Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

18 agosto 2009

Non fare l'indiano....

Questo articolo, che risale allo scorso giugno, descrive Il Cairo nell'attesa di Obama e popola uno dei mille post smozzicati che ho accumulato nel periodo precedente la discussione della tesi.
Peccato che nessuna testata abbia pensato ad inviare un giornalista per rendere conto dell'attività di certi buffi colleghi, quei tizi che immagino aggirarsi per il Cairo in punta di piedi, schifati e guardinghi desiderando di essere astronauti con tanto di tuta.
Già dalle prime righe ho avuto il sospetto che l'autore facesse troppo riferimento all'India, poi la menzione esplicita di Calcutta ha fugato ogni dubbio. Non ho idea di come sia Calcutta, di come sia l'India in generale, ma mi sembra alquanto riduttivo paragonare Il Cairo a Calcutta. E comunque non mi sembra una buona idea parlare di un posto avendone in mente un altro. Il Cairo, poi, sembra che sfugga a qualsiasi tentativo di categorizzazione. Il Cairo è il Cairo.
Che sia un pianeta, un microcosmo, è verissimo, che il Nilo al tramonto diventi di rame fuso mentre tutt'intorno l'atmosfera si tinga di un rosa metallico per la sabbia e lo smog è altrettanto vero e suggestivo...ciò su cui non concordo affatto è che al Cairo il tanfo del cibo si mischia a quello dei fiori in disfacimento e del sudore umano: normalmente al Cairo non associo né il tanfo del sudore umano né quello dei fiori in disfacimento; semmai associo l'odore del cibo, che a meno che non provenga dal fegato fritto o dalla bresaola è un profumo. Ci sarebbe tanto da dire a proposito delle sfumature odore/profumo/tanfo, ma non ho tempo e mi sono appena resa conto di aver usato un punto e virgola, per giunta.

Se poi c'è un posto in cui gli artigiani sono tutt'altro che impareggiabili e i mercanti tutto meno che estremamente seri, quel posto è il tanto decantato Khan Al Khalili, più che il bazar più favoloso del Medio Oriente, quello più made in China. Sono in disaccordo anche sul fatto che El Fishawy sia un posto irrinunciabile...a parte la clientela elitaria non offre alcunché in più a qualsiasi altra caffetteria del Cairo e dell'Egitto tutto. Ed è pure caro e striminzito. E affollatissimo di ragazzetti con costosi cellulari in una mano e il narghilè nell'altra.
Non posso pretendere che Il Cairo piaccia a tutti, anzi, forse piace poco anche a me. Quando arrivo dall'Italia ho sempre fretta di rimettermi in viaggio ed arrivare ad Alessandria, invece al ritorno mi ci aggrappo perché è l'ultimo scampolo d'Egitto, nonostante in ogni angolo ci siano cose che mi ricordano quanto è lontana Alessandria. Spesso mi incute timore ma ne rispetto lo spirito e l'atmosfera. Quello mi piace e mi manca. E' la madre del mondo, dopotutto. E mi lascio avvolgere senza resistenze dal fascino del tempo e dalla spiritualità che qui sembrano avere un gusto e un odore definiti.
No, ditemi, mi ci vedreste a scrivere un articolo su Amsterdam?
19/08/2009: ho appena aggiunto il link, l'avevo dimenticato e me ne scuso. Rileggendo l'articolo, non mi trovo d'accordo neanche sul fatto che i versi del Corano siano, in ordine di importanza, secondi alla Divina Commedia. Un altro paragone inappropriato...e per la cronaca io preferisco il Corano, 33 milioni di volte. Sì, sì, decisamente.

05 agosto 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (l'epilogo)


Eh già, l'epilogo. E' passato un mese, lo so. Ci vuole tempo per metabolizzare certe cose. E certamente, anche per dimenticarle.


Venerdì 3 luglio, sveglia, doccia, colazione e poi tappa dal parrucchiere sotto casa. Alla faccia della crisi, la parrucchiera mi aveva raccomandato di arrivare prima delle 8:30 perché il venerdì c'è il pienone. Arrivo alle 8:20, davanti avevo già due signore, dovevano essere di casa. C'è stato un momento in cui ho pensato di presentarmi con caftano e pantalone o gonna e i capelli asciugati all'aria, ma no, sai com'è...la situazione richiede una certa eleganza, è una questione di rispetto...vabbè tanto qui fare come vogliono gli altri è all'ordine del giorno.


La parrucchiera mi lava i capelli in silenzio, mentre io cerco di rilassarmi e di ripetere mentalmente il mio discorso. Con il turbantino in testa mi dirigo sulla poltroncina e lei fa la fatidica domanda:"Come li facciamo?". Io mi limito a chiederle una sforbiciata sulle punte e una sistematina al taglio, che, dopo tre mesi abbondanti, si è perso. E poi la fatidica risposta:"Lascia fare a me". Dovrei rilassarmi invece resto un po' intimorita, come quando vado dal medico. Ho paura dei camici e delle forbici, io. Dei primi perché sono fondamentalmente ipocondriaca e delle seconde perché tendono a tagliare sempre troppo e sempre secondo le mode del momento. Devi sempre dirglielo che non vuoi né creste né frange, non si sa mai.


