Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

23 settembre 2006

Dedicato a tutti quelli che...

Segnalo un sito interessantissimo :
contiene informazioni approfondite sull'Islam, con tanto di traduzione integrale del Corano e declamazione di ogni singola sura.
E' importante farsi un'idea prima di sputare sentenze!
Il mio Ramadan Karim a tutti i musulmani che dovessero passare di qui e a tutti gli altri buona serata!

22 settembre 2006

Ramadan karim


Salve!

Ora la mia tesi è stata ridotta di 13000 battute e inizio a vedere la fine di questa avventura, anche perché esattamente tra una settimana ho l'ultimo esame. Non sono riuscita a finire l'articolo della Fallaci....è troppo lungo e gronda un po' troppa cattiveria per i miei gusti, lo rimando a dopo l'esame, sicuramente avrò più pazienza!

Ieri sera ho chiesto al mio Ali di raccontarmi qualcosa del Ramadan, di come se lo ricorda lui. Ne è venuto un racconto delicato, semplice, come sanno esserlo solo i ricordi importanti.

Mi sembra di vederlo, lui, ragazzino de El Labban giocare a pallone nelle strade di terra battuta dopo il pasto delle 17, dopo un digiuno di 12 ore che tutti, durante l'anno, aspettano con ansia: è un momento di purificazione, i ritmi rallentano, tutti si concentrano sul prossimo e sulla beneficienza. Non è solo digiuno: molti offrono del cibo ai poveri, li accolgono in casa e dividono con loro i piccoli e frequenti pasti delle ore notturne, ricchi di dolci e bevande tipici di questo periodo.

Stupisce pensare che quella che tanti qui ritengono una sofferenza sia una festa tanto sentita: illuminazioni dappertutto, i bambini che cantano filastrocche di casa in casa per incitare gli adulti a dargli qualche moneta o qualche dolcetto, una ricca e nuova programmazione televisiva, nelle strade tutto un vociare di gente che all'augurio "Ramadan Karim" risponde "Allah hu Akram", gli addobbi di lampade che tutti provvedono a comprare prima della festa e io lo rivedo il mio Ali, aiutare il padre, fabbro, nella consegna di lampade in ferro battuto, che ora, leggo su Internet, fa soltanto Ahmed, al Cairo: “Mio padre è morto quando aveva 100 anni. Io all'epoca ne avevo appena 30 ed ero l'ultimo di 8 figli. All'epoca tutti lavoravamo in bottega con mio padre, tutti imparavamo l'arte dei fanous. Al Cairo erano tantissime le botteghe di artigiani che lavoravano rigorosamente a mano le lampade. Oggi sono rimasto solo io”.
Ahmed Ali Ghoneim ha 72 anni e lavora nella sua bottega della capitale egiziana confezionando a mano i fanous, le lampade votive che decorano gli ingressi delle case durante il sacro mese del Ramadan: quello che un tempo era una forma di artigianato tipica dei maestri del Cairo, oggi sopravvive solo nelle abili mani di Ahmed.
“Ho 11 figli che mi aiutano”, racconta Ahmed, “gli uomini assemblano i pezzi di ferro che io lavoro a mano e le donne colorano i vetri delle lampade. Ma loro non faranno il mio mestiere. Studiano o fanno altro nella vita e io preferisco così. Per quanto mi dispiaccia veder scomparire l'arte di famiglia, mi rendo conto che oggi non riuscirebbero a sopravvivere”.
L'arte del fanous è stata importata dai Fatimidi, dinastia musulmana proveniente dalla Tunisia, che nel X secolo fondò il Cairo. Anticamente nel fanous c'era una candela che ornava le lampade esposte sulla soglia delle case dei ricchi della città. Oggi la tradizione del fanous è diventata di massa e spesso all'interno della lampada viene inserita una lampadina elettrica.
“La produzione di oggi è per le masse”, spiega Ahmed, “la disoccupazione e la crisi economica hanno spinto tanti giovani del Cairo a dedicarsi all'import-export. Tantissimi di loro fanno costruire i fanous in Asia a basso costo, con materiali scadenti e con macchinari che non rendono l'arte delle lampade. Io comincio a lavorare tre mesi prima del Ramadan, ma i miei clienti sono tutti stranieri, turisti o persone che vivono all'estero, gente che può permettersi un lavoro di qualità” tanti, infatti, comprano modelli importati dall'Estremo Oriente fatti con materiale scadente.

