Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

27 febbraio 2007

L'Oriente insegna

Su Repubblica si legge quest'interessante articolo che porta la data 22/02/2007:


Il segreto dell'architettura islamica medievale
"Usa formule matematiche del XX secolo"


di Alessia Manfredi


ROMA-Che cosa hanno in comune le madrasse dell'Uzbekistan e di Bagdad, la moschea di Isfahan in Iran e i palazzi sacri di Agra in India o di Herat in Afghanistan? L'impareggiabile maestria delle decorazioni, un complesso sistema di ceramiche ornamentali capaci di creare affascinanti arabeschi geometrici, che si replicano disegnando simmetrie azzardate. Una sorta di "marchio di fabbrica" dell'architettura islamica, che si ritrova costante dall'Asia centrale al Medio Oriente fin dal Medioevo.


Ma dietro quella che sembrava fino a oggi l'abilità certosina di un'affermata scuola artigiana si nascondono sofisticate formule matematiche che l'Occidente avrebbe compreso solo 500 anni dopo, a partire dal 1970. Lo sostiene uno studio americano pubblicato su Science.


Il mistero che sta dietro gli intricati disegni ornamentali delle "tassellature" islamiche è quello che gli scienziati chiamano una geometria "quasi cristallina", uno schema che replica la precisa struttura di un cristallo senza mantenerne l'esatta simmetria. E' una configurazione estremamente complicata da realizzare, che sottintende conoscenze matematiche molto avanzate.

A lungo si è pensato che le decorazioni geometriche tipiche delle architetture islamiche venissero realizzate a forza di compasso e regolo. Ma Peter J. Lu, dell'Università di Harvard, insieme a Paul J. Steinhardt dell'ateneo di Princeton, sostiene invece che questi semplici strumenti non sono sufficienti a spiegare risultati così perfetti, senza distorsioni, ottenuti su superfici così ampie.


Analizzando la struttura degli schemi ornamentali usati su larga scala, i ricercatori hanno individuato un modello complesso, creato partendo da tasselli a stelle e poligoni chiamati "girih", frequente negli edifici islamici sin dal XV secolo. Un disegno elaborato, ma con una simmetria che non si ripete mai uguale, che l'Occidente ha descritto per la prima volta solo negli anni '70 grazie all'intuizione del fisico e matematico britannico Roger Penrose.


"Erano più avanti di noi di almeno 500 anni", spiega a Repubblica.it Peter J. Lu, primo autore della ricerca. E in tempi di "conflitto di civiltà", ciò dovrebbe far riflettere, dice lo scienziato. "Questo dovrebbe dare all'Occidente nuove motivazioni per studiare la cultura e la storia del mondo islamico, particolarmente rilevante nell'attuale contesto geopolitico", continua Lu. "Se il nostro lavoro contribuisse a far luce sui progressi scientifici e matematici del mondo islamico medioevale, sarebbe per me una grande soddisfazione. E magari ne uscirebbe un livello di comprensione maggiore fra due gruppi di persone che al momento non vedono allo stesso modo molte cose".

