Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

12 ottobre 2007

Nella casa di Dio

Non potrei iniziare diversamente questo post: aid mubarak a tutti i musulmani!!


Sto immaginando questa bellissima moschea (Abu el Abbas, Alessandria d'Egitto) agghindata a festa e mi sembra di sentire di nuovo quel lieve tepore del marmo al sole sotto i piedi nudi. Era già successo lo scorso anno, ma non riesco a farci l'abitudine. Questa volta l'ingresso in moschea è stato inaspettato, ma graditissimo. Avevo infilato qualche foulard in valigia in previsione dell'ingresso in qualche moschea, ma quel giorno ne ero sprovvista, visto che eravamo in giro per cercare una casa.


Quando sono entrata nella moschea avevo ancora negli occhi quella casa strana, con le finestre piccole e i vetri colorati in cui istintivamente, nonostante la luce naturale fosse ridotta a una penombra velata, ho immaginato un salottino orientaleggiante pieno di cuscini e pouf, in cui trasferire qualche bella candela e appendere i quadri che ho dovuto lasciare in Egitto. Mi è sembrato di vederci perfino i bambini giocare. Mi aggiravo per le stanze vuote con naturalezza, vedendola viva e piena, come se quella casa fosse già mia da tempo. Forse perché è talmente forte il desiderio di una casa tutta nostra in Egitto che accetteremmo come dimora qualsiasi struttura anche lontanamente definibile come tale.


Non avendo nulla per coprirmi il capo, ho insistito per rimanere fuori finché mia cognata non sentenzia che l'ingresso nella casa di Dio non si nega a nessuno. Entriamo sottobraccio, io e lei nell'ingresso riservato alle donne.

Ciò che mi si è materializzato davanti agli occhi è stato uno spettacolo inaspettato: qualcuno leggeva, qualcuno pregava in un angolo, qualcun altro riposava o chiacchierava amabilmente con un tono di voce normale. L'unica persona a muoversi con circospezione- del tutto immotivata, tra l'altro- ero io, lì, a testa scoperta, che rispondevo sussurrando a mia cognata e camminavo quasi in punta di piedi, desiderando di essere invisibile. Ho passato attimi bellissimi ad ammirare gli intarsi e le decorazioni impalpabili degli interni, come se legno e marmo fossero stati merletti, i sontuosi lampadari bassi e i tappeti disposti ordinatamente sul pavimento. Soltanto dopo un po', attraverso la grata di legno che a mo' di separé divide gli uomini dalle donne, ho notato uomini stesi a terra ripararsi dalla calura e qua e là distributori gratuiti di acqua fresca.





Davanti a me c'era uno spaccato di vita quotidiana che mai avrei immaginato potesse svolgersi in una moschea. Poi mi sono ricordata che i bambini ci entrano in tenerissima età insieme ai loro padri e che nessuno dice nulla se i pupetti zampettano tutt'intorno in esplorazione. All'improvviso, l'espressione casa di Dio mi si è arricchita notevolmente, acquistando accezioni profonde, nuove e vere. Ero attorniata da donne che non si facevano alcuno scrupolo a rendermi partecipe dell'argomento dei loro discorsi e che anzi, mi sorridevano amichevolmente chiedendo a mia cognata chi fossi.





Proprio niente a che vedere con lo standard di gentilezza e di solidarietà femminile proprio di questa parte di mondo che ama collocarsi sempre -anche se non capirò mai in base a quale criterio- un gradino più in alto degli altri.


23 settembre 2007

Lucciole per lanterne

Fresca di matrimonio, rifletto sul senso del matrimonio e dell’amore in generale.
Pochi giorni prima di partire per l’Egitto e quindi di sposarmi, mentre ero in fila al semaforo, in macchina, lungo il ponte sul fiume Sacco, nel mio paese, ho notato un lucchetto incatenato ad un lampione.
Sono rimasta a dir poco allibita: al di là del mio finestrino stava sorgendo un ponte Milvio in salsa ciociara, la risposta ceccanese ai pellegrinaggi amorosi delle coppiettine agghindate a festa che si giurano amore eterno annegando la chiave nel fiume. Immagino che i prezzi dei lucchetti siano schizzati alle stelle. E come Ceccano, suppongo in tanti altri posti si sia cercato di ricreare questo totem. Dico totem perché siamo davanti a una vera e propria tribù che si è scelta un feticcio. Stiamo assistendo a un’epidemia di romanticismo dilagante, o forse si tratta della solita sindrome del gregge, conseguenza o effetto collaterale dei jeans a vita bassa?
Io mi ricordo che le mie compagne di classe al liceo portavano il ciondolo a forma di mezzo cuore quando le cose si facevano serie. E se lo toglievano quando poi le cose si mettevano male per indossarlo di nuovo dopo la tempesta o infilarsene uno fresco fresco insieme a un altro ragazzo. Trovo che le cose siano diverse: sebbene in fondo si tratti di due ostentazioni, indossare un mezzo cuore per ciondolo, ancorché comune a molti, è pur sempre un affare privato, interno alla coppia, visibile o non visibile agli occhi altrui e, comunque, deciso senza interpellare beni di pubblica utilità in qualità di testimoni.
Insistendo sulla differenza dei due gesti, l’uno è totalmente plateale e qualcuno converrebbe che è in sintonia con l’esisto-solo-se mi-faccio-vedere tipico del postmoderno, mentre l’altro è un’ostentazione più pacata, il segno di un impegno preso con qualcuno, al pari di una fede al dito.
Non so perché, ma la cosa non riesce a stupirmi, né a farmi rimpiangere che la mia adolescenza non abbia contemplato simili rituali. E’ che proprio non riesco a catalogare i lucchetti ai lampioni tra le cose romantiche. Eppure qualche monetina a Fontana di Trevi l’ho lanciata e non di rado io e mio marito concludiamo le “comunicazioni di servizio” (compra tu il latte…tira fuori dal freezer 2 fettine…stendi il bucato ecc) con qualche appassionata parolina dolce. Telegrafici, tenerissimi pensieri magari scritti di fretta prima di uscire sui tovaglioli di carta, che ogni tanto conservo.
Forse è proprio questa ostentazione a lasciarmi sbigottita: è fisiologico che uno che si sente 3 metri sopra il cielo abbia voglia di scriverlo, ma io sono per le cose dette e manifestate in quella privatissima dimensione intima che è il quotidiano di ogni coppia e non il primo cavalcavia ancora libero dalle scritte altrui. Scimmiottando il titolo di un film al cinema in questi giorni: scrivilo sui tovaglioli, è meglio!!!!

