Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

23 novembre 2008

Dialogo interreligioso, monologhi e parentesi

Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.

La citazione è un passo della lettera del Papa a Marcello Pera pubblicata dal Corriere in data odierna e reperibile qui.
La leggo e mi metto a pensare….
Quel giorno che entrai in casa trovandoci una ragazza libica musulmana….quel giorno che facemmo l’alba a parlare e a confrontarci io sono sicura che tra me e lei ci furono parole riconducibili al dialogo interreligioso. Perché sono così sicura? Perché parlavamo di Dio ed intendevamo la stessa cosa. Parlammo di riti, di profeti, di santi, di Gesù…quel giorno forse un po’ per reazione, perché sentivo di dover affermare la mia identità, mi resi conto che sebbene la mia fede fosse flebile io credevo in Dio e quello che sapevo io di Dio coincideva con quello che intendeva lei con Allah. Allah era uguale al mio Dio, non era quella parola sanguinaria che mi stavano raccontando al tg. Scoprii che era clemente e misericordioso come il mio Dio.
Ora, quattro anni dopo, mi chiedo: se io avessi affrontato quello stesso discorso avendo ben chiaro in mente che il dialogo interreligioso non è possibile-senza-mettere-tra-parentesi-la-fede, credo che dopo due parole mi sarei rinchiusa in camera mia arroccandomi sulle mie convinzioni senza alcuna voglia né curiosità di sapere in cosa credono gli altri.
Io non credo di aver messo da parte la fede, quella sera: parlando della crocifissione di Cristo, del battesimo dei bambini, della prima comunione ho dovuto trattenere le lacrime perché in quel momento ho realizzato che quei riti facevano parte della mia identità e che io per la morte improvvisa di un mio coetaneo -avvenuta tre anni prima- avevo rifiutato e accantonato in toto. Forse quella sera la mia identità cristiana l’ho recuperata, comunque non l’ho accantonata né tanto meno messa tra parentesi. Mi sono sentita come un pesce che smette di nuotare spensieratamente nella sua acqua e inizia a distinguere ogni singola gocciolina, fino a sentirne il sapore e la freschezza. La mia coinquilina musulmana era lo sfondo che mi mancava per percepire me stessa come figura, per potermi ritagliare e stagliare come qualcosa di definito dal punto di vista dell’identità religiosa. Sarei una persona diversa oggi, se avessi rifiutato quel discorso, a prescindere dalla mia opinione attuale sui riti e sugli avvenimenti sopraelencati.
Mi metto poi a pensare al secondo punto: affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo (sulle quali ricordo, il Papa conviene con Pera che non si possa imbastire un dialogo interreligioso). Mi chiedo: su quali basi poggia quel confronto pubblico? E me lo chiedo perché va da sé che un cattolico e un musulmano che si confrontano, finiscano per citare quel versetto del Corano o quel passo del Vangelo. Non si finisce forse per chiamare in causa quella decisione-religiosa-di-fondo dalla quale ci si guardava bene dal confrontarsi?
Il mondo non è mai stato così piccolo come in questi anni, zuzzurellabile a piacimento in distanze quantificabili in ore d’aereo. Si viene in contatto con realtà che uno prima non si sognava nemmeno di poter sentire nominare e noi che facciamo? Ci mettiamo a piantare paletti per delimitare il nostro territorio da quello altrui, continuando a pensare agli abitanti di questo mondo come noi/loro e siccome io sono così, io e te non possiamo parlare….
Mi sembra sciocco, riduttivo e molto poco cattolico, ecco. Perché in questo modo di vedere le cose non vedo fratellanza. Per come la vedo io, uno l’identità religiosa (e non) se la forma con il dialogo e con il confronto perché non è una rigida statua di marmo né un dogma inconfutabile, ma un qualcosa di estremamente malleabile da plasmare giorno per giorno, l’identità. Siamo o no dotati di intelletto?

21 novembre 2008

Non è il caso (parte II)


foto tratta da qui


Respiro di nuovo aria di tesi, in questi giorni. Già da un po' di tempo, a dire il vero. Ieri frugavo in uno degli scatoloni che ancora mi girano per casa alla ricerca degli appunti che avevo annotato qua e là mentre ero in Egitto.


Non parlerò della malinconia che si è impadronita di me nel momento in cui ho ripreso tra le mani i fogli che avevo riempito con entusiasmo la scorsa estate a un'ora imprecisata della notte, quando ero troppo stanca per capire cosa stesse dicendo mio cognato, ma avevo una voglia matta di sapere: mio marito era seduto in mezzo a noi e mi faceva da interprete; io, accucciata a terra tra il divano e il tavolinetto scribacchiavo disordinatamente le risposte di mio cognato con una penna blu a inchiostro liquido.


Di cosa gli ho chiesto, di cosa mi ha risposto, dell'uso che ne ho fatto, ne farò un post a parte dedicato alla tesi e all'essere tesista. Sapevo di dover rimettere le mani in pasta, ma ora sono certa che non ci saranno altre possibilità dopo di questa, motivo per cui mi piacerebbe inscrivere questa fase della mia vita in un ciclo di post, se riesco.