Anche la fine del Ramadan è suggestiva: dicono che ci sia una notte in cui il cielo è aperto e Dio ascolta la gente e poi c'è la Festa dello zucchero, in cui è tradizione preparare dolci di ogni tipo. Il Ramadan inizia domenica o lunedì, noi, intanto domani andiamo a comprare l'occorrente per il khoshef, una bevanda ricavata dall'infusione di frutta secca in acqua, fatta poi bollire nel latte, tipica del mese sacro.

A presto!

(El Labban è nella foto)

15 settembre 2006

La rabbia e l'orgoglio

Lascio qui quest'articolo...confesso che è troppo lungo da leggere dopo una giornata come quella di oggi!La mia tesi ha finalmente un titolo Globalizzazione e media arabi: il caso egiziano, ma deve essere sfoltita di qualche migliaio di battute: AIUTO!

Passo domani a finirlo e lascio anche un commento,buonanotte!!

13 settembre 2006

Il mercante di pietre

Così Repubblica annuncia l'uscita di questo film che mi ripropongo di vedere al più presto e che spero di poter commentare con chi sarà interessato.
Proprio a ridosso del Ramadan, staremo a vedere...
Un caro saluto a tutti

12 settembre 2006

Ricordare, sì, ma fino in fondo

Ricordare è stata la parola chiave di questo quinto anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle: seppur viste e riviste a quelle immagini non ci abitueremo mai e anzi, ci ammaliano sempre di più via via che le ricostruzioni si fanno più minuziose ed emergono nuovi particolari.
Di quella di RAI3, che ho visto mentre facevo colazione, mi ha colpito la lettura degli appunti di Mohamed Atta, una delle menti, se non proprio la mente, dell’attacco. Un paio di fogli scritti a mano, in arabo, raccolgono l’ideologia malata di questo dirottatore e la giustificazione al proprio sacrificio: accanto alle istruzioni di volo ci sono esortazioni alla calma, alla pazienza, alla preghiera che deve precedere ogni minima azione, tutto , infatti, è rivolto all’Altissimo.
Devono essere stati attimi terribili per quei passeggeri, non lo metto in dubbio e certo non serviva questa ricostruzione a convincermene: ma, quello che mi rammarica è che le parole di quell’esaltato sono state riportate senza che qualcuno si sia preso la premura di sottolineare che si trattasse di parole di uso comune per un musulmano, ma in bocca a un folle. Ed ecco allora che la preghiera per il viaggio diventa una macabra premonizione del peggio e “Allah Akbar” un grido di guerra. E questo mi dispiace: la preghiera per il viaggio è quanto di più malinconico io abbia mai sentito, è qualcosa che mi ha messo i brividi anche se non ero in grado di capirla. È solo una preghiera rivolta a Dio affinché il viaggio vada bene.
Ci turba tanto questo…noi pensiamo di essere onnipotenti, ci prendiamo il lusso di fare progetti a lungo termine: i musulmani ci insegnano che non è affatto così, che anche un banale ci vediamo domani deve essere seguito da se Dio vuole (in sha Allah) perché, senza pensare al peggio, domani un impegno potrebbe far saltare l’incontro. All’inizio della nostra storia ci rimanevo male quando Ali me lo diceva, pensavo che non avesse voglia di rivedermi, invece mi ha spiegato che era la cosa che voleva di più, ma che non dipendeva da lui. Il bello di questo è che non rende le persone frustrate, ma le carica di incredibile speranza e tranquillità interiore, di una gioia non meno incredibile in tutto quello che fanno, una gioia per il gusto che nasce dalla consapevolezza di avere il “permesso” di fare qualcosa che proprio per questo è prezioso, tanto che vale la pena di ringraziare Dio ancora, Alhamdulillah.
Allah akbar è il richiamo dei fedeli alla preghiera, il muezzin lo recita 5 volte al giorno dai minareti della moschea: non mi sembra tanto diverso dalle nostre campane e neanche offensivo, o presuntuoso, ma del tutto condivisibile visto che significa Dio è il più grande. È un richiamo suggestivo, lo si nota subito, il fluire della vita si ferma e riprende dopo la preghiera.
In quella settimana a Sharm El Sheikh il richiamo giungeva da molto lontano e si sentiva solo in certi punti, quasi avevo dimenticato di essere in Egitto. Ho chiesto a un cameriere perché non ci fosse una moschea nelle vicinanze e mi ha consigliato di trovare la risposta guardandomi intorno: russi ubriachi, donne di ogni età in topless e perizoma fin dentro la reception, quando loro sono abituati a vedere le donne fare il bagno vestite e con la testa coperta, o con un costume che arriva fino ai polsi e alle caviglie e con un vestitino sopra. In un certo senso anche il mio apparentemente innocuo due pezzi poteva turbarli, infatti, ad Alessandria ho scelto di non fare il bagno.
Tornando all’interpretazione aberrante, comunque, mi sembra che abbia riguardato anche le scelte lessicali della copertura del riprovevole omicidio di Hina: particolari come “sepolta con il capo rivolto alla Mecca” non hanno fatto altro che aggravare l’episodio e fomentare il nostro odio per un gesto così incomprensibile.
Perché nessuno precisa che non sono questi gesti, normali per un musulmano a connotare un esaltato? Mi domando perché è tanto difficile da capire che i musulmani sono persone normali e che non c’è Dio all’infuori di Dio e Maometto è il suo profeta è esattamente Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di Me. Mi chiedo perché davanti alla diversità e all’ignoto erigiamo il nostro odio, così, a priori, senza andare fino in fondo, senza sfoderare la nostra curiosità. È questo il motore della conoscenza, solo così superiamo il muro del pregiudizio.
Mi ricordo la prima volta che ho visto il mio nome scritto in arabo….l’ha scritto la mia ex coinquilina libica, con una penna a inchiostro liquido. Mentre cercavo di decifrarlo mi disse di considerarlo da destra a sinistra: per lo stupore l’ho toccato, macchiandomi il dito. Avevo toccato per la prima volta il mio nome, lo portavo addosso con una consapevolezza nuova. Da lì mi sono lasciata ibridare, nella mia cultura e nelle mie convinzioni arricchendo smisuratamente la mia interiorità e iniziando a guardarmi alla luce di altre categorie, di altri parametri, di un’altra cultura.

