Essere o non essere
Sarà che si avvicinano il Natale, la fine dell'anno, le lucine, l'allegria forzata, i magnamagna e i compracompra. Sarà che le succitate cose da un po' di tempo a questa parte mi mettono addosso una malinconia indescrivibile.
E un senso di vuoto. Sarà che in questi giorni trovo infinitamente entusiasmante la mia torta di mele che profuma di cannella e la corsetta al parco con i merli che sfruscano mentre tutt'intorno l'autunno avvampa in mille sfumature di colore. E il corso di arabo, ovviamente. Leggiucchio, scribacchio e mi sembra di essere tornata bambina.
Sarà che ancora non mi riprendo completamente, che passo ore a fissare la porta, che non mi sento più al sicuro in casa mia, che non so più cosa siano l'inviolabilità e l'intimità garantite da quattro mura, un tetto e una stramaledetta porta.
Sarà per tutto questo e pure per la telefonata di oggi. Una tizia che mi chiama tremila volte dottoressa, che cerca di adularmi lodando eccessivamente la mia carriera universitaria e che mi invita alla presentazione dei master dell'azienda per la quale lavora. Tace sulla trafila di stage inconcludenti che mi si profila davanti, vuole vendermi la solita aria fritta. E a caro prezzo, certo.
Sarà per tutto questo che sentendo l'appello di Napolitano a non andar via mi sono detta, vabbè vediamo cos'ha da dire il Presidente. Non ho trovato che la solita retorica vuota, però. Il perché io dovrei restare non è noto. Possiamo far crescere l'Italia.....forse se avesse detto dobbiamo, mi sarei fermata a riflettere. Dobbiamo significa che io devo rimanere qui a mettere le mie conoscenze e le mie capacità al servizio del mio Paese, perché io valgo qualcosa e qualcuno è pronto a riconoscerlo. Ammesso che io abbia capacità e conoscenze, certo. E significa soprattutto che io devo farlo per la mia patria, per il suolo su cui sono nata e la gente che ci abita. Ma possiamo è diverso. Datemi una leva e solleverò il mondo. Senza leva non sollevo un bel niente.
Inutile dire che invece mi fermo a riflettere sulla lettera di Pier Luigi Celli. Mi ci ritrovo, tristemente e senza sforzi:
E un senso di vuoto. Sarà che in questi giorni trovo infinitamente entusiasmante la mia torta di mele che profuma di cannella e la corsetta al parco con i merli che sfruscano mentre tutt'intorno l'autunno avvampa in mille sfumature di colore. E il corso di arabo, ovviamente. Leggiucchio, scribacchio e mi sembra di essere tornata bambina.
Sarà che ancora non mi riprendo completamente, che passo ore a fissare la porta, che non mi sento più al sicuro in casa mia, che non so più cosa siano l'inviolabilità e l'intimità garantite da quattro mura, un tetto e una stramaledetta porta.
Sarà per tutto questo e pure per la telefonata di oggi. Una tizia che mi chiama tremila volte dottoressa, che cerca di adularmi lodando eccessivamente la mia carriera universitaria e che mi invita alla presentazione dei master dell'azienda per la quale lavora. Tace sulla trafila di stage inconcludenti che mi si profila davanti, vuole vendermi la solita aria fritta. E a caro prezzo, certo.
Sarà per tutto questo che sentendo l'appello di Napolitano a non andar via mi sono detta, vabbè vediamo cos'ha da dire il Presidente. Non ho trovato che la solita retorica vuota, però. Il perché io dovrei restare non è noto. Possiamo far crescere l'Italia.....forse se avesse detto dobbiamo, mi sarei fermata a riflettere. Dobbiamo significa che io devo rimanere qui a mettere le mie conoscenze e le mie capacità al servizio del mio Paese, perché io valgo qualcosa e qualcuno è pronto a riconoscerlo. Ammesso che io abbia capacità e conoscenze, certo. E significa soprattutto che io devo farlo per la mia patria, per il suolo su cui sono nata e la gente che ci abita. Ma possiamo è diverso. Datemi una leva e solleverò il mondo. Senza leva non sollevo un bel niente.
Inutile dire che invece mi fermo a riflettere sulla lettera di Pier Luigi Celli. Mi ci ritrovo, tristemente e senza sforzi:
[...]Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.[...]
[...]il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.[...]



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