Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

29 marzo 2007

Multiculturalismo e integrazione

Da AsiaNews.it leggo il seguente articolo di Samir Khalil Samir sj del 27/3:

Beirut (AsiaNews) – L’errore del multiculturalismo è quello
di rinchiudere
le culture in un ghetto immobile. E per quanto riguarda i
musulmani, essa rende
impossibile l’integrazione e l’assunzione di una
identità nazionale, favorendo
il fondamentalismo.

La questione
dell’identità nazionale è molto
importante sia per i musulmani nuovi
arrivati, che per quelli che vivono in
Europa da molto tempo. Occorre dar
loro la fierezza di essere italiani, o
britannici. Se vivono in Italia e se
si integrano in Italia, essi devono poter
dire “Io sono italiano” e non solo
perché riescono ad avere un passaporto o i
loro piedi toccano il suolo
italiano.

A questo proposito è
terribile quanto è successo a Milano
tempo fa, quando un gruppo di genitori
arabi (egiziani), strappando i loro
figli dalla scuola pubblica, hanno aperto
una scuola araba: intellettuali e
personalità politiche italiane hanno
enfatizzato questa scelta come un
impegno a “non perdere le radici”, ad avere
lezioni di lingua araba…. Non è
questa la priorità, né per loro, né per lo
stato. È piuttosto il compito
della famiglia, e forse di qualche gruppo
culturale.

Il compito dei
politici dovrebbe essere quello di
aiutare l’integrazione, trovare lavoro
per loro, garantire abitazioni dignitose
e prezzi a buon mercato, e tutto
ciò a condizione che essi vogliano adottare il
modo di vivere italiano. E
infatti, se un giovane si sente inutile, sfiduciato,
non valorizzato, senza
lavoro, allora la fuga verso la religione diviene
inevitabile e comincia una
lettura politica della religione in opposizione a ciò
che gli procura
dolore, ossia la situazione sociale in cui si trova. Accettare
che
l’identità tua è la cultura del paese dove stai (e non la religione),
necessita un’educazione e anche pensare come farla. D’ora in poi, perciò la
parola giusta non è multiculturalismo, ma integrazione.


Per spiegare perché non sono d'accordo con l'assunto iniziale, mi rifaccio a quest'articolo del sociologo Adel Jabbar sul multiculturalismo tratto da qui.
Per introdurre l'argomento, il professore ci ricorda che
La storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento e dalla creazione continua
di reti e intrecci tra persone provenienti da contesti geografici diversi.
[...]. Le culture, infatti, sono fluide e gli individui interpretano attivamente
le loro tradizioni rinnovandole per poter gestire i cambiamenti che le relazioni
con gli altri inevitabilmente comportano.
I flussi di persone, dunque, e la conseguente rielaborazione attiva delle proprie tradizioni culturali sulla base della cultura in cui ci si inserisce, sembrano fenomeni di ogni tempo.

Il professore continua isolando tre accezioni del termine:
  • ogni cultura è “multiculturale” perchè in essa sono
    riscontrabili sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi. Ad esempio,
    il cristianesimo è un elemento significativo nella costruzione dell’identità
    italiana ed europea, però va ricordato che questo insegnamento religioso ha
    “radici” nel Vicino Oriente, un’area abitata da una popolazione prevalentemente
    semitica.
  • con il termine “multiculturalismo” possiamo indicare la
    coabitazione tra diversi gruppi linguistici, culturali, religiosi che vivono nel
    medesimo spazio territoriale. Pensiamo alla zona alpina dell’Italia: dall’est
    all’ovest troviamo diversi gruppi come, ad esempio, quello sloveno, il
    friuliano, il cimbro, il ladino, il tirolese, il provenzale, l’occitano… Questa
    pluralità è più evidente nelle zone di confine, ma esiste anche altrove.
    [...].Per quanto riguarda la dimensione religiosa, pensiamo alla presenza
    ebraica o cristiana ortodossa a Venezia e a Trieste, oppure ai protestanti
    luterani nelle zone dell’Alto Adige, o ancora ai valdesi in Piemonte o alla
    presenza diffusa dei testimoni di Geova.

Significativa, a questo riguardo, è anche l'affermazione seguente che si riallaccia, più avanti, anche all'immigrazione:

E’ necessario ripristinare una “memoria plurale” per saper leggere la
complessità di contesti che spesso vengono ideologicamente ridotti ad entità
monolitiche e omogenee.
Infatti, se il confine statuale è rigido, quello
culturale è fluido: gruppi separati da confini statuali possono avere
consuetudini culturali simili , mentre altri che vivono nello stesso stato
possono avere tra di loro più differenze che similitudini. La memoria non può
vincolarsi all’ideologia degli stati-nazione ma oggi più che mai bisogna
allenarsi a riconoscere la pluralità e la dinamicità degli elementi che
contribuiscono alla formazione delle identità.
  • In terzo luogo, ogni società è multiculturale anche perché coesistono diversi
    sistemi valoriali. In Italia, ad esempio, c’è chi aderisce o meno a determinate
    visioni della famiglia (basta pensare al modello contrattuale o a quello
    sacramentale e alle controversie sulle famiglie di fatto o sulle unioni
    omosessuali) e troviamo posizioni contrapposte anche sui temi della pace e della
    guerra e perfino si può riscontrare la presenza di organizzazioni politiche che
    fanno riferimento a modelli ed esperienze non-democratiche. [...]
In merito all'immigrazione, il professore precisa che:
I rapporti tra culture sono spesso caratterizzati da
asimmetrie di potere. Il mondo che conosciamo oggi è fatto di un centro
dominante e sterminate periferie subalterne. [...].Queste ultime hanno scarso
potere contrattuale in ambito economico, politico e culturale. Gli immigrati
arrivano prevalentemente da queste aree periferiche con il desiderio di
intraprendere un percorso di emancipazione sociale, cioè di accedere al centro
leggendo la propria affermazione in base ai parametri del modello vincente.[...]
E’ bene ricordare che il multiculturalismo non è creato dalla
presenza degli immigrati. Essi aggiungono altre differenziazioni a quelle già
esistenti in ogni società e contribuiscono casomai a renderle più visibili.