10 settembre 2006

Bisogni indotti

Scrivo da casa, oggi. Sono tornata a Ceccano ieri, in treno, come sempre. La solita fila alla biglietteria automatica della stazione di Peugia, l’abbraccio al mio lui mentre cercavo di convincermi che una settimana lontani passa in fretta, per gli altri, forse, per noi No. Poi lo stillicidio delle fermate: Perugina Ponte S.Giovanni, Bastia, Assisi……poi la noia prende il sopravvento e perdo la cognizione del tempo e pure del luogo. Mi riprendo che siamo a Terni. Menomale, manca un’ora. Narni, Nera Montoro, poi finalmente Orte, 40 minuti di campi sterminati per ritrovare i miei pensieri di chissà quanti altri viaggi identici a questo e poi Tiburtina, giusto il tempo di ringraziare Dio di non abitare a Roma che si riparte. Proprio quando l’insofferenza raggiunge il picco massimo, Termini si materializza tra i palazzi pieni di antenne, ma privi di tende (a proposito, mettetecele che certe volte lo spettacolo è ributtante). Mentre cerco il binario tento di scrollarmi di dosso il torpore di quelle tre ore di treno e il disgusto per quella bambinatutta agghindata, seduta davanti a me con la puzza sotto il naso- neanche diec’anni e già stanca della vita- che mi ha fissato per un’ora mangiando pizza rossa a bocca aperta e lamentandosi di quanto fosse scomodo il treno, mentre sua madre faceva l’elenco delle rose e delle spine del vivere a Londra alla sua compagna di viaggio. Dov’erano i bambini egiziani con i loro occhi neri vivaci che venivano ad accarezzarmi i capelli, che facevano a gara a sedersi vicino a me, che mi riempivano di baci dicendo che ero bella, che mi raccontavano le barzellette e insistevano per farmi giocare con loro a INDOVINA CHI?
Il treno delle 13:47è in ritardo, faccio in tempo a saltarci su, la partenza era prevista per le 14:07. Arrivo a casa stralunata, dopo un viaggio segnato da innumerevoli quanto interminabili soste. “È per la notte bianca” sentenziano da più parti per giustificare il disservizio. Eh già, la notte bianca….la fanno perfino a Frosinone e a Castiglion del Lago! Non bastavano il Veglione, il falò, il picnic e la spiaggia-carnaio a Ferragosto, ora c’è anche la notte bianca, in barba ai disgraziati che tornano dalle vacanze e, costretti in città per i motivi più disparati farebbero carte false per un concerto. Ma no, ma come?! Usciamo tutti insieme, tutti la stessa notte, e facciamoci rimpinzare di concerti proprio come andiamo tutti a farci la lampada o sfiliamo con le bandiere arcobaleno alla marcia per la pace!!! Tutti bisogni indotti, tutte cose fatte in nome dell’apparenza. Disgustata e fiera di non sentirmi parte di tutto questo, freno la voglia di rifugiarmi in Egitto, sperando che presto ci inducano il bisogno di concretezza: allora sì che insieme a quelle insulse bandiere ci disfaremmo anche di tutti i pregiudizi che muovono le guerre.