20 settembre 2007

Ritorno al presente

E’ quasi un mese che sono tornata dall’Egitto e, nonostante sia già ripiombata nella routine quotidiana, mi sento ancora con la testa in vacanza. Sono impaziente di postare le foto, ho voglia di raccontare l’Egitto come l’ho visto, come l’ho provato e trovato un mese fa, ho voglia di riviverlo.
Vorrei anche poter accogliere la proposta di condividere il panorama dei placidi pensieri, ma il vecchio pc non vuole saperne! Pazienza…rimanderò a quando, finalmente libera dagli esami, potrò rimettere le manine sul mio amato pc. Peccato però, volevo postarle subito le mie colline blu! E anche quei due bellissimi lilium, uno giallo e uno color ruggine. E anche il glicine e il nostro ciliegio in fiore…. E i momenti di vita quotidiana rubati ad Alessandria, il museo e il sagrario militare italiano di El Alamein, le bancarelle del Cairo straripanti di lampade del Ramadan e tutte le foto in cui ho cercato di intrappolare l’Egitto per poterlo riassaporare più e più volte come fosse una bottiglia di profumo.
Serbo talmente tanti ricordi ancora tiepidi di emozioni intense che non riesco a scrivere nulla senza vagare col pensiero a solleticare i miei ricordi. Iniziare a raccontare sembra impossibile, anche ora che ci sto provando. Devo sbloccarmi, devo togliermi questa ruggine di dosso perché ogni giorno che passa, trovare il bandolo della matassa richiede sempre più sforzo.

Sento che niente avrebbe potuto giovare di più alla mia salute psicofisica di questo viaggio, ne avevo assoluto bisogno.
Preso posto sull’aereo ho tirato un sospiro di sollievo, forse perché finalmente sentivo di non averlo ancora superato quel famigerato orlo di una crisi di nervi. Eppure mi era capitato in più occasioni di crederlo, ultimamente. E’ che a un certo punto l’inerzia finisce e uno non riesce più a inventarsi la pazienza. Il fisico si blocca di colpo e ci si fa convincere (o forse ci si illude) di aver bisogno dei tranquillanti, per esempio. Ne ero completamente certa quando il medico ha sentenziato “neurodermatite psicosomatica” alla vista di quelle strane macchiette rosse che avevo in giro per il corpo a metà giugno. Ricordo di aver scrutato con una certa serietà quella bustina di medicine -un integratore vitaminico per la pelle, una pomata al cortisone e due tranquillanti- credendo quasi di aver scoperto la panacea.
L’idea di assumere tranquillanti non mi spaventava minimamente. Li ho accettati come qualsiasi altro farmaco, credendo di averne davvero bisogno. Dopo la prima dose, per grazia di Dio blanda, vedendo con quanta avversità reagiva il mio organismo non ero più convinta dell’utilità di quella roba. Dovevo scegliere tra quella torpida calma indotta, apparente, effimera racchiusa in una pasticca e quella naturale, profonda e gioiosa -quella dei placidi pensieri, per intenderci- da rintracciare in qualche angolo recondito della mia psiche.
Se sono qui a fluttuare dolcemente tra i miei ricordi recenti, è inutile che mi soffermi a specificare la mia scelta.

In nome della mia salute, mi sono impegnata: era tempo di pensare al mio matrimonio, era imminente, non potevo rischiare di arrivarci a pezzi. Decisa a godermelo appieno, ho iniziato a confezionare le bomboniere: ho scelto un piattino quadrato stile etnico, col fondo nero e delle righe rosse e dorate sul quale ho adagiato i confetti racchiusi nei centrini lavorati a mano dalla mia amatissima nonna. All’inizio non volevo neanche farle, le bomboniere, poi ho trovato per caso questi centrini di cotone egiziano riposti in una bustina in un angolo dimenticato in fondo all’armadio. Sapevo che lei avrebbe trovato il modo di essere presente…
Conserverò un ricordo piacevole dei giorni dedicati ai preparativi: i sacchettini di confetti chiusi con l’organza dorata che avevano inebriato il salotto di vaniglia, la caccia all’acquisto del cartoncino per stampare i menu, la scelta del fioraio più conveniente e quel bouquet di roselline bianche e arancio che poi ho portato al cimitero…forse è più bello adesso ché è appassito, se ne sta ancora lì, nessuno l’ha buttato via. Poi il tableau per il ristorante fatto con delle coloratissime immaginette ritagliate da un vecchio calendario egiziano stampato su papiro, un’ottima soluzione per ovviare al problema degli invitati di diverse nazionalità che non avrebbero apprezzato un tavolo chiamato “per nome”.
Ho voluto che i pochi intimi presenti potessero riconoscermi in quel matrimonio, è per questo che mi sono occupata personalmente di tutti i particolari cercando di sprecare il meno possibile: per le bomboniere, per esempio, ho acquistato l’occorrente (scatoline, piattini, nastri di organza di diverse grandezze, veletti ecc) all’ingrosso e le ho confezionate con le mie manine, ché oltre a essere divertente è anche facilissimo e ho rifiutato di impiegare qualche migliaia di euro per gli addobbi floreali della sala del municipio. Un’unica, ricca composizione bianca e arancio da mettere sul tavolo era più che sufficiente, anche lei è finita al cimitero il giorno seguente. Non è avarizia, è che si può scegliere di non privarsi di nulla anche senza spendere una fortuna.

Ho anche avuto modo di farmi qualche sana e fragorosa risata di fronte all’articolato campionario di pregiudizi sfoderato dalla gente alla notizia del mio matrimonio: c’è chi di punto in bianco è andato a fare gli auguri ai miei pensando che stessero per diventare nonni, chi mi ha messa in guardia filosofeggiando “prima i confetti, poi i difetti”, chi in generale aveva da ridire per i miei 23 anni. Avrei dovuto annotarmele tutte per quanto erano assurde! Ho notato che la gente segue rituali a volte strambi e insensati in fatto di matrimoni solo per non venir meno al diktat dell’apparenza: sembra una gara a chi osa di più, in cui tutto è ammesso e la cui unica regola è l’ardore tutto pagano per l’esteriorità. In molti hanno sgranato gli occhi, scandalizzati dal fatto che non avessimo preparato una lista nozze. L’avreste fatta, voi, la lista, sapendo che rimarrete ancora qualche anno a vivere nei vostri 34 mq di bilocale già arredato? Ve la sentireste voi, tra un paio d’anni di scartare elettrodomestici nuovi di zecca eppure superati e non coperti più dalla garanzia? Ditemi pure che provengo da un altro pianeta, ma io non me la sono sentita. Penso che li avrei delusi comunque, visto che, seppure mi fossi sposata in condizioni normali- tanto per usare la loro terminologia- non avrei mai messo in lista bicchieri di cristallo, servizi da 36 piatti d’oro bordati di diamanti con allegata autorizzazione a bestemmiare se per disgrazia ne rompi uno o chissà che altra diavoleria chic&snob. Da quando ho capito che si può vivere più che dignitosamente con la metà della metà di ciò che per noi è lo standard non riesco più a circondarmi di cose che non ritengo utili nell’immediato.

