Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

03 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso

Con questo post inauguro ufficialmente una serie di riflessioni sulla tesi e l'essere tesista.

Spero, innanzitutto, che questa sia l'ultima tesi della mia vita. Due possono bastare, no? Il mio pc sarebbe d'accordo, visto che l'hard disk ha retto la tesi della laurea triennale e poi, poco tempo fa, è deceduto di colpo, senza preavviso. Riposi in pace, almeno lui.

Spero sia l'ultima, dicevo. Credo che un'altra non la reggerei, almeno non a queste condizioni. Datemi dei fondi e me ne andrò a chiedere l'impossibile dove so che l'impossibile si trova. E' utopistico, dite? Non dovrebbe esserlo però...sarebbe bello se ogni tesista fosse un vero riceratore almeno per il tempo della stesura della tesi. Perché, per come stanno le cose ora, come fa uno studente qualsiasi a dare un contributo infinitesimale alla ricerca, cosa che, almeno sulla carta, è lo scopo principale della tesi?


Lasciamo perdere che è meglio. La mia tesi, dunque. La mia tesi è un libriciattolo di una sessantina di pagine, allo stato attuale. Diciamo che ne ho scritta più o meno metà e comunque sono nel vivo della trattazione. L'argomento è la tv egiziana, via etere e via satellite, pubblica e privata.


E' una creatura giovane, la mia tesi, eppure è già passata attraverso varie peripezie: diciamo che pur di non farla piegare, ho rischiato che mi spezzasse addosso con tutto il peso delle aspettative che ci avevo proiettato. Grazie a Dio mille volte, è ancora in piedi.


Il fatto è che qualcuno può considerarla un pericolo per l'Occidente (sorelle comprese), la mia tesi: all'inizio ho pensato che avrei potuto facilmente ricostruire gli assetti proprietari e le partecipazioni azionarie dei network, così come i dati sull'audience e tante altre belle cose che nella parte di mondo in cui vivo è come bere un bicchier d'acqua, tanto è facile reperirle. Mi sono scontrata, invece, con un mondo che non usa targetizzare l'audience, che non assolve la benché minima funzione di servizio pubblico, che impiega sistematicamente la censura, che controlla le agenzie di ricerca sui media, manipolandone spudoratamente i risultati secondo la convenienza di chi detiene il potere. Avrei potuto fermarmi qui, di fronte all'evidenza che tutto quello che cercavo non era reperibile o, se lo era, non era attendibile. Oppure fare una tesi elencando tutto quello che mancava alla tv egiziana per essere "normale" come un civilissimo sistema televisivo occidentale. Mi sono resa conto, in altre parole, che i parametri comunemente utilizzati per descrivere un sistema televisivo europeo non sono affatto adatti per uno arabo: certo, potrei farlo per Al Jazeera, Al Arabiya & Co ma non certo per la tv via etere egiziana con i canali a vocazione locale.


Non voglio dire che la tv egiziana è avulsa dalle logiche di mercato, ma ho ritenuto più stimolante concentrarmi sulle logiche normalmente messe in atto in un sistema così diverso dal nostro. No, seriamente, mi ci avreste visto a fare una tesi etnocentrica su quanto è rudimentale la tv egiziana? Io, personalmente no. Soprattutto perché ritengo che sia tutt'altro che rudimentale, la tv egiziana. Non sarò certo io a scrivere una tesi così becera. Non se lo merita L'Egitto, né tutti gli egiziani che conosco, perfino quello che non mi saluta non se lo merita .


Scherzi a parte, non potrei, davvero. Non sarebbe onesto, intellettualmente parlando e andrebbe contro le mie idee che, al riguardo, sono chiaramente di tutt'altro avviso.


Ho optato, allora, per una prospettiva puramente descrittiva: succede questo, quello manca, dicono quello ma fanno tutt'altro, pianificano di cambiare quella determinata cosa, ma di fatto tutto resta così com'è. Questo non significa che io stia falsando la realtà: quello che scrivo trova riscontri scientifici in testi consultabili da chiunque si prenda la briga di scartabellarli come ho fatto io. Poi, insomma, bisogna anche mettersi a leggere tra le righe e trarre conclusioni, visto che uno è dotato di cervello. E accontentarsi, già che ci si è, di quello che si riesce a trovare, individuando anche una sola flebile tendenza.

14 marzo 2009

Un invito a riflettere

La citazione che segue è il proseguimento ideale e inaspettato -ma graditissimo- del post sul niqab. Ringrazio Khadi per il brivido che queste parole mi hanno procurato e per aver linkato il mio post (spero che l'abbia ritenuto almeno passabile). Dedico idealmente quanto segue a tutte quelle persone che credono che anche solo un hijab sia una privazione della femminilità di una donna.
[...]Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”. Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia. Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete. Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta. E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere. [...]
E sulla scia delle cose da considerare prima di emettere giudizi affrettati, segnalo anche questo sito, di Aisha, che ripropone i sermoni nelle moschee in italiano. Di questi tempi mi sembra uno strumento validissimo, imprescindibile, direi. Mi scuso per non essere riuscita a segnalarlo prima.