Lei prende le ciocche, ne studia la lunghezza facendole scorrere tra indice e medio, poi sforbicia senza pietà. E' una donna piacevole, sulla quarantina. E' rotonda e gentile. E commenta:"Senti tesoro, che fai dopo la laurea, torni a casa? Cerca di prenderti cura dei tuoi capelli, sono, sono....stressati!". Abbozzo un sorrisetto, le dico che sono stressata proprio io e non solo i capelli. Aggiungo che a casa ci andrò per qualche breve periodo, in realtà abito a venti metri da lì, con mio marito. Sono sposata con un egiziano da due anni, più quasi tre di convivenza. Così giovane e già sei sposata?


Mi sorprende che si sia accorta che sono giovane, mi è capitato anche - lo giuro - di essere stata scambiata per la mamma di una mia amica. Che ci volete fare? Questo è un mondo in cui una cinquantenne in minigonna è giovane tanto quanto una venticinquenne col viso precocemente segnato dagli eccessi: zampe di gallina e rughe varie non contano niente se poi una si veste come un'adolescente. Per avere i miei venticinque anni, devo essere in un contesto arabo, non c'è proprio niente da fare. In Egitto nessuno si sognerebbe di darmi più della mia età, perfino ai mercati, qui in Italia, capita che se sono da sola, qualche uomo visibimente arabo mi chiami signorina. Certe volte capita anche in presenza di mio marito.


La comunicazione prende una piega inaspettata nel momento in cui salta fuori che il padrone del negozio è in vacanza in Egitto. Beato lui, ma lei commenta "che schifo, l'Egitto", con la tipica intonazione perugina. La guardo nello specchio, devo averla fulminata: è la mattina della mia laurea, sono elettrica e sempre sull'orlo di una crisi di pianto, non sono neanche le nove del mattino e avrei ben altro da fare che farmi sferruzzare la chioma. Non posso accettare quel commento, ma mi limito a chiederle semplicemente "perché?, io lo trovo meraviglioso, l'Egitto". E lei si precipita a puntualizzare che no, non ho colto l'ironia, lei adora quei posti e sarebbe pronta ad andare a viverci. Eppure mi era parso che non ci fosse ironia, evidentemente dopo cinque anni l'intonazione dei perugini mi spiazza ancora. Mi racconta che una quindicina di anni addietro ha lavorato ad Amman per tre mesi. Deve averci lasciato un pezzo importante di sé, da quelle parti. Si vede da come ne parla: fa un racconto pieno di pause, sembra che non possa fare a meno di estraniarsi e tornare a ripercorrere con la mente le strade di Amman, quella tempesta di sabbia all'arrivo, con i cammelli accovacciati per proteggersi...il vociare allegro dei mercati...gli interni dei taxi stranamente decorati...la sua casa proprio vicino alla moschea e il canto del muezzin...il detersivo per piatti al profumo di rosa...il quartiere dei reali e Hussein, che uomo....il cibo superbo, "preparo ancora l'hommus, me lo mangio coi cetrioli"...e poi la gente così generosa e cordiale e i paesaggi incredibili, quei colori...


Io resto incantata ad ascoltarla, tutto quello che dice va a conficcarsi nella mia pelle, procurandomi una sequenza interminabile di brividi profondi. Glielo dico, mostrandole il braccio e lei si compiace dell'effetto delle sue parole su di me.


Torno a casa visibilmente rilassata, con i capelli che toccano appena le spalle. Hanno un aspetto morbido che asseconda la loro linea naturale un po' mossa. Con indosso il vestito sembro uscita da una soap opera americana. Mia madre crede che andare dal parrucchiere sia stato terapeutico ma le racconto che è tutto merito di Amman. Lei è presa dai preparativi per il rinfresco post laurea così mi ritiro a ripassare il mio discorso sforzandomi di respirare bene e concentrarmi. L'ansia cresce, a tavola mi sforzo di mangiare qualcosa. Ogni volta che la mia tensione sale ripenso a quella chiacchierata e mi calmo. Penso che devo superare quell'ostacolo per potermi finalmente dedicare a ciò che voglio davvero. Con il passare delle ore quell'ostacolo mi sembra sempre più insormontabile. Ho paura del correlatore nonché presidente di commissione, ho sentito parlare di crisi di pianto, di liti, di umiliazioni. Temo anche la mia stessa preoccupazione, soprattutto nell'attimo tremendo in cui il relatore finisce di presentare il mio lavoro e gli occhi della commissione virano su di me, in attesa che inizi a parlare.


Alle 14:30 siamo già in facoltà. Io faccio la scalinata con una certa ritrosìa, avrei voglia di farmi un bel pianto e non ne faccio mistero. Vengo sopraffatta da un sentimento di impotenza e frustrazione: temo che la mia tesi venga di nuovo fraintesa, temo che si torni a parlare di terrorismo, come è già successo. Scaccio il pensiero, ma continua ad aleggiare sulle mie paure. Mi dico che è una questione di principio e che stavolta no, non posso restare zitta. Troverò il modo di farmi sentire e di riportare la discussione sui binari giusti, con educazione e fermezza. La gente inizia ad arrivare, sono tutti super-eleganti, super-abbronzati con in mano super mazzi di fiori e borsine da sera. Il nero impera ma ci sono anche colori sgargianti. Fanno foto, chiacchierano a voce alta, bisogna fare uno sforzo non indifferente per concentrarsi, non pensano a chi deve affrontare i leoni.