Dirò solo che fuori dalle nostre finestre il mare rumoreggiava dolcemente sotto il nero vellutato della notte alessandrina e io annotavo frasette concitate pensando che me la sarei dovuta ricordare quella notte. Quell'odore forte e fresco di mare e di stelle. Quello slancio. Quel voler incatenare una domanda ad ogni risposta. E quella parola che sentivo ripetutamente senza capirne il significato....aflam. Solo dopo ho scoperto che è il plurale della parola film.


Ieri però, tra le mani mi sono ritrovata un foglietto svolazzante su cui avevo annotato di getto il seguito al post Non è il caso . Non c'è la data ma credo che dev'esser stata la metà di luglio, sicuramente prima di andare in Egitto, comunque. Lo posto qui:


Oltre ad essermi battuta per dimostrare che la nostra vita non è inserita in alcun progetto superiore, io sono stata lungamente impegnata nel dimostrare a me stessa l’origine della vita su base razionale.
Teorie, fossili, scimmie varie. Sembrava tutto chiaro come il giorno:
un punto ad altissima concentrazione di materia è esploso ed ecco che s’è formato l’universo. Poi i primi batteri e forme di vita sempre più complesse che man mano hanno cominciato ad uscire dall’acqua ed eccoci qua. Preistoria e storia. Egizi, assiro-babilonesi, Greci e Romani. La cultura e la barbarie. Medio Evo e Evo Moderno. Le guerre, le scoperte e le invenzioni. Le altre guerre, quelle che hanno cambiato il mondo, ma non le intenzioni degli uomini. Poi qualche muro crolla, qualcun altro viene innalzato, finiscono le grandi narrazioni e iniziano le grandi paure; si guarda al passato con nostalgia, al futuro con incertezza e dentro noi stessi con indifferenza. È l’eclettico, locale e complesso Postmoderno in cui ognuno fa quel che vuole, insomma.

A grandi linee è così, chiedo venia se ho peccato di eccessiva concisione, ma in fin dei conti non fa una piega, fila liscio come l’olio ed è chiaro come il giorno, no?

Eppure fila altrettanto (e molto di più, a ben guardare) pensare, come mi disse un giorno qualcuno che del rapporto tra fede e ragione ne sa molto più di me, che, per quante spiegazioni razionali e dimostrabili scientificamente uno possa addurre, il punto di approdo di qualsiasi ragionamento è IDROGENO e OSSIGENO. Chi ce li ha messi? Da dove arrivano?

Non parlarmi di comete, né di stelle. Non ricordarmi nemmeno di quel puntino che s’è sfracellato formando l’universo perché ti giro la domanda: da dove arrivano? Chi ce li ha messi?

03 novembre 2008

Flashback

Marina lo chiama struggimento della fine e aggiunge una grande verità: è presente in tutti i presenti.
Credo che si chiami così quella nebbiolina densa che mi ha ammantato il cuore quando un paio di giorni fa ho lasciato definitivamente quella casa. La nostra prima casa insieme, il nido minuscolo in cui rifugiarci insieme nonostante tutti, in un modo o nell’altro ci scoraggiassero. Finiscono qui i tuoi vent’anni sentenziò la mia coinquilina di allora. Io ho sempre pensato che sarebbero iniziati di lì a poco i miei vent’anni e ora, a distanza di tre anni e mezzo posso dire che non mi sbagliavo, grazie a Dio.
Io sono diventata donna lì dentro. Ho imparato a prendermi le mie responsabilità. Ho percepito di giorno in giorno il nuovo nucleo familiare che avevamo deciso di creare. Ho avuto modo di riflettere sulla vita e sulla mia anima. Ne sono venuta solo parzialmente a capo, d’accordo, ma sento che la parte più consistente l’ho già affrontata, grazie a Dio ancora e sempre. E l’ho affrontata lì dentro. Ok: avrei potuto farlo in qualsiasi altra casa, ma l’ho fatto lì e forse è per questo che sento di averci lasciato un pezzo consistente di me.