24 febbraio 2009

Educazione all'immagine (come il cane dietro le sbarre)

In prima elementare c'era un momento che odiavo: l'ora settimanale di educazione all'immagine impartita dalla mia maestra, a quel tempo ancora unica, il mercoledì.
Ricordo che passava tra i banchi e attaccava sui nostri quaderni grosse immagini ritagliate qua e là che poi noi dovevamo descrivere. Mi sembra di vederle ancora quelle figure tutte diverse che occupavano interamente la mia pagina e emanavano un odore forte di colla.
La prima volta mi assegnò un pastore tedesco che mi fissava con gli occhi tristi da dietro le sbarre. Il suo muso immenso si perdeva nello sfondo nero oltre le sbarre contribuendo ad accrescere la carica emotiva. Una carica emotiva che evidentemente io non avevo la maturità di cogliere. Scrissi che vedevo un cane in gabbia e rimasi a fissare l'immagine a lungo, passando di tanto in tanto il dito sulle increspature provocate dalla colla, quasi a voler toccare quel cane per avere l'ispirazione. Non riuscivo a pensare ad altro, non provavo nulla. Mi dispiaceva solo che quel cane fosse dietro le sbarre, ma mi sfuggiva il legame tra il compito che dovevo fare e il sentimento che stavo provando. Confessai il mio disagio alla maestra, lei si rifiutò di cambiarmi immagine e mi spronò a guardare oltre, a non soffermarmi sullo sguardo malinconico di quel cane che mi riempiva il foglio. Era come voler cavare sangue da una rapa, fu un disastro, quel giorno.

Eppure sono stata una bambina fantasiosa, io. Le figure dei libri di favole mi servivano per arredare il mondo delle parole che ancora non sapevo leggere...vedevo boschi, immaginavo colori, odori, volti e fate. E mi ritagliavo un posto privilegiato nei racconti, dal quale io potevo vedere tutto senza essere vista.

La volta successiva andò meglio: mi capitò un gruppo di persone eleganti che cenavano in piedi in un salotto luminoso e ben arredato. Mi misi a descrivere i loro vestiti, i cibi che mangiavano, provai perfino ad immaginare cosa si stessero dicendo e perché si fossero riuniti in quel luogo.

Dopo gli occhi di quel cane, non ricordo di aver visto altre foto che abbiano innescato in me una reazione emotiva talmente forte da lasciarmi sgomenta come quel giorno di tanto tempo fa. Fino a quando ho visto questa foto di Amr Abdallah, un fotografo egiziano che ha ritratto un musulmano in preghiera negli ulimi giorni di Ramadan, in cui cade la Notte del Destino, quella notte speciale per ogni musulmano, speciale soprattutto perché implica una ricerca spirituale fervida: la si trova dentro di sé, la si avverte nel cuore, nelle preghiere che sembrano entrare diritte nelle porte aperte dei cieli. Invito tutti ad andarla a vedere, credo che sia l'essenza dell'Islam, quel rapporto puro tra Dio e l'uomo e nessun altro in mezzo.
Io la guardo e mi sento un po' come quel cane dietro le sbarre.


07 febbraio 2009

Niqab

Provo a scrivere un post sul niqab, su quello che vedo io, perché non ho la minima intenzione di infilarmelo per raccontarvi quanto sia scomodo, come si fa ad esempio qui. Passare improvvisamente dall’occidentalissima messa in piega svolazzante ad un niqab per vedere l’effetto che fa, non è una cosa che consiglio caldamente, ecco.

