Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.
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18 ottobre 2009

Ordinaria follia

A te.
Ordinaria follia è l’oggetto che hai scelto per riaffacciarti nella mia vita proprio quando ne avevo più bisogno, Dio solo sa quanto. Ed è il titolo di questo post che si scrive da solo, dettato dal turbinìo indomabile della memoria.
Forse ordinaria follia è solo tutto il tempo che sono rimasta a languire nella nostalgia di te, di noi, come paralizzata dalla paura di un tuo rifiuto. Sono stata sciocca a pensare che la mia nostalgia non potesse essere anche tua. Ho preferito aggrapparmi ai ricordi, a quello che riuscivo a captare di te dalle pieghe della mia memoria, per conservare qualcosa di te e non perdere almeno quello.

Ordinaria follia è stato rileggere i miei diari tutti d’un fiato, pensare a tutto quello che abbiamo condiviso, sentirmi come se fosse ancora tutto in quel modo, percorrere le tue parole con il dito, sopraffatta dalla malinconia ed accettare che tu non fossi più partecipe della mia vita.
Ordinaria follia è stata quando ho messo il tuo nome su Google, ho trovato il tuo profilo su Facebook e guardando quella foto sull’erba mi sono chiesta chi te l’avesse scattata.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che mi sono addormentata pensandoti e poi ti ho sognata. E’ stata quando ho desiderato di farti gli auguri al compleanno e quando, pur avendo la certezza che stessi soffrendo, non sono riuscita a fare nulla per manifestarti la mia vicinanza.

Ordinaria follia è stata tutte le volte che avrei voluto chiamare casa tua per chiedere un tuo recapito o semplicemente tue notizie. E non ho avuto il coraggio di farlo.

Ordinaria follia è desiderare di abbracciarti forte, rispondere con le mani e il cuore che tremano alle tue email, avere mille cose da dirti e non sapere mai da dove incominciare…

Ordinaria follia sarebbe perderti ancora, lasciarti scivolare via di nuovo. Fa cose strane il tempo. Cose spesso inspiegabili. E ordinaria follia è stato anche lasciarlo agire indisturbato.
Parlare con te è sempre un camminare piacevolmente in bilico tra la memoria di un passato che non ci appartiene più - ma che è stato nostro - e un futuro che forse non pensavamo potesse prendere questa piega, ma che sarà parimenti nostro, in qualche modo strano.
Ordinaria follia è quel nodo che mi blocca ogni volta...forse ci sono cose che si possono solo sentire nell'anima. E questa è la stessa sensazione che provavo quando avevo fretta di inviarti quell'email per farti sapere che c'ero e non riuscivo a scriverti nient'altro...

24 febbraio 2009

Educazione all'immagine (come il cane dietro le sbarre)

In prima elementare c'era un momento che odiavo: l'ora settimanale di educazione all'immagine impartita dalla mia maestra, a quel tempo ancora unica, il mercoledì.
Ricordo che passava tra i banchi e attaccava sui nostri quaderni grosse immagini ritagliate qua e là che poi noi dovevamo descrivere. Mi sembra di vederle ancora quelle figure tutte diverse che occupavano interamente la mia pagina e emanavano un odore forte di colla.
La prima volta mi assegnò un pastore tedesco che mi fissava con gli occhi tristi da dietro le sbarre. Il suo muso immenso si perdeva nello sfondo nero oltre le sbarre contribuendo ad accrescere la carica emotiva. Una carica emotiva che evidentemente io non avevo la maturità di cogliere. Scrissi che vedevo un cane in gabbia e rimasi a fissare l'immagine a lungo, passando di tanto in tanto il dito sulle increspature provocate dalla colla, quasi a voler toccare quel cane per avere l'ispirazione. Non riuscivo a pensare ad altro, non provavo nulla. Mi dispiaceva solo che quel cane fosse dietro le sbarre, ma mi sfuggiva il legame tra il compito che dovevo fare e il sentimento che stavo provando. Confessai il mio disagio alla maestra, lei si rifiutò di cambiarmi immagine e mi spronò a guardare oltre, a non soffermarmi sullo sguardo malinconico di quel cane che mi riempiva il foglio. Era come voler cavare sangue da una rapa, fu un disastro, quel giorno.

