi. Il prossimo libro, promette, sarà “una piccola rivoluzione per l’individuo”. Sul consumismo.

05 novembre 2006

Ancora, lui. Il velo


Aisha ne aveva parlato ieri sul suo blog, stamattina le pallavoliste egiziane sono apparse in TV con il loro velo contro la squadra italiana. Qualche minuto dopo la fine della partita Toni Capuozzo parte da questo particolare per allargare la visuale fino a coprire un frivolo quanto presunto dibattito sulla tendenza, dilagante nello star system egiziano, delle cantanti e delle attrici che appaiono velate al grande pubblico.


Che male c'è, mi chiedo. Non vedo niente di male nella declinazione della propria personalità nelle molteplici attività sociali possibili, come interessi e professione, senza dimenticare di affermare quel nucleo solido che è la propria identità e che nel caso di una donna musulmana è anche il suo hijab.


Ma succede anche questo e mi spiace che se ne faccia una rivendicazione di libertà e che si usino questi toni e queste parole che rasentano la derisione, mi riferisco a quell'intabarrate verso la fine dell'articolo.


Ma leggo anche cose più pacevoli, grazie a Dio, e allora, forse, domani riapre la scuola di via Ventura.