Non nascondo che la prima volta che ho visto una donna con il niqab mi sono stupita e parecchio. Non sapevo neanche che esistesse.
Era una cugina di mio marito che ho conosciuto insieme a tutti gli altri parenti nel gennaio del 2005.
Ho notato che con la moglie di mio cognato, anche lei straniera, aveva più confidenza, mentre con me si è limitata ad una stretta di mano, con il guanto nero, ovviamente.
C’è una storiella divertente che la riguarda: pare che mio marito l’abbia rivista dopo più di dieci anni e che, ricordandola bambina e amichetta quotidiana, abbia pensato che quel niqab non avesse valore nei suoi confronti. Ora, sembra che lei si sia rifiutata di dargli la mano e vedendolo in evidente imbarazzo abbia riparato accettando di stringergliela avvolta nel velo. Dopo una giornata passata insieme a rievocare il passato da cuginetti inseparabili sembra che lei, al momento di salutarlo, gli abbia teso la mano nuda e lui, ironicamente scandalizzato, si sia nascosto la mano sotto la maglietta.
Mi è capitata di rivederla una sola volta e non è che le cose fossero andate diversamente: mio marito la spronava scherzosamente a mostrarmi il viso e io mi sono pure arrabbiata con lui perché in fin dei conti non me ne interessava un fico secco del suo viso e non era giusto mettermi in cattiva luce in quel modo, anche perché a quel tempo non ero neanche capace di spiegarmi in arabo.
Scherzi a parte, per quanto io faccia fatica a comprendere il niqab, capisco e rispetto la scelta di fondo: c’è un bisogno deliberato di sottrarsi agli sguardi altrui. E lo capisco perché so che è pesante essere guardati ovunque e insistentemente. Mi capita praticamente sempre quando vado in Egitto e la cosa mi urta, a volte. E’ che si vede lontano un miglio che sono straniera e per quanto io mi copra, continuo ad esserlo: in mezzo agli egiziani mi vedo, sono sempre troppo bianca anche se mi abbronzo e sebbene io non sia Nicole Kidman, lì finisco per esserlo. E a nulla valgono le mie gonne lunghe, le mie casacche larghe e fresche, i capelli legati…la gente mi guarda e mimetizzarmi è impossibile.
La cosa mi urta, dicevo. Perché spesso sono più coperta io di tante donne, che con la scusa di trovarsi in un posto di mare vanno in giro con i polpacci in bella vista e con i veli ridotti al minimo indispensabile…la scorsa estate ho visto due ragazze egiziane in top e minigonna aggirarsi indisturbate tra la gente. Nessuno le ha degnate di uno sguardo eppure erano in abiti davvero succinti e non erano prostitute come verrebbe naturale pensare.
Sia chiaro: non mi sto lamentando dei precetti islamici nel vestire, ma dell’ipocrisia bella e buona della gente che li mette in atto. Una cospicua quantità delle ragazze indossa vestiti che non lasciano spazio all’immaginazione: jeans attillati e magliettine aderenti che si poggiano audacemente sulle curve, veli che sono sempre più simili a bandane e permettono di sfoggiare collane e orecchini. Pare che l’imperativo, più che essere quello di non rivelare le forme del corpo, sia quello di coprirle, le forme del corpo. E non importa se le si copre con abiti aderenti, purché siano coperte: se io metto sulla casacca una sciallone che mi scopre le mani e i polsi e mi fa sembrare indiana, più che egiziana, indovinate su cosa si soffermano gli sguardi della gente? Indovinato, sulle mani e sui polsi, che sono sempre troppo vistosamente chiari ed esotici e fanno di me una straniera e vanno a solleticare chissà quali desideri proibiti….
Dovendo fare il bagno al mare, poi, questa logica mi ha impedito di scendere in acqua come volevo io e cioè con un vestitone largo e comodo di cotone, una abaya, per intenderci, perché “non vorrai mica sembrare una contadina!”. Ho dovuto fare il bagno con una maglietta attillatissima e un paio di jeans parimenti attillati e sono stata costretta a metterci sotto il costume intero perché oltre a essere corta, una volta bagnata, la maglietta sarebbe stata anche trasparente. Ricordo che mi aggiravo furtivamente, neanche fossi stata una ladra, visibilmente a disagio, poiché neanche qui in Italia mi vesto in quel modo. E ho passato tutto il tempo a galleggiare sul pelo dell’acqua con i jeans zuppi e pesanti.
Le mie cognate sdrammatizzano e davanti allo sciallone si stupiscono: "e cos’è questo, adesso? Ma toglitelo, non vedi come vanno vestite le ragazze? Tu così vai benissimo!"
E io lo vedo, eccome…chi è senza velo porta i capelli sciolti, spesso vistosamente tinti e cammina con spigliatezza tra la folla che la considera una donna come tutte le altre. Io sono arrivata alla conclusione che dovrei guardare il mondo da sotto un niqab per mimetizzarmi e so che tante donne che lo indossano lo fanno proprio perché la loro bellezza catalizza gli sguardi maschili.
Ne vedo sempre tante di donne col niqab, quello integralmente nero, ma anche quello marrone, o viola, o grigio che sembrano meno austeri. Raramente mi guardano e io mi sono sempre chiesta cosa pensano di questa straniera svelata che passeggia per le vie egiziane cercando di rilassarsi e far finta di niente.
La risposta mi è arrivata giovedì scorso quando dopo la preghiera della sera, siamo stati invitati ai festeggiamenti per le nozze di un cugino di mio marito. Lui è un tipo assai stravagante, con la barba lunga e folta che la scorsa estate si è rifiutato di stringermi la mano e persino di rispondere al mio saluto. Dice che si sta per sposare e che ha incontrato la futura moglie sempre e solo con il niqab, tranne una volta che lui e sua madre hanno visto la ragazza in viso. Non ha mai rivolto lo sguardo verso di me, anzi si è seduto a terra in modo tale che né io, né le mie cognate lo vedessimo. Mio marito è rimasto colpito forse più di me, soprattutto perché non se lo aspettava e siamo andati via un po’ contrariati se non altro perché il mio saluto era rimasto a vagabondare nuovamente nell’aria, senza risposta, né cenno, né niente. In fondo, che gli avevo detto di male?
Evvabbè, pazienza.
Arriva il giorno del matrimonio, dunque. Siamo tutti a casa di mia cognata, abbiamo appena finito di pranzare. Suonano alla porta, mi alzo ad aprire. E’ lo sposo che viene a lasciare una busta a sua madre che era in casa con noi. Di nuovo non mi saluta e d’istinto guarda a terra e si gira altrove. Indietreggio quasi divertita lasciandogli la porta aperta e torno al mio posto, pensando che sarà obbligato a sedersi vicino a me, per mancanza di altri posti liberi. Poco dopo entra un signore anziano, mio marito va a salutarlo, lo abbraccia, lo bacia, lo chiama zio e capisco che è il padre dello sposo. Non si vedono da almeno quindici anni.
Mio marito si gira verso di me, vuole presentarmi a suo zio. Mi alzo e vado verso di lui, non mi pare una buona idea. Lo saluto, gli porgo la mano, gli faccio gli auguri per il matrimonio del figlio. Lui si limita a porgermi il braccio e si ritira nel salottino adiacente attirando come per osmosi gli uomini verso di sé e facendo confluire le donne nella sala in cui eravamo io e le mie cognate. Finisce anche il supplizio dello sposo che è finalmente libero di alzarsi dal posto vicino a me e di recarsi dagli uomini.
Sono imbarazzata: so che di lì a poco gli uomini, mio marito compreso, andranno alla moschea e io insieme alle mie cognate andrò a casa della sposa, proprio dietro l’angolo. A casa della sposa col niqab. Qualcuno coglie il mio disagio e mi dice di stare tranquilla, che così vado bene, perché andiamo a casa e non alla moschea. Voglio crederci e provo a rilassarmi. Mi offro di sostenere Umm Yosri che è la mamma anziana e malandata di mia cognata, la moglie del fratello di mio marito, e ci dirigiamo a casa della sposa. Saliamo le scale, capisco di essere arrivata quando il vociare festoso si fa assordante: le donne arrivano fin fuori la porta, vicino all’enorme distesa di scarpe. Dev’essere piena di gente, la sala.
Ci accoglie una donna con uno stupendo vestito rosso e un bel sorriso sincero. La saluto, la bacio, le faccio gli auguri. E’ l’unico punto di colore in una folla di donne vestite di nero, con il velo del niqab sollevato all’indietro, sulla testa. Qualcuna ancheggia intorno allo stereo al ritmo di una musichetta ritmata senza parole. Le mie variopinte cognate mi prendono per mano e mi portano dalla sposa che siede in fondo alla stanza. La scorgo attraverso il mare di vestiti neri: ha un abito bianco, sontuoso e sapientemente ricamato, che mette generosamente in mostra la scollatura e le braccia. E’ truccata e acconciata, ma mi dicono che per uscire si avvolgerà nel niqab, assolutamente nessuno deve vederla.
A fatica mi faccio strada verso di lei, aprendomi un varco tra la folla di donne che chiacchierano tra loro. Sento che mi guardano, mi dico che non ho prove che stiano parlando di me e provo a non irrigidirmi. Lei si alza in piedi, mi sorride, mi saluta, mi benedice per gli auguri, mi fa accomodare non lontano da lei, vicino alle mie cognate vestite di grigio, cipria, bianco, blu. Risaltano in mezzo alla folla scura e risalto anch’io che sono vestita di rosa e marrone.
Siedo vicino a una ragazza di poco più piccola di me, è vestita come le altre, con i guanti e il velo rigirato all’indietro. Tiene per mano una bambina che cammina appena e lascia cadere la sua cannuccia sulla mia gonna. La porgo alla bimba con un sorriso, sembra l’unica che non mi fissa con curiosità.
La ragazza mi saluta, mi sorride, mi ringrazia della cannuccia, mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Lei si chiama Fatma e la piccolina è sua sorella. Le dico che sono la moglie di un cugino dello sposo e guardandomi intorno vedo che gli occhi delle altre donne guardano qua e là, naturalmente. Nessuna mi fissa e ho la conferma che non sono al centro dei loro discorsi.
Non pensano assolutamente nulla di me e d’un tratto non mi sembrano più aliene, ma donne che hanno un motivo per sottrarsi allo sguardo degli altri, un motivo che io non so, che magari non condivido, ma rispetto. Sono donne come me.