Eppure sono stata una bambina fantasiosa, io. Le figure dei libri di favole mi servivano per arredare il mondo delle parole che ancora non sapevo leggere...vedevo boschi, immaginavo colori, odori, volti e fate. E mi ritagliavo un posto privilegiato nei racconti, dal quale io potevo vedere tutto senza essere vista.

La volta successiva andò meglio: mi capitò un gruppo di persone eleganti che cenavano in piedi in un salotto luminoso e ben arredato. Mi misi a descrivere i loro vestiti, i cibi che mangiavano, provai perfino ad immaginare cosa si stessero dicendo e perché si fossero riuniti in quel luogo.

Dopo gli occhi di quel cane, non ricordo di aver visto altre foto che abbiano innescato in me una reazione emotiva talmente forte da lasciarmi sgomenta come quel giorno di tanto tempo fa. Fino a quando ho visto questa foto di Amr Abdallah, un fotografo egiziano che ha ritratto un musulmano in preghiera negli ulimi giorni di Ramadan, in cui cade la Notte del Destino, quella notte speciale per ogni musulmano, speciale soprattutto perché implica una ricerca spirituale fervida: la si trova dentro di sé, la si avverte nel cuore, nelle preghiere che sembrano entrare diritte nelle porte aperte dei cieli. Invito tutti ad andarla a vedere, credo che sia l'essenza dell'Islam, quel rapporto puro tra Dio e l'uomo e nessun altro in mezzo.
Io la guardo e mi sento un po' come quel cane dietro le sbarre.


23 marzo 2008

Pasqua, Perugia e la "dompietà"



Ieri sera, forse condotto fino a me dal vento che flagellava Perugia senza pietà, mentre lavavo i piatti, mi è sembrato di ascoltare qualcosa di remoto e primordiale, il suono di un canto che mai avrei pensato di poter sentire in quel luogo.
Ci sarebbe da scriverci almeno un centinaio di post, sul mio rapporto con Perugia. Mi chiedo come ho fatto a non scriverne mai, e chissà, forse questo è il primo passo. Passo giorni interi senza sentire le campane e quando le sento sono troppo distanti, o troppo fioche e comunque mai neppur vagamente prossime all'idea di campane che alberga nella mia memoria: in 5 anni ho visto un solo, fugace funerale e ho imparato che devo uscire fuori città per imbattermi in un cimitero.
Insomma, mai avrei immaginato di sentirlo lì quel canto, dicevo. D'istinto mi precipito sul balcone. Silenzio. Che brutti scherzi, gioca la malinconia, mi dico. E torno ai miei piatti.

Tempo un paio di secondi e sono di nuovo sul balcone: Sono stato, io l'ingrato....Gesù mio, perdon, pietà, gridava un altoparlante e l'ho sussurrato anch'io, d'istinto, meccanicamente, senza emettere voce, come si fa con una vecchia, dolce nenia.

Non mi sbagliavo: la mente inizia a correre all'indietro fino a quando ero bambina e c'ero anch'io col mio piccolo flambeau rosso ad affollare le strade del centro storico del mio paese. Ci volevano ore per completare il giro attraverso i vicoletti stretti e scoscesi di epoca medievale. Ricordo che vedevo passare gruppi di vecchine consunte dall'età che imbracciavano grossi ceri, inclinandoli lateralmente verso l'esterno, alla nostra altezza...grosse lacrime di cera fusa precipitavano fino a terra incrostando le strade e noi bambini dovevamo badare a non farci andare a fuoco i capelli...
La fiumana di gente era di proporzioni tali che ogni gruppetto di persone aveva qualcuno che pilotava il canto, rilanciandolo quando le voci si affievolivano: roba che in un punto si cantava, cadenzando, "sono stato..."e da un altro, dieci metri più avanti risuonava l'eco di "perdon, pietà...". Per anni mi sono chiesta cosa fosse la dompietà, perché io cantavo "Gesù mio per dompietà...."
E poi i sontuosi drappi rossi ai balconi, i lumini alle finestre... e il colpo d'occhio, dominato dalle fiammelle dei grossi ceri che ardevano pazientemente per tutta la sera, l'enorme statua di Gesù morto e quella della Madonna Addolorata, ammantata di nero, col cuore trafitto di spade...
e nell'aria, l'odore acre della cera bruciata.
Proprio mentre scrivo hanno sciolto le campane, finalmente qui giù a casa le sento, è Pasqua, la luce ha vinto sulle tenebre e io, augurando a tutti una serena e gioiosa Pasqua, spero che arrivi la luce a chi la sta cercando.