Non parliamo poi, del fotografo, del mio vestito, del mio trucco e della scelta di non lanciare il bouquet: apriti cielo. In molti al mio posto avrebbero rimandato il matrimonio alla notizia che per quella data qualsiasi fotografo era occupato da almeno un anno. Io ho esultato perché odio mettermi in posa come quelle spose con lo sguardo forzatamente perso nel vuoto, o circondarmi di ombrellini, faretti e magari di eliche che simulano il vento. E pagare migliaia di euro un tizio invadente che ti fa le foto ordinandoti di ruotare le ginocchia chissà dove perché se no l’immagine è statica. L’incarico delle foto e del filmino (preteso fermamente dai parenti in Egitto e realizzato solo per questa giusta causa ) è stato quindi delegato ai miei cugini che, la sera dopo, mi hanno recapitato i cd con tutto il materiale, successivamente approdato nelle sapienti mani di un fotografo egiziano che ha provveduto a montare, stampare, ingrandire il tutto a nostro gusto. Un ottimo lavoro che conserverò sempre con affetto.
Anche per il trucco ho provveduto io: ho imparato da sola a truccarmi e lo dico con un certo orgoglio visto che nessuno s’è mai messo davanti allo specchio con me a dirmi cosa e come fare. Ho scelto colori caldi molto naturali per non “sparare” troppo con il bianco del vestito: in tanti se ne sono accorti solo vedendo una foto scattata mentre mi mettevo il rossetto. La testa invece, l’ho affidata completamente alla parrucchiera.

Il bouquet, dicevo, l’ho portato al cimitero. Si racconta di bouquet caduti all’ombra di fanciulle che, benché in età da marito, non avessero la benché minima intenzione di sposarsi e che, sfiorate dall’innocuo mazzo volante avrebbero invece per forza o buona voglia dovuto rivedere i loro piani. Non ho voluto che il mio bouquet diventasse il capro espiatorio dei ripensamenti delle nubili presenti così ho deciso di non lanciarlo. No, scherzi a parte, ho pensato di portarlo al cimitero perché qualcuno non ha fatto in tempo ad assistere di persona al mio matrimonio. Lo so che non significa nulla e che non ha alcun potere di invertire gli eventi, però io ho sentito di fare così.

Credo che non scorderò mai la contentezza dei miei cognati, la loro commozione, la loro voglia di sentire ogni particolare e il mio rammarico per averlo potuto fare solo in modo frammentario a causa del mio arabo traballante e le foto con tutti loro davanti a quella torta gigante. Sono riusciti a farmi sentire ancora di più che sono parte della loro grande famiglia e per me è un grande onore oltre a essere un privilegio.

Qualche riga fa riflettevo sugli strani rituali della gente qui e sul diktat dell’apparenza: a sentir parlare qualcuno sembra che io mi sia sposata senza poter minimamente prevedere cosa implicano la convivenza, le responsabilità e chissà cos’altro. Tanti dimenticano che se la vivo come una formalità è solo perché convivenza e responsabilità sono parte della mia vita già da 3 anni. Sono volati come 3 secondi però…forse, impegnati come siamo a decifrare le nostre culture e le nostre diversità non abbiamo avuto il tempo di annoiarci. E’ questo credo, che per tanti è difficile da capire…

29 giugno 2007

Placidi pensieri


E’ una sera di fine giugno insolitamente fresca.
Da circa un mese mi godo la tranquillità di casa, lontana dal binomio perugino afa-stress.
Quasi avevo dimenticato l’odore del vento e l’aria serale mielosa di tiglio e gelsomino...tutti i fiori, le cicale instancabili e queste colline blu. Di un blu profondo, intimamente mio, che guardavo noiosamente quando volevo scappare e che ora, lontana, sfioro malinconicamente ad occhi chiusi, col pensiero.
Direi una bugia affermando la verdezza (o la verdità?!) di queste colline: spero di non scomodarne il sonno, ma credo che Kant la relegherebbe tra le cose insondabili dalla conoscenza umana. Se sono verdi, buon per loro. Io le vedo blu e nel dirlo, regredisco a quello stadio dell’infanzia in cui i bambini ancora non si piegano agli stereotipi del sole giallo e dei tetti rossi e colorano gli oggetti a modo loro.
I pensieri galoppano a briglia sciolta e a questa pace ne aggiungo altra se penso che è già tempo di preparare le valigie: tra un mese esatto sarò in Egitto.

21 maggio 2007

Graditi sorpassi

L'ANSA batte: "E' sorpasso, musulmani più di cattolici".
Repubblica riprende e titola: "Il sorpasso dell'Islam 1,3 miliardi di musulmani".


Al di là dell'interesse che può suscitare la notizia, ciò che fa quasi sorridere è questo tono sportivo scelto per trattare la questione: sorpasso sa tanto di classifica- di calcio, di Formula1 o di MotoGP, non ha importanza- di qualcuno che resta indietro, scavalcato, superato da qualcun altro (Più forte? Più veloce? Più furbo?). Anche abbandonando il gergo sportivo, il senso del sorpasso resta invariato. Qualcuno passa avanti (Arriva primo? Vince o guadagna qualcosa? Vale più degli altri?) a qualcun altro che resta indietro.



Messa la faccenda in questi termini sembra che ci si stia contendendo qualcosa, che faccia qualche differenza se in un dato momento uno prevale sull'altro. Faceva forse meno paura sapere che il mondo fino a ieri era un po' più cristiano?



E allora subito a cercare di invalidare i dati statistici bollandoli come non veritieri: i musulmani sono più concentrati in quella parte di mondo che fa figli, è impossibile stabilire l'esatto ammontare dei musulmani perché non sono registrati come i cristiani, ad esempio nelle parrocchie e via dicendo.



Smettiamo di raccontarci balle: se si fosse davvero interessati a vivere in pace non ci sarebbe bisogno di tirare fuori queste questioni. Paradossalmente- l'avverbio è per chi si pone queste questioni, non certo per me che osservo il mondo- sarebbe più facile censire i musulmani che i cristiani: almeno in Egitto l'appartenenza religiosa appare sulla carta d'identità e poi a me sembra che i cristiani non avvertano un'impellente necessità di denunciare cambiamenti di residenza o decessi alle parrocchie di appartenenza....tanto per dirne una, la mia parrocchia è diversa da quella in cui sono stata battezzata.


Nel delicato contesto in cui viviamo, preferirei segnali costruttivi di dialogo a queste sterili competizioni. Io spero, e mi auguro, che questo sorpasso possa giovare all'immagine dei musulmani. Forse, essendo la maggioranza, qualcuno inizierà a guardarli come di fatto sono: gente normale che crede in Dio. E loro, un po' di normalità se la meritano proprio.

13 maggio 2007

Noràpperi, gente per bene

Di Noràpperi ne è pieno il mondo, ma loro mi diranno che mi sbaglio: radiografia irriverente dell'italiano socio-culturalmente accidioso.