"Finiture di lusso", c’era scritto sull’annuncio e io non volevo neanche chiamare. Era un gelido sabato sera di gennaio, e io scorrevo gli annunci con un pezzo di pizza in mano. Eravamo a casa mia, da soli. Lei, la parsimoniosissima aspirante insegnante alle soglie dei trent’anni che avevo come coinquilina, ci avrebbe risparmiato le sue frecciatine intolleranti per tutto il weekend.
Era entrata da pochi mesi a dettar legge nella casa che io abitavo da più di un anno. Aveva recintato i suoi spazi escludendomi senza considerare che fossero anche i miei: con le altre ragazze, essendo solo in due in casa, si faceva spesa insieme per la maggior parte delle cose, si usava la stessa dispensa e lo stesso frigo senza badare al ripiano. Lei mi ordinò, stizzita, di farle spazio in frigo e nella dispensa. Aveva i suoi detersivi che custodiva gelosamente in camera sua. Mettevamo su due pentole diverse per la pasta- entrambe mie- e quando me ne andai, oltre a consigliarmi di far fare il test per l’HIV al mio fidanzato, mi ammonì di lasciarle almeno i bicchieri. Non li stavo rubando, erano semplicemente miei e me li portavo altrove.
Giocava a fare la bambina con le calze colorate e con la sua vocetta stridula spiegava che l’ombretto aveva il potere di rivelare i suoi anni, motivo per cui portava solo quintali di mascara e di rossetto rosso. Saliva dai ragazzi al piano di sopra con la macchinetta del caffè in mano e una volta, davanti a quello che poi sarebbe diventato mio marito, si stupì che quella sera io non volessi accompagnarla. Eppure sapeva che non mi interessava salire, non l’avevo mai accompagnata. Stava cercando di farci litigare, faceva domande impertinenti godendo del nostro imbarazzo e del nostro continuo spiegarle che no, quello non è vero e quell’altro non è così. Ebbi modo di apprezzare la pazienza sconfinata di marito e il rispetto che non mancava mai di riconoscerle se non altro perché dividevo la casa con lei e per l’ennesima volta in pochi mesi toccai con mano la fiducia che aveva in me.
I vecchi coniugi proprietari avevano voluto il mio consenso per farla entrare in casa, ma quel giorno in cui acconsentii mi ero perfino illusa di aver trovato un’amica in lei. La vecchia proprietaria mi chiamò cercando di dissuadermi dall’andar via, ricordo che mi colpì il suo commosso e sincero dispiacere quando le illustrai i veri motivi. Lei volle incontrarmi da sola e senza che io le avessi chiesto un parere mi disse che nulla ostava alla convivenza di un musulmano con una cristiana, ma mi ammonì a non mettere mai in discussione la Trinità di Dio e la figura di Gesù così come la intendono i cristiani. Io la salutai con rispetto, ma non dissi nulla a proposito della sua ammonizione. Presi le mie cose e andai a vivere a poche centinaia di metri più in là con l’uomo che poi ho sposato. Mi chiudevo alle spalle la casa in cui l’avevo conosciuto, il luogo in cui mi aveva fatto prima dubitare e poi tremare di tenerezza esponendomi candidamente le sue intenzioni ma tutto ciò fu offuscato dalla brama di allontanarmi da quell’atmosfera. Lei si rammaricò solo per l’evenienza di dover istruire una matricola, io me ne andai senza rimpianti, era il 26 febbraio 2005. (continua...)

03 settembre 2008

Come scrivere e leggere gli articoli sul Ramadan

Per scrivere un articolo sul Ramadan basta seguire queste semplici regole:

  • averne una conoscenza sommaria e approssimativa e non preoccuparsene minimamente (della serie: digiunano. Come quando e perché non sono affari miei).
  • scegliere come location una città araba vista in tanti film sulle crociate, inserendo qua e là nomi e toponimi arabeggianti, tanto vattelappesca se esiste una persona o una strada che si chiama davvero così. Sorvolare, poi, sul lessico del Ramadan, ci si accontenterà di parole imprecise.
  • mettere all’opera un paio di stereotipi diffusi e radicati: 1) se uno digiuna significa che c’ha ‘na fame nera e quindi di giorno si strappa i capelli, ma quando la sera si siede a tavola, la trova imbandita come a Natale 2)se uno non mangia è intontito, non faranno che dormire, ‘sti musulmani al tempo del Ramadan… 3) se durante il Ramadan si digiuna, non può essere un periodo di festa (quindi appendono le illuminazioni solo a causa del consumismo che sta contagiando anche le ricorrenze che non riguardano la cultura Occidentale, per quale altro motivo, se no?).
  • Buttatevi su tematiche valide grosso modo ovunque (consumismo, globalizzazione, e simili)

Ci siamo, signori. L'articoletto sul Ramadan è servito, caldo caldo.

Ponetevi ora dalla parte dei lettori svolgendo i seguenti esercizi dopo aver visionato l’articolo:

Esercizio n.1 (principianti)
Pensate alle vostre città nei periodi di festa, cercando di visualizzarle mentalmente.
Ora rispondete alla seguente domanda: sono listate a lutto?


Esercizio n.2 (esperti)
Chiedetevi come sia possibile pensare che una persona a digiuno da 10 ore abbondanti riesca a spazzolarsi una tavola imbandita per 30 sere consecutive e soddisfate il lampo di genio dei vostri neuroni chiedendo a un musulmano cosa –e quanto- è opportuno e sufficiente mangiare in questo periodo.


