Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

26 novembre 2007

Oltre l'ossessione della taglia





Così comincia l'articolo di Deborah Bonetti pubblicato sul sito de Il Corriere il 23 novembre:

LONDRA – Dieci anni fa Diana era considerata una delle più belle donne del pianeta. Oggi il suo splendido fisico troverebbe di che vestirsi solo fra le taglie comode. [...] Oggi, la “taglia target” è la 38 e in soli 10 anni l'ideale femminile sembra aver rinnegato ogni accenno di burrosità, preferendo donne esangui con il corpo da ragazzi adolescenti o meglio, come scrive in modo pungente il Times: «uomini con i seni». [...]
Qui di seguito alcuni passi salienti dell'articolo del Times, "The Body Of Evidence" di Stefanie Marsh:

[...]Here is the Princess in a swimsuit in July 1997, athletic, womanly, the absolute picture of female pulchritude and sexuality, the remnants of two pregnancies still lightly garlanded about her waist. Yesterday five of her lovers were named in the paper. And honestly, is there a man alive who would have kicked her out of bed? [...]
Ten years on and who have we got as our female pin-ups? Whose world-famous limbs do women have in mind when they come home despondent from Gap, having failed yet again to squeeze into a pair of skinny jeans? Well, lately, it seems as if the entire female population has accidentally slipped into some sort of gigantic communal
form of gender dysmorphia, because the women we have decided that we admire most in the world don’t seem to be women at all. From the back, at least, you could
mistake most of them for teenage boys. [...]



[...]These martyrs to weight-loss hate curves. [...] Are they women at all, I sometimes ask myself, peering more closely at my copy of Grazia. Will there come a day when it will be revealed to the world that this is a huge practical joke? Will the world’s most supposedly enviable women turn out to be escapees from a Pat Pong transsexual club?
[...] Something about her in that swimsuit is too vital for our modern tastes. We like our women lifeless these days. Sensuality makes us recoil. I think it was Tom Wolfe who originally used the term “boys with breasts”. This was in 1998, in his novel A Man in Full, in which the main character, a property dealer, leaves his wife for one of these self-assembled creatures. In the 1990s the “boy with breasts” was still a comic device. But, in 2007, would any of our humourless size6 pin-ups understand the joke?


Secondo me no, non lo avrebbero capito. Comunque, l'eleganza e la bellezza dipendono dalla taglia? O dalla moda? Ed è la moda a imporre la taglia, o il buon gusto personale?


Mi vanno gli occhi su questo post tratto dal blog di Elle:


Think Big
La domanda è cattivella. Esiste un’eleganza oltre la 42? Boh, sì, no, forse. Certo, il prêt-à-porter e l’Alta moda sono fatti su misura per cloni di Audrey Hepburn, Jackie O’ e, senza andare troppo lontano, Kate Moss e Agyness Deyn, l’ultima modellina d’Oltremanica. Però è anche vero che quello che si vede per strada, anche su ragazzette ultraskinny, non è sempre impeccabile. Diciamo la verità, quelle che possono realmente contare su un allure chic sono proprio poche. L’abbinata stivali anni Ottanta di pelle bianca e jeans strettissimi (anche se sono Acne o Chip Monday) richiede una figurina slanciata e flessuosa tratteggiata col rapido. Il caschetto di capelli candeggiati tipo putto rinascimentale passato nella centrifuga (quello che si vede alle serate indie di Milano, Londra o New York) sta bene solo a pochissimi musini da cammeo (o a facce di carattere magari con un naso importante); le altre, sconfinano nel ridicolo. Le micro skirt a pieghe da college girl un po’ birichina donano alle ragazzine e basta, senza possibilità di replica. Oltre i 25 anni (a maggior ragione se con gambe toniche ma non sottilissime) sono da evitare. Le felpe avantgarde di Bernhard Willhelm con teschi stampati tipo urlo di Munch, su signorine con seno oltre la seconda, gridano vendetta. Insomma, uno può essere fashionista fin che vuole, eppure essere ben lontano dall’eleganza. Perché alla fine conta sempre la stessa cosa.
Il senso della misura e la consapevolezza di sé. Allora sì, ci sono anche ragazze (o donne) formose eppure scicchissime. Dipende da come camminano, da come si muovono, da come vestono il proprio corpo. Da quanto si piacciono. L’allure, il fascino, lo stile sono sempre questioni di testa, non di taglia.

E poi, sbirciando tra i commenti, trovo quello di Viviana :
Care ragazze Elle, sono una che è nata in Sudamerica, ma vive come cittadina italiana da ben 23 anni nel Bel Paese. Una volta, quando venivo per le vacanze a trovare nonna e parenti di papà, le donne mi sembravano molto eleganti e carine. Sì, avete capito bene: ho usato un verbo al passato. Purtroppo, a 43 anni ben portati (parola della mia estetista che dà la “colpa” al clima argentino…meno male!!), devo dirvi che la cosa è cambiata. Molto. Voi mi direte: “e questa da dove salta fuori?”. Ma da quello che vedo per strada, in palestra (faccio nuoto da quando avevo tre anni), in spiaggia, al supermercato…., ecc, ecc. Scusate, ma perchè tutte si vestono uguale? I soliti jeans a vita bassa che stanno malissimo e che, sinceramente, fanno vedere troppa carne in abbondanza. Reggiseni push up che si riconoscono a due chilometri di distanza (il seno ai lati è schiacciato), magliette corte da far paura (solita ciccia che deborda), perizoma che vedo a “signore” che potrebbero essere mia mamma!!! Devo dire che lo spogliatoio della palestra dovrebbe chiamarsi il “Museo degli Orrori”: Donne che saltano per infilarsi un jeans che sembra fatto di silicone, vista la capacità elastica di quel poveretto (il jeans), trucchi ispirati dal Museo delle Cere (siamo all’ora di pausa pranzo…) Non so cosa si metteranno in faccia la sera! Non ci tengo proprio a farmi la benchè minima idea! Per non parlare dell’argomento”spiaggia”. Ma perchè una “in carne” e di una certa età deve mettersi in mostra con un bikini ascellare, andare in giro per la sabbia con i tacchi…, sembrare la Bibbia di Gutemberg (per l’incartapecorimento della pelle), ecc, ecc.? Perchè una “signora” deve per forza farci vedere la cellulite, mettersi con il lettino sul bagnasciuga e fare bella mostra delle sue mammelle…Per non parlare dei seni rifatti che sembrano palle da bowling, labbra di gomma, gambe al vento con minigonne della serie “anch’io me le metto!!!” Tutto questo, ed è solo un assaggino, per sembrare ventenni o chissà cosa…Sabato ho visto una giovane mamma con il suo bambino in COSTUME INTEROOOOO!!!!! Era la più bella di quel brutto spettacolo. Con il suo bambino a chiamarla “mamma”, e lei orgogliosa di questo. Elegantissima e splendida!!! Ma perchè siete tutte (o quasi) diventate così?. Mio marito dice che ormai non si scandalizza più di niente. Poi si gira e timidamente mi dice: “lo sai che sei bellissima senza un filo di trucco Non c’è verso: le argentine sono il meglio!” Io lo guardo orgogliosa, mentre un flash ripercorre i lineamenti di quelle nate laggiù, dove qualcuno un giorno mi chiese se da noi esistevano gli assorbenti intimi… Sì, quelli ci sono, ma la cosa più importante è che le donne sanno ancora cos’è la dignità.