13 febbraio 2007

Luoghi, non-luoghi, ma senza tv

Sulla rivista IN ALTRI TERMINI, n.19, gennaio 2007 apprendo di un progetto noto come videocomunicazione, un strumento pubblicitario che vede protagoniste le 13 maggiori stazioni ferroviarie italiane e che a Roma Termini è pienamente realizzato. Leggo:
L’idea (…) si è rivelata vincente in quanto colpisce l’attenzione dei numerosi frequentatori di questi scali ferroviari e al tempo stesso riconsegna alle stazioni movimento, colori e luce.
Insomma uno scende dal treno e mentre si fa spazio tra la folla che disordinatamente fluisce, incappa nella pubblicità a ciclo continuo -ideata dalle menti (geniali? Perverse?) di Grandi Stazioni -che blatera dagli schermi lcd disseminati in ogni angolo.Insomma, la TV, alla stazione. E c'è già da un po', non sarò la sola ad essermene accorta, almeno a Termini.
Nell'articolo si precisa che:
in questa prima fase il progetto non prevede contenuti ma messaggi promo-pubblicitari di aziende e marchi di livello come Dior, Armani, Calvin Klein, D&G, Coca Cola e Ferrero.
Ma c'è già chi pensa oltre: l'articolo, infatti, prosegue con le proposte dei soliti noti "burattinai " della comunicazione quelli che, in parole povere, decidono cosa propinarci in TV, (come Gori di Magnolia) e che ora fanno a gara a riempire i neonati palinsesti del nuovo mezzo per rivolgersi ad un target definito giovane e colto, che frequenta la stazione soprattutto per motivi di lavoro: molti di loro pensano che le sitcom siano appropriate per il nuovo mezzo, altri scomodano la sinergia con la natura vedendoci bene cascate, farfalle, paesaggi&Co, altri ancora attingerebbero alle scene spettacolari degli sport estremi. Nessuno si sente di escludere notiziari ed eventi in diretta.
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo: ma è davvero utile trovare la TV alla stazione? Volete restituirmi l'illusione di trovarmi nel salotto di casa? Ma ci avete pensato, signori burattinai, al problema dell'inquinamento e del risparmio energetico? Ma avete visto in che condizioni si trova uno, quando viaggia in treno? Non sarebbe stato meglio potenziare le linee, rinnovare i treni, insomma fare qualcosa di utile alla collettività? "Treno ristrutturato in collaborazione con Endemol Italia", lo avrei letto molto più volentieri.
A pensarci bene i signori burattinai non hanno tutti i torti: per quelli che chiamano i non-luoghi della modernità, come le stazioni e gli aeroporti, transitano molte migliaia di persone al giorno e trovo giusto e comprensibile offrire ai passanti/passeggeri occasioni di svago per ingannare l'attesa. Mi sembra ovvio pure che si ricorra a soluzioni d'impatto visivo, di immediatezza. Magari ci sarà pure qualcuno nell'intervallo tra un treno e l'altro che gradisce ingannare l'attesa in un modo diverso dalla solita vetrina, chi lo sa... Mi sembra pure ovvio che qualcuno dovrà pure guadagnarci su tale offerta, è così che va la vita. Ma che a guadagnarci siano i soliti noti e che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, no.
Credo che non si farebbe fatica a contattare un paio di giovani aspiranti fotografi e permettere loro di esporre, anche gratuitamente, le proprie foto: una galleria organizzata ogni volta su un tema diverso, che si faccia guardare per puro intrattenimento, che non mi obblighi a spolverare le mie conoscenze di storia dell'arte, senza biglietto o a un costo irrisorio di pochi centesimi, non so voi, ma io la frequenterei volentieri. Se non altro si darebbe, non dico lavoro, ma almeno la possibilità ai giovani-che-si-affacciano-sul-mercato-del-lavoro di mettere qualcosa di interessante sul curriculum, visto che tutti sono bravi a pretendere l'esperienza, ma nessuno è disposto a fartela acquisire. Lo stesso discorso, penso, si potrebbe fare con ballerini, artisti vari, artigiani, poeti, pittori...
Che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, dicevo, non sono d'accordo. Perché non mi diverto a vedere che uno va in un negozio di elettrodomestici e davanti alle tv in esposizione la gente fa capannello a vedere le partite. Non mi diverto neanche ad accorgermi che uno va a mangiare fuori e si ritrova a guardare il Milionario, programma che si presta magnificamente a farsi guardare anche se l'audio è disturbato dai rumori della sala. Non c'è mai da preoccuparsi, uno esce e la tv la trova ovunque, sono così gentili, a volte, da fartela trovare su tutti i lati di una sala.
Eppure i non-luoghi spesso danno tante informazioni sulla gente e sullo spirito del posto ché è un peccato gravissimo tenersi le cuffiette o trattenersi davanti agli schermi...
E' bello girare, guardarsi intorno, chiacchierare. Persino recarsi alle toilettes...
In quelle surreali dei luoghi pubblici dell'Egitto, (non so come vada in quelle riservate agli uomini) c'è spesso una donna che ti apre la porta, che se vede che sei straniera ti fa una specie di inchino per farti entrare, che ti dà i fazzolettini mentre ti lavi le mani e che, per la logica del luogo, merita una mancia. Capita pure che una è appena arrivata al Cairo, che viaggia da ore e ore e che, sapendo che il viaggio prosegue in macchina, decida di servirsi della toilette con il proprio arabo sbilenco. Capita pure che una, dopo un'ardua ricerca del modo in cui tirare lo sciacquone, tragga la conclusione che non sia possibile farlo e, gettata la spugna, esca a lavarsi le mani. Ed ecco che entra in azione la vecchina sbilenca come il tuo arabo che infila le mani nella cassetta, tira lo sciacquone e viene pure a porgerti il fazzolettino per le mani. E poi chiede qualche spicciolo aiutandosi con il gesto universalissimo dei soldi, per assicurarsi di essere capita. E una, con l'arabo che ancora gattona, come glielo spiega alla servizievole vecchina che ancora non ha cambiato i soldi e tutto il resto, vedendo per giunta che la signora in questione ci rinuncia e con un altro gesto di comprensione universale ti invita ad uscire? C'è qualcosa che prende il sopravvento in quei momenti lì, qualcosa che fa apparire uno come realmente è e non importa che l'arabo non sta in piedi, "Aspetta, torno subito" se uno lo sa dire, lo dice in quei momenti.
E una riparte riponendosi nel cuore i tanti complimenti della vecchietta e il suono di quelle monetine che le saltano nel palmo della mano e che se in euro corrispondono a nulla, a qualcun altro servono per mangiare.