Esercizio n.3 (scienziati)
Concedetevi una piccola vacanza in una città del mondo islamico, arabo o non, nel periodo di Ramadan o nei giorni che lo precedono. Passeggiate nei suq, parlate con la gente, guardate cosa compra e in quale quantità. Cercate di collezionare dati attendibili sulla partecipazione effettiva della gente al digiuno. Ripetete l’esperimento in un’altra città a maggioranza islamica, per essere sicuri che il vostro metodo sia scientifico. Pensate ora al periodo natalizio, ai posti in cui si va a far compere, a cosa e quanto si compra, alla percentuale effettiva di gente coinvolta nei riti religiosi. A questo punto dovreste aver raccolto dati sufficienti per redigere un breve trattato sul consumismo. Dato il livello di difficoltà, nel vostro trattato dovrete includere i risultati della prova pratica: preparare il cenone natalizio usando solo carne d’agnello, riso, zucchine, tamarindo e frittelle.

02 settembre 2008

L'Egitto che mi piace

Ero partita per rimettere un po’ d’ordine tra i miei pensieri. Per riprendermi il tempo che silenziosamente e in fretta mi era scivolato via tra le dita.
L’Egitto è iniziato da dentro l’aeroporto, nell’attesa che aprissero il gate: seduti intorno a noi c’erano ragazzi giovani, famigliole colorate, coppie di giovani sposi con i neonati in braccio…non ho mai visto tanti egiziani tutti insieme, li avrei abbracciati uno per uno per la contentezza.
La partenza viene ritardata di una decina di minuti e si imbastiscono bei discorsi, dove vai, quando torni, che fai…ah, l’arabo dell’Egitto!
Volare con Egypt Air mi piace sempre tanto: gentili, ospitali, mi danno la caramella per il decollo, il cuscinetto, le cuffie, servono deliziosi pasti caldi e hanno il succo di mango, preludio a quello spremuto fresco di cui abuso all’arrivo.
Esco trionfante dall’aeroporto del Cairo: le valigie sono sane e salve e sul mio passaporto campeggia la scritta a penna, in arabo, moglie di egiziano. Le domande strane e nient’affatto delicate min di?(chi è questa?) e i visti con marche da bollo pagate in euro sono un lontano ricordo. L’ultimo controllo è a pochi metri dall’uscita: un egizianone di mezza età con gli occhialini sulla punta del naso sfoglia velocemente i nostri passaporti. Guardo oltre le porte scorrevoli, le palme ondeggiano, ho una voglia matta di uscire all’aria. Finalmente ci lasciamo alle spalle la malefica aria condizionata e un vento caldo e malandrino prende a giocare con i miei orecchini e con l’orlo del mio vestito. Deve essere stata una giornata calda se alle 19:30 il termometro segna ancora 33°C.
Mio marito si lancia in una concitata contrattazione con i tassisti, io resto incantata a guardare il tramonto del Cairo roseo e metallico di smog e di sabbia finché un uomo sulla trentina schiaccia a terra la sigaretta, la schiaccia e mi apre lo sportello posteriore di una macchina nuova e comoda. Peccato, volevo finire di sentire l’adhan.
Quando mio marito viene invitato a mettersi la cintura, temendo di non aver capito bene, chiedo conferma. Il tassista ci aggiorna sulle ultime leggi in materia di sicurezza stradale in vigore dal 1/08: multa di 50 L.E (l’equivalente di 6 euro abbondanti, ma pesano come 50 euro, forse anche più) se si viene sorpresi senza cintura, o senza casco, o sprovvisti dei triangoli catarifrangenti o della cassettina di pronto soccorso o con la macchina parcheggiata in seconda fila (che uno ritrova bloccata a terra con le ganasce). Il controsenso è che chi incorre nella sanzione deve saldare il debito immediatamente se non desidera che la somma dovuta lieviti incontrollata fino a comportare la sospensione della patente e un periodo di carcere. E dico controsenso perché sarebbe stato molto più logico introdurre, che so, l’assicurazione obbligatoria: così invece, ci si continua a lanciare anarchicamente nel traffico impazzito, come se si fosse alla guida delle macchine da scontro, ma con la cintura, il triangolo e la cassetta del pronto soccorso. O non so, si poteva compiere qualche sforzo cercando di far capire alla gente che cartelli e semafori non hanno scopo ornamentale. Io personalmente, poi, avrei transennato le corsie della carreggiata nel senso della lunghezza per introdurre forzatamente il concetto di fila: se quello davanti a te rallenta o inchioda, non fare che gli sgusci al lato o per sguincio, accòdati, incolònnati, da bravo, su. Ma io non faccio testo, anche e soprattutto perché non intendo minimamente cambiarla, la legge sovversiva del traffico egiziano.


Quando finalmente arriviamo in albergo, l’aria è bruna, senza nuvole né stelle; le luci del Cairo, da sole inondano lo spazio creando un alone pesante. Una coppia di sposi, fresca e giovane varca la soglia: sono carini e un po’ impacciati, forse provano quel senso di vergogna mista a soddisfazione che ho provato anch’io un anno fa. Non resisto, gli scatto una foto e gli faccio mille auguri: riguardo i loro sorrisi ora, ritrovo il volto di un Egitto che vive e condivide con semplicità, che non smetterò mai di ammirare. Davanti ai parenti festanti, il padre commosso ha abbracciato la sposa e l’ha consegnata allo sposo: quando la festa sarà finita, nell’intimità della loro nuova casa, lo sposo-marito farà ciò che la gente si aspetta che faccia e inizierà la loro vita insieme, benedetta quasi sempre dopo brevissimo tempo da gnometti con gli occhi colmi di infinito.

