Multiculturalismo e integrazione
Beirut (AsiaNews) – L’errore del multiculturalismo è quello
di rinchiudere
le culture in un ghetto immobile. E per quanto riguarda i
musulmani, essa rende
impossibile l’integrazione e l’assunzione di una
identità nazionale, favorendo
il fondamentalismo.
La questione
dell’identità nazionale è molto
importante sia per i musulmani nuovi
arrivati, che per quelli che vivono in
Europa da molto tempo. Occorre dar
loro la fierezza di essere italiani, o
britannici. Se vivono in Italia e se
si integrano in Italia, essi devono poter
dire “Io sono italiano” e non solo
perché riescono ad avere un passaporto o i
loro piedi toccano il suolo
italiano.
A questo proposito è
terribile quanto è successo a Milano
tempo fa, quando un gruppo di genitori
arabi (egiziani), strappando i loro
figli dalla scuola pubblica, hanno aperto
una scuola araba: intellettuali e
personalità politiche italiane hanno
enfatizzato questa scelta come un
impegno a “non perdere le radici”, ad avere
lezioni di lingua araba…. Non è
questa la priorità, né per loro, né per lo
stato. È piuttosto il compito
della famiglia, e forse di qualche gruppo
culturale.
Il compito dei
politici dovrebbe essere quello di
aiutare l’integrazione, trovare lavoro
per loro, garantire abitazioni dignitose
e prezzi a buon mercato, e tutto
ciò a condizione che essi vogliano adottare il
modo di vivere italiano. E
infatti, se un giovane si sente inutile, sfiduciato,
non valorizzato, senza
lavoro, allora la fuga verso la religione diviene
inevitabile e comincia una
lettura politica della religione in opposizione a ciò
che gli procura
dolore, ossia la situazione sociale in cui si trova. Accettare
che
l’identità tua è la cultura del paese dove stai (e non la religione),
necessita un’educazione e anche pensare come farla. D’ora in poi, perciò la
parola giusta non è multiculturalismo, ma integrazione.
Per spiegare perché non sono d'accordo con l'assunto iniziale, mi rifaccio a quest'articolo del sociologo Adel Jabbar sul multiculturalismo tratto da qui.
La storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento e dalla creazione continua
di reti e intrecci tra persone provenienti da contesti geografici diversi.
[...]. Le culture, infatti, sono fluide e gli individui interpretano attivamente
le loro tradizioni rinnovandole per poter gestire i cambiamenti che le relazioni
con gli altri inevitabilmente comportano.
Il professore continua isolando tre accezioni del termine:
ogni cultura è “multiculturale” perchè in essa sono
riscontrabili sedimenti provenienti da luoghi e da popoli diversi. Ad esempio,
il cristianesimo è un elemento significativo nella costruzione dell’identità
italiana ed europea, però va ricordato che questo insegnamento religioso ha
“radici” nel Vicino Oriente, un’area abitata da una popolazione prevalentemente
semitica. con il termine “multiculturalismo” possiamo indicare la
coabitazione tra diversi gruppi linguistici, culturali, religiosi che vivono nel
medesimo spazio territoriale. Pensiamo alla zona alpina dell’Italia: dall’est
all’ovest troviamo diversi gruppi come, ad esempio, quello sloveno, il
friuliano, il cimbro, il ladino, il tirolese, il provenzale, l’occitano… Questa
pluralità è più evidente nelle zone di confine, ma esiste anche altrove.
[...].Per quanto riguarda la dimensione religiosa, pensiamo alla presenza
ebraica o cristiana ortodossa a Venezia e a Trieste, oppure ai protestanti
luterani nelle zone dell’Alto Adige, o ancora ai valdesi in Piemonte o alla
presenza diffusa dei testimoni di Geova.
Significativa, a questo riguardo, è anche l'affermazione seguente che si riallaccia, più avanti, anche all'immigrazione:
E’ necessario ripristinare una “memoria plurale” per saper leggere la
complessità di contesti che spesso vengono ideologicamente ridotti ad entità
monolitiche e omogenee.
Infatti, se il confine statuale è rigido, quello
culturale è fluido: gruppi separati da confini statuali possono avere
consuetudini culturali simili , mentre altri che vivono nello stesso stato
possono avere tra di loro più differenze che similitudini. La memoria non può
vincolarsi all’ideologia degli stati-nazione ma oggi più che mai bisogna
allenarsi a riconoscere la pluralità e la dinamicità degli elementi che
contribuiscono alla formazione delle identità.