06 febbraio 2007

Habla con ella


L'analfabetismo preclude molte strade e non solo in senso figurato, a quanto pare. Ma a considerare questa assurda vicenda tratta da Repubblica.it, mi viene da pensare anche che l'indifferenza faccia danni peggiori...


BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all'arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell'estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull'autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all'epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese. Accortasi dell'errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi. Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all'aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l'impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.
Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo. "Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l'hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l'origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l'annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L'otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l'autobus molto raramente per dirigersi verso nord.

Ma possibile che nessuno si sia sforzato di capire la signora a gesti.....a disegnini?
Non c'è nessuno in India con la metà della pazienza di chi si punta l'indice al petto tre volte ("IIIIIII-OOOO"), brandisce il coltello ("TAAA-GLI-OOO") e, tenendo un pomodoro tra pollice, indice e medio lo muove come se avvitasse una lampadina ("IIL-PO-MO-DOOO-RO")?
Un sentito GRAZIE a tutte le persone che in Egitto sfoderano il mimo che è in loro per poter parlare con me!

29 gennaio 2007

Etnocentrismo


Ne ho ampiamente parlato nei commenti, ma l'etnocentrismo merita un post.


Materiale tratto dal sito Sistemi e Culture.


Sinteticamente l’etnocentrismo può essere definito come "la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come strani, differenti, inferiori. Il proprio punto di vista viene ritenuto la norma, il modo naturale di essere e di fare".
L’etnocentrismo è un fenomeno complesso che comprende atteggiamenti sia individuali che collettivi di tipo pratico, espressivo, speculativo molto diversi tra loro per le modalità con cui si concretizzano nelle diverse società e diverse epoche storiche.
Vittorio Lanternari scrive che "gli atteggiamenti chiamati etnocentrici riguardano rapporti a livello emotivo, psicologico, valutativo, intellettuale, comportamentale tra individui appartenenti ad un aggruppamento e individui membri di un altro aggruppamento considerato dai primi "altro", "diverso" e perciò caratterizzato come "inferiore".
La nozione di etnocentrismo non è dissociabile facilmente da quella di pregiudizio: gli etnocentrismi infatti sono forme di pregiudizi o di presupposti conoscitivo-valutativi.
L’etnocentrismo si colloca tra egocentrismo e antropocentrismo e indica un generico, istintuale bisogno dell’uomo di garantirsi un’identità sociale, come membro di uno o più raggruppamenti (identità rispettivamente familiare, clanica, di classe, di casta, nazionale, ecc.), mentre l’egocentrismo si riferisce al bisogno di una identità individuale specifica e l’antropocentrismo al bisogno di un’identità umana di tipo universale. L’ideale sarebbe che la persona possa sviluppare in modo equilibrato le sue diverse identità individuale, sociale e umana.
Queste forme di etnocentrismo, che si esprimono in termini mitologici, linguistici, formali e toccano la sfera logico-intellettuale, percettivo-rappresentativa, espressiva, epistemologica non comportano un atteggiamento ostile del soggetto verso l’oggetto, piuttosto incomprensioni, equivoci, errori conoscitivi, interpretazioni soggettive, influenzati dalle specifiche rappresentazioni relative alla cultura di chi valuta e non di chi è valutato. C’è un limite soggettivo alla capacità umana di astrarre totalmente da tali forme di etnocentrismo, malgrado gli sforzi di autocritica metodicamente condotti da ciascuno nell’atto di confrontarsi con l’altro. "Sin dalla nascita infatti, l’ambiente circostante fa penetrare in noi per mille vie consce e inconsce un complesso sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse" (Lévi-Strauss). Noi tutti, dunque, fin dall’inizio ci muoviamo come se fossimo all’interno di una massa chiamata per l’occasione cultura. La cultura è tutto quello che ci sta intorno e nello stesso tempo gli occhiali con i quali noi vediamo la realtà.
Vi sono vari modi in cui l’etnocentrismo si esplica:


etnocentrismo mitologico
. Molte popolazioni, allo scopo di distinguersi dalle altre, hanno dei miti con i quali esprimono la loro superiorità rispetto ad altri popoli. A titolo esemplificativo un mito degli indiani Cherokee racconta che il Grande Spirito creatore del mondo, volendo creare gli uomini, creò tre statuette d’argilla e le introdusse nel fuoco per cuocerle. La prima estratta troppo presto dal forno era bianca e mal cotta: da essa deriva l’uomo bianco. Quando uscì la seconda, era di giusta cottura, di colore rosso: da essa provengono gli indiani. Per dimenticanza il Grande Spirito estrasse troppo tardi la terza, che risultò troppo cotta e di tinta nera: da essa nasceva la stirpe dei neri. Così furono creati gli abitanti d’America ma sia gli uomini bianchi che i neri portarono fin dall’origine il marchio dell’imperfezione, mentre la stirpe indiana si presenta come l’unica perfetta. Questo mito dunque in modo ingenuo esprime la superiorità degli indiani autoctoni nei confronti delle popolazioni bianche e nere che si insediarono nel loro territorio.

· etnocentrismo espressivo. Consiste nelle denominazioni etniche con le quali una comunità connota se stessa in termini positivi e le altre in termini negativi. Gli esempi al riguardo sono numerosi: il nome del popolo africano dei Bantu deriva dalla radice "ntu" che nella loro lingua significa "uomo" e dalla parola "ba" che indica il plurale: quindi Bantu significa popolo degli uomini; allo stesso modo gli eschimesi chiamano stessi nella loro lingua "inuit" che significa "uomini", mentre il nome con cui li conosciamo noi deriva dal soprannome dispregiativo dato loro dalla vicina popolazione degli Algonchini e significa "mangiatori di carne cruda". Questi esempi di mitologie e di espressioni linguistiche indicano atteggiamenti etnocentrici di sopravvalutazione di sé e di sottovalutazione degli altri gruppi considerati "diversi".

· etnocentrismo linguistico porta a contraffare, ad alterare, gli specifici significati che sottendono a determinati termini, per le difficoltà di tradurre nelle lingue europee i complessi significati di alcune parole di altre culture (in particolare per le lingue di società tradizionali). Termini come "magia", "anima", "stregone" non hanno nelle lingue europee gli stessi significati che invece assumono in sistemi con credenze complesse e diverse come nelle società tradizionali.Tra il linguaggio e la percezione del mondo sembra esserci un rapporto, in quanto "chi parla un’altra lingua non si limita a dire in modo diverso le stesse cose ma scandisce in modo più o meno diverso il mondo che lo circonda".

· etnocentrismo epistemologico. È insito "nell’atto più profondo del pensiero" e comporta l’impiego precostituito di categorie epistemologiche. Questo anche quando ci si sforza di essere obiettivi e si è metodologicamente preparati. Allo scopo di superare questo tipo di etnocentrismo alcuni antropologi americani hanno studiato una particolare metodologia per "riuscire ad entrare nella testa dei propri informatori", contrapponendo un approccio di ricerca particolaristico chiamato emico ad un approccio universalistico detto etico. Questi termini derivano dalla linguistica, dove con il termine fonetico si intende la descrizione dei suoni prodotti dagli organi della parola che sono comuni a tutti gli uomini, mentre per sistema fonemico si intende la suddivisione dei suoni in base alle differenze specifiche esistenti da linguaggio a linguaggio. L’approccio emico è il tentativo di entrare nella testa dei propri informatori allo scopo di superare l’etnocentrismo epistemologico, per scoprire i significati e la struttura di una specifica cultura. Per quanto però uno scienziato tenda al massimo di obiettività, difficilmente potrà evitare di mutuare dalla propria cultura il tipo di rappresentazione che egli può farsi delle strutture del pensiero degli altri.

· etnocentrismo percettivo-emotivo. Lo si può spiegare considerando che ogni individuo riceve attraverso la sua cultura un insieme di esperienze percettive ed emotive che in modo inconsapevole tende a definire naturali. In realtà, come sostiene Lévi Strauss, non esistono fenomeni naturali allo stato puro; essi esistono soltanto sotto forma concettuale e per così dire filtrati da norme logiche e affettive appartenenti alla cultura. Le varie percezioni uditive, visive, spazio-temporali assumono significati diversi nelle varie culture e per riuscire a comprenderli è necessario uno sforzo conoscitivo al di la dei propri modelli di riferimento.