31 agosto 2008

Ramadan karim!



A chi l'ha aspettato tanto...
A chi lo fa per la prima volta...
A chi ha il pancione o allatta, ma proverà a farlo ugualmente...
A chi capisce il senso vero del digiuno e rinuncia senza fatica a sigarette, chewing gum e caramelle...
A chi resterà sveglio a pregare di notte, anche solo per mezz'ora...
A chi vivrà questo mese come un mese di festa...
A chi come me, pur rimanendo ancora una volta sulla soglia, guarda allo spirito di questo mese con rispetto, in attesa di risposte e decisioni importanti...
RAMADAN KARIM!!!!!!!!

29 agosto 2008

Partire





Perugia è limpida e fresca, il 4 agosto poco prima dell’alba. Preparo la colazione mentre mio marito come un fulmine si fa barba e doccia. Non ho voglia di masticare, ho ancora in bocca il sapore della notte pressoché insonne, di quando si va a letto tardi e ci si sveglia troppo presto e di quando si ha paura che la sveglia non suoni o che qualcosa durante il viaggio vada storto. Lavo le tazze, lui si veste. Poi mi rintano in bagno a prepararmi e a lasciare una parvenza di pulito. E’ un controsenso pulire qualcosa che sai prenderà la polvere per le successive 3 settimane, ma decido di farlo.
Esco dal bagno, le valigie già chiuse sono in pole position vicino alla porta, sembrano impazienti anche loro di svolazzarsene via.
Alle 5: 55 siamo già alla stazione, ci sediamo per riprenderci dalla fatica di aver trascinato fin lì le valigione pesanti. Io le guardo e penso che stavolta abbiamo sforato alla grande con i kg: sono piene di rubinetti e di interruttori, c’è perfino il saliscendi della doccia. Tutto l’armamentario oltrepassa abbondantemente i 10 kg, ma dovendo ristrutturare l’appartamento ad Alessandria, abbiamo scoperto che i rubinetti migliori sono importati dall’Italia a prezzo prevedibilmente triplicato e che spesso si incappa in gente senza scrupoli che spaccia per italiani rubinetti made in Taiwan. Per comprendere la considerazione degli egiziani per i prodotti provenienti dai quei posti basti pensare che quando sono in preda a una di quelle tempeste intestinali alle quali pare proprio che io non riesca a sottrarmi, i miei cognati scherzano sulla mia pancia made in Taiwan.
L’appuntamento con l’autista della Sulga- la società perugina di pullman che ci deposita proprio a Fiumicino, terminal C- è fissato per le 6:10. Ripesco dalla rubrica il numero dell’autista per sincerarmi che gli risulti la mia prenotazione, lo faccio per evitare che il pullman bianco e azzurro mi sfili disinvolto davanti agli occhi come è già successo. L’autista è di parola, in un paio di minuti è lì da noi che chiede conferma del mio cognome.
Mi sembra una grande conquista salire a bordo, posso finalmente rilassarmi e godermi la città dal finestrino: c’è un ragazzetto con gli occhiali da sole che apre un bar, gente non esattamente raccomandabile tutt’attorno e qualcuno che va al lavoro chissà dove. Noto che la luce è cambiata, intorno a me è tutto roseo e assopito, Perugia è pulita, fresca e un po’ deserta. Perfino bella.
Facciamo tappa in centro: il sole dipinge un riflesso dorato sulle finestre antiche degli alberghi un po’ snob finché una donna anziana non ne apre una per fotografare il panorama con attrezzatura professionale; deve essersi alzata apposta per quello. Gli ultimi passeggeri salgono a Piazzale Europa, poi imbocchiamo la superstrada poco dopo le Segreterie Studenti. Mi compiaccio nel passarci davanti senza dover entrare a fare file sterminate.
I campi di girasoli sono già secchi, ma la mente mi corre indietro all’anno scorso, quando, nel pieno della fioritura accarezzavano i fianchi delle colline con graziosa allegria.
Giocherelliamo con due fratellini marocchini, tornano a casa anche loro. Hanno la simpatia e la semplicità dei bambini arabi, accettano il mio succo di frutta e qualche caramellina, sorridono, chiacchierano con noi. Ammiro la vivace innocenza dei loro occhioni scuri e mi chiedo che faccia avranno i miei figli, se Dio vorrà donarmeli. La più grande inizia a recitare i numeri in arabo, ma il 2 mi suona incomprensibile. Mi manca l’arabo del Mashreq e quello dolce dell’Egitto.
Sorpassiamo un camioncino con una scritta verde che mi salta agli occhi: è il nome di una tipografia umbra con la quale ho vicendevolmente scambiato per telefono una buona dose di stress, durante il mio stage. Percorro con gli occhi il loro numero di telefono, me lo ricordo ancora. Mi rendo conto che sto sorridendo: sono in vacanza.


