24 dicembre 2007
22 dicembre 2007
Cher sale arabe...
Ieri ho letto questa sconcertante notizia: in breve, i coniugi Zaidi (i due ragazzi nella foto, di origini marocchine, residenti vicino Bordeaux), dopo aver contattato il loro provider telefonico per risolvere i problemi di connessione, si sono visti assegnare come password di accesso "sale arabe", cioè sporco arabo. Casualità, vorrebbero far loro credere. Il primo caso accertato di computer razzista(?!?), insomma, non fa una piega.
A proposito degli estremi necessari all'accesso, nell'articolo originale si specifica che:
[...]Lesquels identifiants comprennent une adresse mail (une confirmation, en réalité, du mail existant), un mot de passe pour ce mail (classique combinaison de lettres et de chiffres) ainsi qu'un mot de passe pour la connexion à Internet, dernier sésame plus que douteux : le mot de passe proposé à Mohamed Zaidi est « salearabe ». «Merci de votre confiance », conclut la lettre.[...]
E che:
[...]La famille Zaidi, abonnée chez Orange depuis le printemps, n'avait pas réclamé de nouveaux «identifiants ». [...]
E' chiaro come il giorno, quindi, che è proprio colpa di quel razzista incallito del computer...
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Silvia
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Etichette: moda mode e modi, sul sentiero impervio dell'integrazione
12 dicembre 2007
Colui che parte
Da Da Voci Dal Silenzio cito alcuni brani di quest’intervista curata dalla redazione del sito a Kossi Komla-Ebri. Originario del Togo, Kossi arriva in Italia a vent’anni, nel 1974. Si laurea in medicina all’Università di Bologna e si specializza in chirurgia a Milano. Sposato e padre di due figli lavora all’ospedale di Erba (Co). E’ uno scrittore di racconti e saggi, premiato in diversi concorsi che dice di avere “nel cassetto poesie liriche, racconti e un romanzo- già tradotto in America- in cerca d’editore in Italia”. Nel tempo libero è mediatore interculturale nel mondo della scuola e della sanità, nel 1999 si è candidato per le elezioni comunali di Erba in una lista civica e nel 2001 alle elezioni politiche con l’Ulivo.
Al riguardo afferma:
Al riguardo afferma:
Ho accettato d’essere il candidato dell'Ulivo per la Camera sul Collegio di Erba(roccaforte leghista) anche se per molti i tempi non erano maturi, pur sapendo che la vittoria era improbabile. […]La battaglia non si vince solo con i numeri, ma con la voce dell'anima serena e gentile, ferma nei principi e nei valori. Credo che su questo territorio, la mia candidatura è stata "profetica" in quanto ha saputo creare una barriera forte e punti di riferimento certi per chi vuol vedere oltre i pregiudizi, scovando le aporie della vergogna ed evidenziare le ragioni del far vivere bene chi ci sta di fronte, dentro e fuori di noi. La battaglia è stata ardua non tanto per lo scoglio dei numeri, (la cosa mi preoccupava poco) quanto per la difficoltà di trovare le parole giuste, il metodo adeguato, per creare il clima giusto per consentire ai colori dell'arcobaleno di essere visti. Nonostante i risultati, pur sempre onorevoli (33%), so che il messaggio è passato: sta germogliando a fatica una nuova concezione di politica e di cittadinanza attiva, unica via verso l'integrazione. La mia candidatura è stato un simbolo evidente per dare visibilità ad una nuova idea di cittadinanza dove l'integrazione, intesa come interazione d’integrità, è basata sulla pari opportunità e sulla condivisione di valori e in particolare di valori costituzionali. In questa, di fatto, società cosmopolita che fatica a declinarsi al plurale, la piattaforma dei valori per una giusta convivenza non potrà essere definita solo dai nativi. Urge una civile riconoscenza del diritto d'asilo, da integrare alle norme sull'immigrazione, e diritto di voto alle amministrative per avviare concretamente una vera integrazione che non sia assimilazione o ghettizzazione. Urgono spazi per l’incontro, il dialogo e la conoscenza. Urge lo spazio virtuale della dilatazione dei cuori per accettare l’altro ed accoglierlo oltre la diversità. “L’utopia dell’accettare l’altro- non benché diverso- ma perché tale”. Coloro che hanno votato per me sono andati oltre il colore della mia pelle e questo è già una gran vittoria.