Le forme di etnocentrismo fin qui esaminate si definiscono attitudinali o naturali. Si parla invece di etnocentrismo ideologico passando dalle società tradizionali a quelle occidentali più complesse: quanto più alto è il grado di complessità strutturale, tanto più ad etnocentrismi attitudinali si sovrappongono manifestazioni aggressive, violente, distruttive motivate da giustificazioni etnocentriche, che vengono ad assumere funzione di ideologia. Dunque, in rapporto al grado di diversificazione di strati e di classi sociali all’interno delle società complesse o centralizzate, un processo di ideologizzazione si innesta sul fondo di attitudini etnocentriche genericamente percettivo-espressivo-conoscitive. L’etnocentrismo si sviluppa allora nelle sue forme discriminatorie, persecutorie, aggressive.
Gli atteggiamenti di tipo etnocentrico invadono gli ambiti tecnologico ed etico-sociali. Un esempio di etnocentrismo tecnologico è stato l’imposizione di abitazioni di tipo europeo ad abitanti dei villaggi nel sud del mondo.
L’etnocentrismo giuridico è dato dall’imposizione del diritto europeo a popolazioni il cui diritto era basato su norme consuetudinarie ricche di connessioni con un sistema di valore etico-sociale.
Risulta quindi chiaro come un atteggiamento di tipo etnocentrico precluda la possibilità di studiare in modo efficace culture diverse: può accadere di non essere consapevoli di usare punti di vista e concetti che hanno validità solo all’interno del nostro mondo culturale e che non sono traducibili in altri contesti. E’ necessario non assumere i propri modelli come criteri assoluti di valutazione e di conoscenza e riconoscere che ogni modello culturale è degno di rispetto quanto tutti gli altri.

25 gennaio 2007

Istruzioni fidanzato arabo, cercasi

Il Sitemeter mi informa che più di qualcuno viene catapultato/a su Amal dopo aver inserito sul motore di ricerca “fidanzato arabo”, “fidanzato egiziano” e affini.
Che cosa crede di trovare una sul web al riguardo?
Un elenco delle rose e delle spine? Fai questo e quello no, mi raccomando non dirgli che….? O….forse consigli con pretese universali e totalizzanti del tipo assolutamente sì, sono premurosi fino all’inverosimile o un arabo, ma scherzi?
Chi credete che sia un fidanzato arabo, care donne che approdate qui? Che cosa vorreste leggere?
Non fidatevi se vi dico che non ho mai avuto un coinquilino più pacifico, che non ho mai conosciuto una persona più saggia, completa ed equilibrata, che non ho mai….mi fermo qui, perché ho già precisato che non è il caso di fidarsi di tali elargizioni di consigli: ovunque troverete soltanto opinioni parziali, punti di vista personalissimi, esperienze concrete che pertanto, non possono valere per tutti, in assoluto.
Un fidanzato arabo, egiziano, svizzero, greco va considerato per quello che è: un fidanzato, punto. Una persona, al pari di tutte le altre: due occhi, un naso, una bocca, eventualmente un cervello e una sensibilità. Come tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Si sarà intuito che io, personalmente, non sostengo tale dilagante “determinismo geografico”: ma perché, qualcuno crede che ci siano differenze tra un fidanzato bellunese e uno pisano? Tra un ravvennate e un barese, o un catanese e un fiorentino?
Forse è il caso di considerare seriamente l’ipotesi di liberarsi di tutti questi stereotipi, la vita è già tanto complicata…fossi in voi non dimenticherei quelli altrui però (amici, parenti&co)!
Se non siete d’accordo, liberissime di perseverare nella vostra ricerca. Chi cerca, trova. Ah…nel caso le trovaste, queste istruzioni, non vi disturbate a girarmele….

05 gennaio 2007

La fine, l'inizio e le emozioni in mezzo

Il mio anno prende a dipanarsi lentamente, ancora intriso del tepore natalizio e dell’aria di casa, ma all’orizzonte, ancora partenze.
Con il 2006 alle spalle realizzo che ha raggiunto il culmine quel lento, dolceamaro e –suppongo- inevitabile lavoro di limatura delle mie amicizie che, paradossalmente, solo ora che sono spolpate fino all’osso sento mie. Come se quell’osso fosse mio.
Tante cose vanno, qualcuna arriva, pochissime restano. Come quell’osso: con un certo orgoglio mi passa davanti agli occhi il primo decennio di amicizia vera, che sa comprendere e aspettare, perfino tollerare la lontananza. Sottolineo perfino perché è stato proprio il cattivo rapporto di molti con le mie valigie a dare il “la” alla lima.
Diec’anni. Mica un minuto. Una condivisione continua e costante di attimi di vita vera, normale, ché tanto i film sono degli altri, io mi vivo la mia vita, lasciando questo decennio al posto di sfondo di tutto quello che cerco di costruire, che, del resto, ha sempre ricoperto.