All’aeroporto sono messa in modo tale che vedo oltre il vetro: una donna con il niqab passa oltre il metal detector, una donna poliziotto apre il suo passaporto e vedo che lei alza il velo per mostrarle il viso. Distolgo lo sguardo: anche se capisco i motivi del gesto mi sembra qualcosa di molto simile a una violenza, obbligarla a mostrare il volto, e non riesco a guardare, neanche se penso che quel niqab non è né per me, né per quella donna poliziotto.

03 febbraio 2009

In ascolto



Inutile dire che scrivendo della geografia dell’Egitto, dell’economia e della demografia mi sia venuto un gran magone nel petto…mi sembrava di vedere davanti a me i volti degli Egiziani, quel mare di bambini, le donne operose, gli spiccioli per le mance e ho iniziato a contare i mesi prima di poter respirare ancora l’aria egiziana, c’era di mezzo, tanto per dire, l’ultimo esame, la laurea, due estrazioni dentarie e chissà cos’altro.
Poi, all’improvviso, tanto inaspettati quanto voluti, mi ritrovo tra le mani due biglietti per il Cairo. Preparo le valigie furiosamente, istigata dalla voglia di tuffarmi in quel mondo anche solo per una settimana. Ancora non mi sembra vero.
Alessandria l’ho trovata tiepida e limpida, con il cielo terso pieno di rondini e gabbiani.
Ho ripensato a quando ero bambina e a settembre, le rondini si raccoglievano sui fili della corrente, davanti alla finestra del bagno…si ritrovavano in quel modo per qualche giorno finché poi, un mattino, non le trovavo più. Mamma mi diceva che erano volate in Africa, al caldo, perché non avrebbero retto il nostro inverno e mi rassicurava dicendo che sarebbero tornate a primavera. Ecco allora, dove vanno le rondini!
Sotto braccio a mio marito mi sono mischiata piacevolmente alla vita alessandrina, tra i carretti pieni di cavolfiori, arance, mandarini, mele, banane e perfino fragole. E tutto sapientemente impilato e a portata di mano fino a notte fonda. Gli Egiziani non dormono mai, neanche d’inverno.
Ho chiacchierato con le vicine del palazzo di fronte, tutte curiose di conoscermi: è una specie di grande famiglia che comunica allegramente dal balcone e dalle finestrine colorate, contribuendo al caos delle piccole traverse sterrate. Mi chiedono se ho dormito bene, se Alessandria mi piace, se sono contenta, se i miei stanno bene. Mi aggiornano sulle sposine arrivate da poco e si rammaricano del fatto che una scuola sia stata costruita proprio dove si vedeva il mare. Fanno affacciare i figli per farmeli salutare. Si scambiano vicendevolmente visite a casa, incuranti dell’orario. Lasciano le scarpe alla porta e entrano a piedi nudi a ciarlare del più e del meno, magari davanti a un po’ di frutta. Ho partecipato ai discorsi col mio arabo scartellato senza che nessuna ridesse mai dei miei evidenti errori, l’ho apprezzato molto.
Ho giocato tanto col piccolino di casa, Ahmad, quattro anni ancora da compiere e un paio d’occhi scuri e vivaci. La prima sera ha voluto aspettarci sveglio per strada, per mano al padre, fino a notte fonda. Poi è venuto in camera mia e mi ha chiesto dove fosse il mio nunno. Vedendo che non lo capivo, ha ripetuto la parola cantilenandola a voce bassa, fissandomi con gli occhioni quasi dispiaciuti, senza trovare un sinonimo a me comprensibile come ha fatto altre volte. Ho chiesto lumi a mio marito e il segreto è stato presto svelato: nunno è il bimbo. E’ che gli pare strano che io sia sposata e non abbia ancora figli! Piuttosto prevedibilmente dice che vuole un maschietto per poterci giocare e quando mi chiede quando arriva, la mamma si aggancia al il mio presto, insha Allah, spiegandogli che Dio lo manderà nel momento opportuno.
Mi manca il sorriso sbarazzino di questo figlio d’Egitto, il suo irrompere gioiosamente nella mia stanza con uno ya Silviettaaaa!!! Ricambiato col mio ya Hamadaaa!!! Nella sua testolina sveglia convivevano pacificamente il fatto che lo zio paterno vivesse lontano dall’Egitto in un Paese straniero e che il mio pc, stanco del lungo viaggio si stesse godendo un meritato sonno, riposto nella valigetta.
Un giorno me lo sono trovato in lacrime, di ritorno dall’asilo. Era disperato perché il padre, mio cognato, non voleva portarlo con noi. Gli prometto che avrei provato a parlare io con suo padre, a patto che lui avesse smesso di piangere. Quando il padre torna, inizia a pungolarmi, dai, tante, diglielo, diglielo!!! Mio cognato acconsente e gli dice che lo fa solo perché gliel’ho chiesto io. Lui corre da me e mi abbraccia contento. In macchina mi indica un posto dove fanno un fegato delizioso e io gli dico che non mi piace affatto. Poco più in là passiamo davanti a un negozio di formaggi e lui mi illustra tutti quelli che gli piacciono: io gli dico che non mi piace e che ho una specie di allergia e che mi dà fastidio perfino l’odore. Lui spalanca gli occhioni innocenti e mi chiede come sia possibile che non mi piaccia né il fegato né il formaggio. Deve aver pensato che sono moderatamente aliena, dal momento che almeno i doritos, le sue patatine preferite, mi piacciono.
Poi l’adhan. La moschea era vicinissima alla nostra camera da letto così potevo sentirlo sempre distintamente. Il più intenso era quello sospeso tra il giorno e la notte, che veniva ad accarezzarmi l’anima mentre ero ancora nel mio letto. Con la mente accompagnavo il muezzin che salmodiava con voce chiara e penetrante la sura Al Fatha, poi, incapace di seguire, restavo in ascolto con gli occhi socchiusi fino a quando tutto finiva e ricadevo nel sonno. Pare che sia particolarmente benefica, la preghiera del mattino: ci si sveglia presto e dopo la preghiera si intraprende il lavoro quotidiano col corpo pulito e il nome di Dio nel cuore e nella bocca. Quelle poche ore mattutine sono spesso più fruttuose dell’intera giornata. Lo dicono soprattutto i tassisti, lo ha detto anche quel ragazzetto candido che una sera, la scorsa estate, ha accostato la macchina per permettere a mio marito di scendere a comprare il roz bl laban per la colazione dell’indomani. Quel ragazzetto innocente che ha aspettato in silenzio in macchina con me senza sbirciarmi mai dallo specchietto e che si è mosso solo per asciugarsi la fronte dal caldo rovente della notte alessandrina, offrendomi la scatola delle salviette affinché potessi farlo anch’io. Quel ragazzetto che quando l’ho ringraziato, sperando che Dio lo benedicesse, mi ha risposto Shokran Lillah.
Mi fermo qui, per oggi.