Le ondate migratorie e la crisi del
Noràppero


di Giovani Maria Bellu

Un fantasma si aggira per l'Italia, il
fantasma del "Non sono razzista, però". Basta una semplice verifica su un motore
di ricerca come Google per averne la prova. Si digita 'razzista', in italiano, e
vengono fuori poco meno di ottocentomila documenti, quindi si scrive 'racist',
in inglese, e si hanno quasi ventitré milioni di documenti. Dunque, nel web, per
ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist'. Ma se si ripete lo stesso
esperimento con l'intera locuzione "Io non sono razzista però" in italiano e in
inglese (per scrupolo di ricerca in più varianti: 'I am not a racist but', 'I'm
not racist but' etc), si hanno circa diecimila documenti per le versioni
italiane (con "però" o con "ma") e circa cinquantamila per le versioni inglesi.
In definitiva, se per ogni 'razzista' abbiamo venticinque 'racist', per ogni
'Non razzista però' abbiamo solo cinque 'Not racist but'. Considerando l'enorme
diffusione dell'inglese rispetto all'italiano nel mondo e in particolare nel
mondo del web, si può affermare che il 'Non razzista però' (che da questo
momento in poi, per esigenze di sintesi, chiameremo 'Noràppero') è una figura
caratteristica del Belpaese. E questo fa ritenere che le ragioni della sua
diffusione vadano ricercate in quei valori di solidarietà e di tolleranza che
hanno formato buona parte degli italiani nelle parrocchie come nelle sedi dei
partiti di sinistra. Il razzismo ne è la negazione assoluta e il "non essere
razzisti", più che un valore guida, è una condizione di appartenenza. L'idea è
che si nasce "non razzisti". Ancora oggi, alla domanda secca: "Lei si considera
razzista?" la stragrande maggioranza di noi risponde con decisione "no". Anche
per questo non esiste un modello assoluto di Noràppero. Ci sono Noràpperi in
tutte le classi sociali. Noràpperi ricchi e poveri, colti e incolti. Ci sono
Noràpperi di sinistra, di destra e di centro. A volte è possibile distinguerli
dall'enfasi con cui pronunciano la prima e la seconda parte della frase. Il
Noràppero di sinistra di solito scandisce la prima parte ("IO NON SONO RAZZISTA)
e sussurra il "però" mentre quello di destra fa il contrario, bisbiglia la
premessa e declama la conclusione. Presenti in modo sporadico fin dagli anni del
boom nelle prime comitive dei turisti esotici ("Io non sono razzista, però
quell'albergo di Marrakesh era sporco"), i Noràpperi sono diventati un fenomeno
di massa alla fine degli anni Ottanta con l'inizio dei grandi flussi migratori.
All'epoca, la congiunzione avversativa era indirizzata ai polacchi, in seguito
scalzati dagli albanesi, che oggi vedono il primato insidiato dagli eterni rom.
I 'però' del Noràppero sono molto sensibili alle vicende di cronaca, ai
sentimenti dominanti nell'opinione pubblica e anche alle esperienze personali.
Quale fu il primo? Verso la fine degli anni Ottanta a quel semaforo? ("Io non
sono razzista, però se il parabrezza è pulito il polacco non deve lavarlo") o a
metà degli anni Novanta? ("Io non sono razzista, però davvero non si sa più dove
mettere questi albanesi"). Il ritmo geometrico della loro proliferazione, ha
introdotto i 'però' anche in proposizioni dov'erano superflui: "Io non sono
razzista, però la legge va rispettata". Come se non fosse vero il contrario, che
è il razzista a non rispettare la legge, quella fondamentale, la Costituzione. O
anche in situazioni dove il razzismo non c'entra nulla, come quando lo si
confonde con la normale irritazione nei confronti di un giovane maleducato che
non cede il posto sull'autobus, se il maleducato è un nero. Alla fine è accaduto
l'inevitabile: la rivolta delle avversative abusate. Stanche di vagabondare
senza meta, esasperate dal precariato semantico, hanno deciso di mettersi
assieme e quindi di dissolversi, come le lampadine di una luminaria che decidono
all'improvviso di spegnersi. Se ne sono andate, lasciando un solo
rappresentante. Un enorme "però". Così il Noràppero ha visto con sgomento
comporsi la sintesi beffarda di quella eterna premessa e delle sue
contraddittorie e disomogenee conclusioni: "Io non sono razzista, però... sono
razzista!". Sbigottito - in particolare se colto e di sinistra - ha reagito a
questo schiaffo al principio di non contraddizione nell'unico modo che gli è
sembrato possibile: con un doppio salto carpiato nel tempo. "Io non era
razzista, però - aiuto! - sto diventando razzista". In questo modo ha creduto di
salvare il suo 'non razzismo' infuso, originario. Quello coltivato, ma mai
verificato, nell'oratorio, nella sezione di partito, nelle buone letture e nei
buoni film. Il Noràppero - che è tuttora uno dei più strenui difensori dei
diritti civili degli afroamericani - ricorda con struggente nostalgia i bei
tempi in cui si commuoveva per Martin Luther King e per Kunta Kinte e, quando
usciva di casa, se proprio gli andava male, al massimo s'imbatteva in un sardo o
in un calabrese ("Io non sono razzista, però perché i sequestri li fanno sempre
loro?"). L'acrobatica riconciliazione con la coscienza e con logica
aristotelica, ha poi creato un nuovo problema. Il Noràppero, infatti, ora è
costretto a domandarsi: "Se io - che non lo sono mai stato - sto diventando
razzista, che ne sarà del resto del paese che, diciamocelo, è molto meno colto e
tollerante di me?". L'angoscia personale è diventata universale e sono scoppiate
le prime lotte intestine. I Noraàperi delle periferie sbeffeggiano i Noràpperi
delle classi medio-alte: "Doveva arrivarvi lo zingaro sotto casa. E quando li
avete spediti a Tor di Nona andava tutto bene?". La crisi del Noràppero è ormai
drammatica. Si può fare qualcosa? C'è una salvezza per il Noràppero: per il
Noràppero che si nasconde in ognuno di noi? Chissà. Ma, quando ci si perde in un
labirinto, bisogna ripartire dall'ingresso. Forse all'origine di tutto c'è stato
un errore di presunzione: l'essersi proclamati 'non razzisti' quando mancava la
materia prima per mettere alla prova la saldezza delle nostre convinzioni. E
anche un errore di metodo: aver abusato del termine associandolo a vicende
diverse (una lite sul tram e uno stupro, una discriminazione e un banale sgarbo)
e aver conseguentemente abusato dei "però" e dei "ma" fino a farne un
intercalare meccanico e sciatto. L'aver in definitiva abbandonato quel metodo di
analisi della realtà che in gioventù aveva consentito a noi Noràpperi di non
sentirci migliori ma solo più fortunati dei nostri coetanei devianti dei
quartieri ghetto. L'aver dimenticato che la fatica di comprendere il mondo, di
ricomporne la disgregazione in un moderno 'conosci te stesso', tutta quelle
buone cose che il Noràppero giovane ha letto in Gramsci, consiste soprattutto
nella capacità di distinguere e di discernere nel proprio tempo.
(tratto dal sito di Repubblica, rubrica "Gli Altri Noi")