Jabbar continua, mettendo in luce l'importanza degli interventi interculturali:

Le trasformazioni sociali in atto richiedono un metodo di intervento innovativo
che definiamo con il termine “intercultura”. Non intendiamo dunque un principio
etico né un traguardo da raggiungere ma l’impostazione di una prassi di lavoro
in grado di aiutarci a ripristinare una memoria plurale esplorando i nostri
contesti multiculturali.
La prassi interculturale implica considerare gli
immigrati non tanto rappresentanti di una cultura quanto di un progetto sociale
di emancipazione. Gli immigrati vivono un complicato processo di aggiustamento
identitario finalizzato a trovare un’ “unità combinatoria” tra elementi
appartenenti sia al nuovo contesto sia al contesto di origine. In questo
processo non incide solo la cultura ma anche il genere, la provenienza sociale,
il livello di istruzione, il tipo di occupazione, la politica di accoglienza sul
territorio, il tipo di progetto migratorio ecc.
L’intercultura innesca un
processo di estensione dei confini della democrazia attraverso una cultura della
partecipazione basata sul riconoscimento delle differenze. L’obiettivo è quello
di stabilire un nuovo patto di cittadinanza in grado di ristabilire la simmetria
necessaria per creare spazi di negoziazione e gestire le trasformazioni sociali
in atto garantendo la coesione sociale.
Questo processo intende includere
nuove soggettività e non “comunità” (sta a queste soggettività decidere come
organizzarsi in termini collettivi: se sul piano religioso, linguistico, o su
quello dell’appartenenza statuale o professionale, oppure sulla base di
organizzazioni associative o sindacali autoctone ecc.).
Incrementare la
partecipazione democratica significa superare il modello di “integrazione
subalterna” che vede negli immigrati una mera forza lavoro e riconoscere la
complessità delle relazioni che queste persone intraprendono con il territorio
dove risiedono.
L’intercultura ha bisogno della mediazione socio-culturale
che è innanzi tutto una strategia di parificazione di opportunità con lo scopo
di ricostruire reti sociali, creare nuove competenze e ripristinare l’autostima
dei cittadini immigrati riconoscendo anche quegli aspetti legati ai vissuto
culturali e religiosi.
La mediazione socio-culturale mira a lavorare insieme
a questo nuovo segmento della società perché possa partecipare attivamente
contribuendo a ricostruire una prospettiva condivisa.[...]
La questione
dell’immigrazione non riguarda solo l’immigrato, né è solo un intervento di
politica sociale di contenimento del disagio e neppure una politica securitaria
per arginare il pericolo.
La posta in gioco è rivitalizzare la democrazia
attraverso una cittadinanza attiva che coinvolga tutti gli attori sociali del
territorio. [...]

La simmetria di cui parla Jabbar è un concetto fondamentale, a mio parere, che di certo non combacia con il mero compromesso tra la classe politica e gli immigrati auspicata da S.K.Samir. Il recupero della simmetria sembra meno tortuoso se si riconosce la validità del multiculturalismo: senza soffocare la loro cultura, si possono aiutare gli immigrati a ridisegnarsi, senza costringerli a scegliere tra la lettura politica della religione e l'accettazione supina della cultura "di arrivo" perché, riflettendo, a ghettizzare, sebbene in modo diverso, sono proprio questi due estremi.

Mi scappa un sorriso, amaro, a leggere di quel gruppo di genitori egiziani che "strappano" i figli dalla scuola pubblica italiana. Messa così, la vicenda sembra ricalcare quella di Gavino Ledda strappato dai libri e ricondotto dal padre alle pecore. Mah... (La mia posizione sulla scuola araba in questione è ben nota).

22 marzo 2007

Acqua

foto tratta da qui


Oggi è la giornata mondiale dell'acqua, ne parlano un po' tutti i giornali. Io ho scelto questo articolo de Il Sole 24 Ore:


Ogni goccia conta: fronteggiare la scarsità d'acqua é il tema
prescelto per la Giornata Mondiale dell'Acqua 2007, che si celebra oggi in tutto
il mondo. Il tema di quest'anno, celebrato questa mattina a Roma, presso la sede
della Fao, alla presenza, tra gli altri, del segretario generale dell'Onu Ban
Ki-Moon, del direttore generale della Fao Jacques Diouf, dei ministri italiani
dell'agricoltura Paolo De Castro, dell'ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, della
vice ministro agli Esteri Patrizia Sentinelli e di Rita Levi Montalcini e
Michail Gorbaciov, sottolinea la crescente rilevanza mondiale della scarsità
d'acqua e la necessità di una maggior integrazione e cooperazione locale ed
internazionale per assicurare una gestione sostenibile, efficiente ed equa delle
scarse risorse idriche. Gli squilibri tra la disponibilità e la domanda, spiega
la struttura Onu UN-Water, il degrado della qualità dell'acqua sotterranea e di
superficie, la competizione intersettoriale, le dispute interregionali e
internazionali, tutte ruotano intorno alla questione di come fronteggiare la
scarsità di risorse idriche. Il tema é stato deciso da tutti i membri di
UN-Water durante la Settimana mondiale dell'acqua tenutasi a Stoccolma
nell'agosto 2006. La FAO funge da coordinatrice per la celebrazione della
Giornata Mondiale dell'Acqua 2007 per conto di tutte le agenzie delle Nazioni
Unite e dei membri dei programmi di UN-Water. In questo compito é assistita
dalla Segreteria di UN-Water, che ha sede presso il Dipartimento economico e
sociale delle Nazioni Unite di New York e che rappresenta il punto di contatto
per le questioni relative all'acqua dolce all'interno del sistema delle Nazioni
Unite.
Ho scelto di parlare dell'acqua perché è al centro di tante guerre dimenticate, al pari del petrolio e di tante altre risorse che rischiano di scomparire (e non è il caso che scompaiano dalla nostra attenzione...), ma anche perché è stato l'argomento del mio scritto di italiano alla maturità e sono passati quasi 5 anni. Volati, trascorsi. Veloci, proprio come l'acqua. E, forse, è meglio così.
In questa parte straricca e strapiccola di mondo, poi, ci si sforza a bere almeno 1,5 l di acqua al giorno per fare tanta plin plin, per depurarci, per essere più belli, più snelli, più sani, per contrastare la cellulite e bla bla bla, mentre dall'altra, quanto ha uno qualsiasi di noi nel portafogli basterebbe a sostentare un intero villaggio...
Riesce difficile pensare a un posto in cui la mancanza d'acqua miete vittime, spinge a scavare nel fango, con tutto quel che comporta, poi...
Penso ai mille usi e alle mille forme dell'acqua, penso a tutte le fontane e fontanelle che abbelliscono le città, alle abluzioni dei musulmani prima di ogni preghiera, all'acqua santa dei cattolici, penso a quando ho letto l'inizio del Purgatorio e mi sono commossa leggendo che Virgilio lava il viso a Dante, uscito dall'Inferno. Penso a tutte le civiltà legate da materna gratitudine all'acqua e da essa spazzate via, penso ai mille modi di dire che hanno a che fare con l'acqua.
Ma soprattutto penso a quel pomeriggio rovente del Cairo, e a quelle due donne che davano da bere ai passanti senza aspettarsi nulla in cambio: un tavolinetto all'ombra, un recipiente con dell'acqua fresca e i bicchieri. Quando si dice dar da bere agli assetati...