Rimango colpita da quello che Viviana evoca soltanto, ma che sento forte dentro di me: quelle bellissime immagini di donne solari, colorate e gioiose del sud del mondo che danzano tra i miei ricordi nella loro composta eleganza...

19 novembre 2007

G2 e la praticabilità della terza via





Quella nell'immagine è la copertina dell'ultimo libro di Randa Ghazy, ventenne musulmana nata a Saronno da genitori egiziani. Randa studia Relazioni Internazionali all'università e ha già pubblicato “Sognando Palestina” (2002) e “Prova a sanguinare” (2005).

Nel suo nuovo libro

la giovanissima scrittrice racconta la storia di Jasmine, che
vive a Milano tra contraddizioni e luoghi comuni, scatti di rabbia e
perplessità, in una continua e conflittuale ricerca della propria identità. È
ciò che succede anche nella realtà a centinaia di ragazzi/e nati in Italia e qui
residenti mentre dentro di loro scorre, da sempre, un’esistenza interiore
parallela, se non un groviglio di tradizioni, di valori, di culture. Vite
normali come quelle di tutti, ma in bilico tra le comuni abitudini dei propri
coetanei e la consapevolezza di un’altra innegabile appartenenza. Storie
apparentemente semplici, già di per sé complicate per il fatto di essere
attraversate dall’età della giovinezza. E giornate che si svolgono tra casa
scuola, negozi, discoteche, ma che oltre – almeno nel pensiero – si nutrono
anche dell’eco di Paesi lontani, di altri suoni, odori, sapori. Così la
Generazione 2 si dibatte nei vicoli dell’integrazione, cercando a volte vie
d’uscita, altre volte, anzi più spesso, la strada migliore. [...]
Alcuni non ce la fanno, perdono la rotta, e lo smarrimento
diventa presto fanatismo ed estremismo, come spiega l’autrice a proposito del
“timore di perdere le proprie radici e identità”: «È un chiudersi in se stessi
motivato dalla paura e dall’ostilità e ricercano nelle tradizioni le sicurezze
che non hanno dall’esterno». Randa, al contrario, sembra aver trovato il suo
equilibrio, confessando di “vedere le cose in modo laico”; pur condividendo con
gli italiani la quotidianità, la lingua, la residenza, lei conosce e rispetta
anche le sue origini arabe, che difende dalle offese gratuite e dalle opinioni
facili. «Siamo milioni di persone nel mondo – dice – e le differenze tra
comunità sono enormi, perciò è sbagliato mostrare solo una faccia dell’Islam,
tra l’altro quella peggiore». D’altronde, è proprio lei che, in un suo articolo
del 14 dicembre 2006 sulla Legge Bossi-Fini e le dignità negate “degli immigrati
di seconda generazione, nuova preziosissima risorsa, ponte tra la clandestinità
e la stabilità, tra lo straniero e l’italiano, tra il passato e il presente”, si
autodefinisce «pseudo-italiana, pseudo-egiziana, ibrido non meglio identificato
che prima di accettare ognuna delle sue identità ha provato a conoscerle,
immergendosi nei due diversi mondi e imparando ad accettarne gli aspetti, le
sfumature migliori, e a levigarne i peggiori difetti». Sostenitrice di una
“società interculturale, e non multiculturale”, Randa Ghazy è convinta che il
motore sia soprattutto la conoscenza, non tanto la tolleranza.[...]

Randa Ghazy non è che una delle voci letterarie della G2: ci sono altri nomi, infatti, che meritano attenzione. Nell'articolo in questione se ne citano due:
Ahmed Djouder, nato in Francia nel 1973 da genitori algerini ed autore di "Disintegrati. Storia corale di una generazione di immigrati" e Faiza Guène, autrice di "Kif Kif domani".
Ripromettendomi di scovare altre voci della letteratura G2, ché il panorama si presenta ampio e variegato, mi limito a riflettere sui due nomi citati nell'articolo.
Da questo sito, al quale pervengo via Google, riporto un brano di Faiza Guène:

Mia madre si era immaginata che la Francia fosse come nei film in bianco e nero
degli anni Sessanta. Quelli con l'attore figo che racconta un sacco di scemenze
alla sua donna, tenendo fissa la sigaretta in bocca. Lei e sua cugina Bouchra
erano riuscite a captare i canali francesi grazie a un'antenna rudimentale fatta
con una pentola d'acciaio per il cuscus. Così, quando è arrivata con mio padre a
Livry-Gargan nel febbraio del 1984, ha pensato che avevano scambiato nave e
sbagliato paese. Mi ha detto che, appena arrivata in quel minuscolo bilocale,
per prima cosa ha vomitato. Non ho mai capito se fosse l'effetto del mal di mare
o un presagio del suo futuro in questo paese.
“L'ultima volta che siamo
tornate in Marocco ero smarrita e sconvolta. Ricordo le vecchie donne tatuate
che venivano a sedersi di fianco alla mamma durante i matrimoni, i battesimi e
le circoncisioni. “Sai, Yasmina, tua figlia sta diventando donna e bisognerebbe
che tu cominciassi a pensare di trovarle un ragazzo di buona famiglia. Conosci
Rachid? Quel giovane saldatore...”
Che stronze! Lo conosco quello lì. Quando
parlano di lui, dicono tutti "quell'asino di Rachid". Anche i bambini di sei
anni gli fanno gli scherzi e lo sfottono. E poi gli mancano quattro denti, non
sa leggere, è strabico e puzza di piscio. Laggiù, basta avere due piccole
escrescenze sul petto al posto dei seni, basta che sai tacere quando te lo
chiedono e che sai cuocere il pane, ed è fatta, sei pronta . per il matrimonio.
Comunque, adesso non credo che torneremo mai più in Marocco. Intanto non abbiamo
i soldi, e mia madre dice che per lei sarebbe un'umiliazione troppo grande.
Tutti la segnerebbero a dito. È convinta che quello che è successo sia solo
colpa sua. Io invece credo che i responsabili in tutta questa storia siano due:
mio padre e il destino.
Il futuro ci preoccupa, anche se non dovrebbe,
perché forse in fondo non ne abbiamo uno. Potremmo morire fra dieci giorni,
domani, o fra un momento, ora, ecco fatto. È quel genere di roba che non si
prevede. Non c'è preavviso, e non puoi rinviare. Non come le bollette della luce
scadute. […]
Quando ero piccola e la mamma mi portava ai giardinetti,
nessuno voleva giocare con me. Li chiamavo "i giardinetti dei francesi" perché
si trovavano in mezzo ai villini abitati quasi esclusivamente da famiglie di
qui. Una volta stavano facendo un girotondo e si sono rifiutati di darmi la mano
perché era il giorno dopo l'Aid, la festa del montone, e la mamma mi aveva messo
dell'henné sul palmo della mano destra. Quelle piccole facce da schiaffi
credevano che mi fossi sporcata.
Non avevano capito mente della commistione
sociale e dell'incrocio delle culture. Bisogna dire che non è del tutto colpa
loro. C'è comunque una netta divisione fra il Quartiere Paradiso in cui abito io
e la zona dei villini Rousseau. Immensi reticolati che sanno di ruggine tanto
sono vecchi, e un muro di pietra che corre per il lungo. Peggio della linea
Maginot o del Muro di Berlino. Sul nostro lato c'è di tutto, disegni e manifesti
di concerti o serate orientali, graffiti che celebrano Saddam Hussein o Che
Guevara, testimonianze scritte di patriottismo tipo "Viva la Tunisia" o "Senegal
è bello", e perfino frasi riprese da canzoni rap che hanno un vago sapore
filosofico. Ma io, ciò che preferisco su quel muro, è un vecchio disegno che
sopravvive da tempo, molto prima che venisse di moda il rap o che scoppiasse la
guerra in Iraq. Raffigura un angelo ammanettato con una croce rossa sulla bocca.
[…]
Siccome la mamma è in vacanza fino alla settimana prossima, abbiamo
deciso di andare a farci un giro insieme a Parigi. Era la prima volta che vedeva
la Tour Eiffel dal vero, anche se abita a mezz'ora di treno da vent'anni. Se no,
è sempre stato soltanto alla tele, nel tg delle tredici, il giorno dopo il
Capodanno, quando è tutta illuminata e la folla festeggia ai suoi piedi, tutti
ballano, s'abbracciano e si ubriacano. Comunque, era davvero impressionata.
“Secondo me è due, tre volte più grande del nostro stabile, non pensi?”
Le ho risposto che era sicuramente come diceva, tranne che il nostro stabile
e l'intero quartiere suscitano molto meno interesse nei turisti. Non ci sono
orde di giapponesi con macchina fotografica sotto le torri del quartiere. A
interessarsene sono solo dei giornalisti esaltati con i loro schifosi reportage
sulla violenza nelle periferie.
La mamma sarebbe tranquillamente rimasta a
guardarla per delle ore. Io la trovo bruttina, ma è vero che incute soggezione,
perché è proprio imponente la Tour Eiffel. Mi sarebbe tanto piaciuto salire
sugli ascensori rossi e gialli, tipo ketchup-maionese, ma costava troppo. E poi
avremmo dovuto fare la coda con dei tedeschi, dei giapponesi, degli inglesi e un
mucchio di altri turisti che non hanno paura del vuoto e tantomeno sono
spaventati di spendere.
[Ma alla fine si apre una finestra……]
Non
importa se non ho più un padre, perché ce n'è tanti che non hanno più un padre.
In più io ho una madre...
Che sta sempre meglio. È libera, colta (più o
meno) e non ha neanche dovuto ricorrere a una terapia per venirne fuori. Le
manca solo l'abbonamento a "Elle" per essere una donna realizzata. Cosa posso
volere di più? Pensate che potrei rispondere "niente"? Invece no, mi mancano
ancora un sacco di cose. Qui c'è ancora molto da cambiare... Ecco, mi viene
un'idea. Perché non danni alla politica? "Da parrucchiera a presidente il passo
è breve." È una frase che ti rimane in testa. Dovrei inventarne di più così, un
po' come le citazioni che si leggono nel sussidiario, tipo quel fesso di
Napoleone che dice: “Ogni popolo conquistato ha bisogno di una rivolta”.
Io
guiderò la rivolta del Quartiere Paradiso. I giornali titoleranno: "Doria
infiamma il quartiere", o "La pasionaria delle periferie dà fuoco alle polveri".
Ma non sarà una rivolta violenta come nel film L'odio, dove non finisce proprio
bene. Sarà una rivolta intelligente, senza alcuna violenza, dove ci si ribellerà
per essere riconosciuti, tutti. Non ci sono solo il rap e il calcio nella vita.
Come Rimbaud, porteremo dentro di noi "il singhiozzo degli Infami, il clamore
dei Maledetti" […].
Un brano di Ahmed Djouder è invece reperibile qui. Di seguito uno stralcio:

[...]Se li aveste amati meglio, avrebbero fatto più
attenzione alle vostre riviste, alle vostre trasmissioni radio, a Françoise
Dolto, avrebbero imparato a scrivere meglio, a leggere meglio, avrebbero capito
che nella vita non c'è niente che non sia articolato, complesso, multiforme;
sarebbero usciti un po' dalla loro visione etnocentrica. E questo sarebbe
bastato a ridurre i danni. Quanto a voi, se li aveste conosciuti, forse sareste
riusciti a diventare un po' meno lassisti. Noi figlie di immigrati subiamo in
pieno lo scarto fra culture. Da un lato le vostre figlie, le nostre compagne di
classe, le francesi, possono uscire con i ragazzi, e dall'altro i nostri
genitori che ci mettono in guardia e ci impediscono di avere anche il minimo
rapporto d'amicizia con i maschi.[...]

Limitandomi a questi due frammenti e all'articolo iniziale emerge una generazione cosciente della propria posizione "a cavallo" di due culture, ma ciò che mi lascia sorpresa- e non in positivo, confesso- è quell'aver tagliato (o quel- nient'affatto celato-voler tagliare) definitivamente i ponti con il paese d'origine di uno o entrambi i genitori. Non ho mai tenuto nascosto il fatto che, se avrò il privilegio di diventare mamma, i miei figli avranno nome e cognome arabo e saranno di religione islamica: non so come reagirei, però, se i miei figli arrivassero a parlare delle terre del padre e di quello che significano per lui e per me, con lo stesso tono di questi due ragazzi.
Mi domando (e chiedo scusa se esemplifico una questione tanto seria e sfaccettata in queste due banali e imprecise domande): parlano così per un fallimento dell'educazione ricevuta? (allora è "colpa" dei genitori che per qualche strano motivo non sono riusciti a trasmettere loro che impraticabili utopie?). O reagiscono così per uno strano cortocircuito innescato dal fastidio col quale hanno visto gli altri guardare ai loro genitori? (E quindi è "colpa" delle infondate manie di superiorità di questo vacuo Occidente?).
A ben guardare, sia considerando l'ipotesi del cortocircuito che quella dell'utopia impraticabile, la colpa (e stavolta la intendo senza virgolette) mi sembra imputabile a quelle manie infondate di cui parlavo poco sopra: almeno in questi due casi è più che plausibile che quelle manie infondate, proponendo un modello sociale omologante e uniformante a tutti i livelli, svuotino di significato la cultura-altra che i genitori tramandano.
E' utopico, da parte mia, aspettarmi figli che invece di guardare a me e mio marito come un uomo e una donna "o/o" guardassero a noi come "e/e"? E' umano insomma, pensare i propri figli italiani (musulmani) di origini egiziane in Italia e egiziani (musulmani) di origini italiane in Egitto? (Continua...)

15 novembre 2007

Tutto è bene quel che finisce bene

articolo tratto da qui
MIGRANTI: MARE MOSSO IN ITALIA, OBBLIGANO SCAFISTA A DIETROFRONT
(AGI) - Il Cairo, 14 nov. - Una barca con a bordo 137 migranti egiziani, sorpresa dal mare in burrasca in prossimità delle coste italiane, ha fatto dietrofront e ha ripiegato verso l'Egitto. L'episodio, avvenuto nei giorni scorsi, e' destinato forse a entrare nella storia dei viaggi della speranza perché i migranti si sono ribellati allo scafista che voleva portarli comunque a destinazione, anteponendo così la sicurezza al miraggio della terra promessa. La storia è stata raccontata da un giovane che si trovava a bordo al quotidiano egiziano "el Badeel". "Eravamo a 200 miglia dalle coste italiane", ha riferito il ragazzo, che ha preferito mantenere l'anonimato, "e ci siamo accorti che le scorte di cibo stavano finendo". Il mare si stava ingrossando, ha continuato, "abbiamo avuto paura di morire, come già è accaduto a molti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo. Così ci siamo ribellati al capitano della barca". Il giovane ha descritto onde alte e vento forte, e ricordato come "uniti", i passeggeri abbiano "affrontato l'uomo" e siano riusciti a tornare a casa". Sbarcati sulle coste egiziane, a Salloum, nei pressi del confine con la Libia, il gruppo è stato rintracciato dalla guardia costiera egiziana. Il capitano dell'imbarcazione Farahat Nader Farahat, detto Abu Nader, e' stato arrestato. Da giorni la questione dell'immigrazione clandestina occupa le prime pagine dei giornali egiziani e la maggior parte dei dibattiti televisivi. E ora e' finita anche in Parlamento. Secondo 'el Badeel' il deputato Ameen Rady ha chiesto al primo ministro Ahmad Nazeef di trovare al piu' presto una soluzione al problema. Tra le soluzioni proposte, c'è anche un nuovo accordo con le autorità italiane che permetta a un numero maggiore di giovani egiziani di entrare legalmente nel Paese per lavorare. Martedì slogan anti-governativi sono stati scanditi ai funerali di due degli immigrati morti nelle acque del Mediterraneo la scorsa settimana mentre tentavano di raggiungere l'Italia. "Lo stato non ha pietà di noi", e "il mufti è un macellaio", hanno gridato parenti e amici delle vittime, alludendo all'ultimo editto religioso (fatwa) emesso dal Gran Muftì dell'Egitto, Ali Gomaa, per il quale gli egiziani annegati al largo delle coste italiane non possono essere considerati martiri perché sono morti per avidità di denaro. (AGI)

09 novembre 2007

La moschiesa di Paderno

Paderno di Ponzano Veneto è un paese in provincia di Treviso che conta 11400 abitanti, di cui 650 stranieri, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa. Un normalissimo comune della provincia italiana, insomma. Eppure qualcosa di diverso-e lodevolissimo- c'è. Da quest'articolo pubblicato oggi sul sito di Repubblica si apprende, infatti che ogni venerdì don Aldo Danieli mette a disposizione degli immigrati musulmani alcuni locali della chiesa di S.Maria Assunta.




