18 agosto 2009
05 agosto 2009
Supercalifragilistichespiralidoso (l'epilogo)
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18 giugno 2009
Con i piedi per terra
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19 maggio 2009
Dolci tentazioni
Ma non è un post sul matrimonio, questo. I primi giorni dell'agosto del 2007 eravamo appena arrivati ad Alessandria, dopo una sosta forzata di alcuni giorni al Cairo in attesa delle valigie, lasciate a Roma dall'Alitalia (l'Egypt Air non lo avrebbe mai fatto!!!). Mio marito esce ad ordinare una torta per l'indomani, avremmo avuto tutti i parenti a pranzo. Salta fuori che il proprietario della pasticceria è un suo vecchio compagno di scuola, non si vedevano da almeno dieci anni. L'indomani, per quanto era bella, era quasi peccato mangiarla, la torta...occupava quasi mezzo tavolo ed era ricoperta per metà di frutta fresca di stagione e per metà di frutta secca, una delizia.
Dicono tutti un gran bene di questa pasticceria, allora per curiosità - e golosità - lo scorso gennaio, in occasione del compleanno di una nipote, accompagno mio marito e suo fratello in questa pasticceria. Il locale era pulitissimo, ogni angolo profumava di buono, era una festa per i sensi guardare le vetrine: biscotti, dolcetti, pasticcini, torte...tutto incredibilmente ordinato e pulito. Il proprietario ci viene incontro, ci saluta, dice che è contento di conoscermi. Gli faccio i complimenti per il locale e gli chiedo se posso fare qualche foto. Permesso accordato:


Io scatto le foto e il proprietario chiama un ragazzetto da dietro il bancone: un attimo dopo avevamo davanti un piatto di deliziosi pasticcini e una sprite ognuno. Ho scelto un rombetto morbidissimo, sapeva di miele e mandorle, l'ho mangiato di gusto. Eppure ho sempre pensato che i dolci arabi fossero troppo dolci e sapessero troppo di burro. E questa è la torta che abbiamo comprato con tanto di dedica (eid melad said Radwa) e - peccato che non si vede - di candelina "canterina", una candelina utilizzabile più volte con un piccolo interruttore che faceva partire la melodia tipica del compleanno. Dopo una non dovrebbe farsi venire il mal d'Egitto...

Indovinate qual è il nome della pasticceria????? Potete sbirciarlo sulla polo del ragazzo dietro il bancone o sulla torta.
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27 aprile 2009
Supercalifragilistichespiralidoso (SOS punto e virgola)
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26 aprile 2009
Tabra, l'insipienza femminile
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03 aprile 2009
Supercalifragilistichespiralidoso
Spero, innanzitutto, che questa sia l'ultima tesi della mia vita. Due possono bastare, no? Il mio pc sarebbe d'accordo, visto che l'hard disk ha retto la tesi della laurea triennale e poi, poco tempo fa, è deceduto di colpo, senza preavviso. Riposi in pace, almeno lui.
Spero sia l'ultima, dicevo. Credo che un'altra non la reggerei, almeno non a queste condizioni. Datemi dei fondi e me ne andrò a chiedere l'impossibile dove so che l'impossibile si trova. E' utopistico, dite? Non dovrebbe esserlo però...sarebbe bello se ogni tesista fosse un vero riceratore almeno per il tempo della stesura della tesi. Perché, per come stanno le cose ora, come fa uno studente qualsiasi a dare un contributo infinitesimale alla ricerca, cosa che, almeno sulla carta, è lo scopo principale della tesi?
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14 marzo 2009
Un invito a riflettere
[...]Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”. Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia. Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete. Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta. E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere. [...]
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24 febbraio 2009
Educazione all'immagine (come il cane dietro le sbarre)
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07 febbraio 2009
Niqab
Non nascondo che la prima volta che ho visto una donna con il niqab mi sono stupita e parecchio. Non sapevo neanche che esistesse.
Era una cugina di mio marito che ho conosciuto insieme a tutti gli altri parenti nel gennaio del 2005.
Ho notato che con la moglie di mio cognato, anche lei straniera, aveva più confidenza, mentre con me si è limitata ad una stretta di mano, con il guanto nero, ovviamente.
C’è una storiella divertente che la riguarda: pare che mio marito l’abbia rivista dopo più di dieci anni e che, ricordandola bambina e amichetta quotidiana, abbia pensato che quel niqab non avesse valore nei suoi confronti. Ora, sembra che lei si sia rifiutata di dargli la mano e vedendolo in evidente imbarazzo abbia riparato accettando di stringergliela avvolta nel velo. Dopo una giornata passata insieme a rievocare il passato da cuginetti inseparabili sembra che lei, al momento di salutarlo, gli abbia teso la mano nuda e lui, ironicamente scandalizzato, si sia nascosto la mano sotto la maglietta.
