La fine, l'inizio e le emozioni in mezzo
Il mio anno prende a dipanarsi lentamente, ancora intriso del tepore natalizio e dell’aria di casa, ma all’orizzonte, ancora partenze.
Con il 2006 alle spalle realizzo che ha raggiunto il culmine quel lento, dolceamaro e –suppongo- inevitabile lavoro di limatura delle mie amicizie che, paradossalmente, solo ora che sono spolpate fino all’osso sento mie. Come se quell’osso fosse mio.
Tante cose vanno, qualcuna arriva, pochissime restano. Come quell’osso: con un certo orgoglio mi passa davanti agli occhi il primo decennio di amicizia vera, che sa comprendere e aspettare, perfino tollerare la lontananza. Sottolineo perfino perché è stato proprio il cattivo rapporto di molti con le mie valigie a dare il “la” alla lima.
Diec’anni. Mica un minuto. Una condivisione continua e costante di attimi di vita vera, normale, ché tanto i film sono degli altri, io mi vivo la mia vita, lasciando questo decennio al posto di sfondo di tutto quello che cerco di costruire, che, del resto, ha sempre ricoperto.
Un anno che ha scandito il modo, il tempo e il luogo di una parte nuova di me, che si stacca definitivamente da ogni pretesa o voglia, più o meno presunta, di apparenza. Eppure non sono stata mai una fedelissima di estetiste, parrucchieri e firme, io, ma questo mondo mi circonda come l’acqua un pesce e, grazie a Dio ora lo dico ridendo, era anche riuscito a farmi sentire inferiore e insicura quel mondo lì. Mi faccio una fragorosa risata (per il mondo delle firme e per la mia stupidità) e confesso che niente mi ha fatto mai sentire più donna di quelle gonne lunghe che avevo scelto di portare in Egitto a luglio e che poi ho finito per portare tutta l’estate. Ripenso a quel fruscio nuovo e lieve ad ogni passo, alla brezza che giocava con l’orlo e alla naturalezza del gesto di sollevarla di pochi centimetri per salire o scendere le scalette ripide delle vecchie case de El Labban di Alessandria, dimora delle icone della famiglia che mi ha accolto come se ne avessi fatto parte da sempre.
Ripenso all’impegno di archiviare ogni ricordo associandovi l’emozione sensoriale che mi ha suscitato: per poterne disporre come bottiglie di profumo, iniziate e mai finite, da aprire e chiudere senza mai perderne la fragranza. E così è per il ricordo, scarpe in mano, del primo ingresso in moschea, quando, prima il destro e poi il sinistro ho iniziato a camminare sui marmi caldi del sole e dell’aria del Cairo, a piedi nudi; o per il succo di mango fresco, appena arrivati, che ho sentito andarmi dritto al cuore, con tutta la magia del Cairo dentro. Ma è così anche per la gita al lago quel pomeriggio d’agosto e per i tramonti e i fiori che mi sorprendono ogni volta che torno a sentire l’odore, dolcemente primordiale, di casa.
Ripercorro tutto questo e scruto questi primi giorni di gennaio per capire che faccia avrà il nuovo anno.
Solo una piccola constatazione, ché è troppo presto per giudicare: è un anno dispari (e io accordo istintivamente una netta preferenza a quelli pari), ma è pure un anno che inizia di lunedì. In un colpo solo, insomma, iniziano un nuovo giorno, un nuovo mese e un nuovo anno. E ora che l’ho constatato mi sento piena di energia: perché, vi pare poco?(dico, che inizi tutto ciò, non che io sia piena di energia).
Ma sono piena di energia, dicevo. E mi piace sperare che questa sensazione di principio investa un po’ tutti: c’è bisogno che qualcosa cambi. E in fretta, pure.
Tanto per dirne una, non mi sembra che la vita umana sia stata poi così rispettata, ultimamente. Sono costretta a farne una questione di cappio e di spina: del primo me ne ero già (pre)occupata, della seconda lo faccio solo ora, ora che abbiamo consegnato alla Memoria un martire. Uno solo, mi piace pensare.
Ho visto un uomo negare a un altro uomo il funerale, le preghiere che riaccompagnano un’anima al Creatore. E solo perché quell’anima ha optato, in modo discutibile, certo, per la morte anziché per la vita. Forse il problema ruota attorno a quella spina, ma la questione è un’altra: chi è un uomo per negare a un altro uomo la preghiera? Perché non si è lasciato che quell’anima spiegasse a Dio le ragioni di quella scelta? Non è affare degli uomini giudicare né decidere degli altri uomini. Né dei vivi, né dei morti.
Con il 2006 alle spalle realizzo che ha raggiunto il culmine quel lento, dolceamaro e –suppongo- inevitabile lavoro di limatura delle mie amicizie che, paradossalmente, solo ora che sono spolpate fino all’osso sento mie. Come se quell’osso fosse mio.
Tante cose vanno, qualcuna arriva, pochissime restano. Come quell’osso: con un certo orgoglio mi passa davanti agli occhi il primo decennio di amicizia vera, che sa comprendere e aspettare, perfino tollerare la lontananza. Sottolineo perfino perché è stato proprio il cattivo rapporto di molti con le mie valigie a dare il “la” alla lima.