11 maggio 2007

Caccia stupida

Quasi non mi sembra vero di scrivere questo post, ce l’avevo sulla punta delle dita da almeno dieci giorni. O forse più, comunque da quando passa –chiamiamolo- il trailer della nuova fiction di Rai1 “Caccia Segreta” che vede l’intelligence impegnata a sventare un attacco terroristico in programma a Roma per il 21 settembre. Roba da rischiare il soffocamento, se la prima volta che lo vedi sei a cena.
Inizio ad inferire, ancora un po’ stordita(ci vorrebbe la nuvoletta dei fumetti, quella coi pallini sotto, ma per ovvi motivi mi limito ad usare i puntini di sospensione):….l’ennesima messa in scena dello stereotipo musulmano(o arabo, non fa differenza)=terrorista…... l’ultima arma forgiata dalla fucina del servizio pubblico. E io paaago, il canone……Ma serviva fare ancora leva sulle paure delle gente? Serviva dare volto a questo spettro che aleggia più o meno silenziosamente sulle nostre vite?
…….Possibile che non ci si renda conto che non si può trattare la situazione con la stessa leggerezza di “Carabinieri” e marescialli vari, ho capito che la polizia ringrazia, però....
Spero tanto di sbagliarmi ma già so che tutte le mie inferenze saranno confermate tra un paio di giorni. Basta aspettare, ché come dicono gli egiziani, la notizia domani non costa niente.
Per una strana coincidenza, poi, come se non bastasse, all’università, nel corso di Teoria e Tecniche Del Linguaggio Cinematografico mi viene proposto di sviscerare il film “La Venticinquesima Ora”di Spike Lee (2002) come esempio di film la cui sceneggiatura non è ascrivibile né a quella in tre atti, né a quella che ricalca il viaggio dell’eroe: sullo sfondo di una New York angosciata dai fasci di luce che si irradiano da ground zero, Monty, spacciatore beccato con le mani nella marmellata, trascorre le sue ultime 24ore da uomo libero prima di farsi 7anni di galera. Mi viene fatto notare il sapiente uso del montaggio, onore al merito: lo spettatore viene a sapere (non in quest’ordine) del cane, del padre alcolista pentito, dell’amico broker borioso/sboccatissimo/cinico e di quello sfigato/fuori-posto/ebreo/aspirante-tutto-d’un-pezzo, della fidanzata Nat, presunta canterina presso gli sbirri, che il prof si ostinava a chiamare Rivière preso dalla carnalità di questa Inès Sastre in versione portoricana. Naturelle Riviera, prof, Naturelle Riviera, detta Nat.
C’ho anche provato a immedesimarmi col protagonista, ma sono riuscita a rintracciare soltanto la violenza e l’irresponsabilità declinate in tutti i modi possibili, restando distaccata tutto il tempo. E non parliamo di quella canzoncina di sottofondo…di quella nenia stereotipata, quella serie di aaaaa gorgheggiate all’orientale. All’orientale, appunto. Di quelle che andrebbero bene anche per la Cina o l’India. Qualcosa di simile alla mia suoneria del cellulare, ma hanno buon senso alla Motorola e l’hanno chiamata “Eastern Sky”. Mica “Arabic Sky”.
Sempre per quella strana coincidenza, mi capita di visionare un interessantissimo filmato che rendeva conto delle risoluzioni ONU, sistematicamente disattese, a favore della Palestina. E mentre io inorridivo per la velocità con cui una risoluzione si tramuta in carta straccia, una musichetta di quel tipo torna come colonna sonora di tanta disperazione. C’è da dimenarsi sui sedili, questi giorni, a lezione…
Ma grazie a Dio c’è anche in uscita "Io, l'altro" e uno tira un sospiro di sollievo. O almeno spera di farlo.

01 maggio 2007

Al margine, interno, dell'ignoto

La foto, "quando il ghibli gioca" è tratta da qui.

Girano e rigirano disperatamente il biglietto nell'obliteratrice dell'autobus. Fissano sconcertati i tasti delle bilance nei reparti ortofrutta del supermercato. Il grado di istruzione non conta: contadini, professori, medici o meccanici che siano, gli stranieri, immessi nel nuovo contesto, sono prima di tutto estranei. In molti, e forse più di una volta, abbiamo avuto l'occasione di provarlo anche noi, sulla nostra pelle e a guardarci indietro ci facciamo due risate, ma quanto è stata dura in quel momento...

Da tempo cercavo uno scritto che potesse far indossare i panni difficili dello straniero.

Quest'articolo di Adel Jabbar tratto da El Ghibli sembra prendere alla lettera la versione inglese dell'espressione, mettersi nelle scarpe di qualcuno. Ed è proprio con ai piedi le scarpe di Adel Jabbar, sociologo e docente universitario di origini irachene, che il lettore, attraverso un racconto tragicomico e schietto, a tratti brutale e, proprio per questo, vero può aggirarsi nella giungla quotidiana di chi cerca di "ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto".





Lo straniero: diversità e contiguità
nella relazione interculturale




Adel Jabbar





La perdita di luoghi, di volti, di
abitudini. E l'inizio di un percorso nuovo, di ricognizione ed esplorazione, per
ricollocare un intero vissuto dentro l'ignoto, dove lo sguardo e la mente
spaziano alla ricerca di simboli, suoni, profumi, sapori, gesti, immagini, che
siano in qualche modo riconoscibili.
Ma cosa del mio vissuto posso riporre
nel nuovo, e dove? Il rapporto con la nuova realtà spesso inizia con questi
interrogativi, e con gli imbarazzi, le esitazioni, le scappatoie, che nascono
dalla ricerca necessaria e continua di contatti e di conoscenza.
Un
episodio, reale, può raccontare e spiegare questo vissuto, forse più di
qualsiasi considerazione intellettuale.
Dopo essere arrivato in Italia,
senza nessuna conoscenza della lingua, riesco con non pochi intoppi a iscrivermi
al corso universitario di italiano per stranieri. Là mi informo, in un
rudimentale inglese, sul vitto, dopodiché mi consegnano un foglio con
l'indirizzo di una mensa. Con questo foglio in mano mi incammino, fermando i
passanti e chiedendo indicazioni. Ad una fermata dell'autobus, un giovane, visto
il foglio che ho in mano, si porta una mano alla fronte esibendosi in una parola
di cui ben presto avrei compreso il significato, ma che in quel momento mi suona
del tutto oscura: "cazzo!", a sottolineare la sua difficoltà nel rispondermi. Lì
per lì, mi appello al contesto in cui mi trovo per cercare di capire cosa mi sta
dicendo: una linea di percorso, un numero dell'autobus, un altro mezzo di
trasporto? Per fortuna dopo, a gesti, mi fa capire che non sa dove indirizzarmi.
In qualche modo arrivo alla mensa, per trovarmi di fronte subito a nuovi
dettagli da affrontare. Mi trovo nella situazione definita come dilemma
dell'ottico: guardi l'insieme e vedi una cosa, ma per poterla capire devi
cogliere anche i particolari, che ad una prima visione ti sfuggono. Il primo
dettaglio nel caso in questione è la fila, una lunga coda che esce sulla strada,
una condizione che non ho mai sperimentato se associata al cibo. Per capire, mi
distacco, attraverso la strada e guardo la fila da lontano, per cogliere quei
particolari che mi indichino chi siano le persone che compongono questa fila.
Deduco (dall'età, dall'abbigliamento) che sì, potrebbero essere studenti e
quindi mi rimetto in fila. Anche l'edificio mensa mi sconcerta: si tratta di una
sorta di capannone che nei cassetti della mia mente trovo associato più a
magazzini, a depositi che non a luoghi in cui si mangia. Decido comunque di
sospendere temporaneamente la ricerca di significati e aspetto il mio turno.
Finalmente, una volta entrato nel capannone, fra odore di fritto e di detersivi
che già mi danno conferme, vedo un lungo bancone e dietro persone che
distribuiscono il cibo. Ma adesso cosa mangio? Quali nomi hanno quelle pietanza
che vedo nei piatti che mi precedono? Lo scoraggiamento quasi mi suggerisce di
lasciar perdere, ma, oltre ad aver superato ormai tutto un percorso ostico, so
che quello è solo l'inizio e decido di andare avanti, concentrandomi sui gesti e
le parole di chi mi precede nella fila, badando soprattutto a ciò che mi appare
foneticamente più facile da riprodurre. Mi accorgo che una frase, in
particolare, viene riferita frequentemente, accompagnata da un gesto indicativo
della mano e allora penso che se in tanti chiedono quel cibo, male non farà. Il
cibo in questione, o meglio la frase è: "lo stesso", che alcuni prima di me
hanno ripetuto per chiedere la pietanza richiesta da un collega (ma questo l'ho
capito soltanto più avanti). Allora, arrivato finalmente il mio turno, faccio
anch'io la mia richiesta: "Lo stesso". Per i due mesi seguenti, pur avendo ormai
capito che mangiavo le stesse cose di chi mi precedeva, per non sbagliare e
pregando che il mio compagno scegliesse bene, ho continuato a chiedere "lo
stesso". Piccolo particolare: "lo stesso", sul dizionario, ovviamente, non
esiste, e quindi la ricostruzione grammaticale di questo significato, così poco
immediato, mi ha richiesto molto tempo.
Lo straniero, che si trova a dover
rispondere a bisogni primari comuni, non possedendo gli strumenti immediati per
farvi fronte è spesso costretto a ridurre la complessità della situazione in cui
si trova, adeguandola secondo ordini di priorità. Non è importante, tanto per
riferirsi all'aneddoto di cui sopra, "cosa" mangia, o almeno non lo è subito:
ciò che conta è prima di tutto poter mangiare, quindi va bene "lo stesso". Anche
in altre sfere della vita lo straniero finisce per trovare degli interstizi, dei
margini di significato, cui riferirsi per interpretare la realtà e per poterla
gestire. Il continuo collocarsi in situazioni "al margine", dà luogo ad una
visione se vogliamo distaccata del contesto, estranea alle relazioni più
interne, ai vincoli più stretti, e dunque genera una condizione di solitudine.
Questo non significa che con il passare del tempo la realtà non possa venire
compresa e interpretata nella sua complessità; certo però questa sorta di
"training", di imprinting iniziale, di solitudine acquisita, segna il vissuto
dello straniero, e lo segna nei termini di un dilemma, fra un'estraneità
"appresa" e l'essere, il vivere, dentro. Una condizione che può essere di
profondo disagio, ma anche di potenziale libertà, se non altro intima e morale,
proprio perché svincolata da schemi precostituiti e fissi.

