Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

29 giugno 2007

Placidi pensieri


E’ una sera di fine giugno insolitamente fresca.
Da circa un mese mi godo la tranquillità di casa, lontana dal binomio perugino afa-stress.
Quasi avevo dimenticato l’odore del vento e l’aria serale mielosa di tiglio e gelsomino...tutti i fiori, le cicale instancabili e queste colline blu. Di un blu profondo, intimamente mio, che guardavo noiosamente quando volevo scappare e che ora, lontana, sfioro malinconicamente ad occhi chiusi, col pensiero.
Direi una bugia affermando la verdezza (o la verdità?!) di queste colline: spero di non scomodarne il sonno, ma credo che Kant la relegherebbe tra le cose insondabili dalla conoscenza umana. Se sono verdi, buon per loro. Io le vedo blu e nel dirlo, regredisco a quello stadio dell’infanzia in cui i bambini ancora non si piegano agli stereotipi del sole giallo e dei tetti rossi e colorano gli oggetti a modo loro.
I pensieri galoppano a briglia sciolta e a questa pace ne aggiungo altra se penso che è già tempo di preparare le valigie: tra un mese esatto sarò in Egitto.

21 maggio 2007

Graditi sorpassi

L'ANSA batte: "E' sorpasso, musulmani più di cattolici".
Repubblica riprende e titola: "Il sorpasso dell'Islam 1,3 miliardi di musulmani".


Al di là dell'interesse che può suscitare la notizia, ciò che fa quasi sorridere è questo tono sportivo scelto per trattare la questione: sorpasso sa tanto di classifica- di calcio, di Formula1 o di MotoGP, non ha importanza- di qualcuno che resta indietro, scavalcato, superato da qualcun altro (Più forte? Più veloce? Più furbo?). Anche abbandonando il gergo sportivo, il senso del sorpasso resta invariato. Qualcuno passa avanti (Arriva primo? Vince o guadagna qualcosa? Vale più degli altri?) a qualcun altro che resta indietro.



Messa la faccenda in questi termini sembra che ci si stia contendendo qualcosa, che faccia qualche differenza se in un dato momento uno prevale sull'altro. Faceva forse meno paura sapere che il mondo fino a ieri era un po' più cristiano?



E allora subito a cercare di invalidare i dati statistici bollandoli come non veritieri: i musulmani sono più concentrati in quella parte di mondo che fa figli, è impossibile stabilire l'esatto ammontare dei musulmani perché non sono registrati come i cristiani, ad esempio nelle parrocchie e via dicendo.



Smettiamo di raccontarci balle: se si fosse davvero interessati a vivere in pace non ci sarebbe bisogno di tirare fuori queste questioni. Paradossalmente- l'avverbio è per chi si pone queste questioni, non certo per me che osservo il mondo- sarebbe più facile censire i musulmani che i cristiani: almeno in Egitto l'appartenenza religiosa appare sulla carta d'identità e poi a me sembra che i cristiani non avvertano un'impellente necessità di denunciare cambiamenti di residenza o decessi alle parrocchie di appartenenza....tanto per dirne una, la mia parrocchia è diversa da quella in cui sono stata battezzata.


Nel delicato contesto in cui viviamo, preferirei segnali costruttivi di dialogo a queste sterili competizioni. Io spero, e mi auguro, che questo sorpasso possa giovare all'immagine dei musulmani. Forse, essendo la maggioranza, qualcuno inizierà a guardarli come di fatto sono: gente normale che crede in Dio. E loro, un po' di normalità se la meritano proprio.

13 maggio 2007

Noràpperi, gente per bene

Di Noràpperi ne è pieno il mondo, ma loro mi diranno che mi sbaglio: radiografia irriverente dell'italiano socio-culturalmente accidioso.


Le ondate migratorie e la crisi del
Noràppero


di Giovani Maria Bellu

Un fantasma si aggira per l'Italia, il
fantasma del "Non sono razzista, però". Basta una semplice verifica su un motore
di ricerca come Google per averne la prova. Si digita 'razzista', in italiano, e
vengono fuori poco meno di ottocentomila documenti, quindi si scrive 'racist',
in inglese, e si hanno quasi ventitré milioni di documenti. Dunque, nel web, per
ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist'. Ma se si ripete lo stesso
esperimento con l'intera locuzione "Io non sono razzista però" in italiano e in
inglese (per scrupolo di ricerca in più varianti: 'I am not a racist but', 'I'm
not racist but' etc), si hanno circa diecimila documenti per le versioni
italiane (con "però" o con "ma") e circa cinquantamila per le versioni inglesi.
In definitiva, se per ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist', per ogni
'Non razzista però' abbiamo solo cinque 'Not racist but'. Considerando l'enorme
diffusione dell'inglese rispetto all'italiano nel mondo e in particolare nel
mondo del web, si può affermare che il 'Non razzista però' (che da questo
momento in poi, per esigenze di sintesi, chiameremo 'Noràppero') è una figura
caratteristica del Belpaese. E questo fa ritenere che le ragioni della sua
diffusione vadano ricercate in quei valori di solidarietà e di tolleranza che
hanno formato buona parte degli italiani nelle parrocchie come nelle sedi dei
partiti di sinistra. Il razzismo ne è la negazione assoluta e il "non essere
razzisti", più che un valore guida, è una condizione di appartenenza. L'idea è
che si nasce "non razzisti". Ancora oggi, alla domanda secca: "Lei si considera
razzista?" la stragrande maggioranza di noi risponde con decisione "no". Anche
per questo non esiste un modello assoluto di Noràppero. Ci sono Noràpperi in
tutte le classi sociali. Noràpperi ricchi e poveri, colti e incolti. Ci sono
Noràpperi di sinistra, di destra e di centro. A volte è possibile distinguerli
dall'enfasi con cui pronunciano la prima e la seconda parte della frase. Il
Noràppero di sinistra di solito scandisce la prima parte ("IO NON SONO RAZZISTA)
e sussurra il "però" mentre quello di destra fa il contrario, bisbiglia la
premessa e declama la conclusione. Presenti in modo sporadico fin dagli anni del
boom nelle prime comitive dei turisti esotici ("Io non sono razzista, però
quell'albergo di Marrakesh era sporco"), i Noràpperi sono diventati un fenomeno
di massa alla fine degli anni Ottanta con l'inizio dei grandi flussi migratori.
All'epoca, la congiunzione avversativa era indirizzata ai polacchi, in seguito
scalzati dagli albanesi, che oggi vedono il primato insidiato dagli eterni rom.
I 'però' del Noràppero sono molto sensibili alle vicende di cronaca, ai
sentimenti dominanti nell'opinione pubblica e anche alle esperienze personali.
Quale fu il primo? Verso la fine degli anni Ottanta a quel semaforo? ("Io non
sono razzista, però se il parabrezza è pulito il polacco non deve lavarlo") o a
metà degli anni Novanta? ("Io non sono razzista, però davvero non si sa più dove
mettere questi albanesi"). Il ritmo geometrico della loro proliferazione, ha
introdotto i 'però' anche in proposizioni dov'erano superflui: "Io non sono
razzista, però la legge va rispettata". Come se non fosse vero il contrario, che
è il razzista a non rispettare la legge, quella fondamentale, la Costituzione. O
anche in situazioni dove il razzismo non c'entra nulla, come quando lo si
confonde con la normale irritazione nei confronti di un giovane maleducato che
non cede il posto sull'autobus, se il maleducato è un nero. Alla fine è accaduto
l'inevitabile: la rivolta delle avversative abusate. Stanche di vagabondare
senza meta, esasperate dal precariato semantico, hanno deciso di mettersi
assieme e quindi di dissolversi, come le lampadine di una luminaria che decidono
all'improvviso di spegnersi. Se ne sono andate, lasciando un solo
rappresentante. Un enorme "però". Così il Noràppero ha visto con sgomento
comporsi la sintesi beffarda di quella eterna premessa e delle sue
contraddittorie e disomogenee conclusioni: "Io non sono razzista, però... sono
razzista!". Sbigottito - in particolare se colto e di sinistra - ha reagito a
questo schiaffo al principio di non contraddizione nell'unico modo che gli è
sembrato possibile: con un doppio salto carpiato nel tempo. "Io non era
razzista, però - aiuto! - sto diventando razzista". In questo modo ha creduto di
salvare il suo 'non razzismo' infuso, originario. Quello coltivato, ma mai
verificato, nell'oratorio, nella sezione di partito, nelle buone letture e nei
buoni film. Il Noràppero - che è tuttora uno dei più strenui difensori dei
diritti civili degli afroamericani - ricorda con struggente nostalgia i bei
tempi in cui si commuoveva per Martin Luther King e per Kunta Kinte e, quando
usciva di casa, se proprio gli andava male, al massimo s'imbatteva in un sardo o
in un calabrese ("Io non sono razzista, però perché i sequestri li fanno sempre
loro?"). L'acrobatica riconciliazione con la coscienza e con logica
aristotelica, ha poi creato un nuovo problema. Il Noràppero, infatti, ora è
costretto a domandarsi: "Se io - che non lo sono mai stato - sto diventando
razzista, che ne sarà del resto del paese che, diciamocelo, è molto meno colto e
tollerante di me?". L'angoscia personale è diventata universale e sono scoppiate
le prime lotte intestine. I Noraàperi delle periferie sbeffeggiano i Noràpperi
delle classi medio-alte: "Doveva arrivarvi lo zingaro sotto casa. E quando li
avete spediti a Tor di Nona andava tutto bene?". La crisi del Noràppero è ormai
drammatica. Si può fare qualcosa? C'è una salvezza per il Noràppero: per il
Noràppero che si nasconde in ognuno di noi? Chissà. Ma, quando ci si perde in un
labirinto, bisogna ripartire dall'ingresso. Forse all'origine di tutto c'è stato
un errore di presunzione: l'essersi proclamati 'non razzisti' quando mancava la
materia prima per mettere alla prova la saldezza delle nostre convinzioni. E
anche un errore di metodo: aver abusato del termine associandolo a vicende
diverse (una lite sul tram e uno stupro, una discriminazione e un banale sgarbo)
e aver conseguentemente abusato dei "però" e dei "ma" fino a farne un
intercalare meccanico e sciatto. L'aver in definitiva abbandonato quel metodo di
analisi della realtà che in gioventù aveva consentito a noi Noràpperi di non
sentirci migliori ma solo più fortunati dei nostri coetanei devianti dei
quartieri ghetto. L'aver dimenticato che la fatica di comprendere il mondo, di
ricomporne la disgregazione in un moderno 'conosci te stesso', tutta quelle
buone cose che il Noràppero giovane ha letto in Gramsci, consiste soprattutto
nella capacità di distinguere e di discernere nel proprio tempo.
(tratto dal sito di Repubblica, rubrica "Gli Altri Noi")