Diec’anni. Mica un minuto. Una condivisione continua e costante di attimi di vita vera, normale, ché tanto i film sono degli altri, io mi vivo la mia vita, lasciando questo decennio al posto di sfondo di tutto quello che cerco di costruire, che, del resto, ha sempre ricoperto.
Un anno che ha scandito il modo, il tempo e il luogo di una parte nuova di me, che si stacca definitivamente da ogni pretesa o voglia, più o meno presunta, di apparenza. Eppure non sono stata mai una fedelissima di estetiste, parrucchieri e firme, io, ma questo mondo mi circonda come l’acqua un pesce e, grazie a Dio ora lo dico ridendo, era anche riuscito a farmi sentire inferiore e insicura quel mondo lì. Mi faccio una fragorosa risata (per il mondo delle firme e per la mia stupidità) e confesso che niente mi ha fatto mai sentire più donna di quelle gonne lunghe che avevo scelto di portare in Egitto a luglio e che poi ho finito per portare tutta l’estate. Ripenso a quel fruscio nuovo e lieve ad ogni passo, alla brezza che giocava con l’orlo e alla naturalezza del gesto di sollevarla di pochi centimetri per salire o scendere le scalette ripide delle vecchie case de El Labban di Alessandria, dimora delle icone della famiglia che mi ha accolto come se ne avessi fatto parte da sempre.
Ripenso all’impegno di archiviare ogni ricordo associandovi l’emozione sensoriale che mi ha suscitato: per poterne disporre come bottiglie di profumo, iniziate e mai finite, da aprire e chiudere senza mai perderne la fragranza. E così è per il ricordo, scarpe in mano, del primo ingresso in moschea, quando, prima il destro e poi il sinistro ho iniziato a camminare sui marmi caldi del sole e dell’aria del Cairo, a piedi nudi; o per il succo di mango fresco, appena arrivati, che ho sentito andarmi dritto al cuore, con tutta la magia del Cairo dentro. Ma è così anche per la gita al lago quel pomeriggio d’agosto e per i tramonti e i fiori che mi sorprendono ogni volta che torno a sentire l’odore, dolcemente primordiale, di casa.
Ripercorro tutto questo e scruto questi primi giorni di gennaio per capire che faccia avrà il nuovo anno.
Solo una piccola constatazione, ché è troppo presto per giudicare: è un anno dispari (e io accordo istintivamente una netta preferenza a quelli pari), ma è pure un anno che inizia di lunedì. In un colpo solo, insomma, iniziano un nuovo giorno, un nuovo mese e un nuovo anno. E ora che l’ho constatato mi sento piena di energia: perché, vi pare poco?(dico, che inizi tutto ciò, non che io sia piena di energia).
Ma sono piena di energia, dicevo. E mi piace sperare che questa sensazione di principio investa un po’ tutti: c’è bisogno che qualcosa cambi. E in fretta, pure.
Tanto per dirne una, non mi sembra che la vita umana sia stata poi così rispettata, ultimamente. Sono costretta a farne una questione di cappio e di spina: del primo me ne ero già (pre)occupata, della seconda lo faccio solo ora, ora che abbiamo consegnato alla Memoria un martire. Uno solo, mi piace pensare.
Ho visto un uomo negare a un altro uomo il funerale, le preghiere che riaccompagnano un’anima al Creatore. E solo perché quell’anima ha optato, in modo discutibile, certo, per la morte anziché per la vita. Forse il problema ruota attorno a quella spina, ma la questione è un’altra: chi è un uomo per negare a un altro uomo la preghiera? Perché non si è lasciato che quell’anima spiegasse a Dio le ragioni di quella scelta? Non è affare degli uomini giudicare né decidere degli altri uomini. Né dei vivi, né dei morti.



7 commenti:
Non è piaciuta neppure a me quella scelta, magari per motivi diversi dai tuoi, non so, ma non mi è piaciuta.
Comunque, buon anno.
Hai magiato molto ed hai, soprattutto, bevuto troppo!
:-(
Buon anno donmo! Ho dato una breve, ma gradevolissima occhiatina a spiritualseeds, complimenti!
Non bevo, ALFAOMEGA!
volevo farti i compimenti per due cose..le tue şdee e il tuo blog..ah dimenticavo..anche per le foto! continua cosi' chiunque tu sia..Selim
cool blog
divergenze o no... non si può usare significati profondi confondere la religione con l'arragonza e la superficialità umana... l'uomo sceglie come porgersi a dio sta solo a quest'ultimo decidere di accoglierlo o no... invece per la scimmia uomo il ragionamento è il contrario... siamo noi a decidere cosa sta bene a dio... mi pare sia nel piccolo un esempio di crocifissione questa...
Ciao sorellina, ero venuta a ringraziarti del link che mi hai lasciato e mi sono fermata a leggere questo post meraviglioso, che mi ha fatto venire giù dei lacrimoni di commozione incredibili e mi ha riscaldato il cuore.
...ops!
Grazie del link!
Baci
Khadi
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