20 aprile 2007

Non solo ghetto

Il caso della chinatown milanese di questi giorni deve preoccupare: è la chiara dimostrazione di quanto l'Italia sia impreparata a convivere con gli stranieri, tanto da ghettizzarli per poi versare lacrime da coccodrillo. Sarebbe pure l'ennesima dimostrazione della superficialità e della miopia che caratterizza le scelte di chi ci rappresenta, ma sorvoliamo...
Far finta di nulla, cercare di non vedere una comunità, ghettizzandola, non è una buona soluzione. E' un mero far posto a qualcuno. Non è niente di diverso da un atteggiamento di rifiuto. Né di meglio, purtroppo, anche se così sembra.
Mi farei volentieri una chiacchierata con qualcuno di quei commercianti che non ha aperto bocca quando si è trattato di cavalcare l'onda, gonfiando i prezzi dei locali in vendita sapendo che avrebbero pagato qualsiasi cifra pur di stare vicinivicini, i cinesi.
E così, non rimane che aspettare che qualcuno ci metta la famosa pezza su questa vicenda. Per quanto mi riguarda, stendo un velo pietoso, con la speranza che la pezza che metteranno non sarà del consueto nero silenzio perché, che piaccia o no, il futuro delle comunità umane non è quello di restare a guardarsi da dietro uno steccato.
Ma buone notizie ci sono, grazie a Dio. E, da "Il Meridiano" riporto:

Non solo pizza, tutti i sapori dell’immigrazione egiziana
“Pizzeria Le Piramidi”, “Pizza Aida”, “Ristorante Pizzeria Il Faraone”. Basta dare un’occhiata alle insegne di numerose pizzerie milanesi, per accorgersi che ormai uno dei simboli della cucina italiana nel mondo è portato avanti da abili pizzaioli egiziani. Non solo pizza però: gli egiziani a Milano (in tutto sono 21mila) trovano lavoro anche
come camerieri in alberghi, bar o ristoranti, nel campo dell’edilizia e nelle
imprese di pulizia. Quella egiziana è una comunità matura e ben inserita nel
tessuto sociale milanese, come testimonia il numero di persone (2.300) che hanno
preso la cittadinanza italiana – distanziando in questa classifica qualunque
altra nazionalità -, e il numero record di imprese (3.776) avviate da cittadini
di origine egiziana in città. Maturità e capacità di non macchiarsi di episodi
di criminalità comune, che ha contribuito – a differenza di quanto è avvenuto
per albanesi e marocchini - ad accrescere la considerazione dei milanesi per gli
egiziani, considerati “persone che rigano dritto”. L’altro lato della medaglia
vede invece la più forte comunità islamica di Milano (il 70% dei musulmani in
città è di origine egiziana), prendere decisioni spesso in contrasto con la sua
tradizionale moderazione e capacità d’integrazione. Basti pensare alle polemiche
legate alla decisione di aprire una scuola islamica in via Ventura, o alle
esternazioni – per lo meno deprecabili – di alcuni esponenti religiosi che in
passato hanno giustificato una serie di atti terroristici compiuti nei confronti
di obiettivi occidentali. Ma la comunità egiziana a Milano non è composta solo
da musulmani: sono ben 7mila, infatti, i cristiani copti che tutte le domeniche
frequentano la messa, rigorosamente separati tra uomini (che per l’occasione
sfoggiano l’abito bello) e donne (con un copricapo in testa). I luoghi di
ritrovo preferiti dalla comunità egiziana a Milano sono naturalmente le moschee
(in viale Jenner e viale Padova), ma passeggiando per via Farini o in piazzale
Maciacchini è molto più probabile assistere ad una conversazione in dialetto
egiziano, piuttosto che in milanese. Per lo shopping le famiglie egiziane si
recano spesso nelle vie attorno a piazzale Loreto, in cui molto forte è la
presenza di macellerie halal e di ristoranti che cucinano piatti tipici del
Paese africano. Per quanto riguarda lo svago, gli egiziani – soprattutto quelli
sposati - prediligono ritrovarsi a casa a bere un ottimo thé piuttosto che
uscire in un luogo pubblico. Televisione sempre accesa su di un canale
satellitare in diretta dal Cairo, e lunghe e animate chiacchierate. Non mancano
i momenti conviviali, legati soprattutto alle feste religiose, nei quali tutta
la comunità si incontra e festeggia. Per gli Ayd al-Kabyr (la festa del montone)
e gli Ayd as-Saghyr (la festa che segna la fine del Ramadan), infatti, spesso la
comunità egiziana milanese affitta interi palazzetti dello sport per festeggiare
insieme.


P.S. Ma qual è il nome di queste due feste? Io ne conoscevo uno diverso...