11 maggio 2007

Caccia stupida

Quasi non mi sembra vero di scrivere questo post, ce l’avevo sulla punta delle dita da almeno dieci giorni. O forse più, comunque da quando passa –chiamiamolo- il trailer della nuova fiction di Rai1 “Caccia Segreta” che vede l’intelligence impegnata a sventare un attacco terroristico in programma a Roma per il 21 settembre. Roba da rischiare il soffocamento, se la prima volta che lo vedi sei a cena.
Inizio ad inferire, ancora un po’ stordita(ci vorrebbe la nuvoletta dei fumetti, quella coi pallini sotto, ma per ovvi motivi mi limito ad usare i puntini di sospensione):….l’ennesima messa in scena dello stereotipo musulmano(o arabo, non fa differenza)=terrorista…... l’ultima arma forgiata dalla fucina del servizio pubblico. E io paaago, il canone……Ma serviva fare ancora leva sulle paure delle gente? Serviva dare volto a questo spettro che aleggia più o meno silenziosamente sulle nostre vite?
…….Possibile che non ci si renda conto che non si può trattare la situazione con la stessa leggerezza di “Carabinieri” e marescialli vari, ho capito che la polizia ringrazia, però....
Spero tanto di sbagliarmi ma già so che tutte le mie inferenze saranno confermate tra un paio di giorni. Basta aspettare, ché come dicono gli egiziani, la notizia domani non costa niente.
Per una strana coincidenza, poi, come se non bastasse, all’università, nel corso di Teoria e Tecniche Del Linguaggio Cinematografico mi viene proposto di sviscerare il film “La Venticinquesima Ora”di Spike Lee (2002) come esempio di film la cui sceneggiatura non è ascrivibile né a quella in tre atti, né a quella che ricalca il viaggio dell’eroe: sullo sfondo di una New York angosciata dai fasci di luce che si irradiano da ground zero, Monty, spacciatore beccato con le mani nella marmellata, trascorre le sue ultime 24ore da uomo libero prima di farsi 7anni di galera. Mi viene fatto notare il sapiente uso del montaggio, onore al merito: lo spettatore viene a sapere (non in quest’ordine) del cane, del padre alcolista pentito, dell’amico broker borioso/sboccatissimo/cinico e di quello sfigato/fuori-posto/ebreo/aspirante-tutto-d’un-pezzo, della fidanzata Nat, presunta canterina presso gli sbirri, che il prof si ostinava a chiamare Rivière preso dalla carnalità di questa Inès Sastre in versione portoricana. Naturelle Riviera, prof, Naturelle Riviera, detta Nat.
C’ho anche provato a immedesimarmi col protagonista, ma sono riuscita a rintracciare soltanto la violenza e l’irresponsabilità declinate in tutti i modi possibili, restando distaccata tutto il tempo. E non parliamo di quella canzoncina di sottofondo…di quella nenia stereotipata, quella serie di aaaaa gorgheggiate all’orientale. All’orientale, appunto. Di quelle che andrebbero bene anche per la Cina o l’India. Qualcosa di simile alla mia suoneria del cellulare, ma hanno buon senso alla Motorola e l’hanno chiamata “Eastern Sky”. Mica “Arabic Sky”.
Sempre per quella strana coincidenza, mi capita di visionare un interessantissimo filmato che rendeva conto delle risoluzioni ONU, sistematicamente disattese, a favore della Palestina. E mentre io inorridivo per la velocità con cui una risoluzione si tramuta in carta straccia, una musichetta di quel tipo torna come colonna sonora di tanta disperazione. C’è da dimenarsi sui sedili, questi giorni, a lezione…
Ma grazie a Dio c’è anche in uscita "Io, l'altro" e uno tira un sospiro di sollievo. O almeno spera di farlo.

01 maggio 2007

Al margine, interno, dell'ignoto

La foto, "quando il ghibli gioca" è tratta da qui.

Girano e rigirano disperatamente il biglietto nell'obliteratrice dell'autobus. Fissano sconcertati i tasti delle bilance nei reparti ortofrutta del supermercato. Il grado di istruzione non conta: contadini, professori, medici o meccanici che siano, gli stranieri, immessi nel nuovo contesto, sono prima di tutto estranei. In molti, e forse più di una volta, abbiamo avuto l'occasione di provarlo anche noi, sulla nostra pelle e a guardarci indietro ci facciamo due risate, ma quanto è stata dura in quel momento...

Da tempo cercavo uno scritto che potesse far indossare i panni difficili dello straniero.

Quest'articolo di Adel Jabbar tratto da El Ghibli sembra prendere alla lettera la versione inglese dell'espressione, mettersi nelle scarpe di qualcuno. Ed è proprio con ai piedi le scarpe di Adel Jabbar, sociologo e docente universitario di origini irachene, che il lettore, attraverso un racconto tragicomico e schietto, a tratti brutale e, proprio per questo, vero può aggirarsi nella giungla quotidiana di chi cerca di "ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto".