Ad un certo punto le cose prendono una piega inaspettata: il mio relatore vaga per l'atrio, si fa spazio tra la gente chiamandomi per nome. Arriva fino alla mia panca, la prima è in ritardo, così mi chiede se ho voglia di entrare per prima. Ci sono solo i miei genitori e mio marito, nessun altro è ancora arrivato, tutti sanno che deve passare almeno un'ora, sono la quarta sulla lista. Senza indugi decido di porre fine allo stillicidio, va bene, entro. Due minuti dopo mi chiamano. Mentalmente chiedo per l'ultima volta all'Altissimo di sostenermi. Dico alla fotografa che non voglio foto, mi innervosiscono tutti quei flash.


Mi dirigo verso il correlatore-presidente, lo saluto, gli consegno una sintesi della tesi. E' seduto di fronte a me, me l'immaginavo diverso. E' imponente anche fisicamente, non solo di fama. La stanza è di nuovo quella di due anni fa, poco luminosa, austera, con un quadro cupo sulla parete di fronte a me, un grande specchio e un imponente lampadario di vetro con i bracci rosa che lo fanno sembrare un grosso polipo. Mi siedo sulla poltrona di pelle, il professore introduce l'elaborato commentandolo positivamente, poi arriva il maledetto momento, tocca a me. Dopo le prime parole faccio fatica ad accordare il respiro con la voce. Il correlatore-presidente si fa subito avanti. Dice che gli preme che io risponda alle domande che lui ha preparato. Dice di aver letto con interesse la mia tesi e di averla apprezzata. L'interruzione e il commento positivo mi tranquillizzano. Poggio le spalle sullo schienale della mia immensa sedia e inizio a rispondere alle sue domande con una strana naturalezza. Riesco a respirare, a pensare, la mia voce è ferma. Lui incalza con le sue mille domande a grappolo, domande multiple, composite, a tre a tre. Mi si chiede di commentare un grafico che ho costruito io, a pagina 46. L'intera discussione ruota attorno ai temi che ho evidenziato nel corso della trattazione, soprattutto riguardo le ingerenze del potere politico e le mille contraddizioni che genera. Del terrorismo non c'è neanche traccia stavolta. L'ultima domanda è una curiosità di un membro della commissione, chiede lumi sull'iconoclastìa. Un altro membro confuta la mia risposta osservando che al Cairo, nel periodo elettorale la città è tappezzata di manifesti che ritraggono Mubarak. Gli rispondo dandogli ragione e aggiungo che questo succede anche nelle altre città e non solo nel periodo elettorale, la dimostrazione lampante che il potere poltico genera curiose contraddizioni.
Ora che il cerchio è chiuso e che non si è chiuso attorno al mio collo, paghi, i leoni decidono di farmi accomodare fuori. Incontro una vecchia collega, mi bacia e mi fa gli auguri. Realizzo che la carriera universitaria e anche quella ragazza appartengono al passato. In un battibaleno vengo richiamata dentro per la proclamazione. Mi danno la lode, non me lo sarei mai aspettato. Firmo, stringo le mani e saluto con la vista velata dall'emozione, poi mi giro verso la mia famiglia. Sono tutti un po' frastornati e commossi. Ancora sento l'abbraccio di mio marito e le sue parole di stima. Anche dandogli le spalle per tutto il tempo della discussione, ho indovinato il suo posto seguendo la direzione degli sguardi dei membri della commissione e ho avvertito la sua presenza benevola nell'aula ostile. Più di qualcuno avrà senz'altro smesso di chiedersi perché si è parlato proprio dell'Egitto.
Usciamo seguiti dal mio relatore. Mi fa gli auguri, commenta la discussione, mi dice di richiamarlo, pensa di pubblicare una sintesi della mia tesi. Tutto ciò è semplicemente al di là di ogni più rosea previsione. Mi sembra pure troppo, certe volte. Non ci voglio pensare, niente false illusioni, sono più che soddisfatta così. Guardo avanti, ora è tempo per me.
Non posso non chiudere questo post senza prima esprimere la mia più sincera gratitudine nei confronti di tutte quelle anime generose che mi hanno dedicato il loro prezioso tempo consigliandomi e indicandomi siti e materiali, o semplicemente rivolgendomi una parola di sostegno o incoraggiamento. Questa tesi è per tutti loro e di tutti loro.

18 giugno 2009

Con i piedi per terra


(immagine tratta da qui, dove peraltro si può ascoltare anche l'inno)

Non si fa altro che parlare del cuore e dell'anima della nazionale italiana, ma per quanto io mi sforzi di vederli questi cuori e queste anime, non vedo altro che palloni gonfiati (dai milioni). Depilatissimi, perfettissimi, ricchissimi.


L'altro giorno sono rimasta piacevolmente colpita dalle dichiarazioni di Mohamed Zidan: al termine della partita con il Brasile, lui, il miglior giocatore in campo, diceva di sentirsi onorato di aver giocato con i brasiliani perché non è certo una cosa che capita tutti i giorni, incontrare campioni del genere. Questo spirito mi piace. Per farsi una mezza idea di quanto guadagna un calciatore egiziano giocando in patria, basta fare un salto qui (le informazioni ridalgono al 2006) e ricordarsi che per fare un Euro occorrono circa otto Lire Egiziane.


