Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

23 dicembre 2006

15 dicembre 2006

Verso un Natale vero?

Apprendo con piacere che in Gran Bretagna al consueto Royal Chistmas Message della regina Elisabetta sulla BBC, è affiancato sull'emittente privata Channel 4, un messaggio letto da una ragazza musulmana con il niqab.
Riporto l'ultima frase dell'articolo:

Il dibattito su diritti e integrazione dura ancora oggi, ed è facile prevedere che un messaggio natalizio di una musulmana col niqab non potrà che prolungarlo.



Io sono d'accordo a prolungare il dibattito, almeno fin quando i modernissimi ed emancipatissimi occidentali non smetteranno di tirare in ballo diritti, integrazione&Co quando si parla di velo. Lasciatele in pace, le donne musulmane.

E, a proposito di donne musulmane e di vacue questioni poste da chi vuole vedere i problemi dove non ci sono, segnalo questo articolo, datato, ma significativo, tratto sempre da Peace Reporter.
Dategli uno sguardo ché quella 18enne ha le idee molto chiare e se incontrate Vespa, riferiteglielo...

14 dicembre 2006

Oltre le apparenze: il senso dell'Aida oggi

Francesco Longo mi ha segnalato questo suo articolo apparso ieri su "Il Riformista".
La sua voce fuori dal coro questa volta si sofferma sull'Aida: oltre i lustrini, oltre il grande spettacolo, oltre lo stereotipo tradizionale, Longo delinea il significato dell'evento nel contesto odierno, allineandosi alla prospettiva di Edward Said sulla fine dell'Orientalismo.
Una riflessione, la sua, che si accorda pienamente agli intenti di questo blog e che ho deciso di raccogliere per la sua immediatezza, per quella capacità di andare oltre l'opinione dominante e superficiale. Non è facile, me ne rendo conto. Ringrazio vivamente Francesco Longo per il suo lavoro così significativo e per essersi ricordato di questo blog.
mercoledì 13 dicembre 2006
di Francesco Longo

Rileggere Verdi dopo la prima, oltre Materazzi e il gorgonzola tartufato
UN'OPERA "IMPERIALISTA" CHE ANESTETIZZA LE COSCIENZE
Edward Said nelle riflessioni sulla scia di «Orientalismo» decostruisce il neo-colonialismo del celebre melodramma: «L’egittologia non è l’Egitto».