18 marzo 2007

Le valigie di sogni

E la vita è così forte che attraversa i
muri senza farsi vedere; la vita è così vera
che sembra impossibile doverla
lasciare; la vita è così grande che
"quando sarai sul punto di morire, pianterai
un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire".
(R. Vecchioni)
E'
un articolo dolceamaro, leggero e profondo insieme, questo. Di quelli che credi che ti stiano strappando una lacrima e invece è un sorriso. Succede anche l'inverso...
E' che uno si infiamma per quel certo slancio di ottimismo che trasuda dalle aspirazioni altrui e che in fondo, è anche il proprio. Sarebbe bello poterne disporre in ogni momento, non solo nelle scelte...
Si può cambiare vita senza sognare, sperare, immaginare una vita migliore?
Forse vivere è proprio sperare che Dio disponga ciò che i sogni degli uomini hanno proposto. Forse è anche accettare la propria condizione, abituarsi ad essa e magari riderci anche un po' su prima di cercare di cambiarla...
Per le migliaia di rifugiati che notte dopo notte arrivano negli Usa la prima visione dell'Occidente è il quarto piano di un albergo
Benvenuti all'hotel America
di Mario Calabresi
NEWARK (New Jersey) - La prima visione dell'America, quella che ricorderanno per sempre, comincia con un parcheggio, si allarga sull'autostrada che in meno di mezz'ora potrebbe condurli a Manhattan e si chiude con la ciminiera, illuminata ogni notte, dello stabilimento della birra Budwaiser. Il sapore invece è di un contenitore di plastica colmo di riso e pollo, l'unico menù che ha messo d'accordo tutte le religioni, accompagnato da una gigantesca coca cola piena di ghiaccio. L'odore è di moquette e disinfettante. Il rumore, da subito, è quello delle pubblicità televisive. Una domanda li martella nella prima notte della loro nuova vita: "Avete comprato il tagliando di Megamillion? Sarete voi questa sera i vincitori dei 375 milioni di dollari in palio?". Non capiscono o pensano di aver compreso male. Sanno però di aver vinto il biglietto per gli Stati Uniti: lo tengono stretto. Quest'anno ne sono stati estratti 70mila e loro possiedono quelli con il numero di serie poco successivo a 12mila. E' un foglietto che sta nel palmo di una mano, sopra c'è stampigliata la dicitura "rifugiato". L'Hotel dei Rifugiati è un palazzone di otto piani e 191 stanze, fa parte della catena Days Inn. Ogni notte arrivano che è già buio e occupano quasi interamente il quarto piano. Quindici, venti stanze, dipende dal carico degli aerei. In questa Ellis Island del Ventunesimo secolo, sbarcano uomini, donne e bambini da tutto il mondo. Fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni politiche e religiose, dalle pulizie etniche.
L'America, la stessa che costruisce muri alle frontiere e prende le impronte digitali a chi varca i suoi confini, continua ad accoglierli con una generosità che non ha paragoni. E' un flusso costante, duecento persone al giorno che varcano uno dei cinque ingressi verso una nuova esistenza: Newark, Miami, Los Angeles, Chicago e New York. Nell'istante in cui si aprono le porte automatiche un vento gelato fa volare gli scialli di cotone delle donne del Burundi, i bambini prima ridono poi si spaventano. Bufera a dieci sotto zero. Gli iraniani respirano a fondo: "La neve, come a Teheran". Questo istante, questa notte in una stanza anonima, il pollo con il riso, chiudono una vita di paure, persecuzioni, fughe, campi profughi, e ne aprono una nuova in luoghi sconosciuti, incerti, La nuova esistenza americana. Un anno da rifugiati, cinque con una carta verde e poi una vita intera da cittadini a stelle e strisce. "Volo TWA 881 decollato ad Atene, 13 febbraio 1980. Non ho dimenticato niente di quella notte. Ero fuggito da solo dall'Etiopia il 26 agosto del 1974, alla vigilia del colpo di Stato di Menghistu. Quando arrivai a New York era buio, in albergo c'era un ricevimento con una grande orchestra, mi fecero sedere ad un tavolo del ristorante, arrivava forte la musica, chiusi gli occhi e immaginai che era il benvenuto per me". Omar Nur oggi è il responsabile dei profughi che arrivano al Liberty Airport nel New Jersey, fa questo lavoro da vent'anni, li accoglie all'immigration, li aiuta a passare i controlli, li accompagna in albergo, gli spiega come funziona la chiave elettronica per aprire la porta, con cui giocheranno fino a notte fonda i bambini somali, la vasca da bagno, il televisore. Con garbo mostra che il letto ha lenzuola e coperte, che ci si deve infilare sotto. Questo accade con gli africani che arrivano dal Darfur, dal Congo, dalle mille guerre dimenticate. Con gli ucraini, gli iraniani, gli etiopi discute invece della macchinetta che distribuisce le sigarette, dei canali satellitari e della puntualità dei voli del mattino. All'alba li va a svegliare e li accompagna all'imbarco verso la destinazione finale: uno di quei quattrocento luoghi in cui l'America ha deciso di accoglierli. In questo breve tragitto tra l'ufficio immigrazione e il copriletto a fiori uguale in ogni stanza, Omar ha visto sfilare i drammi del mondo negli ultimi vent'anni: ad un certo punto erano tutti indocinesi, "boat people", i voli arrivavano dall'Asia via Francoforte, poi erano polacchi e l'eco di Solidarnosc e Jaruzelsky riempiva questo parcheggio. Finita la guerra fredda il mondo si è sbriciolato, e ogni sera si ascoltano dieci dialetti diversi, storie complicate da comprendere. Questo è l'anno dei somali, degli iraniani e di quelle migliaia di birmani che da anni vivono parcheggiati nei campi al confine con la Thailandia. Sulla ruota americana sono usciti i loro biglietti, pochissimi i premiati se si pensa che a concorrere sono oltre nove mioni di persone in tutto il mondo, i rifugiati scappati dalle persecuzioni o dal terrore. Omar è solo uno di quelle cinquemila persone che rendono possibili questi immensi spostamenti, che li gestiscono, che cercano di dare un ordine al caos, partendo dall'assitenza umanitaria. Sui loro giubbini blu è stampata una grande scritta: IOM, organizzazione internazionale per le migrazioni. E IOM c'è scritto sul rettangolino autoadesivo che hanno tenuto sulla maglietta per tutto il viaggio. Emile e Justine vengono dal Burundi, sono saliti veloci, i primi ad arrivare in camera. Non avevano bagagli. Tutto quello che possiedono è appoggiato sul letto in una borsa di plastica con il disegno dell'uccellino Titti vestito da sciatore. La aprono, contiene solo un paio di scarpe e i documenti. Domani andranno a Boise, nell'Idaho. Verso il confine con l'Oregon, oltre le montagne rocciose. Stanno in silenzio, non hanno voglia di raccontare la loro storia, non ha più importanza, adesso bisogna stare concentrati sul futuro. Gli Omran sono sudanesi, anzi sauditi, ma si sentono egiziani: "Come ci troveremo a Salt Lake City?", la capitale dello Utah dei mormoni. A parlare è sempre Omar Idris, il figlio maggiore: "No, il capofamiglia, perché sono io che mi occupo di loro tre