29 giugno 2007

Placidi pensieri


E’ una sera di fine giugno insolitamente fresca.
Da circa un mese mi godo la tranquillità di casa, lontana dal binomio perugino afa-stress.
Quasi avevo dimenticato l’odore del vento e l’aria serale mielosa di tiglio e gelsomino...tutti i fiori, le cicale instancabili e queste colline blu. Di un blu profondo, intimamente mio, che guardavo noiosamente quando volevo scappare e che ora, lontana, sfioro malinconicamente ad occhi chiusi, col pensiero.
Direi una bugia affermando la verdezza (o la verdità?!) di queste colline: spero di non scomodarne il sonno, ma credo che Kant la relegherebbe tra le cose insondabili dalla conoscenza umana. Se sono verdi, buon per loro. Io le vedo blu e nel dirlo, regredisco a quello stadio dell’infanzia in cui i bambini ancora non si piegano agli stereotipi del sole giallo e dei tetti rossi e colorano gli oggetti a modo loro.
I pensieri galoppano a briglia sciolta e a questa pace ne aggiungo altra se penso che è già tempo di preparare le valigie: tra un mese esatto sarò in Egitto.

05 gennaio 2007

La fine, l'inizio e le emozioni in mezzo

Il mio anno prende a dipanarsi lentamente, ancora intriso del tepore natalizio e dell’aria di casa, ma all’orizzonte, ancora partenze.
Con il 2006 alle spalle realizzo che ha raggiunto il culmine quel lento, dolceamaro e –suppongo- inevitabile lavoro di limatura delle mie amicizie che, paradossalmente, solo ora che sono spolpate fino all’osso sento mie. Come se quell’osso fosse mio.
Tante cose vanno, qualcuna arriva, pochissime restano. Come quell’osso: con un certo orgoglio mi passa davanti agli occhi il primo decennio di amicizia vera, che sa comprendere e aspettare, perfino tollerare la lontananza. Sottolineo perfino perché è stato proprio il cattivo rapporto di molti con le mie valigie a dare il “la” alla lima.
Diec’anni. Mica un minuto. Una condivisione continua e costante di attimi di vita vera, normale, ché tanto i film sono degli altri, io mi vivo la mia vita, lasciando questo decennio al posto di sfondo di tutto quello che cerco di costruire, che, del resto, ha sempre ricoperto.

Un anno che ha scandito il modo, il tempo e il luogo di una parte nuova di me, che si stacca definitivamente da ogni pretesa o voglia, più o meno presunta, di apparenza. Eppure non sono stata mai una fedelissima di estetiste, parrucchieri e firme, io, ma questo mondo mi circonda come l’acqua un pesce e, grazie a Dio ora lo dico ridendo, era anche riuscito a farmi sentire inferiore e insicura quel mondo lì. Mi faccio una fragorosa risata (per il mondo delle firme e per la mia stupidità) e confesso che niente mi ha fatto mai sentire più donna di quelle gonne lunghe che avevo scelto di portare in Egitto a luglio e che poi ho finito per portare tutta l’estate. Ripenso a quel fruscio nuovo e lieve ad ogni passo, alla brezza che giocava con l’orlo e alla naturalezza del gesto di sollevarla di pochi centimetri per salire o scendere le scalette ripide delle vecchie case de El Labban di Alessandria, dimora delle icone della famiglia che mi ha accolto come se ne avessi fatto parte da sempre.