A renderlo noto è stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza".

Dallo stesso articolo emerge che don Aldo Danieli era già dedito a iniziative del genere: qualche anno fa ha messo alcuni locali ampi e di recente ristrutturazione a disposizione di un gruppo di ganesi protestanti per le loro preghiere domenicali.

Un impegno, il suo, che si scontra con la diffidenza generale:




[...]"La gente teme che il diverso sia per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".

[...]Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce uno spirito "controcorrente"- ha prevalso. "Le alte istituzioni della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli - noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il muro del pregiudizio".


12/11/2007: a quanto pare la moschiesa non s'ha da fare. C'è da essere disgustati a sentir parlare di democrazia e libertà di culto, in questi casi. Non resta che sperare che la vicenda sia servita a mettere la pulce nell'orecchio a tutti gli "operai del Signore": forse, allora, le polemiche non troverebbero spazio.

01 novembre 2007

La vita ritrovata

"Conosco una città

Che ogni giorno s'empie di sole

E tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio

Delle cicale

Dal bastimento verniciato di bianco

Ho visto la mia città sparire

Lasciando un poco

Un abbraccio di lumi nell'aria torbida

Sospesi"

(G. Ungaretti)


Quando sei lontano, Alessandria è un adhan che dal minareto, attraverso il telefono, ti trafigge il cuore. Alessandria la vedi brillare negli occhi di chi ci è nato e te la racconta confondendola con un ricordo d'infanzia.

Alessandria è una delle prime parole che ho imparato a scrivere in arabo: quando vuoi raggiungerla dal Cairo, lungo la Desert Road, hai tutto il tempo di distinguerne il nome sui cartelli che cadenzano il tuo avanzare come un languido stillicidio, mentre il deserto con i suoi boschetti di palme si perde nell'orizzonte e la sabbia turbina sulla carreggiata.

Alessandria è un taxi sgangherato giallo e nero che sfreccia impazzito districandosi nel traffico endemico e dribblando con la stessa agilità sia i carretti che le costosissime macchine d'importazione.

Alessandria è quella logica ciclonica che proprio non riuscivi a immaginare, prima di vederla in azione: secchioni che dovrebbero definire i sensi di marcia, diventano paletti per lo slalom nella selva di macchine, dal fruttivendolo puoi comprare un coniglio, uno spartitraffico ospita un giornalaio con relative pilette di giornali legate con lo spago e trattenute a terra, una volta aperte, con sopra dei sassi...

Alessandria è una spiritualità calda e silenziosa che respiri in ogni angolo, è un vecchio dalla pazienza smisurata, canuto e laborioso che, seduto, gambe incrociate, lavora tra le mani cotone candido e soffice come la sua barba, attingendo da un sacco talmente grande che c'è da pensare che era bambino quando ha iniziato.

Alessandria la assapori, riflessa negli occhi oziosi di chi fuma un narghilè rincorrendo i propri pensieri lungo quel sentiero etereo, disegnato dal fumo dolciastro che sale danzando verso il cielo sempre sereno. E all'improvviso, capisci che chiamare un colore blu d'Oriente, ha un senso.

Alessandria è il vociare concitato attorno ai banchetti perennemente stracarichi di frutta sapientemente lucidata e la vitalità dei suq che straripano delle più varie merci fin sulle rotaie del tram: un colpo di campanella e ci si ritrae per poi straripare di nuovo.

E' un brulichio di voci e colori, e pochi metri più in là è un cimitero senza fiori, né foto, né lumini, sobrio, ma generoso nel regalarti tutto l'ardore della gente che vi si reca a pregare, anche di quella famiglia che sfila davanti a te con dolore composto, accompagnando il proprio caro, avvolto semplicemente in un lenzuolo bianco. Alessandria è bella anche quando hai voglia di piangere.

Alessandria è il profumo dolce e onnipresente del mare, è la tua canzone preferita di Amr Diab che ti fanno riascoltare in un caffè, è un succo di mango spremuto fresco, un tè alla menta e un carcadè, è una foto che pensi di rubare a due uomini che arrostiscono kofta e kebab e che poi, nel mirino, vedi che si sbracciano a salutarti.

Alessandria è un mare di luci e di persiane colorate che fanno sorridere i palazzi. E' un volo in picchiata tra la ricchezza e la povertà, è una meraviglia in ogni angolo e l'unico posto per cui lasceresti tutto, con la sicurezza di non sentire la mancanza di nulla.

Alessandria è un'emozione nuova e vera, è quel gesto naturale e femminile che riscopri sollevando la gonna di qualche centimetro per salire o scendere le scale, è quella parte di te, fresca e spontanea, che hai ritrovato senza sapere di averla persa. Eppure quando la ritrovi, la senti tua, da sempre.

Quando arrivi e ti dicono: "Alessandria s'è illuminata" si sbagliano. E' Alessandria ad illuminare te.

12 ottobre 2007

Nella casa di Dio

Non potrei iniziare diversamente questo post: aid mubarak a tutti i musulmani!!


Sto immaginando questa bellissima moschea (Abu el Abbas, Alessandria d'Egitto) agghindata a festa e mi sembra di sentire di nuovo quel lieve tepore del marmo al sole sotto i piedi nudi. Era già successo lo scorso anno, ma non riesco a farci l'abitudine. Questa volta l'ingresso in moschea è stato inaspettato, ma graditissimo. Avevo infilato qualche foulard in valigia in previsione dell'ingresso in qualche moschea, ma quel giorno ne ero sprovvista, visto che eravamo in giro per cercare una casa.


