Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

04 maggio 2010

Sera

Una manciata di minuti alle nove, dopo la lezione serale di arabo, non è ancora completamente buio. L'aria ferma e opaca è rischiarata da un riflesso lontano, tutt'intorno solo ombre. Il lessico del ristorante mi ha messo un certo appetito.
Saluto le ragazze e salgo in macchina. Mi piace il rapporto che si è creato. Un misto di viva solidarietà e sottile confidenza. Salgo in macchina, alla radio gli ultimi istanti di Sunrise, Norah Jones. Imbocco la superstrada, sono soddisfatta.
Le luci della città compaiono solo dopo la prima galleria. Per qualche centinaio di metri il paesaggio dominante è una vegetazione fitta e cupa che l'imbrunire riduce ad una massa indistinta e compatta. Se ne distinguono solo i contorni, stagliati contro il cielo violaceo e sgombro della sera che avanza. Lo popolano solo due nuvolette più scure, in diagonale, come se fossero il fumetto dei pensieri di qualcuno.
Oltrepassata la prima galleria compare la città. Tra gli edifici svetta aguzzo il campanile di San Pietro, l’unica cosa sveglia e accesa che, fuori dalla mia finestra, nelle innumerevoli mattine degli esami, prima dell’alba vegliava silenziosamente in cima alla distesa dei tetti addormentati. In procinto di lasciare la mia vecchia casa, ricordo di averlo fissato un’ultima volta con profonda riconoscenza, desiderando invano di portarmelo via, quel muto testimone, come fosse un soprammobile.
Poi la città si avvicina, di galleria in galleria le macchine si inseguono per raggiungerla. Ognuno con le sue storie, la giornata volge al termine ed io mi metto a pensare che, in fondo, questa città mi appartiene profondamente.

31 marzo 2010

Tu chiamali, se vuoi, bilanci

Volevo iniziare questo post con “ultimamente”, ma pare che non sia consigliabile esordire con un avverbio. Ultimamente, dunque, mi sto interrogando sull’opportunità di tenere aperto questo blog, visti i ritmi degni di un bradipo con cui lo aggiorno. Ho deciso di non chiuderlo, però. E soltanto per un motivo: perché rileggendo alcuni vecchi post ho provato di nuovo le stesse sensazioni di quando li ho scritti. Ci sono post che ho scritto su fogli di carta mentre studiavo per qualche esame, post che ho scritto sul mio letto d’infanzia o che ho pensato di scrivere in autobus o in treno alla fine di una lunga giornata. Post come questo, che ho scritto sorseggiando un infuso di anice o menta.
Mantenere in vita il blog forse serve per ricordarmi di quello che non dico, ma sento dentro di me. Serve per rievocare il non detto che riaffiora istantaneamente insieme alle prime parole di un vecchio post. E’ raro che il non detto riesca a diventare un post. Di norma è condannato a rimanere non detto, principalmente perché non trovo le parole per dirlo o perché è troppo intimo per essere detto. E proprio in quanto non detto, spesso è più intenso di quello che dico, perché continuo a sentirlo in me, anche a distanza di anni.
A volte mi chiedo se quello che scrivo renda effettivamente giustizia ad un’emozione che provo o a una cosa che vedo e il più delle volte mi dico che no, viverlo è stato più intenso. Posso solo provare a raccontarlo, ma l’unica cosa che riesco a fare è catalogarlo con data e ora e intrappolarlo su questa pagina, a questo indirizzo. E’ come provare a raccontare a qualcuno una foto che hai scattato senza mostrargliela.
In ogni caso credo che continuerò a farlo perché è bello, perché sento che mi fa bene. Perché potrebbe far bene a qualcuno che incappa nelle mie stesse emozioni, visto che quello che provo io lo provano tutti gli esseri umani o comunque sono tutti potenzialmente in grado di provarlo. Si continua, dunque, ma credo che cambierà qualcosa. I colori, sicuramente, quando avrò tempo. I commenti, forse. Sto meditando di abolirli e di lasciare a disposizione solo l’indirizzo email. Per il resto si vedrà.

11 febbraio 2010

Divagazioni culinarie

L’ho realizzato lo scorso ottobre, quando, di ritorno dall’Egitto, ci siamo fermati al supermercato vicino casa per comprare qualcosa per la cena: i pomodori dell’Egitto sono eccezionali. Lo pensavo mentre, tastandoli con la mano protetta dal guanto, ne constatavo con un certo sconforto la durezza e lo scialbore. E, una volta a casa, il mio già labile entusiasmo si è abbandonato alla nostalgia di quei pomodori rossi e maturi in ogni momento dell’anno, invitanti nel loro profumo e nel loro colore deciso. I pomodori dell’Egitto odorano di terra e di sole come quelli dell’orto di mio padre.
Li compri nei suq, sui banchetti stretti e affollati, non ci sono guanti, né bilance elettroniche. Si pesa come una volta, adagiando su un piatto la verdura e sull’altro i pesetti da aggiungere e togliere. Nelle città arrivano in cassettine di legno a bordo di camion più o meno grandi, spesso pickup. Se ne incontrano a centinaia in autostrada. Le mani operose dei contadini, i fellahin, li hanno raccolti anche per chi come ad Alessandria, non abita in campagna.
Puoi scegliere quelli sodi per farci l’insalata o quelli più cedevoli al tatto - e normalmente più economici - per farci il sugo. Con quei pomodori sempre deliziosi chi si sognerebbe mai di usare le bottiglie di passata? Fare il sugo è un’arte: ad un trito finissimo di aglio e cipolla fatto imbiondire in pentola con olio o burro si aggiunge il succo del pomodoro, senza semi né bucce. Poi si aggiungono il sale, le spezie, un po’ di acqua o brodo e verdure, volendo. E anche ricavare questo succo è un’arte. Si può fare con il passaverdura, ma in tanti lo fanno ancora usando una specie di scolapasta che somiglia ad un recipiente per la cottura a vapore, con i buchi radi, noto come masfa, la stessa parola che si usa per designare lo scolapasta, appunto. I pomodori, cedevoli e ben maturi, vanno lavati, tagliati e sistemati all’interno del masfa con sotto una ciotola. Con le mani bisogna pressarli contro il fondo del masfa. Ci vuole pazienza e un po’ di forza. L’odore pieno e acidulo dei pomodori si sprigiona deciso: li lavori con i palmi delle mani, poi con le nocche, spremendoli e comprimendoli come se volessi impastarli. Di sotto cola la loro anima sfatta e liscia finché non restano solo le bucce e i semi, poi si ricomincia: altri pomodori da aggiungere e magari un pizzico di sale che aiuta a liberare i liquidi. Le mani si impregnano degli umori dei pomodori: è un gesto antico, quasi atavico, che porta con sé un che di erotico e penso alle donne che nelle nostre campagne lavorano i pomodori con le loro mani bianche e i fazzoletti in testa.
Viene da chiedersi a cosa servano le nostre iperscrupolose norme igieniche se poi i pomodori che mangiamo in questa parte di mondo sono pallidi e insapori. Dubito che abbiano visto un raggio di sole. Nei confronti dell’esaltazione del made in Italy in ambito alimentare mi sorge lo stesso scetticismo: perché mai dovrei preferire ai pomodori veri quelli esangui ma superigienici e italianissimi della nostra grande distribuzione? Se te lo stai chiedendo, sono appena tornata dall’Egitto, sì.