In ascolto
Poi, all’improvviso, tanto inaspettati quanto voluti, mi ritrovo tra le mani due biglietti per il Cairo. Preparo le valigie furiosamente, istigata dalla voglia di tuffarmi in quel mondo anche solo per una settimana. Ancora non mi sembra vero.
Alessandria l’ho trovata tiepida e limpida, con il cielo terso pieno di rondini e gabbiani.
Ho ripensato a quando ero bambina e a settembre, le rondini si raccoglievano sui fili della corrente, davanti alla finestra del bagno…si ritrovavano in quel modo per qualche giorno finché poi, un mattino, non le trovavo più. Mamma mi diceva che erano volate in Africa, al caldo, perché non avrebbero retto il nostro inverno e mi rassicurava dicendo che sarebbero tornate a primavera. Ecco allora, dove vanno le rondini!
Sotto braccio a mio marito mi sono mischiata piacevolmente alla vita alessandrina, tra i carretti pieni di cavolfiori, arance, mandarini, mele, banane e perfino fragole. E tutto sapientemente impilato e a portata di mano fino a notte fonda. Gli Egiziani non dormono mai, neanche d’inverno.
Ho chiacchierato con le vicine del palazzo di fronte, tutte curiose di conoscermi: è una specie di grande famiglia che comunica allegramente dal balcone e dalle finestrine colorate, contribuendo al caos delle piccole traverse sterrate. Mi chiedono se ho dormito bene, se Alessandria mi piace, se sono contenta, se i miei stanno bene. Mi aggiornano sulle sposine arrivate da poco e si rammaricano del fatto che una scuola sia stata costruita proprio dove si vedeva il mare. Fanno affacciare i figli per farmeli salutare. Si scambiano vicendevolmente visite a casa, incuranti dell’orario. Lasciano le scarpe alla porta e entrano a piedi nudi a ciarlare del più e del meno, magari davanti a un po’ di frutta. Ho partecipato ai discorsi col mio arabo scartellato senza che nessuna ridesse mai dei miei evidenti errori, l’ho apprezzato molto.
Ho giocato tanto col piccolino di casa, Ahmad, quattro anni ancora da compiere e un paio d’occhi scuri e vivaci. La prima sera ha voluto aspettarci sveglio per strada, per mano al padre, fino a notte fonda. Poi è venuto in camera mia e mi ha chiesto dove fosse il mio nunno. Vedendo che non lo capivo, ha ripetuto la parola cantilenandola a voce bassa, fissandomi con gli occhioni quasi dispiaciuti, senza trovare un sinonimo a me comprensibile come ha fatto altre volte. Ho chiesto lumi a mio marito e il segreto è stato presto svelato: nunno è il bimbo. E’ che gli pare strano che io sia sposata e non abbia ancora figli! Piuttosto prevedibilmente dice che vuole un maschietto per poterci giocare e quando mi chiede quando arriva, la mamma si aggancia al il mio presto, insha Allah, spiegandogli che Dio lo manderà nel momento opportuno.
Mi manca il sorriso sbarazzino di questo figlio d’Egitto, il suo irrompere gioiosamente nella mia stanza con uno ya Silviettaaaa!!! Ricambiato col mio ya Hamadaaa!!! Nella sua testolina sveglia convivevano pacificamente il fatto che lo zio paterno vivesse lontano dall’Egitto in un Paese straniero e che il mio pc, stanco del lungo viaggio si stesse godendo un meritato sonno, riposto nella valigetta.
Un giorno me lo sono trovato in lacrime, di ritorno dall’asilo. Era disperato perché il padre, mio cognato, non voleva portarlo con noi. Gli prometto che avrei provato a parlare io con suo padre, a patto che lui avesse smesso di piangere. Quando il padre torna, inizia a pungolarmi, dai, tante, diglielo, diglielo!!! Mio cognato acconsente e gli dice che lo fa solo perché gliel’ho chiesto io. Lui corre da me e mi abbraccia contento. In macchina mi indica un posto dove fanno un fegato delizioso e io gli dico che non mi piace affatto. Poco più in là passiamo davanti a un negozio di formaggi e lui mi illustra tutti quelli che gli piacciono: io gli dico che non mi piace e che ho una specie di allergia e che mi dà fastidio perfino l’odore. Lui spalanca gli occhioni innocenti e mi chiede come sia possibile che non mi piaccia né il fegato né il formaggio. Deve aver pensato che sono moderatamente aliena, dal momento che almeno i doritos, le sue patatine preferite, mi piacciono.
Poi l’adhan. La moschea era vicinissima alla nostra camera da letto così potevo sentirlo sempre distintamente. Il più intenso era quello sospeso tra il giorno e la notte, che veniva ad accarezzarmi l’anima mentre ero ancora nel mio letto. Con la mente accompagnavo il muezzin che salmodiava con voce chiara e penetrante la sura Al Fatha, poi, incapace di seguire, restavo in ascolto con gli occhi socchiusi fino a quando tutto finiva e ricadevo nel sonno. Pare che sia particolarmente benefica, la preghiera del mattino: ci si sveglia presto e dopo la preghiera si intraprende il lavoro quotidiano col corpo pulito e il nome di Dio nel cuore e nella bocca. Quelle poche ore mattutine sono spesso più fruttuose dell’intera giornata. Lo dicono soprattutto i tassisti, lo ha detto anche quel ragazzetto candido che una sera, la scorsa estate, ha accostato la macchina per permettere a mio marito di scendere a comprare il roz bl laban per la colazione dell’indomani. Quel ragazzetto innocente che ha aspettato in silenzio in macchina con me senza sbirciarmi mai dallo specchietto e che si è mosso solo per asciugarsi la fronte dal caldo rovente della notte alessandrina, offrendomi la scatola delle salviette affinché potessi farlo anch’io. Quel ragazzetto che quando l’ho ringraziato, sperando che Dio lo benedicesse, mi ha risposto Shokran Lillah.
Mi fermo qui, per oggi.