Dopo aver lasciato decantare l’aspetto glamour dell’Aida di Zeffirelli è possibile vedere elementi trascurati di quest’opera. E cioè: cosa vuol dire mettere in scena l’Aida oggi? Che valori porta dentro di sé questo spettacolo? Le pagine dei quotidiani si sono giustamente concentrate sulla mondanità. I migliori giornalisti italiani hanno descritto smoking e bodyguard per pagine intere. I politici hanno battuto le mani. Prodi ha detto: «Questa è la perfezione». Lo stesso Riformista titolava «Uno stopper alla Scala». Il punto era sempre: e Valeria Marini? E la cena col gorgonzola tartufato? E la cravatta di Materazzi?
Dopo qualche giorno è lecito porre altre domande. Tipo: che rapporto c’è tra l’Aida e il colonialismo? Oppure: c’era bisogno oggi di un’opera che fa dello straniero - del diverso - un orpello di cartone?
Per far ciò è utile tornare ad alcune indicazioni di Edward Said. Cinque anni dopo aver scritto il famoso Orientalismo, Said pubblicò il volumone Cultura e Imperialismo che proseguiva in quella stessa direzione. Qui, per alcune pagine, rileggeva proprio l’Aida di Verdi. Non siamo abituati ad associare l’opera lirica allo sfruttamento imperialista, questo lo sapeva anche Said. Tuttavia egli si occupò a lungo di come la cultura fosse coinvolta con i processi di colonialismo e di come fosse legata alle azioni imperialistiche e alla fine arrivò all’Aida.
Secondo Said l’Aida «ha avuto una grande influenza sulla cultura europea. Ad esempio nel confermare l’immagine dell’Oriente come luogo essenzialmente esotico, distante e antico, nel quale gli europei possono esibire tutta la loro forza». Questo è ovvio. L’opera è assai complessa, non è un caso che sia arrivata fino a noi, sopravvivendo ad altre che invece si sono smarrite.
La scoperta spiacevole che però fa Said si può riassumere in una frase: «l’imbarazzo suscitato dall’Aida deriva dal fatto che non si tratta tanto di un’opera sul dominio imperiale, ma è parte del dominio imperiale». L’idea del critico era quella che le rappresentazioni che si offrono dell’oriente, dei musulmani, del mondo arabo, degli egiziani, sono un modo per partecipare alla conquista fisica, territoriale, militare.
A Giuseppe Verdi, (che fu preferito sia a Wagner che a Gounod) quando fu commissionata l’opera, fu dato il controllo assoluto di questo spettacolo. Verdi, non avendo una conoscenza diretta dell’Egitto, si appoggiò ad autorevoli accademici egittologi. «Occorre però ricordare che l’egittologia è appunto l’egittologia, e non l’Egitto», scrive Said. Egli considera gli studi di egittologia non un modo per conoscere l’Altro, ma al contrario come la preparazione teorica, artistica, per legittimare l’occupazione del territorio. La conquista di Napoleone era stata affiancata da studiosi che catalogarono l’Egitto: descrivendo, rappresentando, sezionando, elencando, classificando, ricostruendo in bozzetti, modellini e dunque inventando l’Egitto per governarlo e sottometterlo. Certe riproduzioni dell’Egitto dell’epoca «dunque non sono descrizioni ma ascrizioni».
Se non si tengono in considerazione questi aspetti, sfugge la portata di certe opere artistiche. Ci si chiederà: ma la Moratti? E il pizzo nero di Valeria? E i pantaloni di Angela Merkel erano adeguati o no?
Nella tessitura artistica dell’Aida alla fine filtrarono atteggiamenti imperialistici. Il primo risultato fu un Egitto orientaleggiante: «Tipici da questo punto di vista alcuni passaggi del II atto: il canto della sacerdotessa e, poco più avanti, la danza rituale». Tra l’altro Verdi trasformò alcuni sacerdoti in sacerdotesse «seguendo la consolidata tradizione europea di mettere donne orientali al centro di qualsiasi rituale esotico; le sacerdotesse verdiane sono l’equivalente delle danzatrici, delle schiave, delle concubine e delle “bellezze al bagno” nell’harem, che dominano l’arte europea di metà Ottocento». Si sa, non c’è oriente, senza sensualità.
L’Aida dunque, ambientata e messa in scena in un luogo geograficamente lontano dall’Europa, restava intrisa proprio di quel contesto contemporaneo che si sforzava di lasciarsi alle spalle. L’opera era impressa di ciò che in Europa allora si voleva fosse l’Egitto. E oggi?
Sarebbe stato sgarbato, certo, affiancare alla sciarpona di Zeffirelli quel che ci vedeva Said: «uno spettacolo imperialista concepito per distrarre e impressionare un pubblico quasi esclusivamente europeo». E certo è giusto che un’opera come l’Aida muti col tempo. E se nel 1952 la Callas la interpretava in Messico, è giusto che oggi la si leghi al colletto slacciato di Materazzi. Le strategie della dominazione che la penetrarono durante la sua elaborazione oggi possono restare sullo sfondo. Si può ammirare l’opera senza pensare alla dominazione. Ne era convinto anche Said che nel 1993 ammoniva: «tuttavia l’impero rimane lì, sotto forma di tracce e di accenti, e può essere letto, visto e udito». Possibile che alla Scala non si sia percepito nulla di tutto ciò?
L’applauso prolungato, bipartisan, dei politici, lascia un piccolo brivido. Qualcosa stona, anche nel silenzio dei giornali. Secondo Said gli spettacoli come l’Aida, i romanzi, le fotografie, i libri di viaggio, i dipinti esotici servivano ad «anestetizzare le coscienze». E forse dunque, qualcosa chiarisce l’euforia e la reticenza sull’evento della Scala.
Già allora l’Aida faceva dimenticare quello che avveniva laggiù. E così oggi, l’esotico torna con la sua stessa inossidabile funzione. L’esotico è oggi l’innocua Fiona May della fiction tv; è la nuova traduzione de Le mille e una notte; è sentire gli accademici musulmani che in giacca e cravatta dibattono nei talk-show tra uno spot e una guerra nei tg. L’esotico serve a coprire la violenza. Sostituisce la brutalità del potere con l’ingenuità stupefatta della curiosità.