Un anno che ha scandito il modo, il tempo e il luogo di una parte nuova di me, che si stacca definitivamente da ogni pretesa o voglia, più o meno presunta, di apparenza. Eppure non sono stata mai una fedelissima di estetiste, parrucchieri e firme, io, ma questo mondo mi circonda come l’acqua un pesce e, grazie a Dio ora lo dico ridendo, era anche riuscito a farmi sentire inferiore e insicura quel mondo lì. Mi faccio una fragorosa risata (per il mondo delle firme e per la mia stupidità) e confesso che niente mi ha fatto mai sentire più donna di quelle gonne lunghe che avevo scelto di portare in Egitto a luglio e che poi ho finito per portare tutta l’estate. Ripenso a quel fruscio nuovo e lieve ad ogni passo, alla brezza che giocava con l’orlo e alla naturalezza del gesto di sollevarla di pochi centimetri per salire o scendere le scalette ripide delle vecchie case de El Labban di Alessandria, dimora delle icone della famiglia che mi ha accolto come se ne avessi fatto parte da sempre.

Ripenso all’impegno di archiviare ogni ricordo associandovi l’emozione sensoriale che mi ha suscitato: per poterne disporre come bottiglie di profumo, iniziate e mai finite, da aprire e chiudere senza mai perderne la fragranza. E così è per il ricordo, scarpe in mano, del primo ingresso in moschea, quando, prima il destro e poi il sinistro ho iniziato a camminare sui marmi caldi del sole e dell’aria del Cairo, a piedi nudi; o per il succo di mango fresco, appena arrivati, che ho sentito andarmi dritto al cuore, con tutta la magia del Cairo dentro. Ma è così anche per la gita al lago quel pomeriggio d’agosto e per i tramonti e i fiori che mi sorprendono ogni volta che torno a sentire l’odore, dolcemente primordiale, di casa.

Ripercorro tutto questo e scruto questi primi giorni di gennaio per capire che faccia avrà il nuovo anno.
Solo una piccola constatazione, ché è troppo presto per giudicare: è un anno dispari (e io accordo istintivamente una netta preferenza a quelli pari), ma è pure un anno che inizia di lunedì. In un colpo solo, insomma, iniziano un nuovo giorno, un nuovo mese e un nuovo anno. E ora che l’ho constatato mi sento piena di energia: perché, vi pare poco?(dico, che inizi tutto ciò, non che io sia piena di energia).
Ma sono piena di energia, dicevo. E mi piace sperare che questa sensazione di principio investa un po’ tutti: c’è bisogno che qualcosa cambi. E in fretta, pure.
Tanto per dirne una, non mi sembra che la vita umana sia stata poi così rispettata, ultimamente. Sono costretta a farne una questione di cappio e di spina: del primo me ne ero già (pre)occupata, della seconda lo faccio solo ora, ora che abbiamo consegnato alla Memoria un martire. Uno solo, mi piace pensare.
Ho visto un uomo negare a un altro uomo il funerale, le preghiere che riaccompagnano un’anima al Creatore. E solo perché quell’anima ha optato, in modo discutibile, certo, per la morte anziché per la vita. Forse il problema ruota attorno a quella spina, ma la questione è un’altra: chi è un uomo per negare a un altro uomo la preghiera? Perché non si è lasciato che quell’anima spiegasse a Dio le ragioni di quella scelta? Non è affare degli uomini giudicare né decidere degli altri uomini. Né dei vivi, né dei morti.

23 dicembre 2006

15 dicembre 2006

Verso un Natale vero?

Apprendo con piacere che in Gran Bretagna al consueto Royal Chistmas Message della regina Elisabetta sulla BBC, è affiancato sull'emittente privata Channel 4, un messaggio letto da una ragazza musulmana con il niqab.
Riporto l'ultima frase dell'articolo:

Il dibattito su diritti e integrazione dura ancora oggi, ed è facile prevedere che un messaggio natalizio di una musulmana col niqab non potrà che prolungarlo.



Io sono d'accordo a prolungare il dibattito, almeno fin quando i modernissimi ed emancipatissimi occidentali non smetteranno di tirare in ballo diritti, integrazione&Co quando si parla di velo. Lasciatele in pace, le donne musulmane.

E, a proposito di donne musulmane e di vacue questioni poste da chi vuole vedere i problemi dove non ci sono, segnalo questo articolo, datato, ma significativo, tratto sempre da Peace Reporter.
Dategli uno sguardo ché quella 18enne ha le idee molto chiare e se incontrate Vespa, riferiteglielo...