Alla domanda:
Un tuo racconto (Mal di…) si chiude con il ritorno in Africa della protagonista, dopo un'esperienza in Italia, e con una considerazione significativa: "Ah l'Italia! Pensare che in Italia, volevo tornare a casa! Ormai mi sento come inquilina di due patrie: a volte ne sono felice, a volte mi sento un po' dimezzata, un po' squilibrata, come se una parte di me fosse rimasta là, eppure lo so che lì avrei di nuovo il mal d'Africa. Forse la mia è nostalgia, o semplicemente mal di… mal d'Europa". Questa conclusione potrebbe essere letta come metafora della condizione dei migranti, "sradicati" nella terra che li ospita e "stranieri" in patria?
Kossi risponde:
Sì! Il migrante, colui che parte, frantuma tempo e affetti. Salpando egli rompe con la sua terra, i suoi paesaggi, l’aria, gli odori, i profumi, i colori, i rumori, i suoni famigliari. Egli si porta a tracollo d’anima, un brandello della sua vita condito con l’acidulo fardello della nostalgia. Colui che parte, si allontana convinto di lasciare dietro di sé un vuoto, uno spazio accerchiato e paralizzato, fisso lì nel tempo. Gli altri, asciugate le lacrime, continuano a vivere e lo cancellano o meglio si dilatano per occupare il suo posto. Ė come se uscisse dalla fila, e in un attimo loro si stringono e quel suo spazio non esiste più. Colui che parte, va ad affrontare, a vivere un’altra vita. Egli, sotto altri cieli, entra nei panni di un altro personaggio, accede su un altro palcoscenico per interpretare un altro se stesso in un nuovo contesto: altro clima, altro paesaggio, altre conoscenze, altri affetti, altri suoni, odori, rumori, altri ritmi. Fuori dal suo ambiente egli coltiva nel suo cuore, in un angolo della sua anima, la malinconia dei luoghi della sua infanzia: la saudade, la burka. Egli non sa ancora quanto ha sbriciolato irrimediabilmente la sua vita. Sotto altri cieli, cuore esiliato, egli affronterà, la diffidenza, la solitudine, l’umiliazione, la fame, la fatica attraversando i giorni del non essere come un pellegrino, in corsa verso chissà quale metà, senza fermarsi a gustare l’attimo presente nel miraggio sempre rimandato di un improbabile ritorno “a casa”, senza fermarsi mai a “vivere” davvero in terra straniera. Egli cova in sé, costeggiando, sfiorando il presente come un’ombra, nella mente e nello scrigno della memoria quelle schegge del passato come congelate lì nello spazio –tempo immutabile della memoria. Ricordi meravigliosi e amplificati. Egli non si accorge nemmeno che questo “spazio-tempo-presente”, che lo cambia, lo forgia innevando i capelli e fa dolorare le giunture è parte di vita, è la “sua vita non vissuta” che sfugge e non tornerà mai più. Colui che parte vive nella visione del “ritorno”. Il ritorno, pensiero soffocato e soffocante condito di lacrime represse e di sospiri profondi. Il ritorno mille volte sognato, un film mille volte riavvolto, girato con protagonisti e comparse differenti, una sceneggiatura da fotoromanzo mille volte ritoccata, ma con unico attore principale: “Lui” stesso. La lettera d’annuncio, i bagagli, i regali da scegliere, la tensione dell’attesa, il vestito giusto -quello del successo-: segno tangibile della realizzazione del progetto migratorio. L’addio ai nuovi amici: ancora un “lasciare”. Poi il volo interminabile dell’aereo, l’arrivo, il caldo, l’ebbrezza degli abbracci, la gioia frizzante, il sudare, la sete, l’aria tiepida rimescolata dalle pale cigolanti e arrugginite d’un singhiozzante ventilatore. L’assalto ai regali, l’inevitabile questua. Poi lo informano, gli raccontano ed egli si accorge che la sua memoria è una giungla popolata