28 giugno 2008

Coiffeur Ashwaq: meditate gente, meditate




Coiffeur Ashwaq si intitola la serie tv, prodotta dalla Commissione Europea, che per venti minuti al giorno accompagnerà le telespettatrici arabe. La sit-com, che sarà ambientata nella sala d'aspetto di un salone di bellezza, transito per decine di donne, ognuna con la sua storia personale, sarà un modo per far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità. Se in occidente le serie tv dettano la moda, nei Paesi arabi Coiffeur Ashwaq si pone l'obiettivo, invece, di diffondere dei valori con un prodotto divertente e per le famiglie. Protagonista di questa prima serie sarà la proprietaria del salone di bellezza, interpretata dalla nota attrice egiziana Mimi Gamal, che sarà alle prese, tutti i giorni, con donne dalle diverse estrazioni sociali e che diventeranno inevitabile spunto per situazioni comiche. Dietro al divertimento, usato come specchietto delle allodole per stessa ammissione degli sceneggiatori, si nascondono però i temi più caldi che riguardano il ruolo della donna nella società araba: dalla violenza entro le mura domestiche ai matrimoni forzati, dal sessismo alle molestie.
Assenti invece le questioni politiche e religiose, per evitare che qualche signora spenga la tv sentendo offesa la sua fede. Contemporaneamente alla messa in onda di Coiffeur Ashwaq, i produttori hanno aperto anche un forum di discussione on line, frequentatissimo dalle appassionate della serie che si scambiano commenti sulle puntate, ma anche esperienze e consigli di vita. Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica: da Tamer e Shawqiya, andato in onda durante il Ramadan negli ultimi due anni con un successo mai visto prima di allora, a Ragel wa sit Settat, trasmesso su tutte le tv arabe satellitari. In arrivo, invece, oltre a Coiffeur Ashwaq anche Abbas wi Inas, che parla dei problemi di coppia durante il primo anno di matrimonio. (articolo tratto da qui )


foto prelevata da qui


1) Da quale pulpito...
Mi domando insomma che interesse abbia l'Unione Europea a proporre al pubblico arabo un prodotto del genere e in forza di quale principio si senta in dovere di "far riflettere le donne egiziane su temi come la discriminazione, la violenza domestica e le pari opportunità": eppure di cose a cui pensare ne avrebbe l'UE...una per tutte, la risoluzione del cosiddetto deficit democratico. Se proprio volesse far qualcosa, l'UE, perché non propone simili programmi a un'audience europea?

In questa parte di mondo va di moda una società civile in preda alla sindrome del paladino-della-giustizia-a-tutti-i-costi, fermamente convinta che tematiche come la violenza domestica e le pari opportunità siano problemi risolti e assolutamente remoti. Eppure le statistiche e l'esperienza di molte donne parlano chiaro: ogni giorno, nei contesti più disparati (lavorativi e non) molte donne vengono discriminate sessualmente e molestate più o meno gravemente, sempre per il fatto di essere donne. La violenza domestica, poi, offre alle cronache quotidiane storie di italianissimi uomini italiani che picchiano a sangue le mogli succubi. Eppure non si riesce a entrare in libreria senza scorgere a caratteri cubitali l'ennesimo libro la cui protagonista è una donna vittima del marito arabo-barbuto-cieco-di-gelosia che le ha sfregiato il volto con l'acido o s'è macchiato di chissà quale atroce delitto. Che si faccia lo stesso anche in Italia, allora: un libro ogni volta che una donna viene seviziata dal civilissimo marito italiano.

foto prelevata da qui


2) Intenti non trasparenti


Perché, scusate, ma a voi sembra onesto servirsi della comicità e di un'attrice famosa come specchio per le allodole a scopo di propaganda? Sì, dico propaganda perché queste donne non hanno bisogno di imparare nulla da noi europei: le donne vittime di violenza sono vittime di uomini criminali, né più né meno colpevoli di quei civilissimi uomini italiani che gonfiano di botte le loro povere mogli.


Le donne egiziane (arabe e non, e/o musulmane e non) che subiscono violenza, la subiscono subiscono in quanto donne e non in quanto appartenenti ad una comunità etnica e/o religiosa: la malvagità dell'essere umano, così come il buonsenso sono tali e presenti in tutte le latitudini.


Che gli intenti siano tutt'altro che trasparenti, è dimostrato anche dal fatto che religione e politica siano argomenti volutamente tenuti fuori dal salone di bellezza in cui è ambientata la sit-com: altrimenti come si lucrerebbe anche sul mercato televisivo panarabo?



foto prelevata da qui


3) I soliti preconcetti, musalsal vi dice qualcosa?


