Sera
Una manciata di minuti alle nove, dopo la lezione serale di arabo, non è ancora completamente buio. L'aria ferma e opaca è rischiarata da un riflesso lontano, tutt'intorno solo ombre. Il lessico del ristorante mi ha messo un certo appetito.
Saluto le ragazze e salgo in macchina. Mi piace il rapporto che si è creato. Un misto di viva solidarietà e sottile confidenza. Salgo in macchina, alla radio gli ultimi istanti di Sunrise, Norah Jones. Imbocco la superstrada, sono soddisfatta.
Le luci della città compaiono solo dopo la prima galleria. Per qualche centinaio di metri il paesaggio dominante è una vegetazione fitta e cupa che l'imbrunire riduce ad una massa indistinta e compatta. Se ne distinguono solo i contorni, stagliati contro il cielo violaceo e sgombro della sera che avanza. Lo popolano solo due nuvolette più scure, in diagonale, come se fossero il fumetto dei pensieri di qualcuno.
Oltrepassata la prima galleria compare la città. Tra gli edifici svetta aguzzo il campanile di San Pietro, l’unica cosa sveglia e accesa che, fuori dalla mia finestra, nelle innumerevoli mattine degli esami, prima dell’alba vegliava silenziosamente in cima alla distesa dei tetti addormentati. In procinto di lasciare la mia vecchia casa, ricordo di averlo fissato un’ultima volta con profonda riconoscenza, desiderando invano di portarmelo via, quel muto testimone, come fosse un soprammobile.
Poi la città si avvicina, di galleria in galleria le macchine si inseguono per raggiungerla. Ognuno con le sue storie, la giornata volge al termine ed io mi metto a pensare che, in fondo, questa città mi appartiene profondamente.
Saluto le ragazze e salgo in macchina. Mi piace il rapporto che si è creato. Un misto di viva solidarietà e sottile confidenza. Salgo in macchina, alla radio gli ultimi istanti di Sunrise, Norah Jones. Imbocco la superstrada, sono soddisfatta.
Le luci della città compaiono solo dopo la prima galleria. Per qualche centinaio di metri il paesaggio dominante è una vegetazione fitta e cupa che l'imbrunire riduce ad una massa indistinta e compatta. Se ne distinguono solo i contorni, stagliati contro il cielo violaceo e sgombro della sera che avanza. Lo popolano solo due nuvolette più scure, in diagonale, come se fossero il fumetto dei pensieri di qualcuno.
Oltrepassata la prima galleria compare la città. Tra gli edifici svetta aguzzo il campanile di San Pietro, l’unica cosa sveglia e accesa che, fuori dalla mia finestra, nelle innumerevoli mattine degli esami, prima dell’alba vegliava silenziosamente in cima alla distesa dei tetti addormentati. In procinto di lasciare la mia vecchia casa, ricordo di averlo fissato un’ultima volta con profonda riconoscenza, desiderando invano di portarmelo via, quel muto testimone, come fosse un soprammobile.
Poi la città si avvicina, di galleria in galleria le macchine si inseguono per raggiungerla. Ognuno con le sue storie, la giornata volge al termine ed io mi metto a pensare che, in fondo, questa città mi appartiene profondamente.