di persone scomparse. Scopre dolorosamente, con una subdola fitta di gelosia e delusione che “loro” hanno continuato a vivere senza di lui e il suo posto, come un campo abbandonato, trascurato dal proprietario, è stato invaso da altri. I fratelli, sorelle e cugini sono cresciuti: li aveva custoditi piccoli nella sua “memoria d’isola che non c’è”. Addirittura qualcuno si è sposato e gli presenta moglie e nuova parentela. Sono nati bambini che lo guardano giustamente incuriositi…come si guarda ad un estraneo…già! Quello che rode non è il pensiero che lo abbiano dimenticato. No, quello che brucia è accorgersi che mentre rimuginava e si
nutriva per anni, giorno e notte di pensieri nostalgici, loro hanno continuato a vivere, normalmente senza di lui, come se non esistesse… come se fosse… morto. In terra straniera per definizione non esiste: è il Sig. nessuno. Lì neanche esiste più. Tutti chiedono dei suoi soldi ma nessuno chiede di lui. Il suo sospirato trionfo ha il gusto amaro di una sconfitta. Nessuno gli chiede: “Allora racconta!”. Quasi come se tutto quel soffrire fosse stato inutile. Tutte quelle esperienze vissute: vane. Incontrerà quello che dopo tutti questi anni lo scruterà intensamente per poi concludere: sei ingrassato! Come se fosse quella la cosa più importante, l’unico suo problema, l’unica battaglia che avrebbe dovuto o che ha dovuto combattere. Come ha vissuto in questi anni, tutto quello che ha potuto vedere, quelle ferite laceranti, quelle cicatrici che si porta dentro l’anima non importano a nessuno: anzi lui è stato privilegiato e fortunato. Vorrebbe urlare la sua rabbia repressa, fargli toccare le rughe della sua pelle avida di carezze, fargli sentire il peso della sua testa piena, stanca e desiderosa di una spalla accogliente, riposante. Vorrebbe squarciarsi il petto per esporre quel suo cuore ispido e inaridito dalla calura della lontananza. Nessuno gli chiede: “Allora com’è andata?”. Nessuno si stupisce dei suoi occhi spenti, prosciugati e dei suoi lunghi silenzi. Ritorno agognato, sognato e temuto allo stesso momento. Temuto anche perché egli sa che è solo una parentesi e che dovrà ritornare indietro. Tre - quattro settimane che inizialmente sembrano durare un’eternità, stretto da una strana ed ambigua nostalgia della terra straniera, che suo malgrado ha scavato stigmate agli angoli della sua coscienza, rivestendolo di nuove abitudini –si fa presto ad abituarsi all’agiatezza- che gli rendono difficile riadattarsi. Poi mano a mano che si avvicinerà il momento di partire sarà assalito di nuovo dall’angoscia dell’abbandono, di perdere l’anonimato che si era riconquistato: essere uno come tanti in mezzo alla sua gente. Colui che parte non appartiene più a nessun luogo. E’ figlio dell’utopia. Diventa come quelle anime vaganti insoddisfatte e smaniose alla costante ricerca dell’introvabile: un posto dove sentirsi pienamente “a casa”. Solo se riesce ad assumersi in quello spazio critico d’identità traversa e a coniugare passato e presente dando coerenza alla sua molteplicità identitaria, egli potrà gustare la ricchezza di essere diventato cittadino del mondo.
Chi in piccolo, chi in grande, siamo partiti, o partiremo, tutti. E siamo arrivati a destinazione, o ci arriveremo tutti, in un luogo più o meno lontano e/o più o meno diverso da noi. Non è difficile ritrovarsi in queste parole, o riconoscerci qualcuno. O comunque trovarle maledettamente vere. E emozionarsi anche un po', vedendo che memorie d'isola che non c'è è il nome felicissimo di un sentimento infelicissimo che tutti, chi in piccolo, chi in grande abbiamo provato, o proveremo.