dopo che mio padre è scomparso alla frontiera cercando di tornare in Sudan. Veniamo dalla Nuba Mountains, ma io e le mie sorelle siamo nati in un campo profughi in Arabia Saudita dove i nostri genitori erano fuggiti. Però siamo cresciuti al Cairo e lì abbiamo studiato". La loro storia è piena di sorprese, la madre, che non ci tiene a dirci l'età, trovò lavoro come badante nella grande casa di un'anziana signora egiziana: "Accettò di ospitarci tutti e quattro, e quando morì continuammo a vivere lì, finché non si realizzò il sogno di venire negli Stati Uniti". Omran sogna di diventare avvocato, vorrebbe una moglie ma non può ancora: "Mi devo prendere cura di loro - sospira abbracciando le sorelle - la vita mi ha insegnato questo". Hanno sognato per anni la nuova vita. I più giovani scommettono sul loro futuro, gli altri puntano sui figli. "Saranno americani, qui potranno studiare": i genitori di religione Baha'i, una minoranza iraniana a cui non è permesso accedere alle università né ad incarichi statali, ripetono questa frase come un mantra. Raccontano vessazioni, minacce, arresti e ora sperano: "Qui - afferma Houman, crecando conferme alle sue parole - non si fanno discriminazioni tra le persone, le religioni e i colori della pelle, vero? Questo sappiamo dell'America e questo speriamo. E' molto difficile immaginare quale sarà il nostro futuro". Insieme alla moglie Noushein è partito dieci mesi fa da Teheran in treno, verso la Turchia. Gli iraniani li hanno lasciati andare volentieri: "Con Ahmadinejad la situazione è peggiorata: arresti, licenziamenti e poi nostro figlio, che ha solo 4 anni, non avrebbe mai potuto studiare. Ora andremo a San Diego, dove vive già mia madre da tre anni e dove c'è una nostra comunità". Hanno accettato di essere fotografati, sono stati gli unici, le altre famiglie non hanno voluto, troppa paura di rappresaglie su chi è rimasto. Anche i più giovani rifiutano uno scatto: Haji ci mostra solo la stella a nove punte che tiene sotto la camicia, poi vuole che sia ritratto il medaglione con la forma calligrafica della parola araba Bahà' che significa "gloria". "Io sono qui a causa di questo, fotografatelo al posto della mia faccia, non voglio corerre rischi". Ha solo 21 anni, viene da Tabriz, la porta dell'Iran verso l'Occidente, e faceva il muratore. Ora Haji andrà a Los Angeles e sogna senza freni: "Voglio fare il cantante o l'attore, voglio diventare famoso, e anche per questo non voglio foto, se domani ne circolasse una con la faccia da rifugiato rovinerebbe la mia immagine". Yashar Hosseini, che ha la stessa età e arriva da Isfahan, ascolta attento e un po' preoccupato: "Io vorrei fare il regista ma mi hanno destinato ad Atlanta in Georgia, ho paura che non sia il posto giusto, meglio Los Angeles, dovrò muovermi". Gli chiediamo del cinema iraniano, di Kiarostami e Makhmalbaf, mette le braccia avanti, scuote la testa: "No, no, non mi piace quel genere lì, non mi piace il cinema intelligente, impegnato, io vorrei fare film di intrattenimento". Vestono alla moda, hanno scarpe da tennis, anfibi, le ragazze gli stivali e i jeans con il risvolto. Capelli curati, basette e sui carrelli all'uscita dall'aeroporto un'infinità di valige. Si confondono tra i turisti. Il numero di bagagli sottolinea la prima differenza visibile tra i rifugiati. Tutto quello che possiedono è qui con loro: si oscilla da una busta a cinque valigioni. La famiglia Sharif, sono in nove senza padre, è scappata dalla Somalia quindici anni fa, ora è preoccupata di trovare del nastro adesivo per riparare due borse che hanno ceduto di schianto: "Queste non arriveranno mai in Ohio". Bisogna caricarle sull'autobus, e qui si produce un primo scontro di culture: i due fratelli più grandi salgono per primi e si siedono in fondo vicino ai finestrini a guardare la madre e le sorelle che arrancano sotto il peso. Dopo parecchi minuti di fatica, Omar, la nostra e la loro guida, perde la pazienza, sale e urla: "Avete capito male, qui siete in America, qui non ci si comporta così, qui essere uomini significa lavorare, scendete subito ad aiutarle". Lo guardano e sorridono e non si muovono. Rifiuteranno anche la foto, roba adatta ai cinque più piccoli, tre femmine e due maschi. Ma quando se ne saranno andati a dormire, per gli altri scatta la libertà: parlano ridono, Umal Khayer si leva il foulard azzurro che le copre i capelli si mette scalza e comincia a raccontarci di non ricordare più nulla del suo Paese: "Scappammo da Mogadiscio che io avevo tre anni, vagammo tra i campi profughi in Etiopia, poi siamo stati a Gibuti, poi ancora in Etiopia. Ora raggiungiamo la nostra sorella più grande a Columbus e forse finalmente potremmo fermarci. Sono quindici anni che non abbiamo una casa". I suoi fratelli sono già rapiti dalla televisione, non badano neppure al carrello che porta i contenitori con la cena, impegnati come sono a disputarsi il telecomando. E poi hanno già mangiato due volte sull'aereo, tre pasti in un solo giorno è qualcosa a cui non sono abituati. Nella hall ci sono riviste che nessuno compra, Sport Illustrated, Vogue e una copia di Playboy di novembre. Due giovani turisti giapponesi, con le Nike multicolori e i capelli tenuti in alto dal gel, non si accorgono neppure della famiglia del Burundi che li sfiora. Sono in sei, mamma e papà hanno 28 anni, dei quattro figli uno ha solo nove mesi. Indossano tutti la stessa felpa con lo scollo a "v" e quattro lettere "USRP": "United States Refugee Program". Non hanno valigie, solo una busta, che racchiude le loro vite. I volti sono francobolli, incollati vicino all'indirizzo di destinazione, per non perdersi in un viaggio lunghissimo cominciato nella bolgia dei rifugiati in Tanzania, per restare uniti fino alla destinazione finale, Dayton in Ohio. Jean-luc, detto Lik, questa sera ha solo sonno, non piange più come nel francobollo. I fratelli sono sfiniti dalle emozioni, non erano mai stati su un aereo e neppure su una scala mobile. Il padre, Jean-claude, parla a voce bassa, in francese, dice che sono scappati nel 2001 quando Meshack aveva due anni e Samuel era appena nato: "Volevano uccidermi, allora ho preso Pascazia e di notte siamo fuggiti. Mia madre era Hutu, mio padre Tutsi, sono morti tutti e due: prima hanno ucciso lui, il turno di lei è arrivato un anno dopo. Io non ero niente, stavo a metà, non appartenevo a nessuno. Ma una sera mi è arrivata la voce che correva nel villaggio: è il tuo turno". Così sono partiti con il buio verso la Tanzania. Non hanno più nulla, neanche una valigia. "Abbiamo la vita - ci spiazza - e adesso abbiamo anche la possibilità di viverla". Mentre sto per uscire dalla loro stanza, timidamente mi richiama. E' imbarazzato: "Avrei una domanda, se per favore mi può aiutare. Vorrei capire". Gli dico di non farsi scrupoli, qualunque cosa. "Ecco, vorrei sapere una cosa, ce lo siamo chiesti tutti per mesi al campo profughi: che cosa ha detto Materazzi a Zidane?".