07 gennaio 2009

Gaza



La notte di capodanno, dal mio balcone, guardavo i fuochi d’artificio che abbagliavano fragorosamente la vallata antistante e ho pensato, senza poterlo immaginare pienamente, a cosa dev’essere un bombardamento. Nei giorni seguenti ho tenuto d’occhio gli articoli in inglese di qualche giornale arabo, soffermandomi su quelli egiziani.
Palestine’s Guernica. Raining death. Il settimanale in lingua inglese del maggiore quotidiano egiziano, Al Ahram, non usa mezzi termini e ogni parola dei lunghi articoli suona come una sonora sberla, quasi a voler scuotere il lettore.
Gaza sigillata, sotto assedio, Gaza senza alcun tipo di generi di prima necessità, con gli ospedali e i cimiteri traboccanti di vite recise. Con le linee telefoniche date già qualche giorno fa come prossime al collasso. Sono parole amare, ma sento che mi fanno bene. Perché sono vere, perché descrivono quell’inferno senza edulcorarlo, senza farlo passare per una punizione meritata e perché stridono terribilmente col tepore festoso delle nostre case. Stridono da dentro, più eloquenti di mille immagini del corrispondente del tg1 munito di giubbotto antiproiettile con alle spalle, lontane km, le macerie fumanti di Gaza.
Leggo di questa anziana donna diabetica e cardiopatica che, nella vana attesa dei medicinali ha chiesto ad Al-Jazeera: "Siamo musulmani, perché gli arabi ci stanno lasciando morire? Perché l’Egitto non sta aprendo il valico di Rafah?”. Il mio arabo scarno mi fa sentire le parole di questa donna fin dentro le orecchie. Mi risuonano dentro a lungo. Potrebbe essere mia nonna, o una vecchia zia, o una di quelle vecchine egiziane adorabili e consunte dalla vita che adoro. Ma potrebbe essere anche mia madre, mia sorella, mia cugina o un essere umano qualsiasi. Potrei essere io, potrebbe essere la mia amica. Potresti essere tu. E mentre cerco di immaginarla, temo che gli stenti se la siano già portata via da giorni.
Capisco ampiamente tutti i limiti, i problemi, le riluttanze, i rischi dell'Egitto e di tutti gli altri, ma una tale emergenza umanitaria dovrebbe spingere chi è in grado di smuovere qualcosa a prendere provvedimenti fulminei mettendo da parte le condizioni, le trattative, le posizioni politiche, i se e i ma e ad agire esclusivamente per il bene della popolazione che già in condizioni normali - se di normalità si può parlare- è in ginocchio. Il rimanere a guardare, Oriente e Occidente indistintamente, ci rende tutti colpevoli.