In terzo luogo, ogni società è multiculturale anche perché coesistono diversi
sistemi valoriali. In Italia, ad esempio, c’è chi aderisce o meno a determinate
visioni della famiglia (basta pensare al modello contrattuale o a quello
sacramentale e alle controversie sulle famiglie di fatto o sulle unioni
omosessuali) e troviamo posizioni contrapposte anche sui temi della pace e della
guerra e perfino si può riscontrare la presenza di organizzazioni politiche che
fanno riferimento a modelli ed esperienze non-democratiche. [...]
I rapporti tra culture sono spesso caratterizzati da
asimmetrie di potere. Il mondo che conosciamo oggi è fatto di un centro
dominante e sterminate periferie subalterne. [...].Queste ultime hanno scarso
potere contrattuale in ambito economico, politico e culturale. Gli immigrati
arrivano prevalentemente da queste aree periferiche con il desiderio di
intraprendere un percorso di emancipazione sociale, cioè di accedere al centro
leggendo la propria affermazione in base ai parametri del modello vincente.[...]E’ bene ricordare che il multiculturalismo non è creato dalla
presenza degli immigrati. Essi aggiungono altre differenziazioni a quelle già
esistenti in ogni società e contribuiscono casomai a renderle più visibili.
Jabbar continua, mettendo in luce l'importanza degli interventi interculturali:
Le trasformazioni sociali in atto richiedono un metodo di intervento innovativo
che definiamo con il termine “intercultura”. Non intendiamo dunque un principio
etico né un traguardo da raggiungere ma l’impostazione di una prassi di lavoro
in grado di aiutarci a ripristinare una memoria plurale esplorando i nostri
contesti multiculturali.
La prassi interculturale implica considerare gli
immigrati non tanto rappresentanti di una cultura quanto di un progetto sociale
di emancipazione. Gli immigrati vivono un complicato processo di aggiustamento
identitario finalizzato a trovare un’ “unità combinatoria” tra elementi
appartenenti sia al nuovo contesto sia al contesto di origine. In questo
processo non incide solo la cultura ma anche il genere, la provenienza sociale,
il livello di istruzione, il tipo di occupazione, la politica di accoglienza sul
territorio, il tipo di progetto migratorio ecc.
L’intercultura innesca un
processo di estensione dei confini della democrazia attraverso una cultura della
partecipazione basata sul riconoscimento delle differenze. L’obiettivo è quello
di stabilire un nuovo patto di cittadinanza in grado di ristabilire la simmetria
necessaria per creare spazi di negoziazione e gestire le trasformazioni sociali
in atto garantendo la coesione sociale.
Questo processo intende includere
nuove soggettività e non “comunità” (sta a queste soggettività decidere come
organizzarsi in termini collettivi: se sul piano religioso, linguistico, o su
quello dell’appartenenza statuale o professionale, oppure sulla base di
organizzazioni associative o sindacali autoctone ecc.).
Incrementare la
partecipazione democratica significa superare il modello di “integrazione
subalterna” che vede negli immigrati una mera forza lavoro e riconoscere la
complessità delle relazioni che queste persone intraprendono con il territorio
dove risiedono.
L’intercultura ha bisogno della mediazione socio-culturale
che è innanzi tutto una strategia di parificazione di opportunità con lo scopo
di ricostruire reti sociali, creare nuove competenze e ripristinare l’autostima
dei cittadini immigrati riconoscendo anche quegli aspetti legati ai vissuto
culturali e religiosi.
La mediazione socio-culturale mira a lavorare insieme
a questo nuovo segmento della società perché possa partecipare attivamente
contribuendo a ricostruire una prospettiva condivisa.[...]
La questione
dell’immigrazione non riguarda solo l’immigrato, né è solo un intervento di
politica sociale di contenimento del disagio e neppure una politica securitaria
per arginare il pericolo.
La posta in gioco è rivitalizzare la democrazia
attraverso una cittadinanza attiva che coinvolga tutti gli attori sociali del
territorio. [...]
La simmetria di cui parla Jabbar è un concetto fondamentale, a mio parere, che di certo non combacia con il mero compromesso tra la classe politica e gli immigrati auspicata da S.K.Samir. Il recupero della simmetria sembra meno tortuoso se si riconosce la validità del multiculturalismo: senza soffocare la loro cultura, si possono aiutare gli immigrati a ridisegnarsi, senza costringerli a scegliere tra la lettura politica della religione e l'accettazione supina della cultura "di arrivo" perché, riflettendo, a ghettizzare, sebbene in modo diverso, sono proprio questi due estremi.