08 marzo 2007

Per la causa delle donne

"Con questo 8 marzo vogliamo chiamare le donne italiane a lavorare per la causa delle donne, per i loro diritti, per i loro progetti. Sono molte le donne che si sono affermate per loro forza, per loro qualità e per loro meriti superando condizioni di partenza sfavorevoli, resistenze e inerzie pesanti. Dobbiamo rendere possibile a tutte le donne di fare la loro strada, conquistare ed esercitare i loro diritti".
Queste sono le parole che il presidente Napolitano ha dedicato alla festa della donna, insieme al desiderio che aumenti il numero di donne impegnate in politica. Mi sembra che la necessità di lavorare per la causa delle donne la riconoscano tutti, è solo che spesso, sono proprio le donne della politica a mettere i bastoni fra le ruote alle altre donne. E lo fanno proprio in nome delle donne.
Forse sarebbe meglio guardare alla qualità delle donne in politica piuttosto che alla quantità.

27 febbraio 2007

L'Oriente insegna

Su Repubblica si legge quest'interessante articolo che porta la data 22/02/2007:


Il segreto dell'architettura islamica medievale
"Usa formule matematiche del XX secolo"


di Alessia Manfredi


ROMA-Che cosa hanno in comune le madrasse dell'Uzbekistan e di Bagdad, la moschea di Isfahan in Iran e i palazzi sacri di Agra in India o di Herat in Afghanistan? L'impareggiabile maestria delle decorazioni, un complesso sistema di ceramiche ornamentali capaci di creare affascinanti arabeschi geometrici, che si replicano disegnando simmetrie azzardate. Una sorta di "marchio di fabbrica" dell'architettura islamica, che si ritrova costante dall'Asia centrale al Medio Oriente fin dal Medioevo.


Ma dietro quella che sembrava fino a oggi l'abilità certosina di un'affermata scuola artigiana si nascondono sofisticate formule matematiche che l'Occidente avrebbe compreso solo 500 anni dopo, a partire dal 1970. Lo sostiene uno studio americano pubblicato su Science.


Il mistero che sta dietro gli intricati disegni ornamentali delle "tassellature" islamiche è quello che gli scienziati chiamano una geometria "quasi cristallina", uno schema che replica la precisa struttura di un cristallo senza mantenerne l'esatta simmetria. E' una configurazione estremamente complicata da realizzare, che sottintende conoscenze matematiche molto avanzate.

A lungo si è pensato che le decorazioni geometriche tipiche delle architetture islamiche venissero realizzate a forza di compasso e regolo. Ma Peter J. Lu, dell'Università di Harvard, insieme a Paul J. Steinhardt dell'ateneo di Princeton, sostiene invece che questi semplici strumenti non sono sufficienti a spiegare risultati così perfetti, senza distorsioni, ottenuti su superfici così ampie.


Analizzando la struttura degli schemi ornamentali usati su larga scala, i ricercatori hanno individuato un modello complesso, creato partendo da tasselli a stelle e poligoni chiamati "girih", frequente negli edifici islamici sin dal XV secolo. Un disegno elaborato, ma con una simmetria che non si ripete mai uguale, che l'Occidente ha descritto per la prima volta solo negli anni '70 grazie all'intuizione del fisico e matematico britannico Roger Penrose.


"Erano più avanti di noi di almeno 500 anni", spiega a Repubblica.it Peter J. Lu, primo autore della ricerca. E in tempi di "conflitto di civiltà", ciò dovrebbe far riflettere, dice lo scienziato. "Questo dovrebbe dare all'Occidente nuove motivazioni per studiare la cultura e la storia del mondo islamico, particolarmente rilevante nell'attuale contesto geopolitico", continua Lu. "Se il nostro lavoro contribuisse a far luce sui progressi scientifici e matematici del mondo islamico medioevale, sarebbe per me una grande soddisfazione. E magari ne uscirebbe un livello di comprensione maggiore fra due gruppi di persone che al momento non vedono allo stesso modo molte cose".