Per la cronaca, dunque, io stasero mi unisco alle speranze di milioni e milioni di Egiziani e tifo con loro: ahom ahom ahom, el Masriin ahom!

19 maggio 2009

Dolci tentazioni

2007, inizio di agosto. Ci svegliavamo assaporando il gusto nuovo di sentirci marito e moglie. Non era cambiato niente, in fondo, eppure eravamo pervasi dalla pace.
Ma non è un post sul matrimonio, questo. I primi giorni dell'agosto del 2007 eravamo appena arrivati ad Alessandria, dopo una sosta forzata di alcuni giorni al Cairo in attesa delle valigie, lasciate a Roma dall'Alitalia (l'Egypt Air non lo avrebbe mai fatto!!!). Mio marito esce ad ordinare una torta per l'indomani, avremmo avuto tutti i parenti a pranzo. Salta fuori che il proprietario della pasticceria è un suo vecchio compagno di scuola, non si vedevano da almeno dieci anni. L'indomani, per quanto era bella, era quasi peccato mangiarla, la torta...occupava quasi mezzo tavolo ed era ricoperta per metà di frutta fresca di stagione e per metà di frutta secca, una delizia.
Dicono tutti un gran bene di questa pasticceria, allora per curiosità - e golosità - lo scorso gennaio, in occasione del compleanno di una nipote, accompagno mio marito e suo fratello in questa pasticceria. Il locale era pulitissimo, ogni angolo profumava di buono, era una festa per i sensi guardare le vetrine: biscotti, dolcetti, pasticcini, torte...tutto incredibilmente ordinato e pulito. Il proprietario ci viene incontro, ci saluta, dice che è contento di conoscermi. Gli faccio i complimenti per il locale e gli chiedo se posso fare qualche foto. Permesso accordato:








Io scatto le foto e il proprietario chiama un ragazzetto da dietro il bancone: un attimo dopo avevamo davanti un piatto di deliziosi pasticcini e una sprite ognuno. Ho scelto un rombetto morbidissimo, sapeva di miele e mandorle, l'ho mangiato di gusto. Eppure ho sempre pensato che i dolci arabi fossero troppo dolci e sapessero troppo di burro. E questa è la torta che abbiamo comprato con tanto di dedica (eid melad said Radwa) e - peccato che non si vede - di candelina "canterina", una candelina utilizzabile più volte con un piccolo interruttore che faceva partire la melodia tipica del compleanno. Dopo una non dovrebbe farsi venire il mal d'Egitto...


Indovinate qual è il nome della pasticceria????? Potete sbirciarlo sulla polo del ragazzo dietro il bancone o sulla torta.

27 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso (SOS punto e virgola)


Esploro gli abissi del pressoché e dell'altresì, in questi giorni. Ho dato fondo ai peraltro, ai tuttavia e ai pertanto. Li uso per spiegare ulteriormente un concetto perché mi piace la scrittura immediata, senza fronzoli: se riesco a spiegare un'idea in 30 parole non vedo l'utilità di impiegarne 50, anche se spesso quest'abitudine mi costa l'accusa di ermetismo.


Ho scritto dell'avvento del satellite nello scenario televisivo arabo, dalle piattaforme di cooperazione regionale fino ad ARABSAT. Ho puntato poi l'obiettivo sull'Egitto per parlare di ESC e di Nilesat, di programmi, satelliti in orbita e degli immancabili intrighi politici. Ho citato il decreto 411/2000 che in Egitto confina i broadcaster privati sul satellite - ma so che succede anche altrove - e del “documento per la regolamentazione delle trasmissioni satellitari radiofoniche e televisive nella regione araba”, approvato dai Ministri dell'Informazione dei Paesi della Lega Araba il 12 Febbraio 2008 e volto a controllare le trasmissioni satellitari come avviene per quelle terrestri pubbliche.


Scrivo e mi convinco sempre più che la punteggiatura è un accessorio indispensabile, sì, ma dall'uso estremamente soggettivo. Io, tanto per dire, non so usare il punto e virgola: il punto lo metto, è una pausa lunga alla fine di un concetto, di un periodo. La virgola, anche: è una pausa più breve, mi aiuto a posizionarla con la voce. Il punto e virgola mi manda in tilt, sembro Totò nei panni dello scrivano di "Miseria e Nobiltà", al punto che faccio a meno di usarlo, questo sconosciuto. Qualcuno, cortesemente, mi illumini con esempi pratici, gliene sarò grata. Nel complesso ho un rapporto decisamente positivo con la punteggiatura: devo usarla perché mi piacciono i periodi lunghi ma ben disciplinati, non gli ammassi informi di parole stipate in sequenza casuale.


Delle correzioni non mi lamento: ho notato che il mio relatore non gradisce i sensi figurati, motivo per cui faccio un uso spropositato di virgolette per non ritrovarmi linee ondulate sotto le parole ritenute improprie. Comunque il solo fatto di riavere le bozze corrette mi ripaga della fatica: della tesi precedente ricordo bozze accuratamente rilegate che servivano a tenere aperte le finestre. Almeno, stavolta arrivano ad essere lette, le mie bozze.