11 aprile 2007

Senza far rumore: una delle mille forme della schiavitù di oggi

La fragilità degli immigrati, il bisogno dei documenti e di un lavoro. Lo strapotere dei caporali. La fatica, fisica e psicologica di piegarsi allo sfruttamento. L'abbrutimento tangibile e la voglia di riscatto, da sfruttato a sfruttatore il passo può essere breve. La storia dei tanti Malpelo invisibili che popolano in punta di piedi le nostre città.

Dal sito di Repubblica, in data odierna:
Il contatto in strada a Milano, poi sui ponteggi per lavorare
dalle sette fino al tardo pomeriggio senza casco e protezioni
TRE EURO PER RISCHIARE LA VITA
"Io, vittima dei caporali nei cantieri"
Abusi, ricatti e pericoli: al lavoro con i manovali
irregolari


di PAOLO BERIZZI
A UN CERTO punto mi assale l'angoscia dell'infortunio, e non
mi mollerà più. Paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro,
quelle imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal
settimo piano del ponteggio, e se perdi l'attimo, o ti distrai, o se una di
quelle lastre che devi afferrare prima che tocchino terra si ribella alla morsa
del moschettone, rimani sotto. Il terrore di venire travolto da una betoniera.
Stritolato da un cavo d'acciaio. Che le braccia cedano, o semplicemente di
scivolare dall'impalcatura dove mi fanno arrampicare anche se sono nuovo del
mestiere.

Anche se calzo dei banali scarponi da montagna. Niente a che
vedere con quelli antinfortunio, obbligatori. Non indosso nemmeno il casco. Un
caporale, un calabrese duro e silenzioso, mi dice di tenerlo a portata di mano:
"Magari arriva qualche ispettore, ma stai tranquillo, non ti guarda nemmeno".
Lascio riposare il guscio in cima a una pila di assi di legno. Dovrò caricarle
su un camion, assieme a quintali di altro materiale.

Da buon manovale
bado solo a lavorare, a guadagnarmi, in nero, i miei 3 o 4 euro l'ora. Per dieci
ore fanno 30-40 euro. Pagamento dopo 50 giorni. La prima settimana di prova,
spesso, è gratis. Inizi in cantiere alle sette dal mattino, finisci, sfatto,
alle cinque, sei del pomeriggio. Un massacro. Niente documenti, sicurezza zero.
Alla fine del mese devi pure pagare la mazzetta: 300 euro al caporale che ti ha
dato lavoro. Per mantenere il posto. A Milano, in una settimana da operaio
abusivo, caporali e capomastri conoscono a malapena il mio nome. In un caso solo
perché me lo chiede un collega marocchino.
Sulla trentina, magro, sdentato,
quasi sempre alterato dall'alcol. Amil è uno dei pochi che in sette giorni si
prenderà il disturbo di farmi coraggio. "Non è il massimo, ma è sempre meglio
che rubare o spacciare", biascica in un italiano incerto mentre a bordo di un
furgone raggiungiamo un cantiere alla periferia di Novara. Ne ho conosciuti
tanti come Amil. Schiavi. Con loro ho condiviso e subìto il ricatto dei
caporali. Gente spietata che nei cantieri della Lombardia spreme migliaia di
braccia. In barba a ogni regola e a ogni diritto.

A Milano e provincia,
dei 120 mila operai edili (il 42,3 per cento sono immigrati stranieri, nel 2000
erano solo il 7,1), 60 mila sono in nero: la metà. Tutti gestiti dai caporali. È
manodopera fantasma, soprattutto straniera e clandestina. Ricattabile. Chi non è
in regola col permesso di soggiorno, si deve accontentare. Fa cose da bestia,
che gli italiani rifiutano. Sono albanesi, egiziani, marocchini, romeni,
tunisini. E sudamericani. Italiani pochi: stanno quasi sempre in cima alla
piramide. Impresari. O, appunto, mercanti di braccia.

Ti reclutano
all'alba e ti scaricano nei cantieri dove rischi la vita per pochi spiccioli, e
se ti fai male ti lasciano lì in strada. Mai visto, mai conosciuto. Nemmeno al
pronto soccorso puoi andare. Altrimenti metti nei guai chi ti ha assunto. E
perdi il posto. "Tra il manovale e il caporale c'è un rapporto esclusivo. Tu
devi parlare solo con lui, non fare domande sul dove e il come e per conto di
quale impresa dovrai lavorare - spiega Marco Di Girolamo, della Fillea, il
sindacato edile della Cgil - a fine mese gli devi dare la mazzetta, da 200 a 300
euro. La consegna del denaro avviene a cielo aperto. Oppure, in base all'accordo
tra ditte e caporalato, il pizzo è trattenuto alla fonte: fai 250 ore, e te ne
pagano solo 200".

Il mercato degli uomini inizia quando il sole sta
ancora sotto la linea dell'orizzonte. Alle 5 del mattino siamo già tutti qui, in
piazzale Lotto. Schiavi e padroni. Chi cerca lavoro nero, e chi lo offre. I
primi sciamano sul prato, aspettano seduti sulle panchine, sotto le pensiline
degli autobus. I volti stropicciati dal sonno, zainetti e sporte di plastica con
dentro il rancio: pane egiziano, formaggi cremosi da spalmare, riso, kebab in
scatola, bibite dolciastre, molto gassate, birra, bocconi di carne speziata. Gli
scarponi induriti dalla calce, i camicioni larghi di lana, gli invisibili
dell'edilizia attendono l'arrivo dei caporali. Piazzale Lotto è uno dei luoghi
dove tutte le mattine all'alba si svolge la contrattazione per una giornata di
lavoro in cantiere.

Le altre filiali sono piazzale Corvetto, piazzale
Maciacchini, piazzale Loreto, le fermate della metropolitana di Bisceglie,
Famagosta, Inganni. La stazione Centrale, quella di Sesto Marelli. Per essere
qui alle 5 centinaia di uomini scendono dal letto anche due ore prima. Sono
giovani immigrati che l'inedia spinge a elemosinare un lavoro massacrante. Il
contratto nazionale di categoria prevede 173 ore al mese, 8 ore al giorno per 5
giorni settimanali. I caporali te ne fanno fare in media 250, sabato compreso.
Tutelato da niente e da nessuno.

Inserirsi nella filiera del caporalato
non è difficile: bastano una modesta prova di recitazione, un paio di scarponi,
jeans sdruciti, giubbotto e un cappellino con visiera. Ecco i primi gruppetti
intorno all'edicola di piazzale Lotto. "Cerco lavoro, a chi posso chiedere?" Mi
dirottano prima su un egiziano, poi su un marocchino, un albanese, infine un
ucraino. Italiani, a quest'ora, neanche l'ombra. Arrivano più tardi, al volante
di mezzi di ogni tipo. Utilitarie, station wagon, pick-up, monovolume. Vecchi e
nuovi furgoni.

L'unico sveglio è l'autista. "Fino a un mese fa facevo il
magazziniere, poi la ditta ha chiuso. Chi è il capo?": mi faccio coraggio
fendendo un cerchio umano a due passi dalla fermata della 91. "Intanto vai da
quello là con il giaccone nero". È un calabrese, sulla quarantina. Viene da
Buccinasco. Lancia Ypsilon sporca di fango. "Da dove vieni?". "Bergamo. Però
vivo qui, a Bonola". "Che cosa fai?" "Magazziniere, qualche trasloco, ma adesso
sono fermo". "Edilizia, mai?" "Mai". "Oggi ti va bene, ho uno malato che è
rimasto a casa. Però ti dico subito... Lavorare duro senza fare storie, la paga
è di 3,50 euro all'ora, finiamo alle cinque, e se succede qualcosa, affari
tuoi". Il contratto si chiude con una pacca sulle spalle.