13 febbraio 2007

Luoghi, non-luoghi, ma senza tv

Sulla rivista IN ALTRI TERMINI, n.19, gennaio 2007 apprendo di un progetto noto come videocomunicazione, un strumento pubblicitario che vede protagoniste le 13 maggiori stazioni ferroviarie italiane e che a Roma Termini è pienamente realizzato. Leggo:
L’idea (…) si è rivelata vincente in quanto colpisce l’attenzione dei numerosi frequentatori di questi scali ferroviari e al tempo stesso riconsegna alle stazioni movimento, colori e luce.
Insomma uno scende dal treno e mentre si fa spazio tra la folla che disordinatamente fluisce, incappa nella pubblicità a ciclo continuo -ideata dalle menti (geniali? Perverse?) di Grandi Stazioni -che blatera dagli schermi lcd disseminati in ogni angolo.Insomma, la TV, alla stazione. E c'è già da un po', non sarò la sola ad essermene accorta, almeno a Termini.
Nell'articolo si precisa che:
in questa prima fase il progetto non prevede contenuti ma messaggi promo-pubblicitari di aziende e marchi di livello come Dior, Armani, Calvin Klein, D&G, Coca Cola e Ferrero.
Ma c'è già chi pensa oltre: l'articolo, infatti, prosegue con le proposte dei soliti noti "burattinai " della comunicazione quelli che, in parole povere, decidono cosa propinarci in TV, (come Gori di Magnolia) e che ora fanno a gara a riempire i neonati palinsesti del nuovo mezzo per rivolgersi ad un target definito giovane e colto, che frequenta la stazione soprattutto per motivi di lavoro: molti di loro pensano che le sitcom siano appropriate per il nuovo mezzo, altri scomodano la sinergia con la natura vedendoci bene cascate, farfalle, paesaggi&Co, altri ancora attingerebbero alle scene spettacolari degli sport estremi. Nessuno si sente di escludere notiziari ed eventi in diretta.
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo: ma è davvero utile trovare la TV alla stazione? Volete restituirmi l'illusione di trovarmi nel salotto di casa? Ma ci avete pensato, signori burattinai, al problema dell'inquinamento e del risparmio energetico? Ma avete visto in che condizioni si trova uno, quando viaggia in treno? Non sarebbe stato meglio potenziare le linee, rinnovare i treni, insomma fare qualcosa di utile alla collettività? "Treno ristrutturato in collaborazione con Endemol Italia", lo avrei letto molto più volentieri.
A pensarci bene i signori burattinai non hanno tutti i torti: per quelli che chiamano i non-luoghi della modernità, come le stazioni e gli aeroporti, transitano molte migliaia di persone al giorno e trovo giusto e comprensibile offrire ai passanti/passeggeri occasioni di svago per ingannare l'attesa. Mi sembra ovvio pure che si ricorra a soluzioni d'impatto visivo, di immediatezza. Magari ci sarà pure qualcuno nell'intervallo tra un treno e l'altro che gradisce ingannare l'attesa in un modo diverso dalla solita vetrina, chi lo sa... Mi sembra pure ovvio che qualcuno dovrà pure guadagnarci su tale offerta, è così che va la vita. Ma che a guadagnarci siano i soliti noti e che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, no.
Credo che non si farebbe fatica a contattare un paio di giovani aspiranti fotografi e permettere loro di esporre, anche gratuitamente, le proprie foto: una galleria organizzata ogni volta su un tema diverso, che si faccia guardare per puro intrattenimento, che non mi obblighi a spolverare le mie conoscenze di storia dell'arte, senza biglietto o a un costo irrisorio di pochi centesimi, non so voi, ma io la frequenterei volentieri. Se non altro si darebbe, non dico lavoro, ma almeno la possibilità ai giovani-che-si-affacciano-sul-mercato-del-lavoro di mettere qualcosa di interessante sul curriculum, visto che tutti sono bravi a pretendere l'esperienza, ma nessuno è disposto a fartela acquisire. Lo stesso discorso, penso, si potrebbe fare con ballerini, artisti vari, artigiani, poeti, pittori...
Che si tiri in ballo ancora e di nuovo la TV, dicevo, non sono d'accordo. Perché non mi diverto a vedere che uno va in un negozio di elettrodomestici e davanti alle tv in esposizione la gente fa capannello a vedere le partite. Non mi diverto neanche ad accorgermi che uno va a mangiare fuori e si ritrova a guardare il Milionario, programma che si presta magnificamente a farsi guardare anche se l'audio è disturbato dai rumori della sala. Non c'è mai da preoccuparsi, uno esce e la tv la trova ovunque, sono così gentili, a volte, da fartela trovare su tutti i lati di una sala.
Eppure i non-luoghi spesso danno tante informazioni sulla gente e sullo spirito del posto ché è un peccato gravissimo tenersi le cuffiette o trattenersi davanti agli schermi...
E' bello girare, guardarsi intorno, chiacchierare. Persino recarsi alle toilettes...
In quelle surreali dei luoghi pubblici dell'Egitto, (non so come vada in quelle riservate agli uomini) c'è spesso una donna che ti apre la porta, che se vede che sei straniera ti fa una specie di inchino per farti entrare, che ti dà i fazzolettini mentre ti lavi le mani e che, per la logica del luogo, merita una mancia. Capita pure che una è appena arrivata al Cairo, che viaggia da ore e ore e che, sapendo che il viaggio prosegue in macchina, decida di servirsi della toilette con il proprio arabo sbilenco. Capita pure che una, dopo un'ardua ricerca del modo in cui tirare lo sciacquone, tragga la conclusione che non sia possibile farlo e, gettata la spugna, esca a lavarsi le mani. Ed ecco che entra in azione la vecchina sbilenca come il tuo arabo che infila le mani nella cassetta, tira lo sciacquone e viene pure a porgerti il fazzolettino per le mani. E poi chiede qualche spicciolo aiutandosi con il gesto universalissimo dei soldi, per assicurarsi di essere capita. E una, con l'arabo che ancora gattona, come glielo spiega alla servizievole vecchina che ancora non ha cambiato i soldi e tutto il resto, vedendo per giunta che la signora in questione ci rinuncia e con un altro gesto di comprensione universale ti invita ad uscire? C'è qualcosa che prende il sopravvento in quei momenti lì, qualcosa che fa apparire uno come realmente è e non importa che l'arabo non sta in piedi, "Aspetta, torno subito" se uno lo sa dire, lo dice in quei momenti.
E una riparte riponendosi nel cuore i tanti complimenti della vecchietta e il suono di quelle monetine che le saltano nel palmo della mano e che se in euro corrispondono a nulla, a qualcun altro servono per mangiare.

06 febbraio 2007

Habla con ella


L'analfabetismo preclude molte strade e non solo in senso figurato, a quanto pare. Ma a considerare questa assurda vicenda tratta da Repubblica.it, mi viene da pensare anche che l'indifferenza faccia danni peggiori...


BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all'arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell'estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull'autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all'epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese. Accortasi dell'errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi. Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all'aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l'impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.
Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo. "Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l'hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l'origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l'annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L'otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l'autobus molto raramente per dirigersi verso nord.

Ma possibile che nessuno si sia sforzato di capire la signora a gesti.....a disegnini?
Non c'è nessuno in India con la metà della pazienza di chi si punta l'indice al petto tre volte ("IIIIIII-OOOO"), brandisce il coltello ("TAAA-GLI-OOO") e, tenendo un pomodoro tra pollice, indice e medio lo muove come se avvitasse una lampadina ("IIL-PO-MO-DOOO-RO")?
Un sentito GRAZIE a tutte le persone che in Egitto sfoderano il mimo che è in loro per poter parlare con me!

29 gennaio 2007

Etnocentrismo


Ne ho ampiamente parlato nei commenti, ma l'etnocentrismo merita un post.


Materiale tratto dal sito Sistemi e Culture.


Sinteticamente l’etnocentrismo può essere definito come "la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come strani, differenti, inferiori. Il proprio punto di vista viene ritenuto la norma, il modo naturale di essere e di fare".
L’etnocentrismo è un fenomeno complesso che comprende atteggiamenti sia individuali che collettivi di tipo pratico, espressivo, speculativo molto diversi tra loro per le modalità con cui si concretizzano nelle diverse società e diverse epoche storiche.
Vittorio Lanternari scrive che "gli atteggiamenti chiamati etnocentrici riguardano rapporti a livello emotivo, psicologico, valutativo, intellettuale, comportamentale tra individui appartenenti ad un aggruppamento e individui membri di un altro aggruppamento considerato dai primi "altro", "diverso" e perciò caratterizzato come "inferiore".
La nozione di etnocentrismo non è dissociabile facilmente da quella di pregiudizio: gli etnocentrismi infatti sono forme di pregiudizi o di presupposti conoscitivo-valutativi.
L’etnocentrismo si colloca tra egocentrismo e antropocentrismo e indica un generico, istintuale bisogno dell’uomo di garantirsi un’identità sociale, come membro di uno o più raggruppamenti (identità rispettivamente familiare, clanica, di classe, di casta, nazionale, ecc.), mentre l’egocentrismo si riferisce al bisogno di una identità individuale specifica e l’antropocentrismo al bisogno di un’identità umana di tipo universale. L’ideale sarebbe che la persona possa sviluppare in modo equilibrato le sue diverse identità individuale, sociale e umana.
Queste forme di etnocentrismo, che si esprimono in termini mitologici, linguistici, formali e toccano la sfera logico-intellettuale, percettivo-rappresentativa, espressiva, epistemologica non comportano un atteggiamento ostile del soggetto verso l’oggetto, piuttosto incomprensioni, equivoci, errori conoscitivi, interpretazioni soggettive, influenzati dalle specifiche rappresentazioni relative alla cultura di chi valuta e non di chi è valutato. C’è un limite soggettivo alla capacità umana di astrarre totalmente da tali forme di etnocentrismo, malgrado gli sforzi di autocritica metodicamente condotti da ciascuno nell’atto di confrontarsi con l’altro. "Sin dalla nascita infatti, l’ambiente circostante fa penetrare in noi per mille vie consce e inconsce un complesso sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse" (Lévi-Strauss). Noi tutti, dunque, fin dall’inizio ci muoviamo come se fossimo all’interno di una massa chiamata per l’occasione cultura. La cultura è tutto quello che ci sta intorno e nello stesso tempo gli occhiali con i quali noi vediamo la realtà.
Vi sono vari modi in cui l’etnocentrismo si esplica:


etnocentrismo mitologico
. Molte popolazioni, allo scopo di distinguersi dalle altre, hanno dei miti con i quali esprimono la loro superiorità rispetto ad altri popoli. A titolo esemplificativo un mito degli indiani Cherokee racconta che il Grande Spirito creatore del mondo, volendo creare gli uomini, creò tre statuette d’argilla e le introdusse nel fuoco per cuocerle. La prima estratta troppo presto dal forno era bianca e mal cotta: da essa deriva l’uomo bianco. Quando uscì la seconda, era di giusta cottura, di colore rosso: da essa provengono gli indiani. Per dimenticanza il Grande Spirito estrasse troppo tardi la terza, che risultò troppo cotta e di tinta nera: da essa nasceva la stirpe dei neri. Così furono creati gli abitanti d’America ma sia gli uomini bianchi che i neri portarono fin dall’origine il marchio dell’imperfezione, mentre la stirpe indiana si presenta come l’unica perfetta. Questo mito dunque in modo ingenuo esprime la superiorità degli indiani autoctoni nei confronti delle popolazioni bianche e nere che si insediarono nel loro territorio.

· etnocentrismo espressivo. Consiste nelle denominazioni etniche con le quali una comunità connota se stessa in termini positivi e le altre in termini negativi. Gli esempi al riguardo sono numerosi: il nome del popolo africano dei Bantu deriva dalla radice "ntu" che nella loro lingua significa "uomo" e dalla parola "ba" che indica il plurale: quindi Bantu significa popolo degli uomini; allo stesso modo gli eschimesi chiamano stessi nella loro lingua "inuit" che significa "uomini", mentre il nome con cui li conosciamo noi deriva dal soprannome dispregiativo dato loro dalla vicina popolazione degli Algonchini e significa "mangiatori di carne cruda". Questi esempi di mitologie e di espressioni linguistiche indicano atteggiamenti etnocentrici di sopravvalutazione di sé e di sottovalutazione degli altri gruppi considerati "diversi".

· etnocentrismo linguistico porta a contraffare, ad alterare, gli specifici significati che sottendono a determinati termini, per le difficoltà di tradurre nelle lingue europee i complessi significati di alcune parole di altre culture (in particolare per le lingue di società tradizionali). Termini come "magia", "anima", "stregone" non hanno nelle lingue europee gli stessi significati che invece assumono in sistemi con credenze complesse e diverse come nelle società tradizionali.Tra il linguaggio e la percezione del mondo sembra esserci un rapporto, in quanto "chi parla un’altra lingua non si limita a dire in modo diverso le stesse cose ma scandisce in modo più o meno diverso il mondo che lo circonda".

· etnocentrismo epistemologico. È insito "nell’atto più profondo del pensiero" e comporta l’impiego precostituito di categorie epistemologiche. Questo anche quando ci si sforza di essere obiettivi e si è metodologicamente preparati. Allo scopo di superare questo tipo di etnocentrismo alcuni antropologi americani hanno studiato una particolare metodologia per "riuscire ad entrare nella testa dei propri informatori", contrapponendo un approccio di ricerca particolaristico chiamato emico ad un approccio universalistico detto etico. Questi termini derivano dalla linguistica, dove con il termine fonetico si intende la descrizione dei suoni prodotti dagli organi della parola che sono comuni a tutti gli uomini, mentre per sistema fonemico si intende la suddivisione dei suoni in base alle differenze specifiche esistenti da linguaggio a linguaggio. L’approccio emico è il tentativo di entrare nella testa dei propri informatori allo scopo di superare l’etnocentrismo epistemologico, per scoprire i significati e la struttura di una specifica cultura. Per quanto però uno scienziato tenda al massimo di obiettività, difficilmente potrà evitare di mutuare dalla propria cultura il tipo di rappresentazione che egli può farsi delle strutture del pensiero degli altri.

· etnocentrismo percettivo-emotivo. Lo si può spiegare considerando che ogni individuo riceve attraverso la sua cultura un insieme di esperienze percettive ed emotive che in modo inconsapevole tende a definire naturali. In realtà, come sostiene Lévi Strauss, non esistono fenomeni naturali allo stato puro; essi esistono soltanto sotto forma concettuale e per così dire filtrati da norme logiche e affettive appartenenti alla cultura. Le varie percezioni uditive, visive, spazio-temporali assumono significati diversi nelle varie culture e per riuscire a comprenderli è necessario uno sforzo conoscitivo al di la dei propri modelli di riferimento.

Le forme di etnocentrismo fin qui esaminate si definiscono attitudinali o naturali. Si parla invece di etnocentrismo ideologico passando dalle società tradizionali a quelle occidentali più complesse: quanto più alto è il grado di complessità strutturale, tanto più ad etnocentrismi attitudinali si sovrappongono manifestazioni aggressive, violente, distruttive motivate da giustificazioni etnocentriche, che vengono ad assumere funzione di ideologia. Dunque, in rapporto al grado di diversificazione di strati e di classi sociali all’interno delle società complesse o centralizzate, un processo di ideologizzazione si innesta sul fondo di attitudini etnocentriche genericamente percettivo-espressivo-conoscitive. L’etnocentrismo si sviluppa allora nelle sue forme discriminatorie, persecutorie, aggressive.
Gli atteggiamenti di tipo etnocentrico invadono gli ambiti tecnologico ed etico-sociali. Un esempio di etnocentrismo tecnologico è stato l’imposizione di abitazioni di tipo europeo ad abitanti dei villaggi nel sud del mondo.
L’etnocentrismo giuridico è dato dall’imposizione del diritto europeo a popolazioni il cui diritto era basato su norme consuetudinarie ricche di connessioni con un sistema di valore etico-sociale.
Risulta quindi chiaro come un atteggiamento di tipo etnocentrico precluda la possibilità di studiare in modo efficace culture diverse: può accadere di non essere consapevoli di usare punti di vista e concetti che hanno validità solo all’interno del nostro mondo culturale e che non sono traducibili in altri contesti. E’ necessario non assumere i propri modelli come criteri assoluti di valutazione e di conoscenza e riconoscere che ogni modello culturale è degno di rispetto quanto tutti gli altri.