04 dicembre 2006

The Big Talk

Mi stupisco che qualcuno si possa stupire del fatto che sulle televisioni arabe.....
Un momento, riformulo il pensiero: a quanto pare, c'è qualcuno che pensa che il sesso non sia liberamente vissuto nel mondo islamico. Per l'ennesima volta, siamo davanti a un caso di etnocentrismo: per qualcuno è sbalorditivo che un medico vada su un canale satellitare egiziano a parlar di sesso, da un punto di vista scientifico, s'intende, al mondo arabo. Se poi quel medico è una musulmana con l'hijab ecco che qualcuno ne fa un articolo.
Leggo:

La franchezza della Kotb è decisamente inusuale in una regione dove l'educazione sessuale è minima, i contatti uomo-donna sono scoraggiati e di questi argomenti si parla in segreto, il che favorisce la circolazione di 'miti' piuttosto che di informazioni corrette.

Siamo alle solite: invece di apprezzare l'impegno della dott.ssa Kotb per quello che è, ossia un parere scientifico, ne viene sottolineato il presunto carattere innovativo in una società in cui i contatti uomo-donna sarebbero scoraggiati. Il sesso è vissuto all'interno del matrimonio, come un affare tra marito e moglie, non è scoraggiato. Lo è in un'ottica in cui la normalità è fatta di adolescenti acerbi che non vedono l'ora di disfarsi della verginità, ed ecco che tutto il resto diventa un fatto curioso. In Egitto il sesso non palpita dai cartelloni pubblicitari né dall'abbigliamento femminile eppure ogni coppia sposata se lo vive liberamente come meglio crede e non come si crede qui, basterebbe andare lì ad aprire qualche cassetto dell'intimo...
Credo che l'ira delle femministe sia rivolta al fatto che si parli di sesso "islamico" perché così etichettato lo si rende diverso da ciò che dovrebbe essere, cito di nuovo:
una condizione emozionale e umana, non una questione religiosa o dell'identità.
Chissà cosa succederebbe se la dottoressa approdasse sulle nostre televisioni...

29 novembre 2006

Un anno di Amal


Amal compie un anno, un grazie speciale a tutti voi che permettete a questo spazio di svilupparsi

28 novembre 2006

Delizie di mezza estate: lo spettacolo dei ballerini "Al Tanura"

Ho perso il conto dei giorni che qui a Perugia si galleggia nella nebbia, un angolo di cielo è un'utopia considerando che faccio fatica a distinguere il palazzo di fronte al mio! Perdonerete, quindi, quest'uso personale ed autoreferenziale del blog, ma ho bisogno di un'esplosione di colore che qui, s'è capito, tarderà a manifestarsi...
Si tratta dello spettacolo degli eccellenti ballerini "Al Tanura" di cui propongo, in particolare, il momento finale: protagonista indiscusso, questo formidabile ballerino che ha girato molto velocemente su stesso per più di un quarto d'ora sulle note di una melodia ritmata e travolgente, maneggiando abilmente le gonne del suo costume e quell'oggetto circolare che a me ha fatto pensare a quel vecchio setaccio che avevamo a casa, del quale mi sembra ancora di sentire il profumo di vaniglia. Non so se fosse davvero così grande, ma io lo ricordo coi miei occhi di bambina in ginocchio sulla sedia a guardare, incantata, impastare i dolci.


E' un peccato che queste immagini non abbiano catturato il fruscìo di quelle gonne e il sorriso, direi ascetico, di quel ballerino dalla vita così sottile che avrebbe potuto infilarsi i pantaloni di un bambino.














Di seguito riporto l'articolo che "EL MUNDO" ha dedicato loro lo scorso anno, in occasione di un'esibizione al teatro Albéniz di Madrid:

DE LA TIERRA AL CIELO

di ALVARO FEITO

MADRID.- Con su exhuberancia colorista y rítmica, los Derviches danzantes de El Cairo se muestran muy alejados de la sobriedad y el misticismo estrictos de sus coetáneos de Konya y Turquía, los principales valedores de la expresión artística (música, danza, escenografía, vestuario) surgida de la corriente filosófica islamista del sufismo.

Es una doctrina que alienta el contacto con la divinidad suprema a través de la experiencia personal y colectiva del trance. Cargada de simbolismos y de referencias a la tradición que surgió en el siglo XIV, la danza circular y ensimismada de los derviches egipcios contiene elementos de sensualidad y de brillantez formal, muy cercanos en ocasiones al malabarismo circense.

