
Salve!
Ora la mia tesi è stata ridotta di 13000 battute e inizio a vedere la fine di questa avventura, anche perché esattamente tra una settimana ho l'ultimo esame. Non sono riuscita a finire l'articolo della Fallaci....è troppo lungo e gronda un po' troppa cattiveria per i miei gusti, lo rimando a dopo l'esame, sicuramente avrò più pazienza!
Ieri sera ho chiesto al mio Ali di raccontarmi qualcosa del Ramadan, di come se lo ricorda lui. Ne è venuto un racconto delicato, semplice, come sanno esserlo solo i ricordi importanti.
Mi sembra di vederlo, lui, ragazzino de El Labban giocare a pallone nelle strade di terra battuta dopo il pasto delle 17, dopo un digiuno di 12 ore che tutti, durante l'anno, aspettano con ansia: è un momento di purificazione, i ritmi rallentano, tutti si concentrano sul prossimo e sulla beneficienza. Non è solo digiuno: molti offrono del cibo ai poveri, li accolgono in casa e dividono con loro i piccoli e frequenti pasti delle ore notturne, ricchi di dolci e bevande tipici di questo periodo.
Stupisce pensare che quella che tanti qui ritengono una sofferenza sia una festa tanto sentita: illuminazioni dappertutto, i bambini che cantano filastrocche di casa in casa per incitare gli adulti a dargli qualche moneta o qualche dolcetto, una ricca e nuova programmazione televisiva, nelle strade tutto un vociare di gente che all'augurio "Ramadan Karim" risponde "Allah hu Akram", gli addobbi di lampade che tutti provvedono a comprare prima della festa e io lo rivedo il mio Ali, aiutare il padre, fabbro, nella consegna di lampade in ferro battuto, che ora, leggo su Internet, fa soltanto Ahmed, al Cairo: “Mio padre è morto quando aveva 100 anni. Io all'epoca ne avevo appena 30 ed ero l'ultimo di 8 figli. All'epoca tutti lavoravamo in bottega con mio padre, tutti imparavamo l'arte dei fanous. Al Cairo erano tantissime le botteghe di artigiani che lavoravano rigorosamente a mano le lampade. Oggi sono rimasto solo io”.
Ahmed Ali Ghoneim ha 72 anni e lavora nella sua bottega della capitale egiziana confezionando a mano i fanous, le lampade votive che decorano gli ingressi delle case durante il sacro mese del Ramadan: quello che un tempo era una forma di artigianato tipica dei maestri del Cairo, oggi sopravvive solo nelle abili mani di Ahmed.
“Ho 11 figli che mi aiutano”, racconta Ahmed, “gli uomini assemblano i pezzi di ferro che io lavoro a mano e le donne colorano i vetri delle lampade. Ma loro non faranno il mio mestiere. Studiano o fanno altro nella vita e io preferisco così. Per quanto mi dispiaccia veder scomparire l'arte di famiglia, mi rendo conto che oggi non riuscirebbero a sopravvivere”.
L'arte del fanous è stata importata dai Fatimidi, dinastia musulmana proveniente dalla Tunisia, che nel X secolo fondò il Cairo. Anticamente nel fanous c'era una candela che ornava le lampade esposte sulla soglia delle case dei ricchi della città. Oggi la tradizione del fanous è diventata di massa e spesso all'interno della lampada viene inserita una lampadina elettrica.
“La produzione di oggi è per le masse”, spiega Ahmed, “la disoccupazione e la crisi economica hanno spinto tanti giovani del Cairo a dedicarsi all'import-export. Tantissimi di loro fanno costruire i fanous in Asia a basso costo, con materiali scadenti e con macchinari che non rendono l'arte delle lampade. Io comincio a lavorare tre mesi prima del Ramadan, ma i miei clienti sono tutti stranieri, turisti o persone che vivono all'estero, gente che può permettersi un lavoro di qualità” tanti, infatti, comprano modelli importati dall'Estremo Oriente fatti con materiale scadente.
Anche la fine del Ramadan è suggestiva: dicono che ci sia una notte in cui il cielo è aperto e Dio ascolta la gente e poi c'è la Festa dello zucchero, in cui è tradizione preparare dolci di ogni tipo. Il Ramadan inizia domenica o lunedì, noi, intanto domani andiamo a comprare l'occorrente per il khoshef, una bevanda ricavata dall'infusione di frutta secca in acqua, fatta poi bollire nel latte, tipica del mese sacro.
A presto!
(El Labban è nella foto)