24 agosto 2006

Premeditated war

Salve!Il post di oggi è una piccola incursione…non ho molto tempo in questi giorni, gli esami sopraggiungono e anche la tesi deve essere ultimata a breve. Augurandomi di postare al più presto un dettagliato resoconto di viaggio corredato da foto, riporto in traduzione un articolo di Jonathan Cook, apparso la settimana tra il 3 e il 9 agosto su Al Ahram Weekly, settimanale in lingua inglese del quotidiano egiziano Al Ahram. A presto!

Guerra premeditata

Arrivò non appena la sirena dei raid aerei tornò silenziosa. Un rombo profondo ha scosso le porte e le finestre facendo tremare la terra. Non aveva niente a che fare con lo scoppio familiare di un razzo Katyusha.
Nel weekend Hizbullah ha lanciato per la prima volta verso Israele ciò che si chiama un missile Khaibar, creando un profondo cratere e incendiando i boschi fuori Nazareth. Secondo le cronache dei media israeliani la granata conteneva 100 Kg di esplosivo. Il missile può apparentemente raggiungere fino a 90 Km: dato che Nazareth è solo a un terzo di quella distanza dal confine è stato probabilmente lanciato dal cuore del Libano.
Ho vissuto per due settimane nella gittata dei razzi Hizbullah ma questa è stata la prima volta che ho avuto paura. Bisogna essere davvero sfortunati per essere uccisi da un Katyusha se si è nella propria abitazione. I suoi effetti sono letali quando sorprendono le vittime all’aperto, dove non c’è protezione dalle schegge dell’esplosione. Questo spiega in parte il basso numero di civili israeliani uccisi dai 2500 razzi, soprattutto Katyusha, atterrati così lontano.(Inoltre, sebbene per lo più non comunicato, Hizbullah sembra aver diretto buona parte dei propri razzi verso insediamenti militari nascosti tra le colline della Galilea, comprese due vicino Nazareth.)
Ma il Khaibar è diverso. Lo scoppio da 100 Kg di esplosivo può abbattere la protezione rappresentata dai muri, esponendo chiunque si trovi all’interno alla sua forza distruttiva. Per la prima volta ho avuto una piccola idea di come deve essere la vita in Libano sotto i bombardamenti israeliani, di quale terrore devono aver provato i 50 o più civili che alloggiavano in uno scantinato a Qana domenica mattina sentendo i primi scoppi dei missili che stavano per ucciderli.
Il lancio di Hizbullah di armi più terribili, comunque, non rafforza la mia conclusione, come fa la maggior parte degli ebrei israeliani, che il Libano potrebbe colpire più duramente. Questo mi rende certo – secondo i sondaggi insieme alla maggior parte dei cittadini arabi d’Israele – che se qualcuno dovesse esser tenuto a rendere conto di questa guerra crudele e senza senso, e se dovesse essere accusata solo una parte per aver abusato delle regole di una guerra come questa, allora deve essere incolpato Israele e non Hizbullah.
Quel razzo Khaibar, e i molti altri presumibilmente nell’arsenale di Hizbullah, potevano essere stati lanciati in qualunque momento in più di due settimane di combattimento, mentre il Libano bruciava sotto l’assalto dei caccia israeliani e il tributo di morte dei civili libanesi passava dalle dozzine alle centinaia. Ma non lo è stato. Per più di quindici giorni Hizbullah si è trattenuto dall’uso delle più terrificanti armi in suo possesso (ammesso che non ne abbia di peggiori), proprio come tempo addietro si contenne per giorni prima di far fuoco sul centro economico di Haifa nel nord di Israele.
Il raid di Hezbullah il 12 luglio oltre il confine, la cattura di due soldati israeliani e l’uccisione di altri tre è stata una provocazione estrema, sebbene troppo spesso gli osservatori tralascino le stesse numerose provocazioni israeliane iniziate dal ritiro dal sud del Libano nel maggio del 2000, dalle ripetute violazioni dello spazio aereo libanese all’uccisione di civili libanesi dai punti di osservazione al confine.
Ma da quella operazione oltre il confine, Israele si è preso gioco delle regole della guerra con molta più spregiudicatezza di Hizbullah, come mostra la documentazione della guerra.