Un'ora dopo
siamo a Monza. Lo scheletro ponteggiato di una palazzina. Salvatore ci scarica
lì. Sta incollato al telefonino. Controlla. "Un lavoratore regolare per
l'impresa ha un costo di 22 euro l'ora. La metà rimane tra l'impresa
appaltatrice e quella subappaltante. La parte restante la intasca il caporale -
spiega ancora Di Girolamo - La quantità di evasione fiscale contributiva ammonta
a 6 miliardi di euro all'anno". Una bella fetta di Finanziaria.

Nel
cantiere monzese ci sono nove operai: cinque noi (due soli in regola), quattro
di un'altra squadra. Mentre all'ultimo piano un giovanissimo muratore albanese
getta il calcestruzzo nelle casseforme e un collega marocchino lo assesta con un
pestello, io ne trasporto dell'altro. Prima con una carriola, poi in secchi
stracolmi, facendo acrobazie tra i correnti del ponteggio. Un piano è sprovvisto
di parapiedi.

Mancano anche le "mantovane", le barriere anti caduta
sassi. Una pioggerella sottile ha reso scivolose le pedane d'acciaio e il
rischio di cadere nel vuoto è altissimo. "Veloce! Veloce!", grida il
caposquadra. Esige il minimo (per lui) rendimento. Che a me sembra
l'impossibile. Alle 17, esausto, chiedo a Salvatore se per favore può
anticiparmi la paga giornaliera. Lui temporeggia. Si capisce che la richiesta è
inusuale. Eppure sono solo 35 euro, per dieci ore di lavoro. "Soldi? Fra 50
giorni - mi gela - nell'edilizia funziona così, bellooo!".

In Italia il
settore edile dà lavoro a 1 milione e 200 mila operai. 600 mila sono regolari o
mezzi regolari (in "grigio": su 250 ore mensili solo 80 vengono messe in busta
paga); gli altri 600 mila sono in nero. Provo rabbia. Lo sfruttamento lo senti
prima nella mente, poi nei muscoli. Vorresti scappare. Prima di scivolare da
un'impalcatura e spaccarti la testa. Secondo le stime ufficiali Inail nel 2006
nei cantieri italiani sono morti 258 operai (la Lombardia conserva il triste
primato con 46 vittime), il 35 per cento in più rispetto al 2005. Gli infortuni
sono stati 98 mila. Ma il sommerso è enorme. I manovali clandestini, i
"fantasmi", si fanno quasi sempre male in silenzio. Persino quando perdono la
vita.

Ogni giorno della settimana, con il caporale prendo appuntamento
per il giorno dopo. E puntualmente lo disattendo. Ricevo telefonate da altri a
cui ho lasciato un numero di cellulare. "Allora ci vediamo domani alle 6 a
Famagosta". "Porta guanti e tenaglia, alle 6.15 in piazzale Loreto". Lavoro ce
n'è. Il secondo e il terzo giorno sono sotto un egiziano. Ponteggi. Cantiere tra
Milano e Pavia. Freddo cane. Un collega tunisino, Aziz, è appena guarito dopo un
ferita alla testa. "Mi hanno detto che se andavo in ospedale non dovevo farmi
più vedere". Arriviamo in autobus in corso Lodi. Ci aspetta la monovolume del
capo. Rashid, un marcantonio del Cairo. "Ti dò 3 euro, 4 se sei svelto.... " è
la prima cosa che dice. Fino a qualche anno fa il caporalato edile era
appannaggio esclusivo degli italiani. Oggi è diverso. Egiziani, albanesi, romeni
stanno riproducendo tale e quale il meccanismo dello sfruttamento. Da schiavi
sono diventati padroni.

Godono tutti di una sostanziale impunità. In
Italia lo schiavismo sui cantieri non è (ancora) reato. Il 16 novembre scorso il
Consiglio dei ministri ha presentato un disegno di legge, che ora dovrà essere
discusso da Camera e Senato, che introduce il reato di caporalato.
A
giudicare dall'esito delle due giornate di cottimo a Rashid credo di non
essergli sembrato troppo svelto. Non mi paga, se voglio continuare, lo farà,
pure lui, tra cinquanta giorni.

Eppure la mia parte l'ho fatta. Tre
piani di ponteggio smontati. Tra cavalletti, tavole, botole, correnti di ogni
foggia e dimensione, sono in tre, lassù, in cima all'edificio. Sgobbano come
muli. Mi fanno scivolare giù la roba con corde e carrucole. A ritmo incessante.
Il tempo di sganciare il materiale dall'imbracatura, impilarlo sul camion, e
altro carico precipita dai piani alti. "Così non va", mi rimprovera il capo
squadra, anche lui egiziano. Sa che sono un novizio. "Vai su, sgancia quei
correnti e passali a lui". 17 anni, boliviano, le guance segnate dalla prima
peluria. Niente casco, niente guanti. A quest'ora dovrebbe essere a scuola,
invece è qui a giocarsi la vita per 40 euro. Non fiata, esegue.

A
mezzogiorno consumiamo un pranzo frugale dentro una baracca di lamiere.
Riscaldata, per fortuna, da una stufa elettrica. Una bottiglia d'acqua passa di
bocca in bocca. Poi ognuno addenta il suo rancio. "Un mese fa - racconta Aziz -
mi è caduto un corrente del ponteggio sulla testa, sono sceso dal ponteggio
tutto insanguinato. Ha visto anche la gente del palazzo. Adesso sto bene",
sorride.

Mezz'ora e siamo di nuovo con la schiena piegata sulle
passatoie di ferro. Sono le quattro del pomeriggio, ho già la mente all'alba del
giorno dopo. Altro sfruttatore, altro viaggio, altro sudore, altri soldi che non
vedrò mai. Altri clandestini che si spaccano le braccia per ingrossare il conto
corrente dei caporali e delle imprese lombarde che vogliono tutto, e subito.
Calpesterò fango a Lissone, a Novara, infine in quella valle Seriana nella
bergamasca dove un tempo l'edilizia era considerata un'eccellenza. Tutto sarà
uguale al primo giorno di lavoro. Anzi peggio.

L'edilizia, oggi, è
diventata terra di predoni e di oppressi ridotti in cattività. A volte lasciati
morire in silenzio. Come scrive Andrea Camilleri ne "La Vampa d'agosto". "... è
caduto dall'impalcatura del terzo piano... Alla fine del lavoro non si è visto,
perciò hanno pensato che se n'era già andato via. Ce ne siamo accorti il lunedì,
quando il cantiere ha ripreso il lavoro... Forse, pinsò Montalbano,
abbisognerebbe fari un gran monumento, come il Vittoriano a Roma dedicato al
Milite Ignoto, in memoria dei lavoratori clandestini ignorati morti sul lavoro
per un tozzo di pane".