Ripenso all’impegno di archiviare ogni ricordo associandovi l’emozione sensoriale che mi ha suscitato: per poterne disporre come bottiglie di profumo, iniziate e mai finite, da aprire e chiudere senza mai perderne la fragranza. E così è per il ricordo, scarpe in mano, del primo ingresso in moschea, quando, prima il destro e poi il sinistro ho iniziato a camminare sui marmi caldi del sole e dell’aria del Cairo, a piedi nudi; o per il succo di mango fresco, appena arrivati, che ho sentito andarmi dritto al cuore, con tutta la magia del Cairo dentro. Ma è così anche per la gita al lago quel pomeriggio d’agosto e per i tramonti e i fiori che mi sorprendono ogni volta che torno a sentire l’odore, dolcemente primordiale, di casa.

Ripercorro tutto questo e scruto questi primi giorni di gennaio per capire che faccia avrà il nuovo anno.
Solo una piccola constatazione, ché è troppo presto per giudicare: è un anno dispari (e io accordo istintivamente una netta preferenza a quelli pari), ma è pure un anno che inizia di lunedì. In un colpo solo, insomma, iniziano un nuovo giorno, un nuovo mese e un nuovo anno. E ora che l’ho constatato mi sento piena di energia: perché, vi pare poco?(dico, che inizi tutto ciò, non che io sia piena di energia).
Ma sono piena di energia, dicevo. E mi piace sperare che questa sensazione di principio investa un po’ tutti: c’è bisogno che qualcosa cambi. E in fretta, pure.
Tanto per dirne una, non mi sembra che la vita umana sia stata poi così rispettata, ultimamente. Sono costretta a farne una questione di cappio e di spina: del primo me ne ero già (pre)occupata, della seconda lo faccio solo ora, ora che abbiamo consegnato alla Memoria un martire. Uno solo, mi piace pensare.
Ho visto un uomo negare a un altro uomo il funerale, le preghiere che riaccompagnano un’anima al Creatore. E solo perché quell’anima ha optato, in modo discutibile, certo, per la morte anziché per la vita. Forse il problema ruota attorno a quella spina, ma la questione è un’altra: chi è un uomo per negare a un altro uomo la preghiera? Perché non si è lasciato che quell’anima spiegasse a Dio le ragioni di quella scelta? Non è affare degli uomini giudicare né decidere degli altri uomini. Né dei vivi, né dei morti.

28 novembre 2006

Delizie di mezza estate: lo spettacolo dei ballerini "Al Tanura"

Ho perso il conto dei giorni che qui a Perugia si galleggia nella nebbia, un angolo di cielo è un'utopia considerando che faccio fatica a distinguere il palazzo di fronte al mio! Perdonerete, quindi, quest'uso personale ed autoreferenziale del blog, ma ho bisogno di un'esplosione di colore che qui, s'è capito, tarderà a manifestarsi...
Si tratta dello spettacolo degli eccellenti ballerini "Al Tanura" di cui propongo, in particolare, il momento finale: protagonista indiscusso, questo formidabile ballerino che ha girato molto velocemente su stesso per più di un quarto d'ora sulle note di una melodia ritmata e travolgente, maneggiando abilmente le gonne del suo costume e quell'oggetto circolare che a me ha fatto pensare a quel vecchio setaccio che avevamo a casa, del quale mi sembra ancora di sentire il profumo di vaniglia. Non so se fosse davvero così grande, ma io lo ricordo coi miei occhi di bambina in ginocchio sulla sedia a guardare, incantata, impastare i dolci.


E' un peccato che queste immagini non abbiano catturato il fruscìo di quelle gonne e il sorriso, direi ascetico, di quel ballerino dalla vita così sottile che avrebbe potuto infilarsi i pantaloni di un bambino.














Di seguito riporto l'articolo che "EL MUNDO" ha dedicato loro lo scorso anno, in occasione di un'esibizione al teatro Albéniz di Madrid:

DE LA TIERRA AL CIELO

di ALVARO FEITO

MADRID.- Con su exhuberancia colorista y rítmica, los Derviches danzantes de El Cairo se muestran muy alejados de la sobriedad y el misticismo estrictos de sus coetáneos de Konya y Turquía, los principales valedores de la expresión artística (música, danza, escenografía, vestuario) surgida de la corriente filosófica islamista del sufismo.