Non dimentichiamo che mentre Israele bombardava le strade, i ponti, l’aeroporto e le centrali termoelettriche del Libano, Hizbullah richiedeva il baratto di un prigioniero con due soldati, per assicurarsi il rilascio di un pugno di detenuti libanesi e di alcuni dei migliaia di Palestinesi nelle prigioni israeliane, molti dei quali detenuti senza processo. Rivoleva da Israele anche un corridoio di terra, quello di Shebaa, considerato libanese come pure le mappe dei campi minati del sud del Libano al tempo dell’occupazione israeliana.
Non dimentichiamo che mentre i colpi “chirurgici” di Israele abbattevano edifici residenziali con apparente noncuranza del fatto che fossero abitati da civili o combattenti, o sparavano sui convogli di libanesi in fuga invitati da una pioggia di volantini a lasciare i loro villaggi, Hizbullah faceva fuoco solo nelle zone israeliane al confine, come a Nahariya e Kiryat Shemona, dove i residenti, avvisati di ciò che stava per succedere erano scappati per salvarsi o ben protetti nei bunker sotterranei.
Non dimentichiamo che Hizbullah si è fermato per cinque giorni, prima di sganciare i razzi su Haifa mentre Israele riduceva in macerie il Libano con i bombardamenti aerei, tenendo fede alla promessa di “riportare il tempo indietro di vent’anni”. Il leader di Hizbullah, Hassan Nasrallah ha ripetutamente avvertito che sarebbe stata attaccata la terza città israeliana per grandezza se l’offensiva israeliana non fosse cessata.
E infine non dimentichiamo che Hizbullah ha aspettato più di due settimane, un arco di tempo in cui Israele ha costretto allo stato di rifugiati centinaia di migliaia di libanesi nel Sud del Paese, compresa la vasta comunità sciita cui appartengono i combattenti Hizbullah, prima di sganciare quel primo missile Khaibar su Israele. Il missile è stato lanciato dopo un discorso di Nasrallah nel quale avvertiva che Israele li aveva costretti ad una nuova, più aspra fase del conflitto.
Alcun comportamento di questi si addice al profilo che ci hanno venduto di Nasrallah come di un fanatico religioso ostinato alla jihad contro Israele e l’Occidente. Piuttosto, tutto ciò suggerisce che Nasrallah è un politico, anche se islamico, e un leader di un movimento pronto a negoziare e a scendere a compromessi sui suoi progetti- o ad agire “responsabilmente e duttilmente”per dirla come Nasrallah in un altro recente discorso.
Seguendo le cronache sui media americani riguardanti un piano preparato da Israele almeno un anno fa per colpire il Libano, Israele, non Hizbullah sembra la parte che percorre il sentiero della guerra premeditata.
Ugualmente, affermazioni che la leadership di Hizbullah abbia creato il proprio arsenale di armi con l’intenzione di distruggere la potenza nucleare israeliana suonano meno che plausibili. Molto più probabilmente, Hizbullah ha creduto che le proprie scorte di razzi facessero da deterrente, anche se inadeguato, contro i ripetuti attacchi israeliani. Hizbullah sembra aver provato a creare una “bilancia del terrore”, presumibilmente nella speranza- vana seppur presente- di dissuadere Israele dall’occupare nuovamente il Libano.
Questo weekend Nasrallah ha di nuovo avvertito Israele che se avesse continuato ad attaccare il Libano avrebbe colpito “oltre Haifa” con razzi ben più potenti- una promessa che si sentirà costretto a mantenere dato il nuovo massacro a Qana.
Nasrallah potrebbe aver sparato alla cieca con i suoi missili Khaibar dal primo giorno. Prima dell’invasione di terra israeliana di alcuni giorni fa, quando i lanciatori di razzi Hizbullah sono stati spinti a nord, è possibile che quei missili potevano raggiungere Tel Aviv. Ma, qualsiasi cosa ci abbiano detto, distruggere Israele non sembra essere lo scopo di Nasrallah. Forse quando dice che vuole negoziare, lo intende davvero. Forse il problema non è Hizbullah fanatico, ma l’arroganza unilaterale di Israele.