26 aprile 2009

Tabra, l'insipienza femminile

Isabel Allende è una delle mie scrittrici preferite: riesce a rendere credibili e vivi anche i personaggi più fantasiosi e improbabili e descrive luoghi lontani e abitudini come se fossero anche sue. Il racconto che sto per proporre, tratto da Afrodita si intitola "Una Notte In Egitto" ed è bello per due motivi: presenta odori e sapori dell'Egitto fino a farli materializzare nella bocca del lettore ed è straordinariamente maschilista nel dare a Tabra la lezione che si merita.
Tabra pare che sia un'amica della scrittrice e in uno dei suoi viaggi sembrerebbe finita in Egitto, nella bassa Nubia, in cerca di qualcosa di imprecisato, di una "piccola avventura". Mi chiedo cos'altro si possa cercare nella bassa Nubia, tra i villaggi minuscoli di casette basse abitate da contadini operosi e schivi che lavorano una terra insolitamente fertile, soffocata qua e là improvvisamente dal deserto.
Tabra cede alla bellezza e ai modi gentili di Mahmoud che approfitta di lei e della sua eccessiva disponibilità. Nessuna donna dotata di senno farebbe quel che ha fatto Tabra, per un attimo mi ha fatto pensare a certe donne italiane in vacanza in posti come Sharm El Sheikh o Djerba che si rovinano la vita con la guida turistica di turno, senza pensarci un attimo.
Il mondo è pieno di donne come Tabra e di uomini come Mahmoud che, con le loro relazioni dissennate, continueranno ad alimentare i discorsi dei salotti televisivi nei quali ci si sgola a sconsigliare le coppie miste.
Al di là di tutto, il racconto si può leggere qui.

03 aprile 2009

Supercalifragilistichespiralidoso

Con questo post inauguro ufficialmente una serie di riflessioni sulla tesi e l'essere tesista.

Spero, innanzitutto, che questa sia l'ultima tesi della mia vita. Due possono bastare, no? Il mio pc sarebbe d'accordo, visto che l'hard disk ha retto la tesi della laurea triennale e poi, poco tempo fa, è deceduto di colpo, senza preavviso. Riposi in pace, almeno lui.

Spero sia l'ultima, dicevo. Credo che un'altra non la reggerei, almeno non a queste condizioni. Datemi dei fondi e me ne andrò a chiedere l'impossibile dove so che l'impossibile si trova. E' utopistico, dite? Non dovrebbe esserlo però...sarebbe bello se ogni tesista fosse un vero riceratore almeno per il tempo della stesura della tesi. Perché, per come stanno le cose ora, come fa uno studente qualsiasi a dare un contributo infinitesimale alla ricerca, cosa che, almeno sulla carta, è lo scopo principale della tesi?


Lasciamo perdere che è meglio. La mia tesi, dunque. La mia tesi è un libriciattolo di una sessantina di pagine, allo stato attuale. Diciamo che ne ho scritta più o meno metà e comunque sono nel vivo della trattazione. L'argomento è la tv egiziana, via etere e via satellite, pubblica e privata.


E' una creatura giovane, la mia tesi, eppure è già passata attraverso varie peripezie: diciamo che pur di non farla piegare, ho rischiato che mi spezzasse addosso con tutto il peso delle aspettative che ci avevo proiettato. Grazie a Dio mille volte, è ancora in piedi.


Il fatto è che qualcuno può considerarla un pericolo per l'Occidente (sorelle comprese), la mia tesi: all'inizio ho pensato che avrei potuto facilmente ricostruire gli assetti proprietari e le partecipazioni azionarie dei network, così come i dati sull'audience e tante altre belle cose che nella parte di mondo in cui vivo è come bere un bicchier d'acqua, tanto è facile reperirle. Mi sono scontrata, invece, con un mondo che non usa targetizzare l'audience, che non assolve la benché minima funzione di servizio pubblico, che impiega sistematicamente la censura, che controlla le agenzie di ricerca sui media, manipolandone spudoratamente i risultati secondo la convenienza di chi detiene il potere. Avrei potuto fermarmi qui, di fronte all'evidenza che tutto quello che cercavo non era reperibile o, se lo era, non era attendibile. Oppure fare una tesi elencando tutto quello che mancava alla tv egiziana per essere "normale" come un civilissimo sistema televisivo occidentale. Mi sono resa conto, in altre parole, che i parametri comunemente utilizzati per descrivere un sistema televisivo europeo non sono affatto adatti per uno arabo: certo, potrei farlo per Al Jazeera, Al Arabiya & Co ma non certo per la tv via etere egiziana con i canali a vocazione locale.


Non voglio dire che la tv egiziana è avulsa dalle logiche di mercato, ma ho ritenuto più stimolante concentrarmi sulle logiche normalmente messe in atto in un sistema così diverso dal nostro. No, seriamente, mi ci avreste visto a fare una tesi etnocentrica su quanto è rudimentale la tv egiziana? Io, personalmente no. Soprattutto perché ritengo che sia tutt'altro che rudimentale, la tv egiziana. Non sarò certo io a scrivere una tesi così becera. Non se lo merita L'Egitto, né tutti gli egiziani che conosco, perfino quello che non mi saluta non se lo merita .


Scherzi a parte, non potrei, davvero. Non sarebbe onesto, intellettualmente parlando e andrebbe contro le mie idee che, al riguardo, sono chiaramente di tutt'altro avviso.