Lo straniero: diversità e contiguità
nella relazione interculturale




Adel Jabbar





La perdita di luoghi, di volti, di
abitudini. E l'inizio di un percorso nuovo, di ricognizione ed esplorazione, per
ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto, dove lo sguardo e la mente
spaziano alla ricerca di simboli, suoni, profumi, sapori, gesti, immagini, che
siano in qualche modo riconoscibili.
Ma cosa del mio vissuto posso riporre
nel nuovo, e dove? Il rapporto con la nuova realtà spesso inizia con questi
interrogativi, e con gli imbarazzi, le esitazioni, le scappatoie, che nascono
dalla ricerca necessaria e continua di contatti e di conoscenza.
Un
episodio, reale, può raccontare e spiegare questo vissuto, forse più di
qualsiasi considerazione intellettuale.
Dopo essere arrivato in Italia,
senza nessuna conoscenza della lingua, riesco con non pochi intoppi a iscrivermi
al corso universitario di italiano per stranieri. Là mi informo, in un
rudimentale inglese, sul vitto, dopodiché mi consegnano un foglio con
l'indirizzo di una mensa. Con questo foglio in mano mi incammino, fermando i
passanti e chiedendo indicazioni. Ad una fermata dell'autobus, un giovane, visto
il foglio che ho in mano, si porta una mano alla fronte esibendosi in una parola
di cui ben presto avrei compreso il significato, ma che in quel momento mi suona
del tutto oscura: "cazzo!", a sottolineare la sua difficoltà nel rispondermi. Lì
per lì, mi appello al contesto in cui mi trovo per cercare di capire cosa mi sta
dicendo: una linea di percorso, un numero dell'autobus, un altro mezzo di
trasporto? Per fortuna dopo, a gesti, mi fa capire che non sa dove indirizzarmi.
In qualche modo arrivo alla mensa, per trovarmi di fronte subito a nuovi
dettagli da affrontare. Mi trovo nella situazione definita come dilemma
dell'ottico: guardi l'insieme e vedi una cosa, ma per poterla capire devi
cogliere anche i particolari, che ad una prima visione ti sfuggono. Il primo
dettaglio nel caso in questione è la fila, una lunga coda che esce sulla strada,
una condizione che non ho mai sperimentato se associata al cibo. Per capire, mi
distacco, attraverso la strada e guardo la fila da lontano, per cogliere quei
particolari che mi indichino chi siano le persone che compongono questa fila.
Deduco (dall'età, dall'abbigliamento) che sì, potrebbero essere studenti e
quindi mi rimetto in fila. Anche l'edificio mensa mi sconcerta: si tratta di una
sorta di capannone che nei cassetti della mia mente trovo associato più a
magazzini, a depositi che non a luoghi in cui si mangia. Decido comunque di
sospendere temporaneamente la ricerca di significati e aspetto il mio turno.
Finalmente, una volta entrato nel capannone, fra odore di fritto e di detersivi
che già mi danno conferme, vedo un lungo bancone e dietro persone che
distribuiscono il cibo. Ma adesso cosa mangio? Quali nomi hanno quelle pietanza
che vedo nei piatti che mi precedono? Lo scoraggiamento quasi mi suggerisce di
lasciar perdere, ma, oltre ad aver superato ormai tutto un percorso ostico, so
che quello è solo l'inizio e decido di andare avanti, concentrandomi sui gesti e
le parole di chi mi precede nella fila, badando soprattutto a ciò che mi appare
foneticamente più facile da riprodurre. Mi accorgo che una frase, in
particolare, viene riferita frequentemente, accompagnata da un gesto indicativo
della mano e allora penso che se in tanti chiedono quel cibo, male non farà. Il
cibo in questione, o meglio la frase è: "lo stesso", che alcuni prima di me
hanno ripetuto per chiedere la pietanza richiesta da un collega (ma questo l'ho
capito soltanto più avanti). Allora, arrivato finalmente il mio turno, faccio
anch'io la mia richiesta: "Lo stesso". Per i due mesi seguenti, pur avendo ormai
capito che mangiavo le stesse cose di chi mi precedeva, per non sbagliare e
pregando che il mio compagno scegliesse bene, ho continuato a chiedere "lo
stesso". Piccolo particolare: "lo stesso", sul dizionario, ovviamente, non
esiste, e quindi la ricostruzione grammaticale di questo significato, così poco
immediato, mi ha richiesto molto tempo.
Lo straniero, che si trova a dover
rispondere a bisogni primari comuni, non possedendo gli strumenti immediati per
farvi fronte è spesso costretto a ridurre la complessità della situazione in cui
si trova, adeguandola secondo ordini di priorità. Non è importante, tanto per
riferirsi all'aneddoto di cui sopra, "cosa" mangia, o almeno non lo è subito:
ciò che conta è prima di tutto poter mangiare, quindi va bene "lo stesso". Anche
in altre sfere della vita lo straniero finisce per trovare degli interstizi, dei
margini di significato, cui riferirsi per interpretare la realtà e per poterla
gestire. Il continuo collocarsi in situazioni "al margine", dà luogo ad una
visione se vogliamo distaccata del contesto, estranea alle relazioni più
interne, ai vincoli più stretti, e dunque genera una condizione di solitudine.
Questo non significa che con il passare del tempo la realtà non possa venire
compresa e interpretata nella sua complessità; certo però questa sorta di
"training", di imprinting iniziale, di solitudine acquisita, segna il vissuto
dello straniero, e lo segna nei termini di un dilemma, fra un'estraneità
"appresa" e l'essere, il vivere, dentro. Una condizione che può essere di
profondo disagio, ma anche di potenziale libertà, se non altro intima e morale,
proprio perché svincolata da schemi precostituiti e fissi.

20 aprile 2007

Non solo ghetto

Il caso della chinatown milanese di questi giorni deve preoccupare: è la chiara dimostrazione di quanto l'Italia sia impreparata a convivere con gli stranieri, tanto da ghettizzarli per poi versare lacrime da coccodrillo. Sarebbe pure l'ennesima dimostrazione della superficialità e della miopia che caratterizza le scelte di chi ci rappresenta, ma sorvoliamo...
Far finta di nulla, cercare di non vedere una comunità, ghettizzandola, non è una buona soluzione. E' un mero far posto a qualcuno. Non è niente di diverso da un atteggiamento di rifiuto. Né di meglio, purtroppo, anche se così sembra.
Mi farei volentieri una chiacchierata con qualcuno di quei commercianti che non ha aperto bocca quando si è trattato di cavalcare l'onda, gonfiando i prezzi dei locali in vendita sapendo che avrebbero pagato qualsiasi cifra pur di stare vicinivicini, i cinesi.
E così, non rimane che aspettare che qualcuno ci metta la famosa pezza su questa vicenda. Per quanto mi riguarda, stendo un velo pietoso, con la speranza che la pezza che metteranno non sarà del consueto nero silenzio perché, che piaccia o no, il futuro delle comunità umane non è quello di restare a guardarsi da dietro uno steccato.
Ma buone notizie ci sono, grazie a Dio. E, da "Il Meridiano" riporto:

Non solo pizza, tutti i sapori dell’immigrazione egiziana
“Pizzeria Le Piramidi”, “Pizza Aida”, “Ristorante Pizzeria Il Faraone”. Basta dare un’occhiata alle insegne di numerose pizzerie milanesi, per accorgersi che ormai uno dei simboli della cucina italiana nel mondo è portato avanti da abili pizzaioli egiziani. Non solo pizza però: gli egiziani a Milano (in tutto sono 21mila) trovano lavoro anche
come camerieri in alberghi, bar o ristoranti, nel campo dell’edilizia e nelle
imprese di pulizia. Quella egiziana è una comunità matura e ben inserita nel
tessuto sociale milanese, come testimonia il numero di persone (2.300) che hanno
preso la cittadinanza italiana – distanziando in questa classifica qualunque
altra nazionalità -, e il numero record di imprese (3.776) avviate da cittadini
di origine egiziana in città. Maturità e capacità di non macchiarsi di episodi
di criminalità comune, che ha contribuito – a differenza di quanto è avvenuto
per albanesi e marocchini - ad accrescere la considerazione dei milanesi per gli
egiziani, considerati “persone che rigano dritto”. L’altro lato della medaglia
vede invece la più forte comunità islamica di Milano (il 70% dei musulmani in
città è di origine egiziana), prendere decisioni spesso in contrasto con la sua
tradizionale moderazione e capacità d’integrazione. Basti pensare alle polemiche
legate alla decisione di aprire una scuola islamica in via Ventura, o alle
esternazioni – per lo meno deprecabili – di alcuni esponenti religiosi che in
passato hanno giustificato una serie di atti terroristici compiuti nei confronti
di obiettivi occidentali. Ma la comunità egiziana a Milano non è composta solo
da musulmani: sono ben 7mila, infatti, i cristiani copti che tutte le domeniche
frequentano la messa, rigorosamente separati tra uomini (che per l’occasione
sfoggiano l’abito bello) e donne (con un copricapo in testa). I luoghi di
ritrovo preferiti dalla comunità egiziana a Milano sono naturalmente le moschee
(in viale Jenner e viale Padova), ma passeggiando per via Farini o in piazzale
Maciacchini è molto più probabile assistere ad una conversazione in dialetto
egiziano, piuttosto che in milanese. Per lo shopping le famiglie egiziane si
recano spesso nelle vie attorno a piazzale Loreto, in cui molto forte è la
presenza di macellerie halal e di ristoranti che cucinano piatti tipici del
Paese africano. Per quanto riguarda lo svago, gli egiziani – soprattutto quelli
sposati - prediligono ritrovarsi a casa a bere un ottimo thé piuttosto che
uscire in un luogo pubblico. Televisione sempre accesa su di un canale
satellitare in diretta dal Cairo, e lunghe e animate chiacchierate. Non mancano
i momenti conviviali, legati soprattutto alle feste religiose, nei quali tutta
la comunità si incontra e festeggia. Per gli Ayd al-Kabyr (la festa del montone)
e gli Ayd as-Saghyr (la festa che segna la fine del Ramadan), infatti, spesso la
comunità egiziana milanese affitta interi palazzetti dello sport per festeggiare
insieme.