17 luglio 2006

Put the news first

Non si parla d'altro in questi giorni: il Medio Oriente è sulla bocca di tutti, ma come sempre non mancano visioni aberranti alimentate da punti di vista che, lungi dall'essere obiettivi, veicolano informazioni parziali e pericolosamente etnocentriche. Propongo un articolo che ho apprezzato per il richiamo all'informazione autentica, lontana dal sensazionalismo, caratteristica predominante dell'informazione di oggi che predilige sempre più la spettacolarità tra i criteri di notiziabilità. Ecco il testo.
Inserisco per ora soltanto un link esplicativo sul clash of civilizations, ripromettendomi di tornarci su con più calma visto che la partnza per l'Egitto (finalmente!) incombe.
Vi lascio sperando di trovare il tempo domani per un saluto velocisssssssimo a tutti quelli-pochi ma buoni-che si fermano a leggere Amal.
Torno alle mie valigie, sahra saida!

03 luglio 2006

Il passato in mano al futuro

Apro la porta – entra aria che visita i dipinti appesi,
accarezza i muri. D'improvviso, sbadiglia,
va a spalle basse il nostro amore non era lì.
I suoi fantasmi hanno portato via tutto ciò che ho dipinto
sul letto e sui cuscini,
sulla maniglia della porta sulla sua serratura e sono scomparsi.
Sto immaginando? ma tutto ciò è confermato da una nube -
una nube ora di passaggio – scomparsa. Non c’è aria
né chi dica a quei dipinti
come narrare le nostre leggende,
come scrivere la storia di queste nubi.
Oggi lascio parlare questa poesia di Adonis tratta da Cento Poesie D'Amore, per ora devo accontentarmi di postare una traduzione, peraltro non mia, visto che il poeta è siriano ma prometto di pubblicare presto il testo in arabo e di azzardare una traduzione mia.
Credo che questa poesia condensi il mio stato d'animo di qualche tempo fa, quando ho trovato le lettere che si scambiavano i miei nonni, le più toccanti quelle di lui in guerra e lei a casa. Sbiadite e ingiallite, numerate perché non arrivavano in ordine, c'è anche la favola scritta per la figlia che non ha visto nascere: una testimonianza muta e discreta che dice solo quello che è fermato sul foglio, senza potersi abbandonare alla rievocazione di quel passato di cui io, ora, sono il futuro. Un saluto a tutti e un grazie speciale al prof Pellegrini per la fiducia che è riuscito a infondermi.
A presto!

26 giugno 2006

Post della serie"NON TI CURAR DI LORO MA GUARDA E PASSA". ANZI, NON GUARDARE.

Salve!
non mi piace affollare i commenti, perciò invito il "carissimo" alfaomega a portare le sue subdole strategie di marketing personale altrove dal momento che qui, non sono gradite. Ho dato un'occhiata doverosa al suo blog, perché io non sputo sentenze a priori: non è completamente da buttare e se abbattesse quell'insulsa maschera di odio potremmo avere anche qualcosa in comune, come l' "odio" per i comunisti e il sì al referendum. Detto questo metto non una pietra, ma un macigno sopra all'affaire alfaomega perché gli attaccabrighe non sono appropriati né ben accetti nel blog della speranza: questo è il luogo dello scambio civile e costruttivo di opinioni sensate, supportate da valide argomentazioni e non da macchie nere di odio immotivato, sputate senza criterio a inquinare lo stile e lo spirito di questo blog. Così, come ha fatto Manuela (che saluto affettuosamente), yalla, mafish mushkela e Amal va avanti, senza problemi.
A presto