25 gennaio 2007

Istruzioni fidanzato arabo, cercasi

Il Sitemeter mi informa che più di qualcuno viene catapultato/a su Amal dopo aver inserito sul motore di ricerca “fidanzato arabo”, “fidanzato egiziano” e affini.
Che cosa crede di trovare una sul web al riguardo?
Un elenco delle rose e delle spine? Fai questo e quello no, mi raccomando non dirgli che….? O….forse consigli con pretese universali e totalizzanti del tipo assolutamente sì, sono premurosi fino all’inverosimile o un arabo, ma scherzi?
Chi credete che sia un fidanzato arabo, care donne che approdate qui? Che cosa vorreste leggere?
Non fidatevi se vi dico che non ho mai avuto un coinquilino più pacifico, che non ho mai conosciuto una persona più saggia, completa ed equilibrata, che non ho mai….mi fermo qui, perché ho già precisato che non è il caso di fidarsi di tali elargizioni di consigli: ovunque troverete soltanto opinioni parziali, punti di vista personalissimi, esperienze concrete che pertanto, non possono valere per tutti, in assoluto.
Un fidanzato arabo, egiziano, svizzero, greco va considerato per quello che è: un fidanzato, punto. Una persona, al pari di tutte le altre: due occhi, un naso, una bocca, eventualmente un cervello e una sensibilità. Come tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Si sarà intuito che io, personalmente, non sostengo tale dilagante “determinismo geografico”: ma perché, qualcuno crede che ci siano differenze tra un fidanzato bellunese e uno pisano? Tra un ravvennate e un barese, o un catanese e un fiorentino?
Forse è il caso di considerare seriamente l’ipotesi di liberarsi di tutti questi stereotipi, la vita è già tanto complicata…fossi in voi non dimenticherei quelli altrui però (amici, parenti&co)!
Se non siete d’accordo, liberissime di perseverare nella vostra ricerca. Chi cerca, trova. Ah…nel caso le trovaste, queste istruzioni, non vi disturbate a girarmele….

05 gennaio 2007

La fine, l'inizio e le emozioni in mezzo

Il mio anno prende a dipanarsi lentamente, ancora intriso del tepore natalizio e dell’aria di casa, ma all’orizzonte, ancora partenze.
Con il 2006 alle spalle realizzo che ha raggiunto il culmine quel lento, dolceamaro e –suppongo- inevitabile lavoro di limatura delle mie amicizie che, paradossalmente, solo ora che sono spolpate fino all’osso sento mie. Come se quell’osso fosse mio.
Tante cose vanno, qualcuna arriva, pochissime restano. Come quell’osso: con un certo orgoglio mi passa davanti agli occhi il primo decennio di amicizia vera, che sa comprendere e aspettare, perfino tollerare la lontananza. Sottolineo perfino perché è stato proprio il cattivo rapporto di molti con le mie valigie a dare il “la” alla lima.
Diec’anni. Mica un minuto. Una condivisione continua e costante di attimi di vita vera, normale, ché tanto i film sono degli altri, io mi vivo la mia vita, lasciando questo decennio al posto di sfondo di tutto quello che cerco di costruire, che, del resto, ha sempre ricoperto.

Un anno che ha scandito il modo, il tempo e il luogo di una parte nuova di me, che si stacca definitivamente da ogni pretesa o voglia, più o meno presunta, di apparenza. Eppure non sono stata mai una fedelissima di estetiste, parrucchieri e firme, io, ma questo mondo mi circonda come l’acqua un pesce e, grazie a Dio ora lo dico ridendo, era anche riuscito a farmi sentire inferiore e insicura quel mondo lì. Mi faccio una fragorosa risata (per il mondo delle firme e per la mia stupidità) e confesso che niente mi ha fatto mai sentire più donna di quelle gonne lunghe che avevo scelto di portare in Egitto a luglio e che poi ho finito per portare tutta l’estate. Ripenso a quel fruscio nuovo e lieve ad ogni passo, alla brezza che giocava con l’orlo e alla naturalezza del gesto di sollevarla di pochi centimetri per salire o scendere le scalette ripide delle vecchie case de El Labban di Alessandria, dimora delle icone della famiglia che mi ha accolto come se ne avessi fatto parte da sempre.

Ripenso all’impegno di archiviare ogni ricordo associandovi l’emozione sensoriale che mi ha suscitato: per poterne disporre come bottiglie di profumo, iniziate e mai finite, da aprire e chiudere senza mai perderne la fragranza. E così è per il ricordo, scarpe in mano, del primo ingresso in moschea, quando, prima il destro e poi il sinistro ho iniziato a camminare sui marmi caldi del sole e dell’aria del Cairo, a piedi nudi; o per il succo di mango fresco, appena arrivati, che ho sentito andarmi dritto al cuore, con tutta la magia del Cairo dentro. Ma è così anche per la gita al lago quel pomeriggio d’agosto e per i tramonti e i fiori che mi sorprendono ogni volta che torno a sentire l’odore, dolcemente primordiale, di casa.

Ripercorro tutto questo e scruto questi primi giorni di gennaio per capire che faccia avrà il nuovo anno.
Solo una piccola constatazione, ché è troppo presto per giudicare: è un anno dispari (e io accordo istintivamente una netta preferenza a quelli pari), ma è pure un anno che inizia di lunedì. In un colpo solo, insomma, iniziano un nuovo giorno, un nuovo mese e un nuovo anno. E ora che l’ho constatato mi sento piena di energia: perché, vi pare poco?(dico, che inizi tutto ciò, non che io sia piena di energia).
Ma sono piena di energia, dicevo. E mi piace sperare che questa sensazione di principio investa un po’ tutti: c’è bisogno che qualcosa cambi. E in fretta, pure.
Tanto per dirne una, non mi sembra che la vita umana sia stata poi così rispettata, ultimamente. Sono costretta a farne una questione di cappio e di spina: del primo me ne ero già (pre)occupata, della seconda lo faccio solo ora, ora che abbiamo consegnato alla Memoria un martire. Uno solo, mi piace pensare.
Ho visto un uomo negare a un altro uomo il funerale, le preghiere che riaccompagnano un’anima al Creatore. E solo perché quell’anima ha optato, in modo discutibile, certo, per la morte anziché per la vita. Forse il problema ruota attorno a quella spina, ma la questione è un’altra: chi è un uomo per negare a un altro uomo la preghiera? Perché non si è lasciato che quell’anima spiegasse a Dio le ragioni di quella scelta? Non è affare degli uomini giudicare né decidere degli altri uomini. Né dei vivi, né dei morti.