Non è assolutamente vero che "Le serie tv sono un fenomeno sostanzialmente recente per il Cairo e per i Paesi arabi, che fino a pochi anni fa non avevano mai prodotto ma che da quando le hanno scoperte ne sfornano a raffica": chi scrive tali inesattezze vada a documentarsi sul ruolo che da sempre riveste l'Egitto in qualità di fornitore di contenuti alle televisioni arabe, ruolo tra l'altro, ampiamente sfruttato da Nasser per l'unificazione dei Paesi arabi. E' ben nota infatti la gloriosa ricchezza culturale del Paese della quale sono stati utilizzati personaggi e racconti per confezionare teleromanzi (musalsalat, appunto) i cui protagonisti erano stelle della musica conosciute in tutto il mondo arabo. Calcolando che Nasser rovescia la monarchia filo-britannica nel 1952, non mi sembra proprio neonata, l'industria dell'audiovisivo egiziana, industria che si è ampliata e implementata tanto che l'ente preposto a questa attività è noto come "Hollywood del mondo arabo".



foto prelevata da qui

26 giugno 2008

La Porta di Lampedusa e l'ennesima frettolosa generalizzazione

Immagine e citazione tratte da qui

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l'ultimo promontorio dell'isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno "piantato" qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. [...]

[...]E' una porta puntata verso l'Africa. La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare. La sua anima è in ferro zincato.

Sicuramente non servirà a molto, il corso degli eventi non si può invertire. Potrà solo far essere un po' meno distratti e superficiali noi nati con la camicia (di seta) anche se ci metteremo del tempo a capire che una preghiera e una sepoltura sobria sarebbero preferibili a lapidi razziste, croci di convenienza e fiori che appassiscono in fretta.

L'idea della porta però mi piace: se ci penso, mi si velano gli occhi di quella tenerezza che mi assale quando, vedendo un corteo funebre sfilare davanti alla casa del defunto, noto la porta di casa aperta. C'è qualcosa di universale e primordiale in quel gesto che forse ormai è possibile solo nei piccoli paesi: deve essere l'odore di casa, quello che sarebbe diverso se uno non ci fosse. E' come un volerlo far sentire per l'ultima volta e un dire, torna a trovarmi quando vuoi, se puoi, almeno nei sogni.

Comunque, tenerezze a parte, a parlare di sbarchi di clandestini si commette un errore che purtroppo non è solo terminologico: Giovanni Maria Bellu mette chiaramente in evidenza la questione in questo articolo a proposito della Giornata Mondiale del Rifugiato celebrata la scorsa settimana:
[...]Ma, nei fatti, ogni anno la celebrazione si traduce in una serie di iniziative che hanno un obiettivo più modesto: spiegare all'opinione pubblica che, nell'ambito della categoria "immigrazione", esiste uno speciale sotto-insieme costituito dalle persone che non abbandonano il loro paese per "vivere meglio" ma semplicemente per vivere. Per restare in vita. Non è facile. La confusione tra i richiedenti asilo e gli immigrati economici è sistematica. Lo dimostra l'abitudine giornalistica di chiamare "clandestini" quelli che sbarcano a Lampedusa. I dati statistici dicono che uno su cinque ottiene l'asilo politico o la protezione umanitaria. Dunque, nel momento in cui hanno varcato il nostro confine, molti di quei "clandestini" non solo non hanno commesso un reato ma hanno esercitato un diritto. Un articolo pubblicato mercoledì scorso sul "Corriere della Sera" offre un esempio da manuale di quanto sia difficile cogliere questa fondamentale differenza. Scrive Magdi Cristiano Allam: "Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto, qualunque esse siano. Ebbene, non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato". L'esempio è totalmente sbagliato. Intanto l'immigrato che varca il confine (nemmeno quello "economico") non è paragonabile a chi irrompe in una casa privata. L'immigrato non scardina alcuna serratura, non usa
grimaldelli o fiamme ossidriche. Eventualmente è paragonabile, se si vuole restare nella metafora domiciliare, a un tale che entra senza autorizzazione nel nostro giardino di casa. Secondo Allam, in quello stesso istante dovremmo chiamare la polizia e pretendere che l'intruso venga ammanettato e condotto in cella. "Indipendentemente dal conoscere quali siano state le motivazioni del suo gesto". L'inganno sta qua. Non è affatto "chiaro e inoppugnabile" che dobbiamo reagire in quel modo. Se, per esempio, l'intruso ci spiegasse di aver saltato la recinzione perché era inseguito da un killer armato, e ci dimostrasse che sta dicendo il vero (magari indicandoci il killer appostato dietro una siepe) chiederemmo il suo arresto? Oppure gli ordineremmo di uscire immediatamente dal nostro giardino ributtandolo così nelle mani del killer? Siamo certi che una persona normale - un buon cristiano o anche un laico dotato di buon senso - tenterebbe di dare una mano al malcapitato. Terrebbe conto (come d'altra parte farebbe il giudice se fosse chiamato a pronunciarsi) del fatto che ha agito in stato di necessità. Ed è esattamente questa la condizione di chi entra nel nostro territorio da richiedente asilo. Un concetto, come purtroppo dimostra l'uscita di Allam, solo apparentemente semplice.