P.S. Ma qual è il nome di queste due feste? Io ne conoscevo uno diverso...

11 aprile 2007

Senza far rumore: una delle mille forme della schiavitù di oggi

La fragilità degli immigrati, il bisogno dei documenti e di un lavoro. Lo strapotere dei caporali. La fatica, fisica e psicologica di piegarsi allo sfruttamento. L'abbrutimento tangibile e la voglia di riscatto, da sfruttato a sfruttatore il passo può essere breve. La storia dei tanti Malpelo invisibili che popolano in punta di piedi le nostre città.

Dal sito di Repubblica, in data odierna:
Il contatto in strada a Milano, poi sui ponteggi per lavorare
dalle sette fino al tardo pomeriggio senza casco e protezioni
TRE EURO PER RISCHIARE LA VITA
"Io, vittima dei caporali nei cantieri"
Abusi, ricatti e pericoli: al lavoro con i manovali
irregolari


di PAOLO BERIZZI
A UN CERTO punto mi assale l'angoscia dell'infortunio, e non
mi mollerà più. Paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro,
quelle imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal
settimo piano del ponteggio, e se perdi l'attimo, o ti distrai, o se una di
quelle lastre che devi afferrare prima che tocchino terra si ribella alla morsa
del moschettone, rimani sotto. Il terrore di venire travolto da una betoniera.
Stritolato da un cavo d'acciaio. Che le braccia cedano, o semplicemente di
scivolare dall'impalcatura dove mi fanno arrampicare anche se sono nuovo del
mestiere.

Anche se calzo dei banali scarponi da montagna. Niente a che
vedere con quelli antinfortunio, obbligatori. Non indosso nemmeno il casco. Un
caporale, un calabrese duro e silenzioso, mi dice di tenerlo a portata di mano:
"Magari arriva qualche ispettore, ma stai tranquillo, non ti guarda nemmeno".
Lascio riposare il guscio in cima a una pila di assi di legno. Dovrò caricarle
su un camion, assieme a quintali di altro materiale.

Da buon manovale
bado solo a lavorare, a guadagnarmi, in nero, i miei 3 o 4 euro l'ora. Per dieci
ore fanno 30-40 euro. Pagamento dopo 50 giorni. La prima settimana di prova,
spesso, è gratis. Inizi in cantiere alle sette dal mattino, finisci, sfatto,
alle cinque, sei del pomeriggio. Un massacro. Niente documenti, sicurezza zero.
Alla fine del mese devi pure pagare la mazzetta: 300 euro al caporale che ti ha
dato lavoro. Per mantenere il posto. A Milano, in una settimana da operaio
abusivo, caporali e capomastri conoscono a malapena il mio nome. In un caso solo
perché me lo chiede un collega marocchino.
Sulla trentina, magro, sdentato,
quasi sempre alterato dall'alcol. Amil è uno dei pochi che in sette giorni si
prenderà il disturbo di farmi coraggio. "Non è il massimo, ma è sempre meglio
che rubare o spacciare", biascica in un italiano incerto mentre a bordo di un
furgone raggiungiamo un cantiere alla periferia di Novara. Ne ho conosciuti
tanti come Amil. Schiavi. Con loro ho condiviso e subìto il ricatto dei
caporali. Gente spietata che nei cantieri della Lombardia spreme migliaia di
braccia. In barba a ogni regola e a ogni diritto.

A Milano e provincia,
dei 120 mila operai edili (il 42,3 per cento sono immigrati stranieri, nel 2000
erano solo il 7,1), 60 mila sono in nero: la metà. Tutti gestiti dai caporali. È
manodopera fantasma, soprattutto straniera e clandestina. Ricattabile. Chi non è
in regola col permesso di soggiorno, si deve accontentare. Fa cose da bestia,
che gli italiani rifiutano. Sono albanesi, egiziani, marocchini, romeni,
tunisini. E sudamericani. Italiani pochi: stanno quasi sempre in cima alla
piramide. Impresari. O, appunto, mercanti di braccia.

Ti reclutano
all'alba e ti scaricano nei cantieri dove rischi la vita per pochi spiccioli, e
se ti fai male ti lasciano lì in strada. Mai visto, mai conosciuto. Nemmeno al
pronto soccorso puoi andare. Altrimenti metti nei guai chi ti ha assunto. E
perdi il posto. "Tra il manovale e il caporale c'è un rapporto esclusivo. Tu
devi parlare solo con lui, non fare domande sul dove e il come e per conto di
quale impresa dovrai lavorare - spiega Marco Di Girolamo, della Fillea, il
sindacato edile della Cgil - a fine mese gli devi dare la mazzetta, da 200 a 300
euro. La consegna del denaro avviene a cielo aperto. Oppure, in base all'accordo
tra ditte e caporalato, il pizzo è trattenuto alla fonte: fai 250 ore, e te ne
pagano solo 200".

Il mercato degli uomini inizia quando il sole sta
ancora sotto la linea dell'orizzonte. Alle 5 del mattino siamo già tutti qui, in
piazzale Lotto. Schiavi e padroni. Chi cerca lavoro nero, e chi lo offre. I
primi sciamano sul prato, aspettano seduti sulle panchine, sotto le pensiline
degli autobus. I volti stropicciati dal sonno, zainetti e sporte di plastica con
dentro il rancio: pane egiziano, formaggi cremosi da spalmare, riso, kebab in
scatola, bibite dolciastre, molto gassate, birra, bocconi di carne speziata. Gli
scarponi induriti dalla calce, i camicioni larghi di lana, gli invisibili
dell'edilizia attendono l'arrivo dei caporali. Piazzale Lotto è uno dei luoghi
dove tutte le mattine all'alba si svolge la contrattazione per una giornata di
lavoro in cantiere.

Le altre filiali sono piazzale Corvetto, piazzale
Maciacchini, piazzale Loreto, le fermate della metropolitana di Bisceglie,
Famagosta, Inganni. La stazione Centrale, quella di Sesto Marelli. Per essere
qui alle 5 centinaia di uomini scendono dal letto anche due ore prima. Sono
giovani immigrati che l'inedia spinge a elemosinare un lavoro massacrante. Il
contratto nazionale di categoria prevede 173 ore al mese, 8 ore al giorno per 5
giorni settimanali. I caporali te ne fanno fare in media 250, sabato compreso.
Tutelato da niente e da nessuno.

Inserirsi nella filiera del caporalato
non è difficile: bastano una modesta prova di recitazione, un paio di scarponi,
jeans sdruciti, giubbotto e un cappellino con visiera. Ecco i primi gruppetti
intorno all'edicola di piazzale Lotto. "Cerco lavoro, a chi posso chiedere?" Mi
dirottano prima su un egiziano, poi su un marocchino, un albanese, infine un
ucraino. Italiani, a quest'ora, neanche l'ombra. Arrivano più tardi, al volante
di mezzi di ogni tipo. Utilitarie, station wagon, pick-up, monovolume. Vecchi e
nuovi furgoni.

L'unico sveglio è l'autista. "Fino a un mese fa facevo il
magazziniere, poi la ditta ha chiuso. Chi è il capo?": mi faccio coraggio
fendendo un cerchio umano a due passi dalla fermata della 91. "Intanto vai da
quello là con il giaccone nero". È un calabrese, sulla quarantina. Viene da
Buccinasco. Lancia Ypsilon sporca di fango. "Da dove vieni?". "Bergamo. Però
vivo qui, a Bonola". "Che cosa fai?" "Magazziniere, qualche trasloco, ma adesso
sono fermo". "Edilizia, mai?" "Mai". "Oggi ti va bene, ho uno malato che è
rimasto a casa. Però ti dico subito... Lavorare duro senza fare storie, la paga
è di 3,50 euro all'ora, finiamo alle cinque, e se succede qualcosa, affari
tuoi". Il contratto si chiude con una pacca sulle spalle.

Un'ora dopo
siamo a Monza. Lo scheletro ponteggiato di una palazzina. Salvatore ci scarica
lì. Sta incollato al telefonino. Controlla. "Un lavoratore regolare per
l'impresa ha un costo di 22 euro l'ora. La metà rimane tra l'impresa
appaltatrice e quella subappaltante. La parte restante la intasca il caporale -
spiega ancora Di Girolamo - La quantità di evasione fiscale contributiva ammonta
a 6 miliardi di euro all'anno". Una bella fetta di Finanziaria.