Un bailarín central, vestido con tres tanuras o faldas de chirriantes y geométricos colores, simboliza al sol en su devenir eterno como fuente y médula de toda energía. Otros danzantes giran alrededor de él, como si de un sistema planetario se tratase. Mientras tanto, los tars (tambores) marcan un ritmo insistente y a veces frenético, una pulsión cósmica que invita también al éxtasis.

El canto implorante de un sheik, con sus invocaciones constantes a Alá, formulan el contrapunto de la voz humana en medio de tanta elevación mística. El derviche mantiene siempre el contacto con la tierra, por más que sus brazos se eleven al cielo en busca de la comunicación espiritual definitiva.

Deslumbrantes, virtuosos y disciplinados, los 30 músicos y bailarines en escena (y en el patio de butacas) consiguieron también, en sus tres conciertos madrileños, otro tipo de comunicación: el público asistente se entregó sin reservas a un clímax final desbordante de complicidad, simpatía mutua y aceptación de lo ajeno.



21 novembre 2006

Riprendo fiato...

Mi fermo un attimo a riordinare le idee, ogni tanto bisogna farlo.
Ho una guancia gonfia e l'apertura della bocca di pochi centimetri, sembro avere una mela intera in bocca ma è solo un molare che ha deciso di far capolino proprio ora, a conclusione di questo periodo di intensa attività. Si dà il caso poi, che io abbia una laurea da otto giorni. E non riesco a realizzare, ancora.


Senza girarci intorno- ché è bello essere onesti con gli altri e con sé stessi -non sono contenta della mia performance. Non è che tornerei indietro, non è giusto né salutare, diciamo solo che ho imparato cosa non dovrò fare la prossima volta, visto che, se Dio vuole, qui tra un annetto si è di nuovo con le mani in pasta per un'altra tesi. Si replica siori. Per ora mi basta convincermi che saprò affrontare la mia ansia in modo diverso da questa volta, considerato che più che ansia è una forma di paura-delle-situazioni-nuove e che, sempre se Dio vuole, la prossima volta la location sarà tutt'altro che ignota. Io speriamo che me la cavo, insomma.

Pensandoci bene, è che ho perso quell'entusiasmo che avevo quando ho iniziato a scrivere la tesi. Forse un rapporto troppo saltuario con il prof(solo e-mail degne della Sfinge o della sibilla cumana o dell'Oracolo di Delfi e qualche striminzito colloquio qua e là)? Non lo so.

Il vestito, poi, non ne parliamo. La moda del momento in forza del principio "il tailleur nero è un capo d'obbligo nell'armadio" ha cercato di annullare la mia personalità in tutti i negozi in cui io mi sia recata nella ricerca di giacca e gonna lunga che non fossero solo nere. Ma come, il tailleur nero, elegantissimo, ma impersonale, a me che ho scelto il giallo(solo perché l'arancione non era disponibile) per la copertina della mia tesi , rifiutando i soliti nero, blu e bordeaux? Proprio no.


Questa foto è assurda, rispecchia il mio stato d'animo della sera prima della discussione: seduta sul letto, davanti all'armadio, fissavo i lucidi di supporto alla discussione che avevo appeso, da giorni ormai, nella vana speranza che l'inchiostro si asciugasse. Immaginatevi i miei, la mattina dopo sull'autobus che li portavano come vassoi per non rovinarli...
Per la prossima volta dovrò cercare di raggiungere uno stato d'animo direi...equidistante sia dall'oddio-che-vergogna-domani che dall' accorrete-ad-assistere-al-mio-trionfo. Né defilata, né egocentrica. Dovrò lavorarci, parecchio pure.
Poi ieri ho preso il treno e ho visto l'autunno. E' stato come se me ne fossi accorta solo allora, tanto grande è stata l'emozione provata. L'ho visto dal finestrino, su quei campi che ogni volta mi procurano voglia e noia allo stesso tempo. Era sulle foglie accese di colori vivaci, dal verde chiaro al giallo pieno, dal rosso vivo al marrone intenso, fino al colore carico dei frutti e delle bacche. Come il bagliore di stelle in procinto di morire.
La devo ancora trovare una foto in grado di rendere giustizia anche minimamente a quello spettacolo e a quell'emozione. Ho anche visto un distinto signore disperarsi con le mani letteralmente nei capelli per la moglie morta. Ho pensato, allora, che l'autunno mi stava deliziando e straziando, come quel pianto. E ho capito che sulla scia di quell'emozione insolita dovevo mettere ordine.