Quando sono entrata nella moschea avevo ancora negli occhi quella casa strana, con le finestre piccole e i vetri colorati in cui istintivamente, nonostante la luce naturale fosse ridotta a una penombra velata, ho immaginato un salottino orientaleggiante pieno di cuscini e pouf, in cui trasferire qualche bella candela e appendere i quadri che ho dovuto lasciare in Egitto. Mi è sembrato di vederci perfino i bambini giocare. Mi aggiravo per le stanze vuote con naturalezza, vedendola viva e piena, come se quella casa fosse già mia da tempo. Forse perché è talmente forte il desiderio di una casa tutta nostra in Egitto che accetteremmo come dimora qualsiasi struttura anche lontanamente definibile come tale.


Non avendo nulla per coprirmi il capo, ho insistito per rimanere fuori finché mia cognata non sentenzia che l'ingresso nella casa di Dio non si nega a nessuno. Entriamo sottobraccio, io e lei nell'ingresso riservato alle donne.

Ciò che mi si è materializzato davanti agli occhi è stato uno spettacolo inaspettato: qualcuno leggeva, qualcuno pregava in un angolo, qualcun altro riposava o chiacchierava amabilmente con un tono di voce normale. L'unica persona a muoversi con circospezione- del tutto immotivata, tra l'altro- ero io, lì, a testa scoperta, che rispondevo sussurrando a mia cognata e camminavo quasi in punta di piedi, desiderando di essere invisibile. Ho passato attimi bellissimi ad ammirare gli intarsi e le decorazioni impalpabili degli interni, come se legno e marmo fossero stati merletti, i sontuosi lampadari bassi e i tappeti disposti ordinatamente sul pavimento. Soltanto dopo un po', attraverso la grata di legno che a mo' di separé divide gli uomini dalle donne, ho notato uomini stesi a terra ripararsi dalla calura e qua e là distributori gratuiti di acqua fresca.





Davanti a me c'era uno spaccato di vita quotidiana che mai avrei immaginato potesse svolgersi in una moschea. Poi mi sono ricordata che i bambini ci entrano in tenerissima età insieme ai loro padri e che nessuno dice nulla se i pupetti zampettano tutt'intorno in esplorazione. All'improvviso, l'espressione casa di Dio mi si è arricchita notevolmente, acquistando accezioni profonde, nuove e vere. Ero attorniata da donne che non si facevano alcuno scrupolo a rendermi partecipe dell'argomento dei loro discorsi e che anzi, mi sorridevano amichevolmente chiedendo a mia cognata chi fossi.





Proprio niente a che vedere con lo standard di gentilezza e di solidarietà femminile proprio di questa parte di mondo che ama collocarsi sempre -anche se non capirò mai in base a quale criterio- un gradino più in alto degli altri.


23 settembre 2007

Lucciole per lanterne

Fresca di matrimonio, rifletto sul senso del matrimonio e dell’amore in generale.
Pochi giorni prima di partire per l’Egitto e quindi di sposarmi, mentre ero in fila al semaforo, in macchina, lungo il ponte sul fiume Sacco, nel mio paese, ho notato un lucchetto incatenato ad un lampione.
Sono rimasta a dir poco allibita: al di là del mio finestrino stava sorgendo un ponte Milvio in salsa ciociara, la risposta ceccanese ai pellegrinaggi amorosi delle coppiettine agghindate a festa che si giurano amore eterno annegando la chiave nel fiume. Immagino che i prezzi dei lucchetti siano schizzati alle stelle. E come Ceccano, suppongo in tanti altri posti si sia cercato di ricreare questo totem. Dico totem perché siamo davanti a una vera e propria tribù che si è scelta un feticcio. Stiamo assistendo a un’epidemia di romanticismo dilagante, o forse si tratta della solita sindrome del gregge, conseguenza o effetto collaterale dei jeans a vita bassa?
Io mi ricordo che le mie compagne di classe al liceo portavano il ciondolo a forma di mezzo cuore quando le cose si facevano serie. E se lo toglievano quando poi le cose si mettevano male per indossarlo di nuovo dopo la tempesta o infilarsene uno fresco fresco insieme a un altro ragazzo. Trovo che le cose siano diverse: sebbene in fondo si tratti di due ostentazioni, indossare un mezzo cuore per ciondolo, ancorché comune a molti, è pur sempre un affare privato, interno alla coppia, visibile o non visibile agli occhi altrui e, comunque, deciso senza interpellare beni di pubblica utilità in qualità di testimoni.
Insistendo sulla differenza dei due gesti, l’uno è totalmente plateale e qualcuno converrebbe che è in sintonia con l’esisto-solo-se mi-faccio-vedere tipico del postmoderno, mentre l’altro è un’ostentazione più pacata, il segno di un impegno preso con qualcuno, al pari di una fede al dito.
Non so perché, ma la cosa non riesce a stupirmi, né a farmi rimpiangere che la mia adolescenza non abbia contemplato simili rituali. E’ che proprio non riesco a catalogare i lucchetti ai lampioni tra le cose romantiche. Eppure qualche monetina a Fontana di Trevi l’ho lanciata e non di rado io e mio marito concludiamo le “comunicazioni di servizio” (compra tu il latte…tira fuori dal freezer 2 fettine…stendi il bucato ecc) con qualche appassionata parolina dolce. Telegrafici, tenerissimi pensieri magari scritti di fretta prima di uscire sui tovaglioli di carta, che ogni tanto conservo.
Forse è proprio questa ostentazione a lasciarmi sbigottita: è fisiologico che uno che si sente 3 metri sopra il cielo abbia voglia di scriverlo, ma io sono per le cose dette e manifestate in quella privatissima dimensione intima che è il quotidiano di ogni coppia e non il primo cavalcavia ancora libero dalle scritte altrui. Scimmiottando il titolo di un film al cinema in questi giorni: scrivilo sui tovaglioli, è meglio!!!!