Nel
cantiere monzese ci sono nove operai: cinque noi (due soli in regola), quattro
di un'altra squadra. Mentre all'ultimo piano un giovanissimo muratore albanese
getta il calcestruzzo nelle casseforme e un collega marocchino lo assesta con un
pestello, io ne trasporto dell'altro. Prima con una carriola, poi in secchi
stracolmi, facendo acrobazie tra i correnti del ponteggio. Un piano è sprovvisto
di parapiedi.

Mancano anche le "mantovane", le barriere anti caduta
sassi. Una pioggerella sottile ha reso scivolose le pedane d'acciaio e il
rischio di cadere nel vuoto è altissimo. "Veloce! Veloce!", grida il
caposquadra. Esige il minimo (per lui) rendimento. Che a me sembra
l'impossibile. Alle 17, esausto, chiedo a Salvatore se per favore può
anticiparmi la paga giornaliera. Lui temporeggia. Si capisce che la richiesta è
inusuale. Eppure sono solo 35 euro, per dieci ore di lavoro. "Soldi? Fra 50
giorni - mi gela - nell'edilizia funziona così, bellooo!".

In Italia il
settore edile dà lavoro a 1 milione e 200 mila operai. 600 mila sono regolari o
mezzi regolari (in "grigio": su 250 ore mensili solo 80 vengono messe in busta
paga); gli altri 600 mila sono in nero. Provo rabbia. Lo sfruttamento lo senti
prima nella mente, poi nei muscoli. Vorresti scappare. Prima di scivolare da
un'impalcatura e spaccarti la testa. Secondo le stime ufficiali Inail nel 2006
nei cantieri italiani sono morti 258 operai (la Lombardia conserva il triste
primato con 46 vittime), il 35 per cento in più rispetto al 2005. Gli infortuni
sono stati 98 mila. Ma il sommerso è enorme. I manovali clandestini, i
"fantasmi", si fanno quasi sempre male in silenzio. Persino quando perdono la
vita.

Ogni giorno della settimana, con il caporale prendo appuntamento
per il giorno dopo. E puntualmente lo disattendo. Ricevo telefonate da altri a
cui ho lasciato un numero di cellulare. "Allora ci vediamo domani alle 6 a
Famagosta". "Porta guanti e tenaglia, alle 6.15 in piazzale Loreto". Lavoro ce
n'è. Il secondo e il terzo giorno sono sotto un egiziano. Ponteggi. Cantiere tra
Milano e Pavia. Freddo cane. Un collega tunisino, Aziz, è appena guarito dopo un
ferita alla testa. "Mi hanno detto che se andavo in ospedale non dovevo farmi
più vedere". Arriviamo in autobus in corso Lodi. Ci aspetta la monovolume del
capo. Rashid, un marcantonio del Cairo. "Ti dò 3 euro, 4 se sei svelto.... " è
la prima cosa che dice. Fino a qualche anno fa il caporalato edile era
appannaggio esclusivo degli italiani. Oggi è diverso. Egiziani, albanesi, romeni
stanno riproducendo tale e quale il meccanismo dello sfruttamento. Da schiavi
sono diventati padroni.

Godono tutti di una sostanziale impunità. In
Italia lo schiavismo sui cantieri non è (ancora) reato. Il 16 novembre scorso il
Consiglio dei ministri ha presentato un disegno di legge, che ora dovrà essere
discusso da Camera e Senato, che introduce il reato di caporalato.
A
giudicare dall'esito delle due giornate di cottimo a Rashid credo di non
essergli sembrato troppo svelto. Non mi paga, se voglio continuare, lo farà,
pure lui, tra cinquanta giorni.

Eppure la mia parte l'ho fatta. Tre
piani di ponteggio smontati. Tra cavalletti, tavole, botole, correnti di ogni
foggia e dimensione, sono in tre, lassù, in cima all'edificio. Sgobbano come
muli. Mi fanno scivolare giù la roba con corde e carrucole. A ritmo incessante.
Il tempo di sganciare il materiale dall'imbracatura, impilarlo sul camion, e
altro carico precipita dai piani alti. "Così non va", mi rimprovera il capo
squadra, anche lui egiziano. Sa che sono un novizio. "Vai su, sgancia quei
correnti e passali a lui". 17 anni, boliviano, le guance segnate dalla prima
peluria. Niente casco, niente guanti. A quest'ora dovrebbe essere a scuola,
invece è qui a giocarsi la vita per 40 euro. Non fiata, esegue.

A
mezzogiorno consumiamo un pranzo frugale dentro una baracca di lamiere.
Riscaldata, per fortuna, da una stufa elettrica. Una bottiglia d'acqua passa di
bocca in bocca. Poi ognuno addenta il suo rancio. "Un mese fa - racconta Aziz -
mi è caduto un corrente del ponteggio sulla testa, sono sceso dal ponteggio
tutto insanguinato. Ha visto anche la gente del palazzo. Adesso sto bene",
sorride.

Mezz'ora e siamo di nuovo con la schiena piegata sulle
passatoie di ferro. Sono le quattro del pomeriggio, ho già la mente all'alba del
giorno dopo. Altro sfruttatore, altro viaggio, altro sudore, altri soldi che non
vedrò mai. Altri clandestini che si spaccano le braccia per ingrossare il conto
corrente dei caporali e delle imprese lombarde che vogliono tutto, e subito.
Calpesterò fango a Lissone, a Novara, infine in quella valle Seriana nella
bergamasca dove un tempo l'edilizia era considerata un'eccellenza. Tutto sarà
uguale al primo giorno di lavoro. Anzi peggio.

L'edilizia, oggi, è
diventata terra di predoni e di oppressi ridotti in cattività. A volte lasciati
morire in silenzio. Come scrive Andrea Camilleri ne "La Vampa d'agosto". "... è
caduto dall'impalcatura del terzo piano... Alla fine del lavoro non si è visto,
perciò hanno pensato che se n'era già andato via. Ce ne siamo accorti il lunedì,
quando il cantiere ha ripreso il lavoro... Forse, pinsò Montalbano,
abbisognerebbe fari un gran monumento, come il Vittoriano a Roma dedicato al
Milite Ignoto, in memoria dei lavoratori clandestini ignorati morti sul lavoro
per un tozzo di pane".



29 marzo 2007

Multiculturalismo e integrazione

Da AsiaNews.it leggo il seguente articolo di Samir Khalil Samir sj del 27/3:

Beirut (AsiaNews) – L’errore del multiculturalismo è quello
di rinchiudere
le culture in un ghetto immobile. E per quanto riguarda i
musulmani, essa rende
impossibile l’integrazione e l’assunzione di una
identità nazionale, favorendo
il fondamentalismo.

La questione
dell’identità nazionale è molto
importante sia per i musulmani nuovi
arrivati, che per quelli che vivono in
Europa da molto tempo. Occorre dar
loro la fierezza di essere italiani, o
britannici. Se vivono in Italia e se
si integrano in Italia, essi devono poter
dire “Io sono italiano” e non solo
perché riescono ad avere un passaporto o i
loro piedi toccano il suolo
italiano.

A questo proposito è
terribile quanto è successo a Milano
tempo fa, quando un gruppo di genitori
arabi (egiziani), strappando i loro
figli dalla scuola pubblica, hanno aperto
una scuola araba: intellettuali e
personalità politiche italiane hanno
enfatizzato questa scelta come un
impegno a “non perdere le radici”, ad avere
lezioni di lingua araba…. Non è
questa la priorità, né per loro, né per lo
stato. È piuttosto il compito
della famiglia, e forse di qualche gruppo
culturale.

Il compito dei
politici dovrebbe essere quello di
aiutare l’integrazione, trovare lavoro
per loro, garantire abitazioni dignitose
e prezzi a buon mercato, e tutto
ciò a condizione che essi vogliano adottare il
modo di vivere italiano. E
infatti, se un giovane si sente inutile, sfiduciato,
non valorizzato, senza
lavoro, allora la fuga verso la religione diviene
inevitabile e comincia una
lettura politica della religione in opposizione a ciò
che gli procura
dolore, ossia la situazione sociale in cui si trova. Accettare
che
l’identità tua è la cultura del paese dove stai (e non la religione),
necessita un’educazione e anche pensare come farla. D’ora in poi, perciò la
parola giusta non è multiculturalismo, ma integrazione.