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Silvia
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09 dicembre 2007
Il senso della vita (meglio tardi che mai)
Quando Bruno Vespa scrive un libro non è esattamente facile far finta di nulla: uno se lo ritrova ospite in tutti i programmi esistenti, distribuiti su tutte le fasce orarie del palinsesto, anche in quelli il cui target giura che sia un tronista attempato, (o pentito, forse), ma non ricorda proprio di che edizione.
Un paio di volte cambi canale, un'altra volta lo ascolti distrattamente mentre fai tutt'altro, ma poi ti capita che lo ascolti, anche a singhiozzo, anche solo un attimo. Ebbene, capto il titolo dell'ultima sua fatica "L'amore e il potere - Da Rachele a Veronica un secolo di storia italiana"(Mondadori) e un paio di domande, anche banali, tutto sommato, sul perché del libro e sulla sua parte preferita. Alla seconda domanda Vespa risponde raccontando un aneddoto sugli ultimi giorni di vita di Craxi a Hammamet, riferitogli da Patrizia Caselli. Incuriosita, sono andata a pescarlo in rete. L'ho trovato qui e di seguito ne riporto un brano:
[...]«Quando Anna andava a Parigi, Bettino e io facevamo dei brevi viaggi attraverso la Tunisia, ma i momenti più belli erano certe sere a Hammamet. Spesso, al tramonto, andavamo in una spiaggia libera di Sidi Maherse. Camminavamo sulla battigia, che è morbida e non faceva soffrire Bettino. Parlavamo di tutto. Ogni tanto lui si fermava, guardava in direzione dell'Italia e diceva: lasciamo perdere tutto quel che mi è successo, ma se fossi rimasto là, giornate come questa, momenti come questi, me li sarei sognati. Sarei crepato - diceva proprio così, crepato - senza aver mai visto questi tramonti, questi colori, questi momenti struggenti.[...][...]«Venne a trovarmi ancora due volte. Arrivava alle 6 del pomeriggio, caracollante. Avevo rivoluzionato la disposizione dei mobili per accorciargli il percorso. Mi chiedeva di preparargli zuppe di verdura e tutto doveva essere apparecchiato per bene.«"Voglio così perché non riesco a portarti a cena fuori" mi diceva. Voleva darmi l'idea che tutto fosse quasi normale, che fossimo una coppia qualunque che sta insieme a tavola. «Nei giorni successivi lui volle andare a salutare i pescatori. Erano una famiglia che lui aveva conosciuto nella zona meridionale di Hammamet all'inizio del suo esilio (o della sua latitanza, come la chiamate voi), prima che arrivassi io.
Una famiglia molto dignitosa. Il padre era andato via, la mamma è una donna energica, i due figli maschi pescavano. Gli avevano costruito una capanna in riva al mare perché lui potesse star bene accanto a loro. Bettino gli aveva insegnato a cucinare gli spaghetti pomodoro e basilico, e loro gli preparavano l'agnello secondo la tradizione tunisina. Oltre a tanti piatti di pesce. Quando Bettino li conobbe, lavoravano su una barca sgangherata senza motore. Lui gli procurò un piccolo peschereccio. E quando il pesce arrivava in abbondanza, telefonavano perché ne mandassimo a prendere un po'. «Per tutto questo, prima di morire volle salutarli. Scese dalla macchina e i pescatori gli portarono subito una sedia. Li salutò uno per volta. Lo fece passandogli la mano sul viso. Non era un saluto, era un addio.«Quando risalimmo in auto, gli dissi: "Bettino, fino a oggi ti ha sorretto una volontà di ferro. Oggi tu hai deciso di congedarti da tutti noi. Se, con la tua volontà, hai deciso di andartene, questo accadrà. Non farlo, ti prego. Mi stai dando un dolore inimmaginabile. Il dolore di vedere invertito il percorso della tua volontà. Se questo è vero, tu ti stai lasciando davvero morire". Lui non rispose. Fu l'ultima volta che ci vedemmo.[...]
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Silvia
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Etichette: la vita ritrovata
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