Da segnalare:

Le donazioni per Gaza (Islamic Relief) e (UNRWA)
I lanci di Al Jazeera tradotti da Dhikra
Le riflessioni di Laila e un post di oggi
Duaa per Gaza, tra l'altro, un valido spunto interreligioso

20 dicembre 2008

Un altro Natale

foto tratta da qui


Ho la presunzione di riuscire a capirle benissimo, certe cose.
Già è difficile vivere da musulmani in questa parte di mondo, ma a Natale le cose paiono complicarsi enormemente ed inesorabilmente: Natale, agli occhi di un musulmano, deve essere qualcosa di simile ad un lungo incubo, di quelli che devi vivere fino alla fine prima di poterti svegliare. E ciò, indipendentemente dal grado di tolleranza della famiglia che si appresta a festeggiare. Ci sono i regali che coinvolgono tutti, quelli che sai che ti faranno e tu dovrai fare. Spremute di meningi e slalom nel traffico impazzito, compresi, s’intende. Sei musulmano? E qual è il problema, è Natale!!!!
E le tradizioni. Uno non può proprio esimersi.
Qualcuno dovrebbe scrivere un manuale di sopravvivenza per queste povere creature incappate nel Natale italico…giusto per consentir loro qualche possibilità di portare a casa la pancia -possibilmente integra- dopo la maratona culinaria Vigilia-Natale-S.Stefano, per esempio. Perché la tavola apparecchiata è senz’altro il totem attorno al quale si dipana tutta la tragicomica ritualità natalizia. E’ che uno a Natale porta in tavola cose che aspetta di assaggiare da mesi e dà libero sfogo a quella bramosia repressa tutto l’anno, lo beviamo a Natale. Lo mangiamo a Natale. Lo apriamo a Natale tutti insieme. E il bramoso, pervaso dallo spirito natalizio, affetta, stappa, versa, distribuisce la vivanda di turno con precisione maniacale in nome della convivialità e della festa -e implicitamente dell’anno che sta per concludersi e di quello che dovrà iniziare- incurante dei gusti e delle abitudini dei commensali. Vaglielo a dire che tu sei pieno come un uovo, che quel panettone di quella marca te lo hanno già offerto quattro volte gli zii che sei andato a trovare nel pomeriggio o, peggio, che tu non bevi e che stai dominando la nausea a dover mangiare con l’odore dell’alcol che aleggia indisturbato….ma come? Un goccetto! Non puoi non assaggiarlo, è un anno intero che aspetto! E che fai, tu non brindi?
E dimmelo tu che devo fare…devo scansare bruscamente il bicchiere e lasciare che i gorgoglianti zampilli del prezioso nettare si infrangano sulla tovaglia scarlatta? O devo fare la persona educata e remissiva acconsentendo affinché il tuo brindisi si compia nella sua pienezza con buona pace della mia volontà di farne a meno? Che faccio, brindo ma non bevo? Brindo con la Coca Cola?
Natale è diventato un groviglio di riti, inestricabile senza conseguenze sull’animo altrui. Spezzi qualcosa se non fai quella certa cosa o se non vai a quell’appuntamento ormai sottinteso (anche se poi l’euforia della festa rende impercettibile la tua assenza). E poco importa se tu ormai ti sei sposata e magari vivi altrove e non esattamente a un tiro di schioppo.
Forse sono diventata grande se al Natale sono più incline ad associare una malinconia sottile piuttosto che la gioia pura dei bambini. Quel sentimento che ti stringe un po’ il cuore quando con un sorriso amaro, guardando il posto vuoto, rievochi ai commensali la compianta persona che da quando hai memoria, ricordi che diceva ogni anno che quello sarebbe stato l’ultimo suo Natale….ti ricordi i torroncini di quel tale paese che comprava sempre? Sì, e tu non sai cosa daresti per poterne scartare anche solo un pezzettino, non per il torroncino in sé ma perché vorrebbe dire che quella persona è ancora lì con te e finalmente potresti riabbracciarla ancora una volta. E i ricordi degli altri commensali corrono indietro anche di cinquant’anni e per un attimo, fin nella fantasia di chi non le ha mai viste, danzano gioiose le persone intrappolate nelle foto sbiadite dal tempo. E uno, poi, finisce sempre per associarle a qualcosa da mangiare: c’è la zia delle frittelle, quella del baccalà, il nonno norcino di quel tale salume…rivivono con dolcezza nelle parole di chi bambino non riesci proprio ad immaginartelo perché è tuo padre o tuo zio e ti chiedi quanti altri giorni come questo dovranno passare prima di conquistarla anche tu quella dolcezza nel rievocare senza che ogni tuo sorriso sia spezzato da una smorfietta nervosa che soffoca il pianto. Forse non sono ancora diventata grande...
C’è qualcosa di scaramantico in certe cose che uno fa a Natale, forse è la speranza di poterlo rifare di nuovo l’anno successivo. Ma i riti natalizi non conoscono il passare dei giorni, né degli anni, né i lutti…sembra che andare a raccogliere il muschio in quel tale posto ogni anno lo stesso giorno o imbandire la tavola in quel determinato modo ogni volta sia la panacea per i dolori della vita e non c’è assenza che tenga, è un Natale sotto tono, magari, ma è Natale e s’ha da fare.
Io mi appresto a festeggiare un Natale pagano, strambo, interculturale, irretito ahimé nei riti suddetti: tanto il vino lo portano gli altri, io la sera della vigilia servo branzini arrosto col cumino, spaghetti col tonno come vuole la tradizione del mio paese d’origine e antipastini misti di mare con tanto di couscous di pesce in insalata. E anche la zucca, e gli immancabili dolci, e forse un altro primo, ora che ci penso. E qualunque sia il vostro Natale, devo farvi gli auguri! :)

23 novembre 2008

Dialogo interreligioso, monologhi e parentesi

Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.