Per spiegare perché non sono d'accordo con l'assunto iniziale, mi rifaccio a quest'articolo del sociologo Adel Jabbar sul multiculturalismo tratto da qui.
Per introdurre l'argomento, il professore ci ricorda che
La storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento e dalla creazione continua
di reti e intrecci tra persone provenienti da contesti geografici diversi.
[...]. Le culture, infatti, sono fluide e gli individui interpretano attivamente
le loro tradizioni rinnovandole per poter gestire i cambiamenti che le relazioni
con gli altri inevitabilmente comportano.
I flussi di persone, dunque, e la conseguente rielaborazione attiva delle proprie tradizioni culturali sulla base della cultura in cui ci si inserisce, sembrano fenomeni di ogni tempo.

Il professore continua isolando tre accezioni del termine:
  • ogni cultura è “multiculturale” perchè in essa sono
    riscontrabili sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi. Ad esempio,
    il cristianesimo è un elemento significativo nella costruzione dell’identità
    italiana ed europea, però va ricordato che questo insegnamento religioso ha
    “radici” nel Vicino Oriente, un’area abitata da una popolazione prevalentemente
    semitica.
  • con il termine “multiculturalismo” possiamo indicare la
    coabitazione tra diversi gruppi linguistici, culturali, religiosi che vivono nel
    medesimo spazio territoriale. Pensiamo alla zona alpina dell’Italia: dall’est
    all’ovest troviamo diversi gruppi come, ad esempio, quello sloveno, il
    friuliano, il cimbro, il ladino, il tirolese, il provenzale, l’occitano… Questa
    pluralità è più evidente nelle zone di confine, ma esiste anche altrove.
    [...].Per quanto riguarda la dimensione religiosa, pensiamo alla presenza
    ebraica o cristiana ortodossa a Venezia e a Trieste, oppure ai protestanti
    luterani nelle zone dell’Alto Adige, o ancora ai valdesi in Piemonte o alla
    presenza diffusa dei testimoni di Geova.

Significativa, a questo riguardo, è anche l'affermazione seguente che si riallaccia, più avanti, anche all'immigrazione:

E’ necessario ripristinare una “memoria plurale” per saper leggere la
complessità di contesti che spesso vengono ideologicamente ridotti ad entità
monolitiche e omogenee.
Infatti, se il confine statuale è rigido, quello
culturale è fluido: gruppi separati da confini statuali possono avere
consuetudini culturali simili , mentre altri che vivono nello stesso stato
possono avere tra di loro più differenze che similitudini. La memoria non può
vincolarsi all’ideologia degli stati-nazione ma oggi più che mai bisogna
allenarsi a riconoscere la pluralità e la dinamicità degli elementi che
contribuiscono alla formazione delle identità.
  • In terzo luogo, ogni società è multiculturale anche perché coesistono diversi
    sistemi valoriali. In Italia, ad esempio, c’è chi aderisce o meno a determinate
    visioni della famiglia (basta pensare al modello contrattuale o a quello
    sacramentale e alle controversie sulle famiglie di fatto o sulle unioni
    omosessuali) e troviamo posizioni contrapposte anche sui temi della pace e della
    guerra e perfino si può riscontrare la presenza di organizzazioni politiche che
    fanno riferimento a modelli ed esperienze non-democratiche. [...]
In merito all'immigrazione, il professore precisa che:
I rapporti tra culture sono spesso caratterizzati da
asimmetrie di potere. Il mondo che conosciamo oggi è fatto di un centro
dominante e sterminate periferie subalterne. [...].Queste ultime hanno scarso
potere contrattuale in ambito economico, politico e culturale. Gli immigrati
arrivano prevalentemente da queste aree periferiche con il desiderio di
intraprendere un percorso di emancipazione sociale, cioè di accedere al centro
leggendo la propria affermazione in base ai parametri del modello vincente.[...]
E’ bene ricordare che il multiculturalismo non è creato dalla
presenza degli immigrati. Essi aggiungono altre differenziazioni a quelle già
esistenti in ogni società e contribuiscono casomai a renderle più visibili.

Jabbar continua, mettendo in luce l'importanza degli interventi interculturali:

Le trasformazioni sociali in atto richiedono un metodo di intervento innovativo
che definiamo con il termine “intercultura”. Non intendiamo dunque un principio
etico né un traguardo da raggiungere ma l’impostazione di una prassi di lavoro
in grado di aiutarci a ripristinare una memoria plurale esplorando i nostri
contesti multiculturali.
La prassi interculturale implica considerare gli
immigrati non tanto rappresentanti di una cultura quanto di un progetto sociale
di emancipazione. Gli immigrati vivono un complicato processo di aggiustamento
identitario finalizzato a trovare un’ “unità combinatoria” tra elementi
appartenenti sia al nuovo contesto sia al contesto di origine. In questo
processo non incide solo la cultura ma anche il genere, la provenienza sociale,
il livello di istruzione, il tipo di occupazione, la politica di accoglienza sul
territorio, il tipo di progetto migratorio ecc.
L’intercultura innesca un
processo di estensione dei confini della democrazia attraverso una cultura della
partecipazione basata sul riconoscimento delle differenze. L’obiettivo è quello
di stabilire un nuovo patto di cittadinanza in grado di ristabilire la simmetria
necessaria per creare spazi di negoziazione e gestire le trasformazioni sociali
in atto garantendo la coesione sociale.
Questo processo intende includere
nuove soggettività e non “comunità” (sta a queste soggettività decidere come
organizzarsi in termini collettivi: se sul piano religioso, linguistico, o su
quello dell’appartenenza statuale o professionale, oppure sulla base di
organizzazioni associative o sindacali autoctone ecc.).
Incrementare la
partecipazione democratica significa superare il modello di “integrazione
subalterna” che vede negli immigrati una mera forza lavoro e riconoscere la
complessità delle relazioni che queste persone intraprendono con il territorio
dove risiedono.
L’intercultura ha bisogno della mediazione socio-culturale
che è innanzi tutto una strategia di parificazione di opportunità con lo scopo
di ricostruire reti sociali, creare nuove competenze e ripristinare l’autostima
dei cittadini immigrati riconoscendo anche quegli aspetti legati ai vissuto
culturali e religiosi.
La mediazione socio-culturale mira a lavorare insieme
a questo nuovo segmento della società perché possa partecipare attivamente
contribuendo a ricostruire una prospettiva condivisa.[...]
La questione
dell’immigrazione non riguarda solo l’immigrato, né è solo un intervento di
politica sociale di contenimento del disagio e neppure una politica securitaria
per arginare il pericolo.
La posta in gioco è rivitalizzare la democrazia
attraverso una cittadinanza attiva che coinvolga tutti gli attori sociali del
territorio. [...]

La simmetria di cui parla Jabbar è un concetto fondamentale, a mio parere, che di certo non combacia con il mero compromesso tra la classe politica e gli immigrati auspicata da S.K.Samir. Il recupero della simmetria sembra meno tortuoso se si riconosce la validità del multiculturalismo: senza soffocare la loro cultura, si possono aiutare gli immigrati a ridisegnarsi, senza costringerli a scegliere tra la lettura politica della religione e l'accettazione supina della cultura "di arrivo" perché, riflettendo, a ghettizzare, sebbene in modo diverso, sono proprio questi due estremi.

Mi scappa un sorriso, amaro, a leggere di quel gruppo di genitori egiziani che "strappano" i figli dalla scuola pubblica italiana. Messa così, la vicenda sembra ricalcare quella di Gavino Ledda strappato dai libri e ricondotto dal padre alle pecore. Mah... (La mia posizione sulla scuola araba in questione è ben nota).