20 settembre 2007

Ritorno al presente

E’ quasi un mese che sono tornata dall’Egitto e, nonostante sia già ripiombata nella routine quotidiana, mi sento ancora con la testa in vacanza. Sono impaziente di postare le foto, ho voglia di raccontare l’Egitto come l’ho visto, come l’ho provato e trovato un mese fa, ho voglia di riviverlo.
Vorrei anche poter accogliere la proposta di condividere il panorama dei placidi pensieri, ma il vecchio pc non vuole saperne! Pazienza…rimanderò a quando, finalmente libera dagli esami, potrò rimettere le manine sul mio amato pc. Peccato però, volevo postarle subito le mie colline blu! E anche quei due bellissimi lilium, uno giallo e uno color ruggine. E anche il glicine e il nostro ciliegio in fiore…. E i momenti di vita quotidiana rubati ad Alessandria, il museo e il sagrario militare italiano di El Alamein, le bancarelle del Cairo straripanti di lampade del Ramadan e tutte le foto in cui ho cercato di intrappolare l’Egitto per poterlo riassaporare più e più volte come fosse una bottiglia di profumo.
Serbo talmente tanti ricordi ancora tiepidi di emozioni intense che non riesco a scrivere nulla senza vagare col pensiero a solleticare i miei ricordi. Iniziare a raccontare sembra impossibile, anche ora che ci sto provando. Devo sbloccarmi, devo togliermi questa ruggine di dosso perché ogni giorno che passa, trovare il bandolo della matassa richiede sempre più sforzo.

Sento che niente avrebbe potuto giovare di più alla mia salute psicofisica di questo viaggio, ne avevo assoluto bisogno.
Preso posto sull’aereo ho tirato un sospiro di sollievo, forse perché finalmente sentivo di non averlo ancora superato quel famigerato orlo di una crisi di nervi. Eppure mi era capitato in più occasioni di crederlo, ultimamente. E’ che a un certo punto l’inerzia finisce e uno non riesce più a inventarsi la pazienza. Il fisico si blocca di colpo e ci si fa convincere (o forse ci si illude) di aver bisogno dei tranquillanti, per esempio. Ne ero completamente certa quando il medico ha sentenziato “neurodermatite psicosomatica” alla vista di quelle strane macchiette rosse che avevo in giro per il corpo a metà giugno. Ricordo di aver scrutato con una certa serietà quella bustina di medicine -un integratore vitaminico per la pelle, una pomata al cortisone e due tranquillanti- credendo quasi di aver scoperto la panacea.
L’idea di assumere tranquillanti non mi spaventava minimamente. Li ho accettati come qualsiasi altro farmaco, credendo di averne davvero bisogno. Dopo la prima dose, per grazia di Dio blanda, vedendo con quanta avversità reagiva il mio organismo non ero più convinta dell’utilità di quella roba. Dovevo scegliere tra quella torpida calma indotta, apparente, effimera racchiusa in una pasticca e quella naturale, profonda e gioiosa -quella dei placidi pensieri, per intenderci- da rintracciare in qualche angolo recondito della mia psiche.
Se sono qui a fluttuare dolcemente tra i miei ricordi recenti, è inutile che mi soffermi a specificare la mia scelta.

In nome della mia salute, mi sono impegnata: era tempo di pensare al mio matrimonio, era imminente, non potevo rischiare di arrivarci a pezzi. Decisa a godermelo appieno, ho iniziato a confezionare le bomboniere: ho scelto un piattino quadrato stile etnico, col fondo nero e delle righe rosse e dorate sul quale ho adagiato i confetti racchiusi nei centrini lavorati a mano dalla mia amatissima nonna. All’inizio non volevo neanche farle, le bomboniere, poi ho trovato per caso questi centrini di cotone egiziano riposti in una bustina in un angolo dimenticato in fondo all’armadio. Sapevo che lei avrebbe trovato il modo di essere presente…
Conserverò un ricordo piacevole dei giorni dedicati ai preparativi: i sacchettini di confetti chiusi con l’organza dorata che avevano inebriato il salotto di vaniglia, la caccia all’acquisto del cartoncino per stampare i menu, la scelta del fioraio più conveniente e quel bouquet di roselline bianche e arancio che poi ho portato al cimitero…forse è più bello adesso ché è appassito, se ne sta ancora lì, nessuno l’ha buttato via. Poi il tableau per il ristorante fatto con delle coloratissime immaginette ritagliate da un vecchio calendario egiziano stampato su papiro, un’ottima soluzione per ovviare al problema degli invitati di diverse nazionalità che non avrebbero apprezzato un tavolo chiamato “per nome”.
Ho voluto che i pochi intimi presenti potessero riconoscermi in quel matrimonio, è per questo che mi sono occupata personalmente di tutti i particolari cercando di sprecare il meno possibile: per le bomboniere, per esempio, ho acquistato l’occorrente (scatoline, piattini, nastri di organza di diverse grandezze, veletti ecc) all’ingrosso e le ho confezionate con le mie manine, ché oltre a essere divertente è anche facilissimo e ho rifiutato di impiegare qualche migliaia di euro per gli addobbi floreali della sala del municipio. Un’unica, ricca composizione bianca e arancio da mettere sul tavolo era più che sufficiente, anche lei è finita al cimitero il giorno seguente. Non è avarizia, è che si può scegliere di non privarsi di nulla anche senza spendere una fortuna.