Mi è capitata di rivederla una sola volta e non è che le cose fossero andate diversamente: mio marito la spronava scherzosamente a mostrarmi il viso e io mi sono pure arrabbiata con lui perché in fin dei conti non me ne interessava un fico secco del suo viso e non era giusto mettermi in cattiva luce in quel modo, anche perché a quel tempo non ero neanche capace di spiegarmi in arabo.
Dovendo fare il bagno al mare, poi, questa logica mi ha impedito di scendere in acqua come volevo io e cioè con un vestitone largo e comodo di cotone, una abaya, per intenderci, perché “non vorrai mica sembrare una contadina!”. Ho dovuto fare il bagno con una maglietta attillatissima e un paio di jeans parimenti attillati e sono stata costretta a metterci sotto il costume intero perché oltre a essere corta, una volta bagnata, la maglietta sarebbe stata anche trasparente. Ricordo che mi aggiravo furtivamente, neanche fossi stata una ladra, visibilmente a disagio, poiché neanche qui in Italia mi vesto in quel modo. E ho passato tutto il tempo a galleggiare sul pelo dell’acqua con i jeans zuppi e pesanti.
E io lo vedo, eccome…chi è senza velo porta i capelli sciolti, spesso vistosamente tinti e cammina con spigliatezza tra la folla che la considera una donna come tutte le altre. Io sono arrivata alla conclusione che dovrei guardare il mondo da sotto un niqab per mimetizzarmi e so che tante donne che lo indossano lo fanno proprio perché la loro bellezza catalizza gli sguardi maschili.
Ne vedo sempre tante di donne col niqab, quello integralmente nero, ma anche quello marrone, o viola, o grigio che sembrano meno austeri. Raramente mi guardano e io mi sono sempre chiesta cosa pensano di questa straniera svelata che passeggia per le vie egiziane cercando di rilassarsi e far finta di niente.
Evvabbè, pazienza.
Mio marito si gira verso di me, vuole presentarmi a suo zio. Mi alzo e vado verso di lui, non mi pare una buona idea. Lo saluto, gli porgo la mano, gli faccio gli auguri per il matrimonio del figlio. Lui si limita a porgermi il braccio e si ritira nel salottino adiacente attirando come per osmosi gli uomini verso di sé e facendo confluire le donne nella sala in cui eravamo io e le mie cognate. Finisce anche il supplizio dello sposo che è finalmente libero di alzarsi dal posto vicino a me e di recarsi dagli uomini.
Ci accoglie una donna con uno stupendo vestito rosso e un bel sorriso sincero. La saluto, la bacio, le faccio gli auguri. E’ l’unico punto di colore in una folla di donne vestite di nero, con il velo del niqab sollevato all’indietro, sulla testa. Qualcuna ancheggia intorno allo stereo al ritmo di una musichetta ritmata senza parole. Le mie variopinte cognate mi prendono per mano e mi portano dalla sposa che siede in fondo alla stanza. La scorgo attraverso il mare di vestiti neri: ha un abito bianco, sontuoso e sapientemente ricamato, che mette generosamente in mostra la scollatura e le braccia. E’ truccata e acconciata, ma mi dicono che per uscire si avvolgerà nel niqab, assolutamente nessuno deve vederla.
La ragazza mi saluta, mi sorride, mi ringrazia della cannuccia, mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Lei si chiama Fatma e la piccolina è sua sorella. Le dico che sono la moglie di un cugino dello sposo e guardandomi intorno vedo che gli occhi delle altre donne guardano qua e là, naturalmente. Nessuna mi fissa e ho la conferma che non sono al centro dei loro discorsi.
Non pensano assolutamente nulla di me e d’un tratto non mi sembrano più aliene, ma donne che hanno un motivo per sottrarsi allo sguardo degli altri, un motivo che io non so, che magari non condivido, ma rispetto. Sono donne come me.
All’aeroporto sono messa in modo tale che vedo oltre il vetro: una donna con il niqab passa oltre il metal detector, una donna poliziotto apre il suo passaporto e vedo che lei alza il velo per mostrarle il viso. Distolgo lo sguardo: anche se capisco i motivi del gesto mi sembra qualcosa di molto simile a una violenza, obbligarla a mostrare il volto, e non riesco a guardare, neanche se penso che quel niqab non è né per me, né per quella donna poliziotto.
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Silvia
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