22 marzo 2007

Acqua

foto tratta da qui


Oggi è la giornata mondiale dell'acqua, ne parlano un po' tutti i giornali. Io ho scelto questo articolo de Il Sole 24 Ore:


Ogni goccia conta: fronteggiare la scarsità d'acqua é il tema
prescelto per la Giornata Mondiale dell'Acqua 2007, che si celebra oggi in tutto
il mondo. Il tema di quest'anno, celebrato questa mattina a Roma, presso la sede
della Fao, alla presenza, tra gli altri, del segretario generale dell'Onu Ban
Ki-Moon, del direttore generale della Fao Jacques Diouf, dei ministri italiani
dell'agricoltura Paolo De Castro, dell'ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, della
vice ministro agli Esteri Patrizia Sentinelli e di Rita Levi Montalcini e
Michail Gorbaciov, sottolinea la crescente rilevanza mondiale della scarsità
d'acqua e la necessità di una maggior integrazione e cooperazione locale ed
internazionale per assicurare una gestione sostenibile, efficiente ed equa delle
scarse risorse idriche. Gli squilibri tra la disponibilità e la domanda, spiega
la struttura Onu UN-Water, il degrado della qualità dell'acqua sotterranea e di
superficie, la competizione intersettoriale, le dispute interregionali e
internazionali, tutte ruotano intorno alla questione di come fronteggiare la
scarsità di risorse idriche. Il tema é stato deciso da tutti i membri di
UN-Water durante la Settimana mondiale dell'acqua tenutasi a Stoccolma
nell'agosto 2006. La FAO funge da coordinatrice per la celebrazione della
Giornata Mondiale dell'Acqua 2007 per conto di tutte le agenzie delle Nazioni
Unite e dei membri dei programmi di UN-Water. In questo compito é assistita
dalla Segreteria di UN-Water, che ha sede presso il Dipartimento economico e
sociale delle Nazioni Unite di New York e che rappresenta il punto di contatto
per le questioni relative all'acqua dolce all'interno del sistema delle Nazioni
Unite.
Ho scelto di parlare dell'acqua perché è al centro di tante guerre dimenticate, al pari del petrolio e di tante altre risorse che rischiano di scomparire (e non è il caso che scompaiano dalla nostra attenzione...), ma anche perché è stato l'argomento del mio scritto di italiano alla maturità e sono passati quasi 5 anni. Volati, trascorsi. Veloci, proprio come l'acqua. E, forse, è meglio così.
In questa parte straricca e strapiccola di mondo, poi, ci si sforza a bere almeno 1,5 l di acqua al giorno per fare tanta plin plin, per depurarci, per essere più belli, più snelli, più sani, per contrastare la cellulite e bla bla bla, mentre dall'altra, quanto ha uno qualsiasi di noi nel portafogli basterebbe a sostentare un intero villaggio...
Riesce difficile pensare a un posto in cui la mancanza d'acqua miete vittime, spinge a scavare nel fango, con tutto quel che comporta, poi...
Penso ai mille usi e alle mille forme dell'acqua, penso a tutte le fontane e fontanelle che abbelliscono le città, alle abluzioni dei musulmani prima di ogni preghiera, all'acqua santa dei cattolici, penso a quando ho letto l'inizio del Purgatorio e mi sono commossa leggendo che Virgilio lava il viso a Dante, uscito dall'Inferno. Penso a tutte le civiltà legate da materna gratitudine all'acqua e da essa spazzate via, penso ai mille modi di dire che hanno a che fare con l'acqua.
Ma soprattutto penso a quel pomeriggio rovente del Cairo, e a quelle due donne che davano da bere ai passanti senza aspettarsi nulla in cambio: un tavolinetto all'ombra, un recipiente con dell'acqua fresca e i bicchieri. Quando si dice dar da bere agli assetati...