14 dicembre 2006

Oltre le apparenze: il senso dell'Aida oggi

Francesco Longo mi ha segnalato questo suo articolo apparso ieri su "Il Riformista".
La sua voce fuori dal coro questa volta si sofferma sull'Aida: oltre i lustrini, oltre il grande spettacolo, oltre lo stereotipo tradizionale, Longo delinea il significato dell'evento nel contesto odierno, allineandosi alla prospettiva di Edward Said sulla fine dell'Orientalismo.
Una riflessione, la sua, che si accorda pienamente agli intenti di questo blog e che ho deciso di raccogliere per la sua immediatezza, per quella capacità di andare oltre l'opinione dominante e superficiale. Non è facile, me ne rendo conto. Ringrazio vivamente Francesco Longo per il suo lavoro così significativo e per essersi ricordato di questo blog.
mercoledì 13 dicembre 2006
di Francesco Longo

Rileggere Verdi dopo la prima, oltre Materazzi e il gorgonzola tartufato
UN'OPERA "IMPERIALISTA" CHE ANESTETIZZA LE COSCIENZE
Edward Said nelle riflessioni sulla scia di «Orientalismo» decostruisce il neo-colonialismo del celebre melodramma: «L’egittologia non è l’Egitto».

Dopo aver lasciato decantare l’aspetto glamour dell’Aida di Zeffirelli è possibile vedere elementi trascurati di quest’opera. E cioè: cosa vuol dire mettere in scena l’Aida oggi? Che valori porta dentro di sé questo spettacolo? Le pagine dei quotidiani si sono giustamente concentrate sulla mondanità. I migliori giornalisti italiani hanno descritto smoking e bodyguard per pagine intere. I politici hanno battuto le mani. Prodi ha detto: «Questa è la perfezione». Lo stesso Riformista titolava «Uno stopper alla Scala». Il punto era sempre: e Valeria Marini? E la cena col gorgonzola tartufato? E la cravatta di Materazzi?
Dopo qualche giorno è lecito porre altre domande. Tipo: che rapporto c’è tra l’Aida e il colonialismo? Oppure: c’era bisogno oggi di un’opera che fa dello straniero - del diverso - un orpello di cartone?
Per far ciò è utile tornare ad alcune indicazioni di Edward Said. Cinque anni dopo aver scritto il famoso Orientalismo, Said pubblicò il volumone Cultura e Imperialismo che proseguiva in quella stessa direzione. Qui, per alcune pagine, rileggeva proprio l’Aida di Verdi. Non siamo abituati ad associare l’opera lirica allo sfruttamento imperialista, questo lo sapeva anche Said. Tuttavia egli si occupò a lungo di come la cultura fosse coinvolta con i processi di colonialismo e di come fosse legata alle azioni imperialistiche e alla fine arrivò all’Aida.
Secondo Said l’Aida «ha avuto una grande influenza sulla cultura europea. Ad esempio nel confermare l’immagine dell’Oriente come luogo essenzialmente esotico, distante e antico, nel quale gli europei possono esibire tutta la loro forza». Questo è ovvio. L’opera è assai complessa, non è un caso che sia arrivata fino a noi, sopravvivendo ad altre che invece si sono smarrite.
La scoperta spiacevole che però fa Said si può riassumere in una frase: «l’imbarazzo suscitato dall’Aida deriva dal fatto che non si tratta tanto di un’opera sul dominio imperiale, ma è parte del dominio imperiale». L’idea del critico era quella che le rappresentazioni che si offrono dell’oriente, dei musulmani, del mondo arabo, degli egiziani, sono un modo per partecipare alla conquista fisica, territoriale, militare.
A Giuseppe Verdi, (che fu preferito sia a Wagner che a Gounod) quando fu commissionata l’opera, fu dato il controllo assoluto di questo spettacolo. Verdi, non avendo una conoscenza diretta dell’Egitto, si appoggiò ad autorevoli accademici egittologi. «Occorre però ricordare che l’egittologia è appunto l’egittologia, e non l’Egitto», scrive Said. Egli considera gli studi di egittologia non un modo per conoscere l’Altro, ma al contrario come la preparazione teorica, artistica, per legittimare l’occupazione del territorio. La conquista di Napoleone era stata affiancata da studiosi che catalogarono l’Egitto: descrivendo, rappresentando, sezionando, elencando, classificando, ricostruendo in bozzetti, modellini e dunque inventando l’Egitto per governarlo e sottometterlo. Certe riproduzioni dell’Egitto dell’epoca «dunque non sono descrizioni ma ascrizioni».
Se non si tengono in considerazione questi aspetti, sfugge la portata di certe opere artistiche. Ci si chiederà: ma la Moratti? E il pizzo nero di Valeria? E i pantaloni di Angela Merkel erano adeguati o no?
Nella tessitura artistica dell’Aida alla fine filtrarono atteggiamenti imperialistici. Il primo risultato fu un Egitto orientaleggiante: «Tipici da questo punto di vista alcuni passaggi del II atto: il canto della sacerdotessa e, poco più avanti, la danza rituale». Tra l’altro Verdi trasformò alcuni sacerdoti in sacerdotesse «seguendo la consolidata tradizione europea di mettere donne orientali al centro di qualsiasi rituale esotico; le sacerdotesse verdiane sono l’equivalente delle danzatrici, delle schiave, delle concubine e delle “bellezze al bagno” nell’harem, che dominano l’arte europea di metà Ottocento». Si sa, non c’è oriente, senza sensualità.
L’Aida dunque, ambientata e messa in scena in un luogo geograficamente lontano dall’Europa, restava intrisa proprio di quel contesto contemporaneo che si sforzava di lasciarsi alle spalle. L’opera era impressa di ciò che in Europa allora si voleva fosse l’Egitto. E oggi?
Sarebbe stato sgarbato, certo, affiancare alla sciarpona di Zeffirelli quel che ci vedeva Said: «uno spettacolo imperialista concepito per distrarre e impressionare un pubblico quasi esclusivamente europeo». E certo è giusto che un’opera come l’Aida muti col tempo. E se nel 1952 la Callas la interpretava in Messico, è giusto che oggi la si leghi al colletto slacciato di Materazzi. Le strategie della dominazione che la penetrarono durante la sua elaborazione oggi possono restare sullo sfondo. Si può ammirare l’opera senza pensare alla dominazione. Ne era convinto anche Said che nel 1993 ammoniva: «tuttavia l’impero rimane lì, sotto forma di tracce e di accenti, e può essere letto, visto e udito». Possibile che alla Scala non si sia percepito nulla di tutto ciò?
L’applauso prolungato, bipartisan, dei politici, lascia un piccolo brivido. Qualcosa stona, anche nel silenzio dei giornali. Secondo Said gli spettacoli come l’Aida, i romanzi, le fotografie, i libri di viaggio, i dipinti esotici servivano ad «anestetizzare le coscienze». E forse dunque, qualcosa chiarisce l’euforia e la reticenza sull’evento della Scala.
Già allora l’Aida faceva dimenticare quello che avveniva laggiù. E così oggi, l’esotico torna con la sua stessa inossidabile funzione. L’esotico è oggi l’innocua Fiona May della fiction tv; è la nuova traduzione de Le mille e una notte; è sentire gli accademici musulmani che in giacca e cravatta dibattono nei talk-show tra uno spot e una guerra nei tg. L’esotico serve a coprire la violenza. Sostituisce la brutalità del potere con l’ingenuità stupefatta della curiosità.