Ho optato, allora, per una prospettiva puramente descrittiva: succede questo, quello manca, dicono quello ma fanno tutt'altro, pianificano di cambiare quella determinata cosa, ma di fatto tutto resta così com'è. Questo non significa che io stia falsando la realtà: quello che scrivo trova riscontri scientifici in testi consultabili da chiunque si prenda la briga di scartabellarli come ho fatto io. Poi, insomma, bisogna anche mettersi a leggere tra le righe e trarre conclusioni, visto che uno è dotato di cervello. E accontentarsi, già che ci si è, di quello che si riesce a trovare, individuando anche una sola flebile tendenza.

14 marzo 2009

Un invito a riflettere

La citazione che segue è il proseguimento ideale e inaspettato -ma graditissimo- del post sul niqab. Ringrazio Khadi per il brivido che queste parole mi hanno procurato e per aver linkato il mio post (spero che l'abbia ritenuto almeno passabile). Dedico idealmente quanto segue a tutte quelle persone che credono che anche solo un hijab sia una privazione della femminilità di una donna.
[...]Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”. Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia. Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete. Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta. E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere. [...]
E sulla scia delle cose da considerare prima di emettere giudizi affrettati, segnalo anche questo sito, di Aisha, che ripropone i sermoni nelle moschee in italiano. Di questi tempi mi sembra uno strumento validissimo, imprescindibile, direi. Mi scuso per non essere riuscita a segnalarlo prima.

24 febbraio 2009

Educazione all'immagine (come il cane dietro le sbarre)

In prima elementare c'era un momento che odiavo: l'ora settimanale di educazione all'immagine impartita dalla mia maestra, a quel tempo ancora unica, il mercoledì.
Ricordo che passava tra i banchi e attaccava sui nostri quaderni grosse immagini ritagliate qua e là che poi noi dovevamo descrivere. Mi sembra di vederle ancora quelle figure tutte diverse che occupavano interamente la mia pagina e emanavano un odore forte di colla.
La prima volta mi assegnò un pastore tedesco che mi fissava con gli occhi tristi da dietro le sbarre. Il suo muso immenso si perdeva nello sfondo nero oltre le sbarre contribuendo ad accrescere la carica emotiva. Una carica emotiva che evidentemente io non avevo la maturità di cogliere. Scrissi che vedevo un cane in gabbia e rimasi a fissare l'immagine a lungo, passando di tanto in tanto il dito sulle increspature provocate dalla colla, quasi a voler toccare quel cane per avere l'ispirazione. Non riuscivo a pensare ad altro, non provavo nulla. Mi dispiaceva solo che quel cane fosse dietro le sbarre, ma mi sfuggiva il legame tra il compito che dovevo fare e il sentimento che stavo provando. Confessai il mio disagio alla maestra, lei si rifiutò di cambiarmi immagine e mi spronò a guardare oltre, a non soffermarmi sullo sguardo malinconico di quel cane che mi riempiva il foglio. Era come voler cavare sangue da una rapa, fu un disastro, quel giorno.

Eppure sono stata una bambina fantasiosa, io. Le figure dei libri di favole mi servivano per arredare il mondo delle parole che ancora non sapevo leggere...vedevo boschi, immaginavo colori, odori, volti e fate. E mi ritagliavo un posto privilegiato nei racconti, dal quale io potevo vedere tutto senza essere vista.

La volta successiva andò meglio: mi capitò un gruppo di persone eleganti che cenavano in piedi in un salotto luminoso e ben arredato. Mi misi a descrivere i loro vestiti, i cibi che mangiavano, provai perfino ad immaginare cosa si stessero dicendo e perché si fossero riuniti in quel luogo.

Dopo gli occhi di quel cane, non ricordo di aver visto altre foto che abbiano innescato in me una reazione emotiva talmente forte da lasciarmi sgomenta come quel giorno di tanto tempo fa. Fino a quando ho visto questa foto di Amr Abdallah, un fotografo egiziano che ha ritratto un musulmano in preghiera negli ulimi giorni di Ramadan, in cui cade la Notte del Destino, quella notte speciale per ogni musulmano, speciale soprattutto perché implica una ricerca spirituale fervida: la si trova dentro di sé, la si avverte nel cuore, nelle preghiere che sembrano entrare diritte nelle porte aperte dei cieli. Invito tutti ad andarla a vedere, credo che sia l'essenza dell'Islam, quel rapporto puro tra Dio e l'uomo e nessun altro in mezzo.
Io la guardo e mi sento un po' come quel cane dietro le sbarre.


07 febbraio 2009

Niqab

Provo a scrivere un post sul niqab, su quello che vedo io, perché non ho la minima intenzione di infilarmelo per raccontarvi quanto sia scomodo, come si fa ad esempio qui. Passare improvvisamente dall’occidentalissima messa in piega svolazzante ad un niqab per vedere l’effetto che fa, non è una cosa che consiglio caldamente, ecco.