18 marzo 2007

Le valigie di sogni

E la vita è così forte che attraversa i
muri senza farsi vedere; la vita è così vera
che sembra impossibile doverla
lasciare; la vita è così grande che
"quando sarai sul punto di morire, pianterai
un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire".
(R. Vecchioni)
E'
un articolo dolceamaro, leggero e profondo insieme, questo. Di quelli che credi che ti stiano strappando una lacrima e invece è un sorriso. Succede anche l'inverso...
E' che uno si infiamma per quel certo slancio di ottimismo che trasuda dalle aspirazioni altrui e che in fondo, è anche il proprio. Sarebbe bello poterne disporre in ogni momento, non solo nelle scelte...
Si può cambiare vita senza sognare, sperare, immaginare una vita migliore?
Forse vivere è proprio sperare che Dio disponga ciò che i sogni degli uomini hanno proposto. Forse è anche accettare la propria condizione, abituarsi ad essa e magari riderci anche un po' su prima di cercare di cambiarla...
Per le migliaia di rifugiati che notte dopo notte arrivano negli Usa la prima visione dell'Occidente è il quarto piano di un albergo
Benvenuti all'hotel America
di Mario Calabresi
NEWARK (New Jersey) - La prima visione dell'America, quella che ricorderanno per sempre, comincia con un parcheggio, si allarga sull'autostrada che in meno di mezz'ora potrebbe condurli a Manhattan e si chiude con la ciminiera, illuminata ogni notte, dello stabilimento della birra Budwaiser. Il sapore invece è di un contenitore di plastica colmo di riso e pollo, l'unico menù che ha messo d'accordo tutte le religioni, accompagnato da una gigantesca coca cola piena di ghiaccio. L'odore è di moquette e disinfettante. Il rumore, da subito, è quello delle pubblicità televisive. Una domanda li martella nella prima notte della loro nuova vita: "Avete comprato il tagliando di Megamillion? Sarete voi questa sera i vincitori dei 375 milioni di dollari in palio?". Non capiscono o pensano di aver compreso male. Sanno però di aver vinto il biglietto per gli Stati Uniti: lo tengono stretto. Quest'anno ne sono stati estratti 70mila e loro possiedono quelli con il numero di serie poco successivo a 12mila. E' un foglietto che sta nel palmo di una mano, sopra c'è stampigliata la dicitura "rifugiato". L'Hotel dei Rifugiati è un palazzone di otto piani e 191 stanze, fa parte della catena Days Inn. Ogni notte arrivano che è già buio e occupano quasi interamente il quarto piano. Quindici, venti stanze, dipende dal carico degli aerei. In questa Ellis Island del Ventunesimo secolo, sbarcano uomini, donne e bambini da tutto il mondo. Fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni politiche e religiose, dalle pulizie etniche.
L'America, la stessa che costruisce muri alle frontiere e prende le impronte digitali a chi varca i suoi confini, continua ad accoglierli con una generosità che non ha paragoni. E' un flusso costante, duecento persone al giorno che varcano uno dei cinque ingressi verso una nuova esistenza: Newark, Miami, Los Angeles, Chicago e New York. Nell'istante in cui si aprono le porte automatiche un vento gelato fa volare gli scialli di cotone delle donne del Burundi, i bambini prima ridono poi si spaventano. Bufera a dieci sotto zero. Gli iraniani respirano a fondo: "La neve, come a Teheran". Questo istante, questa notte in una stanza anonima, il pollo con il riso, chiudono una vita di paure, persecuzioni, fughe, campi profughi, e ne aprono una nuova in luoghi sconosciuti, incerti, La nuova esistenza americana. Un anno da rifugiati, cinque con una carta verde e poi una vita intera da cittadini a stelle e strisce. "Volo TWA 881 decollato ad Atene, 13 febbraio 1980. Non ho dimenticato niente di quella notte. Ero fuggito da solo dall'Etiopia il 26 agosto del 1974, alla vigilia del colpo di Stato di Menghistu. Quando arrivai a New York era buio, in albergo c'era un ricevimento con una grande orchestra, mi fecero sedere ad un tavolo del ristorante, arrivava forte la musica, chiusi gli occhi e immaginai che era il benvenuto per me". Omar Nur oggi è il responsabile dei profughi che arrivano al Liberty Airport nel New Jersey, fa questo lavoro da vent'anni, li accoglie all'immigration, li aiuta a passare i controlli, li accompagna in albergo, gli spiega come funziona la chiave elettronica per aprire la porta, con cui giocheranno fino a notte fonda i bambini somali, la vasca da bagno, il televisore. Con garbo mostra che il letto ha lenzuola e coperte, che ci si deve infilare sotto. Questo accade con gli africani che arrivano dal Darfur, dal Congo, dalle mille guerre dimenticate. Con gli ucraini, gli iraniani, gli etiopi discute invece della macchinetta che distribuisce le sigarette, dei canali satellitari e della puntualità dei voli del mattino. All'alba li va a svegliare e li accompagna all'imbarco verso la destinazione finale: uno di quei quattrocento luoghi in cui l'America ha deciso di accoglierli. In questo breve tragitto tra l'ufficio immigrazione e il copriletto a fiori uguale in ogni stanza, Omar ha visto sfilare i drammi del mondo negli ultimi vent'anni: ad un certo punto erano tutti indocinesi, "boat people", i voli arrivavano dall'Asia via Francoforte, poi erano polacchi e l'eco di Solidarnosc e Jaruzelsky riempiva questo parcheggio. Finita la guerra fredda il mondo si è sbriciolato, e ogni sera si ascoltano dieci dialetti diversi, storie complicate da comprendere. Questo è l'anno dei somali, degli iraniani e di quelle migliaia di birmani che da anni vivono parcheggiati nei campi al confine con la Thailandia. Sulla ruota americana sono usciti i loro biglietti, pochissimi i premiati se si pensa che a concorrere sono oltre nove mioni di persone in tutto il mondo, i rifugiati scappati dalle persecuzioni o dal terrore. Omar è solo uno di quelle cinquemila persone che rendono possibili questi immensi spostamenti, che li gestiscono, che cercano di dare un ordine al caos, partendo dall'assitenza umanitaria. Sui loro giubbini blu è stampata una grande scritta: IOM, organizzazione internazionale per le migrazioni. E IOM c'è scritto sul rettangolino autoadesivo che hanno tenuto sulla maglietta per tutto il viaggio. Emile e Justine vengono dal Burundi, sono saliti veloci, i primi ad arrivare in camera. Non avevano bagagli. Tutto quello che possiedono è appoggiato sul letto in una borsa di plastica con il disegno dell'uccellino Titti vestito da sciatore. La aprono, contiene solo un paio di scarpe e i documenti. Domani andranno a Boise, nell'Idaho. Verso il confine con l'Oregon, oltre le montagne rocciose. Stanno in silenzio, non hanno voglia di raccontare la loro storia, non ha più importanza, adesso bisogna stare concentrati sul futuro. Gli Omran sono sudanesi, anzi sauditi, ma si sentono egiziani: "Come ci troveremo a Salt Lake City?", la capitale dello Utah dei mormoni. A parlare è sempre Omar Idris, il figlio maggiore: "No, il capofamiglia, perché sono io che mi occupo di loro tre dopo che mio padre è scomparso alla frontiera cercando di tornare in Sudan. Veniamo dalla Nuba Mountains, ma io e le mie sorelle siamo nati in un campo profughi in Arabia Saudita dove i nostri genitori erano fuggiti. Però siamo cresciuti al Cairo e lì abbiamo studiato". La loro storia è piena di sorprese, la madre, che non ci tiene a dirci l'età, trovò lavoro come badante nella grande casa di un'anziana signora egiziana: "Accettò di ospitarci tutti e quattro, e quando morì continuammo a vivere lì, finché non si realizzò il sogno di venire negli Stati Uniti". Omran sogna di diventare avvocato, vorrebbe una moglie ma non può ancora: "Mi devo prendere cura di loro - sospira abbracciando le sorelle - la vita mi ha insegnato questo". Hanno sognato per anni la nuova vita. I più giovani scommettono sul loro futuro, gli altri puntano sui figli. "Saranno americani, qui potranno studiare": i genitori di religione Baha'i, una minoranza iraniana a cui non è permesso accedere alle università né ad incarichi statali, ripetono questa frase come un mantra. Raccontano vessazioni, minacce, arresti e ora sperano: "Qui - afferma Houman, crecando conferme alle sue parole - non si fanno discriminazioni tra le persone, le religioni e i colori della pelle, vero? Questo sappiamo dell'America e questo speriamo. E' molto difficile immaginare quale sarà il nostro futuro". Insieme alla moglie Noushein è partito dieci mesi fa da Teheran in treno, verso la Turchia. Gli iraniani li hanno lasciati andare volentieri: "Con Ahmadinejad la situazione è peggiorata: arresti, licenziamenti e poi nostro figlio, che ha solo 4 anni, non avrebbe mai potuto studiare. Ora andremo a San Diego, dove vive già mia madre da tre anni e dove c'è una nostra comunità". Hanno accettato di essere fotografati, sono stati gli unici, le altre famiglie non hanno voluto, troppa paura di rappresaglie su chi è rimasto. Anche i più giovani rifiutano uno scatto: Haji ci mostra solo la stella a nove punte che tiene sotto la camicia, poi vuole che sia ritratto il medaglione con la forma calligrafica della parola araba Bahà' che significa "gloria". "Io sono qui a causa di questo, fotografatelo al posto della mia faccia, non voglio corerre rischi". Ha solo 21 anni, viene da Tabriz, la porta dell'Iran verso l'Occidente, e faceva il muratore. Ora Haji andrà a Los Angeles e sogna senza freni: "Voglio fare il cantante o l'attore, voglio diventare famoso, e anche per questo non voglio foto, se domani ne circolasse una con la faccia da rifugiato rovinerebbe la mia immagine". Yashar Hosseini, che ha la stessa età e arriva da Isfahan, ascolta attento e un po' preoccupato: "Io vorrei fare il regista ma mi hanno destinato ad Atlanta in Georgia, ho paura che non sia il posto giusto, meglio Los Angeles, dovrò muovermi". Gli chiediamo del cinema iraniano, di Kiarostami e Makhmalbaf, mette le braccia avanti, scuote la testa: "No, no, non mi piace quel genere lì, non mi piace il cinema intelligente, impegnato, io vorrei fare film di intrattenimento". Vestono alla moda, hanno scarpe da tennis, anfibi, le ragazze gli stivali e i jeans con il risvolto. Capelli curati, basette e sui carrelli all'uscita dall'aeroporto un'infinità di valige. Si confondono tra i turisti. Il numero di bagagli sottolinea la prima differenza visibile tra i rifugiati. Tutto quello che possiedono è qui con loro: si oscilla da una busta a cinque valigioni. La famiglia Sharif, sono in nove senza padre, è scappata dalla Somalia quindici anni fa, ora è preoccupata di trovare del nastro adesivo per riparare due borse che hanno ceduto di schianto: "Queste non arriveranno mai in Ohio". Bisogna caricarle sull'autobus, e qui si produce un primo scontro di culture: i due fratelli più grandi salgono per primi e si siedono in fondo vicino ai finestrini a guardare la madre e le sorelle che arrancano sotto il peso. Dopo parecchi minuti di fatica, Omar, la nostra e la loro guida, perde la pazienza, sale e urla: "Avete capito male, qui siete in America, qui non ci si comporta così, qui essere uomini significa lavorare, scendete subito ad aiutarle". Lo guardano e sorridono e non si muovono. Rifiuteranno anche la foto, roba adatta ai cinque più piccoli, tre femmine e due maschi. Ma quando se ne saranno andati a dormire, per gli altri scatta la libertà: parlano ridono, Umal Khayer si leva il foulard azzurro che le copre i capelli si mette scalza e comincia a raccontarci di non ricordare più nulla del suo Paese: "Scappammo da Mogadiscio che io avevo tre anni, vagammo tra i campi profughi in Etiopia, poi siamo stati a Gibuti, poi ancora in Etiopia. Ora raggiungiamo la nostra sorella più grande a Columbus e forse finalmente potremmo fermarci. Sono quindici anni che non abbiamo una casa". I suoi fratelli sono già rapiti dalla televisione, non badano neppure al carrello che porta i contenitori con la cena, impegnati come sono a disputarsi il telecomando. E poi hanno già mangiato due volte sull'aereo, tre pasti in un solo giorno è qualcosa a cui non sono abituati. Nella hall ci sono riviste che nessuno compra, Sport Illustrated, Vogue e una copia di Playboy di novembre. Due giovani turisti giapponesi, con le Nike multicolori e i capelli tenuti in alto dal gel, non si accorgono neppure della famiglia del Burundi che li sfiora. Sono in sei, mamma e papà hanno 28 anni, dei quattro figli uno ha solo nove mesi. Indossano tutti la stessa felpa con lo scollo a "v" e quattro lettere "USRP": "United States Refugee Program". Non hanno valigie, solo una busta, che racchiude le loro vite. I volti sono francobolli, incollati vicino all'indirizzo di destinazione, per non perdersi in un viaggio lunghissimo cominciato nella bolgia dei rifugiati in Tanzania, per restare uniti fino alla destinazione finale, Dayton in Ohio. Jean-luc, detto Lik, questa sera ha solo sonno, non piange più come nel francobollo. I fratelli sono sfiniti dalle emozioni, non erano mai stati su un aereo e neppure su una scala mobile. Il padre, Jean-claude, parla a voce bassa, in francese, dice che sono scappati nel 2001 quando Meshack aveva due anni e Samuel era appena nato: "Volevano uccidermi, allora ho preso Pascazia e di notte siamo fuggiti. Mia madre era Hutu, mio padre Tutsi, sono morti tutti e due: prima hanno ucciso lui, il turno di lei è arrivato un anno dopo. Io non ero niente, stavo a metà, non appartenevo a nessuno. Ma una sera mi è arrivata la voce che correva nel villaggio: è il tuo turno". Così sono partiti con il buio verso la Tanzania. Non hanno più nulla, neanche una valigia. "Abbiamo la vita - ci spiazza - e adesso abbiamo anche la possibilità di viverla". Mentre sto per uscire dalla loro stanza, timidamente mi richiama. E' imbarazzato: "Avrei una domanda, se per favore mi può aiutare. Vorrei capire". Gli dico di non farsi scrupoli, qualunque cosa. "Ecco, vorrei sapere una cosa, ce lo siamo chiesti tutti per mesi al campo profughi: che cosa ha detto Materazzi a Zidane?".