La citazione è un passo della lettera del Papa a Marcello Pera pubblicata dal Corriere in data odierna e reperibile qui.
La leggo e mi metto a pensare….
Quel giorno che entrai in casa trovandoci una ragazza libica musulmana….quel giorno che facemmo l’alba a parlare e a confrontarci io sono sicura che tra me e lei ci furono parole riconducibili al dialogo interreligioso. Perché sono così sicura? Perché parlavamo di Dio ed intendevamo la stessa cosa. Parlammo di riti, di profeti, di santi, di Gesù…quel giorno forse un po’ per reazione, perché sentivo di dover affermare la mia identità, mi resi conto che sebbene la mia fede fosse flebile io credevo in Dio e quello che sapevo io di Dio coincideva con quello che intendeva lei con Allah. Allah era uguale al mio Dio, non era quella parola sanguinaria che mi stavano raccontando al tg. Scoprii che era clemente e misericordioso come il mio Dio.
Ora, quattro anni dopo, mi chiedo: se io avessi affrontato quello stesso discorso avendo ben chiaro in mente che il dialogo interreligioso non è possibile-senza-mettere-tra-parentesi-la-fede, credo che dopo due parole mi sarei rinchiusa in camera mia arroccandomi sulle mie convinzioni senza alcuna voglia né curiosità di sapere in cosa credono gli altri.
Io non credo di aver messo da parte la fede, quella sera: parlando della crocifissione di Cristo, del battesimo dei bambini, della prima comunione ho dovuto trattenere le lacrime perché in quel momento ho realizzato che quei riti facevano parte della mia identità e che io per la morte improvvisa di un mio coetaneo -avvenuta tre anni prima- avevo rifiutato e accantonato in toto. Forse quella sera la mia identità cristiana l’ho recuperata, comunque non l’ho accantonata né tanto meno messa tra parentesi. Mi sono sentita come un pesce che smette di nuotare spensieratamente nella sua acqua e inizia a distinguere ogni singola gocciolina, fino a sentirne il sapore e la freschezza. La mia coinquilina musulmana era lo sfondo che mi mancava per percepire me stessa come figura, per potermi ritagliare e stagliare come qualcosa di definito dal punto di vista dell’identità religiosa. Sarei una persona diversa oggi, se avessi rifiutato quel discorso, a prescindere dalla mia opinione attuale sui riti e sugli avvenimenti sopraelencati.
Mi metto poi a pensare al secondo punto: affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo (sulle quali ricordo, il Papa conviene con Pera che non si possa imbastire un dialogo interreligioso). Mi chiedo: su quali basi poggia quel confronto pubblico? E me lo chiedo perché va da sé che un cattolico e un musulmano che si confrontano, finiscano per citare quel versetto del Corano o quel passo del Vangelo. Non si finisce forse per chiamare in causa quella decisione-religiosa-di-fondo dalla quale ci si guardava bene dal confrontarsi?
Il mondo non è mai stato così piccolo come in questi anni, zuzzurellabile a piacimento in distanze quantificabili in ore d’aereo. Si viene in contatto con realtà che uno prima non si sognava nemmeno di poter sentire nominare e noi che facciamo? Ci mettiamo a piantare paletti per delimitare il nostro territorio da quello altrui, continuando a pensare agli abitanti di questo mondo come noi/loro e siccome io sono così, io e te non possiamo parlare….
Mi sembra sciocco, riduttivo e molto poco cattolico, ecco. Perché in questo modo di vedere le cose non vedo fratellanza. Per come la vedo io, uno l’identità religiosa (e non) se la forma con il dialogo e con il confronto perché non è una rigida statua di marmo né un dogma inconfutabile, ma un qualcosa di estremamente malleabile da plasmare giorno per giorno, l’identità. Siamo o no dotati di intelletto?

21 novembre 2008

Non è il caso (parte II)


foto tratta da qui


Respiro di nuovo aria di tesi, in questi giorni. Già da un po' di tempo, a dire il vero. Ieri frugavo in uno degli scatoloni che ancora mi girano per casa alla ricerca degli appunti che avevo annotato qua e là mentre ero in Egitto.


Non parlerò della malinconia che si è impadronita di me nel momento in cui ho ripreso tra le mani i fogli che avevo riempito con entusiasmo la scorsa estate a un'ora imprecisata della notte, quando ero troppo stanca per capire cosa stesse dicendo mio cognato, ma avevo una voglia matta di sapere: mio marito era seduto in mezzo a noi e mi faceva da interprete; io, accucciata a terra tra il divano e il tavolinetto scribacchiavo disordinatamente le risposte di mio cognato con una penna blu a inchiostro liquido.


Di cosa gli ho chiesto, di cosa mi ha risposto, dell'uso che ne ho fatto, ne farò un post a parte dedicato alla tesi e all'essere tesista. Sapevo di dover rimettere le mani in pasta, ma ora sono certa che non ci saranno altre possibilità dopo di questa, motivo per cui mi piacerebbe inscrivere questa fase della mia vita in un ciclo di post, se riesco.


Dirò solo che fuori dalle nostre finestre il mare rumoreggiava dolcemente sotto il nero vellutato della notte alessandrina e io annotavo frasette concitate pensando che me la sarei dovuta ricordare quella notte. Quell'odore forte e fresco di mare e di stelle. Quello slancio. Quel voler incatenare una domanda ad ogni risposta. E quella parola che sentivo ripetutamente senza capirne il significato....aflam. Solo dopo ho scoperto che è il plurale della parola film.


Ieri però, tra le mani mi sono ritrovata un foglietto svolazzante su cui avevo annotato di getto il seguito al post Non è il caso . Non c'è la data ma credo che dev'esser stata la metà di luglio, sicuramente prima di andare in Egitto, comunque. Lo posto qui:


Oltre ad essermi battuta per dimostrare che la nostra vita non è inserita in alcun progetto superiore, io sono stata lungamente impegnata nel dimostrare a me stessa l’origine della vita su base razionale.
Teorie, fossili, scimmie varie. Sembrava tutto chiaro come il giorno:
un punto ad altissima concentrazione di materia è esploso ed ecco che s’è formato l’universo. Poi i primi batteri e forme di vita sempre più complesse che man mano hanno cominciato ad uscire dall’acqua ed eccoci qua. Preistoria e storia. Egizi, assiro-babilonesi, Greci e Romani. La cultura e la barbarie. Medio Evo e Evo Moderno. Le guerre, le scoperte e le invenzioni. Le altre guerre, quelle che hanno cambiato il mondo, ma non le intenzioni degli uomini. Poi qualche muro crolla, qualcun altro viene innalzato, finiscono le grandi narrazioni e iniziano le grandi paure; si guarda al passato con nostalgia, al futuro con incertezza e dentro noi stessi con indifferenza. È l’eclettico, locale e complesso Postmoderno in cui ognuno fa quel che vuole, insomma.