17 novembre 2006

Quelli che dimenticano che non si finisce mai di imparare...


A proposito della proposta di Fini sull'insegnamento dell'Islam nelle scuole statali (sottoforma di ora facoltativa) si legge: "E allora - si chiede l'ex ministro leghista [Calderoli] - che fare con il buddismo o le altre religioni dell'amore? Non e' che bisogna accontentare le religioni dell'odio solo perche' sono violente e non fare nulla per le altre. Non si puo' fare sino a quando nelle scuole islamiche non sara' stata ammessa la possibilita' di insegnare il Vangelo".
Altrettanto duro il giudizio di un altro esponente del Carroccio, Roberto Cota: "In una scuola pubblica, a spese dello Stato, non si puo' insegnare il Corano. Se qualcuno vuole impararlo lo puo' fare privatamente, ma nella nostra scuola si deve insegnare la religione e la cultura che e' a fondamento di una comunita'. Per questo e' giusto che s'insegni la religione cattolica".



Premesso che non ho intenzione di commentare quest'ultima affermazione dal momento che ho parlato ampiamente della questione tutta contemporanea delle culture complesse e locali, il problema secondo me va inquadrato in un'ottica diversa, ne parlavo tempo fa con mia madre, insegnante di matematica e scienze alla scuola media statale: bisognerebbe ripensare l'ora di religione. Senza andare a scomodare le grandi città, anche nelle realtà provinciali la presenza di immigrati di fede non cattolica è cospicua: i loro figli, albanesi musulmani nel caso del mio paese d'origine, frequentano la scuola statale e all'ora di religione non viene offerta loro un'alternativa migliore alla perdita di tempo. Poiché insegnanti come mia madre si ritrovano gruppetti di alunni musulmani in classe, non sarebbe opportuno organizzare un'ora di religione parallela a quella dell'insegnamento della religione cattolica per non privare questi bambini dell'educazione religiosa nell'ambito della scuola? Favorire la loro integrazione, nella società come nella scuola, non significa forse metterli sullo stesso piano di quelli italiani offrendo a tutti le stesse possibilità?



Però quando dico ripensare l'ora di religione intendo qualcosa di più significativo, per tutti: per quanto mi riguarda, l'ora di religione parallela potrebbe anche intersecarsi con quella tradizionale. Se è vero che gli immigrati sono un punto di forza, perché allora non trasformare l'ora di religione in un momento di confronto e di insegnamento reciproco? Dell''integrazione, affinché sia effettiva, non dovremmo intedere solo ciò che è dovuto agli altri, ma anche ciò che possiamo fare noi per convivere pacificamente.


Quanto al delirio di Calderoli, ricordo che il mondo arabo fornisce molteplici esempi di convivenza religiosa: la chiesa e la moschea spesso sono a pochi passi di distanza. Un bell'esempio, no?

Un altro aspetto mi sembra errato: questa proposta di Fini suona come un compromesso, essendo gran parte dell'opinione pubblica contraria alla scuola araba di Milano: non capisco come possa essere ritenuta un ghetto quando lo scopo principale di quella scuola è affiancare all'insegnamento dell'italiano (che comunque prevale) l'insegnamento dell'arabo e dunque del Corano.

16 novembre 2006

Ibn Battouta




Dal sito Arab.it



"Gli occidentali hanno curiosamente limitato la storia del mondo raggruppando il poco che sapevano sull’espansione della razza umana intorno ai popoli di Israele, Grecia e Roma. Cosi facendo hanno ignorato tutti quei viaggiatori ed esploratori che, a bordo di navi, hanno solcato il mar della Cina e l’oceano Indiano, o, in carovane, hanno attraversato le immense distese dell’Asia centrale sino al golfo Persico. In verità, la parte più cospicua del globo, con culture diverse da quelle degli antichi Greci e Romani ma non meno civilizzate, è rimasta sconosciuta a coloro che hanno scritto la storia del loro piccolo mondo con la convinzione di scrivere la storia del mondo."
Henri Cordier