Es una doctrina que alienta el contacto con la divinidad suprema a través de la experiencia personal y colectiva del trance. Cargada de simbolismos y de referencias a la tradición que surgió en el siglo XIV, la danza circular y ensimismada de los derviches egipcios contiene elementos de sensualidad y de brillantez formal, muy cercanos en ocasiones al malabarismo circense.

Un bailarín central, vestido con tres tanuras o faldas de chirriantes y geométricos colores, simboliza al sol en su devenir eterno como fuente y médula de toda energía. Otros danzantes giran alrededor de él, como si de un sistema planetario se tratase. Mientras tanto, los tars (tambores) marcan un ritmo insistente y a veces frenético, una pulsión cósmica que invita también al éxtasis.

El canto implorante de un sheik, con sus invocaciones constantes a Alá, formulan el contrapunto de la voz humana en medio de tanta elevación mística. El derviche mantiene siempre el contacto con la tierra, por más que sus brazos se eleven al cielo en busca de la comunicación espiritual definitiva.

Deslumbrantes, virtuosos y disciplinados, los 30 músicos y bailarines en escena (y en el patio de butacas) consiguieron también, en sus tres conciertos madrileños, otro tipo de comunicación: el público asistente se entregó sin reservas a un clímax final desbordante de complicidad, simpatía mutua y aceptación de lo ajeno.



23 marzo 2006

Pensieri in viaggio

Salve,

eccomi di ritorno dall'Olanda dove ho trascorso un po' di tempo. Forse non sarò la prima a dirlo, ma viaggiare è prima di tutto viaggiare dentro sé stessi, accordare la propria interiorità al suono di un'altra lingua, alle facce di un'altra gente. Viaggiare è far aleggiare i propri pensieri di là da un finestrino su mari, monti, deserti o chissà cos'altro...
Su quei monotoni prati olandesi intrisi di acqua che poi gela di notte ho cercato di immaginarmi la scena: Simona, 24 anni, la laurea ancora fresca come la ferita per la scomparsa della madre ha detto basta e è volata dalla finestra. All' aeroporto riuscivo a pensare solo a quel volo disperato dal quarto piano, di notte a Milano e quel bambino in fila vicino a me per l'imbarco diceva "papà facciamo che questa era una nave e quelli (gli aerei al di là delle vetrate) erano i pesci". Allora forse non era altro che voglia di scappare l' erasmus in Polonia e poi in Giappone... eppure sembrava felice in mezzo agli amici...
Come può la vita diventare un peso soffocante, tanto doloroso da volersene liberare? Come ci si allena a staccarsi dalla vita? Non si trova un appiglio nemmeno nelle cose a noi care, neanche le più banali? O forse anche queste diventano disgustose e soffocanti? E poi è un atto di coraggio o di viltà, fa troppa paura la vita che dovrà venire o anche questa dà la nausea?
"Papà attento che ti mangiano!" Ecco, forse abbiamo perso la capacità di trovare un'alternativa costruttiva alla noia.

31 dicembre 2005


Scrivere sul blog mi ricorda l'unica cosa che rimpiango dei cosiddetti tempi del liceo: scrivere sui diari!! E allora ecco una cosa carina che è stata lasciata sul mio diario pochi giorni prima della fine del 1999:
Ricetta di Capodanno
Prendere dodici mesi completi. Pulirli accuratamente da ogni amarezza, odio e invidia. Tagliare ogni mese in 28, 30 o 31 pezzi. Prepararli un giorno alla volta con un pizzico di fede, un pizzico di pazienza, un pizzico di coraggio e uno di lavoro. Aggiungere a ciascuno un po' di speranza, fedeltà e gentilezza. Mescolare bene con una parte di preghiera, una di meditazione e una di applicazione. Condire con una presa di buon umore, ironia, azione e un'abbondante dose di umorismo. Mettere in un recipiente d'amore e cuocere al calore della felicità. Guarnire con un sorriso e servire preferibilmente in compagnia.
Al misero pugno di lettori e/o visitatori di questo blog i più cari auguri di buon anno!