Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

03 dicembre 2009

Essere o non essere

Sarà che si avvicinano il Natale, la fine dell'anno, le lucine, l'allegria forzata, i magnamagna e i compracompra. Sarà che le succitate cose da un po' di tempo a questa parte mi mettono addosso una malinconia indescrivibile.
E un senso di vuoto. Sarà che in questi giorni trovo infinitamente entusiasmante la mia torta di mele che profuma di cannella e la corsetta al parco con i merli che sfruscano mentre tutt'intorno l'autunno avvampa in mille sfumature di colore. E il corso di arabo, ovviamente. Leggiucchio, scribacchio e mi sembra di essere tornata bambina.
Sarà che ancora non mi riprendo completamente, che passo ore a fissare la porta, che non mi sento più al sicuro in casa mia, che non so più cosa siano l'inviolabilità e l'intimità garantite da quattro mura, un tetto e una stramaledetta porta.
Sarà per tutto questo e pure per la telefonata di oggi. Una tizia che mi chiama tremila volte dottoressa, che cerca di adularmi lodando eccessivamente la mia carriera universitaria e che mi invita alla presentazione dei master dell'azienda per la quale lavora. Tace sulla trafila di stage inconcludenti che mi si profila davanti, vuole vendermi la solita aria fritta. E a caro prezzo, certo.
Sarà per tutto questo che sentendo l'appello di Napolitano a non andar via mi sono detta, vabbè vediamo cos'ha da dire il Presidente. Non ho trovato che la solita retorica vuota, però. Il perché io dovrei restare non è noto. Possiamo far crescere l'Italia.....forse se avesse detto dobbiamo, mi sarei fermata a riflettere. Dobbiamo significa che io devo rimanere qui a mettere le mie conoscenze e le mie capacità al servizio del mio Paese, perché io valgo qualcosa e qualcuno è pronto a riconoscerlo. Ammesso che io abbia capacità e conoscenze, certo. E significa soprattutto che io devo farlo per la mia patria, per il suolo su cui sono nata e la gente che ci abita. Ma possiamo è diverso. Datemi una leva e solleverò il mondo. Senza leva non sollevo un bel niente.
Inutile dire che invece mi fermo a riflettere sulla lettera di Pier Luigi Celli. Mi ci ritrovo, tristemente e senza sforzi:
[...]Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.[...]
[...]il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.[...]

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