Non nascondo che la prima volta che ho visto una donna con il niqab mi sono stupita e parecchio. Non sapevo neanche che esistesse.
Era una cugina di mio marito che ho conosciuto insieme a tutti gli altri parenti nel gennaio del 2005.
Ho notato che con la moglie di mio cognato, anche lei straniera, aveva più confidenza, mentre con me si è limitata ad una stretta di mano, con il guanto nero, ovviamente.
C’è una storiella divertente che la riguarda: pare che mio marito l’abbia rivista dopo più di dieci anni e che, ricordandola bambina e amichetta quotidiana, abbia pensato che quel niqab non avesse valore nei suoi confronti. Ora, sembra che lei si sia rifiutata di dargli la mano e vedendolo in evidente imbarazzo abbia riparato accettando di stringergliela avvolta nel velo. Dopo una giornata passata insieme a rievocare il passato da cuginetti inseparabili sembra che lei, al momento di salutarlo, gli abbia teso la mano nuda e lui, ironicamente scandalizzato, si sia nascosto la mano sotto la maglietta.
Mi è capitata di rivederla una sola volta e non è che le cose fossero andate diversamente: mio marito la spronava scherzosamente a mostrarmi il viso e io mi sono pure arrabbiata con lui perché in fin dei conti non me ne interessava un fico secco del suo viso e non era giusto mettermi in cattiva luce in quel modo, anche perché a quel tempo non ero neanche capace di spiegarmi in arabo.
Scherzi a parte, per quanto io faccia fatica a comprendere il niqab, capisco e rispetto la scelta di fondo: c’è un bisogno deliberato di sottrarsi agli sguardi altrui. E lo capisco perché so che è pesante essere guardati ovunque e insistentemente. Mi capita praticamente sempre quando vado in Egitto e la cosa mi urta, a volte. E’ che si vede lontano un miglio che sono straniera e per quanto io mi copra, continuo ad esserlo: in mezzo agli egiziani mi vedo, sono sempre troppo bianca anche se mi abbronzo e sebbene io non sia Nicole Kidman, lì finisco per esserlo. E a nulla valgono le mie gonne lunghe, le mie casacche larghe e fresche, i capelli legati…la gente mi guarda e mimetizzarmi è impossibile.
La cosa mi urta, dicevo. Perché spesso sono più coperta io di tante donne, che con la scusa di trovarsi in un posto di mare vanno in giro con i polpacci in bella vista e con i veli ridotti al minimo indispensabile…la scorsa estate ho visto due ragazze egiziane in top e minigonna aggirarsi indisturbate tra la gente. Nessuno le ha degnate di uno sguardo eppure erano in abiti davvero succinti e non erano prostitute come verrebbe naturale pensare.
Sia chiaro: non mi sto lamentando dei precetti islamici nel vestire, ma dell’ipocrisia bella e buona della gente che li mette in atto. Una cospicua quantità delle ragazze indossa vestiti che non lasciano spazio all’immaginazione: jeans attillati e magliettine aderenti che si poggiano audacemente sulle curve, veli che sono sempre più simili a bandane e permettono di sfoggiare collane e orecchini. Pare che l’imperativo, più che essere quello di non rivelare le forme del corpo, sia quello di coprirle, le forme del corpo. E non importa se le si copre con abiti aderenti, purché siano coperte: se io metto sulla casacca una sciallone che mi scopre le mani e i polsi e mi fa sembrare indiana, più che egiziana, indovinate su cosa si soffermano gli sguardi della gente? Indovinato, sulle mani e sui polsi, che sono sempre troppo vistosamente chiari ed esotici e fanno di me una straniera e vanno a solleticare chissà quali desideri proibiti….
Dovendo fare il bagno al mare, poi, questa logica mi ha impedito di scendere in acqua come volevo io e cioè con un vestitone largo e comodo di cotone, una abaya, per intenderci, perché “non vorrai mica sembrare una contadina!”. Ho dovuto fare il bagno con una maglietta attillatissima e un paio di jeans parimenti attillati e sono stata costretta a metterci sotto il costume intero perché oltre a essere corta, una volta bagnata, la maglietta sarebbe stata anche trasparente. Ricordo che mi aggiravo furtivamente, neanche fossi stata una ladra, visibilmente a disagio, poiché neanche qui in Italia mi vesto in quel modo. E ho passato tutto il tempo a galleggiare sul pelo dell’acqua con i jeans zuppi e pesanti.
Le mie cognate sdrammatizzano e davanti allo sciallone si stupiscono: "e cos’è questo, adesso? Ma toglitelo, non vedi come vanno vestite le ragazze? Tu così vai benissimo!"
E io lo vedo, eccome…chi è senza velo porta i capelli sciolti, spesso vistosamente tinti e cammina con spigliatezza tra la folla che la considera una donna come tutte le altre. Io sono arrivata alla conclusione che dovrei guardare il mondo da sotto un niqab per mimetizzarmi e so che tante donne che lo indossano lo fanno proprio perché la loro bellezza catalizza gli sguardi maschili.
Ne vedo sempre tante di donne col niqab, quello integralmente nero, ma anche quello marrone, o viola, o grigio che sembrano meno austeri. Raramente mi guardano e io mi sono sempre chiesta cosa pensano di questa straniera svelata che passeggia per le vie egiziane cercando di rilassarsi e far finta di niente.