23 giugno 2008

Ein Shams

[...]Siamo a Ein Shams, antico quartiere del Cairo: un tempo Heliopolis, fastosa capitale dell’Egitto durante l’era faraonica, e divenuto poi un luogo sacro per i cristiani, legato alla visita di Gesù Giuseppe e Maria, Ein Shams è ora uno dei quartieri più poveri e trascurati della capitale egiziana. [...]
Lo stesso El Batout ci racconta in maniera appassionante come è nata l’ispirazione per questa sua opera seconda, nelle note di regia consultabili sul blog del fim: “Nell’agosto del 1988 sono andato nel quartiere di Ein Shams per documentare con la mia videocamera la sommossa che era scoppiata contro la polizia. Nello scontro con un poliziotto sono stato ferito da un colpo di pistola al braccio destro. Così è cominciato il mio lavoro di reporter di guerra: ho documentato in 18 anni circa 12 guerre in 30 paesi differenti. Poi all’inizio del 2004 sono tornato al Cairo, sentendomi disincantato dal mondo e dal mio lavoro (…) L’idea del film Ein Shams è nata nel 2005, dopo aver
realizzato il mio primo film di finzione Ithaki. Lavoravo ad un progetto di laboratorio teatrale e cinematografico con i bambini dell’Alto Egitto insieme all’insegnate e regista Mohamed Abdel Fatah, e lui, che vive ad Ein Shams, mi ha chiesto di ambientare lì il mio film successivo. Essendo un luogo che mi aveva affascinato da anni, scrissi subito una storia che poteva essere ambientata in quel quartiere, ma utilizzando anche il materiale che avevo girato nella mia ultima visita in Iraq: in questo modo ho chiuso il cerchio del mio lavoro di documentarista che avevo deciso di iniziare proprio ad Ain Shams circa 20 anni fa”.
Eye of the Sun è un film polifonico: una voce fuori campo racconta le storie di diversi personaggi che si intrecciano. Ecco il tassista Ramadan, che decide con la moglie di avere un altro bambino; la loro figlioletta undicenne Shams, vivace e curiosa, che vuole andare a tutti i costi a visitare il centro della sua amata città e che si immagina come in una favola; la giovane cantante Mariam, che intona una melanconica canzone irachena in un centro culturale; tra il pubblico, ad ascoltarla, c’è un’altra Maryam: una dottoressa che ha studiato le conseguenze della guerra in Iraq e i diversi tipi di cancro provocati dall’uranio impoverito, come sottolineano le immagini di repertorio (“cercavano le armi, hanno trovato l’uranio impoverito che hanno rovesciato nel 1991”). E ancora, El Tayeb, un uomo che è stato in prigione sotto Saddam; e poi un giovane e corrotto politico rampante, che diffonde promesse nel quartiere e poi sparisce da Ein Shams, non appena eletto.
Come in un antico mosaico, il film raccoglie, accumula, mette una accanto all’altra tante storie differenti, che viste nel loro insieme compongono un disegno unico: la sofferenza e la speranza contenute nella vita umana, la corruzione e la decadenza che affliggono l’Egitto contemporaneo… Il film capta “una realtà deludente, guastata dalle
contaminazioni della modernità, che ammala i corpi – attraverso i veleni assorbiti da acqua, cibo e aria – e fiacca le menti, anche quelle pronte a sfidare la locale decadenza politica e sociale e perfino le tragedie post-belliche di un Iraq particolarmente vicino” (Maria Rosaria Cerino). Nel gioco di specchi tra micro e macrocosmo, tra vicino e lontano, tra locale e globale, si situa anche la sorte infausta della figlia di Ramadan. La piccola Shams si ammala infatti proprio di leucemia – come i bambini in Iraq su cui aveva indagato la dottoressa Maryam – e la sua morte lascia un’assenza incolmabile… Proprio la foto della bambina nel taxi di Ramadan e la sua triste storia raccontatale dal padre spingono la cantante ad intonare la sua triste canzone, all’inizio del film.
Un film che è fatto di storie intrecciate in un percorso circolare, come l’occhio del sole. “Chi sono io? Non importa…” – così la voce fuori campo ci confessa alla fine del film. E in effetti questa voce può essere quella del tassista Ramadan, ma anche quella del regista, o anche – perché no? – quella dello stesso quartiere di Ein Shams: l’occhio del
sole che guarda dall’alto della sua storia millenaria questi piccoli esseri in movimento, come la piccola Shams che continua a sorridere a suo padre dal cielo ed a fare i dispetti alla sua macchina sgangherata…
articolo di Maria Coletti su Cinemafrica, il testo completo è reperibile qui. Ein Shams (regia di Ibrahim El Batout) ha vinto la 54esima edizione del Taormina Film Fest ed è stato anche presentato a Cannes.