A grandi linee è così, chiedo venia se ho peccato di eccessiva concisione, ma in fin dei conti non fa una piega, fila liscio come l’olio ed è chiaro come il giorno, no?

Eppure fila altrettanto (e molto di più, a ben guardare) pensare, come mi disse un giorno qualcuno che del rapporto tra fede e ragione ne sa molto più di me, che, per quante spiegazioni razionali e dimostrabili scientificamente uno possa addurre, il punto di approdo di qualsiasi ragionamento è IDROGENO e OSSIGENO. Chi ce li ha messi? Da dove arrivano?

Non parlarmi di comete, né di stelle. Non ricordarmi nemmeno di quel puntino che s’è sfracellato formando l’universo perché ti giro la domanda: da dove arrivano? Chi ce li ha messi?

03 novembre 2008

Flashback

Marina lo chiama struggimento della fine e aggiunge una grande verità: è presente in tutti i presenti.
Credo che si chiami così quella nebbiolina densa che mi ha ammantato il cuore quando un paio di giorni fa ho lasciato definitivamente quella casa. La nostra prima casa insieme, il nido minuscolo in cui rifugiarci insieme nonostante tutti, in un modo o nell’altro ci scoraggiassero. Finiscono qui i tuoi vent’anni sentenziò la mia coinquilina di allora. Io ho sempre pensato che sarebbero iniziati di lì a poco i miei vent’anni e ora, a distanza di tre anni e mezzo posso dire che non mi sbagliavo, grazie a Dio.
Io sono diventata donna lì dentro. Ho imparato a prendermi le mie responsabilità. Ho percepito di giorno in giorno il nuovo nucleo familiare che avevamo deciso di creare. Ho avuto modo di riflettere sulla vita e sulla mia anima. Ne sono venuta solo parzialmente a capo, d’accordo, ma sento che la parte più consistente l’ho già affrontata, grazie a Dio ancora e sempre. E l’ho affrontata lì dentro. Ok: avrei potuto farlo in qualsiasi altra casa, ma l’ho fatto lì e forse è per questo che sento di averci lasciato un pezzo consistente di me.

"Finiture di lusso", c’era scritto sull’annuncio e io non volevo neanche chiamare. Era un gelido sabato sera di gennaio, e io scorrevo gli annunci con un pezzo di pizza in mano. Eravamo a casa mia, da soli. Lei, la parsimoniosissima aspirante insegnante alle soglie dei trent’anni che avevo come coinquilina, ci avrebbe risparmiato le sue frecciatine intolleranti per tutto il weekend.
Era entrata da pochi mesi a dettar legge nella casa che io abitavo da più di un anno. Aveva recintato i suoi spazi escludendomi senza considerare che fossero anche i miei: con le altre ragazze, essendo solo in due in casa, si faceva spesa insieme per la maggior parte delle cose, si usava la stessa dispensa e lo stesso frigo senza badare al ripiano. Lei mi ordinò, stizzita, di farle spazio in frigo e nella dispensa. Aveva i suoi detersivi che custodiva gelosamente in camera sua. Mettevamo su due pentole diverse per la pasta- entrambe mie- e quando me ne andai, oltre a consigliarmi di far fare il test per l’HIV al mio fidanzato, mi ammonì di lasciarle almeno i bicchieri. Non li stavo rubando, erano semplicemente miei e me li portavo altrove.
Giocava a fare la bambina con le calze colorate e con la sua vocetta stridula spiegava che l’ombretto aveva il potere di rivelare i suoi anni, motivo per cui portava solo quintali di mascara e di rossetto rosso. Saliva dai ragazzi al piano di sopra con la macchinetta del caffè in mano e una volta, davanti a quello che poi sarebbe diventato mio marito, si stupì che quella sera io non volessi accompagnarla. Eppure sapeva che non mi interessava salire, non l’avevo mai accompagnata. Stava cercando di farci litigare, faceva domande impertinenti godendo del nostro imbarazzo e del nostro continuo spiegarle che no, quello non è vero e quell’altro non è così. Ebbi modo di apprezzare la pazienza sconfinata di marito e il rispetto che non mancava mai di riconoscerle se non altro perché dividevo la casa con lei e per l’ennesima volta in pochi mesi toccai con mano la fiducia che aveva in me.
I vecchi coniugi proprietari avevano voluto il mio consenso per farla entrare in casa, ma quel giorno in cui acconsentii mi ero perfino illusa di aver trovato un’amica in lei. La vecchia proprietaria mi chiamò cercando di dissuadermi dall’andar via, ricordo che mi colpì il suo commosso e sincero dispiacere quando le illustrai i veri motivi. Lei volle incontrarmi da sola e senza che io le avessi chiesto un parere mi disse che nulla ostava alla convivenza di un musulmano con una cristiana, ma mi ammonì a non mettere mai in discussione la Trinità di Dio e la figura di Gesù così come la intendono i cristiani. Io la salutai con rispetto, ma non dissi nulla a proposito della sua ammonizione. Presi le mie cose e andai a vivere a poche centinaia di metri più in là con l’uomo che poi ho sposato. Mi chiudevo alle spalle la casa in cui l’avevo conosciuto, il luogo in cui mi aveva fatto prima dubitare e poi tremare di tenerezza esponendomi candidamente le sue intenzioni ma tutto ciò fu offuscato dalla brama di allontanarmi da quell’atmosfera. Lei si rammaricò solo per l’evenienza di dover istruire una matricola, io me ne andai senza rimpianti, era il 26 febbraio 2005. (continua...)