La risposta mi è arrivata giovedì scorso quando dopo la preghiera della sera, siamo stati invitati ai festeggiamenti per le nozze di un cugino di mio marito. Lui è un tipo assai stravagante, con la barba lunga e folta che la scorsa estate si è rifiutato di stringermi la mano e persino di rispondere al mio saluto. Dice che si sta per sposare e che ha incontrato la futura moglie sempre e solo con il niqab, tranne una volta che lui e sua madre hanno visto la ragazza in viso. Non ha mai rivolto lo sguardo verso di me, anzi si è seduto a terra in modo tale che né io, né le mie cognate lo vedessimo. Mio marito è rimasto colpito forse più di me, soprattutto perché non se lo aspettava e siamo andati via un po’ contrariati se non altro perché il mio saluto era rimasto a vagabondare nuovamente nell’aria, senza risposta, né cenno, né niente. In fondo, che gli avevo detto di male?
Evvabbè, pazienza.
Arriva il giorno del matrimonio, dunque. Siamo tutti a casa di mia cognata, abbiamo appena finito di pranzare. Suonano alla porta, mi alzo ad aprire. E’ lo sposo che viene a lasciare una busta a sua madre che era in casa con noi. Di nuovo non mi saluta e d’istinto guarda a terra e si gira altrove. Indietreggio quasi divertita lasciandogli la porta aperta e torno al mio posto, pensando che sarà obbligato a sedersi vicino a me, per mancanza di altri posti liberi. Poco dopo entra un signore anziano, mio marito va a salutarlo, lo abbraccia, lo bacia, lo chiama zio e capisco che è il padre dello sposo. Non si vedono da almeno quindici anni.
Mio marito si gira verso di me, vuole presentarmi a suo zio. Mi alzo e vado verso di lui, non mi pare una buona idea. Lo saluto, gli porgo la mano, gli faccio gli auguri per il matrimonio del figlio. Lui si limita a porgermi il braccio e si ritira nel salottino adiacente attirando come per osmosi gli uomini verso di sé e facendo confluire le donne nella sala in cui eravamo io e le mie cognate. Finisce anche il supplizio dello sposo che è finalmente libero di alzarsi dal posto vicino a me e di recarsi dagli uomini.
Sono imbarazzata: so che di lì a poco gli uomini, mio marito compreso, andranno alla moschea e io insieme alle mie cognate andrò a casa della sposa, proprio dietro l’angolo. A casa della sposa col niqab. Qualcuno coglie il mio disagio e mi dice di stare tranquilla, che così vado bene, perché andiamo a casa e non alla moschea. Voglio crederci e provo a rilassarmi. Mi offro di sostenere Umm Yosri che è la mamma anziana e malandata di mia cognata, la moglie del fratello di mio marito, e ci dirigiamo a casa della sposa. Saliamo le scale, capisco di essere arrivata quando il vociare festoso si fa assordante: le donne arrivano fin fuori la porta, vicino all’enorme distesa di scarpe. Dev’essere piena di gente, la sala.
Ci accoglie una donna con uno stupendo vestito rosso e un bel sorriso sincero. La saluto, la bacio, le faccio gli auguri. E’ l’unico punto di colore in una folla di donne vestite di nero, con il velo del niqab sollevato all’indietro, sulla testa. Qualcuna ancheggia intorno allo stereo al ritmo di una musichetta ritmata senza parole. Le mie variopinte cognate mi prendono per mano e mi portano dalla sposa che siede in fondo alla stanza. La scorgo attraverso il mare di vestiti neri: ha un abito bianco, sontuoso e sapientemente ricamato, che mette generosamente in mostra la scollatura e le braccia. E’ truccata e acconciata, ma mi dicono che per uscire si avvolgerà nel niqab, assolutamente nessuno deve vederla.
A fatica mi faccio strada verso di lei, aprendomi un varco tra la folla di donne che chiacchierano tra loro. Sento che mi guardano, mi dico che non ho prove che stiano parlando di me e provo a non irrigidirmi. Lei si alza in piedi, mi sorride, mi saluta, mi benedice per gli auguri, mi fa accomodare non lontano da lei, vicino alle mie cognate vestite di grigio, cipria, bianco, blu. Risaltano in mezzo alla folla scura e risalto anch’io che sono vestita di rosa e marrone.
Siedo vicino a una ragazza di poco più piccola di me, è vestita come le altre, con i guanti e il velo rigirato all’indietro. Tiene per mano una bambina che cammina appena e lascia cadere la sua cannuccia sulla mia gonna. La porgo alla bimba con un sorriso, sembra l’unica che non mi fissa con curiosità.
La ragazza mi saluta, mi sorride, mi ringrazia della cannuccia, mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Lei si chiama Fatma e la piccolina è sua sorella. Le dico che sono la moglie di un cugino dello sposo e guardandomi intorno vedo che gli occhi delle altre donne guardano qua e là, naturalmente. Nessuna mi fissa e ho la conferma che non sono al centro dei loro discorsi.
Non pensano assolutamente nulla di me e d’un tratto non mi sembrano più aliene, ma donne che hanno un motivo per sottrarsi allo sguardo degli altri, un motivo che io non so, che magari non condivido, ma rispetto. Sono donne come me.

All’aeroporto sono messa in modo tale che vedo oltre il vetro: una donna con il niqab passa oltre il metal detector, una donna poliziotto apre il suo passaporto e vedo che lei alza il velo per mostrarle il viso. Distolgo lo sguardo: anche se capisco i motivi del gesto mi sembra qualcosa di molto simile a una violenza, obbligarla a mostrare il volto, e non riesco a guardare, neanche se penso che quel niqab non è né per me, né per quella donna poliziotto.