IBN BATTOUTA, IL MARCO POLO ARABO


L’Islam medievale ha avuto numerosi viaggiatori arabi, ma nessuno è stato cosi importante come Ibn Battouta. Egli ha viaggiato per una trentina d’anni attraverso il mondo nella stessa epoca in cui visse Marco Polo ( 1254 / 1324 ). Pur avendo intrapreso viaggi avventurosi e temerari, tali da far dimenticare quelli del più noto viaggiatore italiano, egli rimane incredibilmente sconosciuto in Europa e forse non abbastanza apprezzato nello stesso mondo arabo. Ibn Battouta è nato a Tangeri, in Marocco nel 1304, all’apoca della dinastia dei Marinidi e apparteneva ad una famiglia di giuristi musulmani. E’ morto nel 1369 all’età di 65 anni dopo essersi ritirato a fare il giudice, in una piccola città di provincia.
Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ... Il racconto di Ibn Battouta non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan che favoriva le opere dello spirito e che in pratica era un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba di Abu Inan iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battouta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola: " Rihla ", viaggio, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo quando due studiosi tedeschi pubblicarono separatamente due traduzioni di alcune parti della " Rihla ". La traduzione completa fu eseguita da Defrèmy e Sanguinetti, due studiosi arabisti francesi. Il lavoro durò dal 1853 al 1858 e apparse con il titolo di: " Viaggio di Ibn Battuta ".
Vediamo brevemente il contenuto della " Rihla ". Ibn Battuta scrive: " Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 ( 14 giugno 1325 ) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta ". L’inizio del viaggio, racconta, fu molto faticoso. Arrivò ad Algeri, unendosi ad una carovana di mercanti. A Bejaia lo assalì una forte febbre, tra Bejaia e Costantina alcuni briganti cercarono invano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arrivò ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Attraversò l’Egitto, la Siria, la Palestina e soltanto il 1 settembre 1326 potè lasciare Damasco per l’Arabia. Dopo il pellegrinaggio continuò il viaggio in Iraq e in Persia. In seguito fece altri due pellegrinaggi alla Mecca, ma fino a questo momento sembra che i suoi viaggi si svolgessero solo entro il perimetro arabo. Finalmente si decise ad uscire dal mondo arabo e sempre dopo mille difficoltà lo troviamo a Costantinopoli, in Russia, nel Turkestan, in Afghanistan. E qui finisce la prima parte del racconto, perchè solo dopo aver attraversato l’Indo, Ibn Battouta penetra in un mondo assolutamente nuovo e strano, ne resta affascinato e gli dedica molta parte del suo racconto. Sedotto della città di Delhi vi resta per sette anni ed entra persino al servizio del sovrano che gli affida una missione speciale in Cina. Le avventure si susseguono in Ceylon, nel sud est dell’India nel Bengala, in Malesia, in Estremo Oriente. Ritorna in patria, ma il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353 ritorna a Fes. La " Rihla " era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Il racconto di Ibn Battouta è coinvolgente, notevole è la sua capacità di osservazione, egli ci apre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi e degli usi e costumi dei luoghi visitati ed è anche il resoconto avvincente di un’avventura personale. La " Rihla " costituisce inoltre un tesoro inestimabile per la conoscenza dei popoli afro - asiatici nell’epoca medievale ed ha dato un contributo importante per la nascita delle scienze sociali.

08 novembre 2006

La lista del silenzio



Reporters senza frontiere ha pubblicato la lista nera dei 13 Paesi in cui il ricorso alla censura on-line è massiccio, si può trovare qui.
E' una pratica che sembra consolidarsi parallelamente al progredire delle possibilità tecnologiche: ora che i dissidenti possono facilmente aprire un blog, per esempio, si ritrovano- altrettanto facilmente -in carcere.
Nella lista figura anche l'Egitto, triste new entry dove si vanno moltiplicando i casi di blogger arrestati: qualcuno ricorderà i 45 giorni di carcere di Alaa Seif El-Islam lo scorso giugno, la stessa sorte che era toccata a Nabil Abdul Karim qualche tempo prima. Casi che vanno a sommarsi a molti altri di censura governativa tradizionale come l'arresto, prima delle elezioni del settembre dello scorso anno, di Ayman Nur, l'accreditato leader dell'opposizione, incastrato con l'accusa di aver falsificato le firme necessarie alla nascita del partito Gahd di cui è fondatore.