Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

11 febbraio 2010

Divagazioni culinarie

L’ho realizzato lo scorso ottobre, quando, di ritorno dall’Egitto, ci siamo fermati al supermercato vicino casa per comprare qualcosa per la cena: i pomodori dell’Egitto sono eccezionali. Lo pensavo mentre, tastandoli con la mano protetta dal guanto, ne constatavo con un certo sconforto la durezza e lo scialbore. E, una volta a casa, il mio già labile entusiasmo si è abbandonato alla nostalgia di quei pomodori rossi e maturi in ogni momento dell’anno, invitanti nel loro profumo e nel loro colore deciso. I pomodori dell’Egitto odorano di terra e di sole come quelli dell’orto di mio padre.
Li compri nei suq, sui banchetti stretti e affollati, non ci sono guanti, né bilance elettroniche. Si pesa come una volta, adagiando su un piatto la verdura e sull’altro i pesetti da aggiungere e togliere. Nelle città arrivano in cassettine di legno a bordo di camion più o meno grandi, spesso pickup. Se ne incontrano a centinaia in autostrada. Le mani operose dei contadini, i fellahin, li hanno raccolti anche per chi come ad Alessandria, non abita in campagna.
Puoi scegliere quelli sodi per farci l’insalata o quelli più cedevoli al tatto - e normalmente più economici - per farci il sugo. Con quei pomodori sempre deliziosi chi si sognerebbe mai di usare le bottiglie di passata? Fare il sugo è un’arte: ad un trito finissimo di aglio e cipolla fatto imbiondire in pentola con olio o burro si aggiunge il succo del pomodoro, senza semi né bucce. Poi si aggiungono il sale, le spezie, un po’ di acqua o brodo e verdure, volendo. E anche ricavare questo succo è un’arte. Si può fare con il passaverdura, ma in tanti lo fanno ancora usando una specie di scolapasta che somiglia ad un recipiente per la cottura a vapore, con i buchi radi, noto come masfa, la stessa parola che si usa per designare lo scolapasta, appunto. I pomodori, cedevoli e ben maturi, vanno lavati, tagliati e sistemati all’interno del masfa con sotto una ciotola. Con le mani bisogna pressarli contro il fondo del masfa. Ci vuole pazienza e un po’ di forza. L’odore pieno e acidulo dei pomodori si sprigiona deciso: li lavori con i palmi delle mani, poi con le nocche, spremendoli e comprimendoli come se volessi impastarli. Di sotto cola la loro anima sfatta e liscia finché non restano solo le bucce e i semi, poi si ricomincia: altri pomodori da aggiungere e magari un pizzico di sale che aiuta a liberare i liquidi. Le mani si impregnano degli umori dei pomodori: è un gesto antico, quasi atavico, che porta con sé un che di erotico e penso alle donne che nelle nostre campagne lavorano i pomodori con le loro mani bianche e i fazzoletti in testa.
Viene da chiedersi a cosa servano le nostre iperscrupolose norme igieniche se poi i pomodori che mangiamo in questa parte di mondo sono pallidi e insapori. Dubito che abbiano visto un raggio di sole. Nei confronti dell’esaltazione del made in Italy in ambito alimentare mi sorge lo stesso scetticismo: perché mai dovrei preferire ai pomodori veri quelli esangui ma superigienici e italianissimi della nostra grande distribuzione? Se te lo stai chiedendo, sono appena tornata dall’Egitto, sì.

6 commenti:

khadi ha detto...

"Se te lo stai chiedendo, sono appena tornata dall’Egitto, sì".

Me lo stavo chiedendo, infatti ;)
bentornata!
!!
k.

Silvia ha detto...

:) grazie, sorelluccia!

Aisha ha detto...

Salam alaykum, lo so di che stai parlando... Ricordo la prima insalata mangiata in Algeria... Tutto un altro gusto, dolce, croccante, gustosa... Anche l'insalata in dar al Islam è haqq...

Bentornata anche da parte mia ;)

Silvia ha detto...

(sospirone)
grazie Aishetta bella....

Sergio Montis ha detto...

Forse è un secolo che non passo a più a leggerti. Che dire non è cambiato niente, si respira sempre quella magica atmosfera che sa di spezie e d'Egitto e la tua divina capacità di raccontare le cose.
Un abbraccio Silvia, a presto
Free

Silvia ha detto...

Felice di rivederti da queste parti, FSM!
Grazie mille...
Anch'io è un secolo che non passo a trovarti, provvedo subito!
A presto
Silvia