04 dicembre 2006

The Big Talk

Mi stupisco che qualcuno si possa stupire del fatto che sulle televisioni arabe.....
Un momento, riformulo il pensiero: a quanto pare, c'è qualcuno che pensa che il sesso non sia liberamente vissuto nel mondo islamico. Per l'ennesima volta, siamo davanti a un caso di etnocentrismo: per qualcuno è sbalorditivo che un medico vada su un canale satellitare egiziano a parlar di sesso, da un punto di vista scientifico, s'intende, al mondo arabo. Se poi quel medico è una musulmana con l'hijab ecco che qualcuno ne fa un articolo.
Leggo:

La franchezza della Kotb è decisamente inusuale in una regione dove l'educazione sessuale è minima, i contatti uomo-donna sono scoraggiati e di questi argomenti si parla in segreto, il che favorisce la circolazione di 'miti' piuttosto che di informazioni corrette.

Siamo alle solite: invece di apprezzare l'impegno della dott.ssa Kotb per quello che è, ossia un parere scientifico, ne viene sottolineato il presunto carattere innovativo in una società in cui i contatti uomo-donna sarebbero scoraggiati. Il sesso è vissuto all'interno del matrimonio, come un affare tra marito e moglie, non è scoraggiato. Lo è in un'ottica in cui la normalità è fatta di adolescenti acerbi che non vedono l'ora di disfarsi della verginità, ed ecco che tutto il resto diventa un fatto curioso. In Egitto il sesso non palpita dai cartelloni pubblicitari né dall'abbigliamento femminile eppure ogni coppia sposata se lo vive liberamente come meglio crede e non come si crede qui, basterebbe andare lì ad aprire qualche cassetto dell'intimo...
Credo che l'ira delle femministe sia rivolta al fatto che si parli di sesso "islamico" perché così etichettato lo si rende diverso da ciò che dovrebbe essere, cito di nuovo:
una condizione emozionale e umana, non una questione religiosa o dell'identità.
Chissà cosa succederebbe se la dottoressa approdasse sulle nostre televisioni...