Ho anche avuto modo di farmi qualche sana e fragorosa risata di fronte all’articolato campionario di pregiudizi sfoderato dalla gente alla notizia del mio matrimonio: c’è chi di punto in bianco è andato a fare gli auguri ai miei pensando che stessero per diventare nonni, chi mi ha messa in guardia filosofeggiando “prima i confetti, poi i difetti”, chi in generale aveva da ridire per i miei 23 anni. Avrei dovuto annotarmele tutte per quanto erano assurde! Ho notato che la gente segue rituali a volte strambi e insensati in fatto di matrimoni solo per non venir meno al diktat dell’apparenza: sembra una gara a chi osa di più, in cui tutto è ammesso e la cui unica regola è l’ardore tutto pagano per l’esteriorità. In molti hanno sgranato gli occhi, scandalizzati dal fatto che non avessimo preparato una lista nozze. L’avreste fatta, voi, la lista, sapendo che rimarrete ancora qualche anno a vivere nei vostri 34 mq di bilocale già arredato? Ve la sentireste voi, tra un paio d’anni di scartare elettrodomestici nuovi di zecca eppure superati e non coperti più dalla garanzia? Ditemi pure che provengo da un altro pianeta, ma io non me la sono sentita. Penso che li avrei delusi comunque, visto che, seppure mi fossi sposata in condizioni normali- tanto per usare la loro terminologia- non avrei mai messo in lista bicchieri di cristallo, servizi da 36 piatti d’oro bordati di diamanti con allegata autorizzazione a bestemmiare se per disgrazia ne rompi uno o chissà che altra diavoleria chic&snob. Da quando ho capito che si può vivere più che dignitosamente con la metà della metà di ciò che per noi è lo standard non riesco più a circondarmi di cose che non ritengo utili nell’immediato.

Non parliamo poi, del fotografo, del mio vestito, del mio trucco e della scelta di non lanciare il bouquet: apriti cielo. In molti al mio posto avrebbero rimandato il matrimonio alla notizia che per quella data qualsiasi fotografo era occupato da almeno un anno. Io ho esultato perché odio mettermi in posa come quelle spose con lo sguardo forzatamente perso nel vuoto, o circondarmi di ombrellini, faretti e magari di eliche che simulano il vento. E pagare migliaia di euro un tizio invadente che ti fa le foto ordinandoti di ruotare le ginocchia chissà dove perché se no l’immagine è statica. L’incarico delle foto e del filmino (preteso fermamente dai parenti in Egitto e realizzato solo per questa giusta causa ) è stato quindi delegato ai miei cugini che, la sera dopo, mi hanno recapitato i cd con tutto il materiale, successivamente approdato nelle sapienti mani di un fotografo egiziano che ha provveduto a montare, stampare, ingrandire il tutto a nostro gusto. Un ottimo lavoro che conserverò sempre con affetto.
Anche per il trucco ho provveduto io: ho imparato da sola a truccarmi e lo dico con un certo orgoglio visto che nessuno s’è mai messo davanti allo specchio con me a dirmi cosa e come fare. Ho scelto colori caldi molto naturali per non “sparare” troppo con il bianco del vestito: in tanti se ne sono accorti solo vedendo una foto scattata mentre mi mettevo il rossetto. La testa invece, l’ho affidata completamente alla parrucchiera.

Il bouquet, dicevo, l’ho portato al cimitero. Si racconta di bouquet caduti all’ombra di fanciulle che, benché in età da marito, non avessero la benché minima intenzione di sposarsi e che, sfiorate dall’innocuo mazzo volante avrebbero invece per forza o buona voglia dovuto rivedere i loro piani. Non ho voluto che il mio bouquet diventasse il capro espiatorio dei ripensamenti delle nubili presenti così ho deciso di non lanciarlo. No, scherzi a parte, ho pensato di portarlo al cimitero perché qualcuno non ha fatto in tempo ad assistere di persona al mio matrimonio. Lo so che non significa nulla e che non ha alcun potere di invertire gli eventi, però io ho sentito di fare così.

Credo che non scorderò mai la contentezza dei miei cognati, la loro commozione, la loro voglia di sentire ogni particolare e il mio rammarico per averlo potuto fare solo in modo frammentario a causa del mio arabo traballante e le foto con tutti loro davanti a quella torta gigante. Sono riusciti a farmi sentire ancora di più che sono parte della loro grande famiglia e per me è un grande onore oltre a essere un privilegio.

Qualche riga fa riflettevo sugli strani rituali della gente qui e sul diktat dell’apparenza: a sentir parlare qualcuno sembra che io mi sia sposata senza poter minimamente prevedere cosa implicano la convivenza, le responsabilità e chissà cos’altro. Tanti dimenticano che se la vivo come una formalità è solo perché convivenza e responsabilità sono parte della mia vita già da 3 anni. Sono volati come 3 secondi però…forse, impegnati come siamo a decifrare le nostre culture e le nostre diversità non abbiamo avuto il tempo di annoiarci. E’ questo credo, che per tanti è difficile da capire…

29 giugno 2007

Placidi pensieri


E’ una sera di fine giugno insolitamente fresca.
Da circa un mese mi godo la tranquillità di casa, lontana dal binomio perugino afa-stress.
Quasi avevo dimenticato l’odore del vento e l’aria serale mielosa di tiglio e gelsomino...tutti i fiori, le cicale instancabili e queste colline blu. Di un blu profondo, intimamente mio, che guardavo noiosamente quando volevo scappare e che ora, lontana, sfioro malinconicamente ad occhi chiusi, col pensiero.
Direi una bugia affermando la verdezza (o la verdità?!) di queste colline: spero di non scomodarne il sonno, ma credo che Kant la relegherebbe tra le cose insondabili dalla conoscenza umana. Se sono verdi, buon per loro. Io le vedo blu e nel dirlo, regredisco a quello stadio dell’infanzia in cui i bambini ancora non si piegano agli stereotipi del sole giallo e dei tetti rossi e colorano gli oggetti a modo loro.
I pensieri galoppano a briglia sciolta e a questa pace ne aggiungo altra se penso che è già tempo di preparare le valigie: tra un mese esatto sarò in Egitto.

21 maggio 2007

Graditi sorpassi

L'ANSA batte: "E' sorpasso, musulmani più di cattolici".
Repubblica riprende e titola: "Il sorpasso dell'Islam 1,3 miliardi di musulmani".


Al di là dell'interesse che può suscitare la notizia, ciò che fa quasi sorridere è questo tono sportivo scelto per trattare la questione: sorpasso sa tanto di classifica- di calcio, di Formula1 o di MotoGP, non ha importanza- di qualcuno che resta indietro, scavalcato, superato da qualcun altro (Più forte? Più veloce? Più furbo?). Anche abbandonando il gergo sportivo, il senso del sorpasso resta invariato. Qualcuno passa avanti (Arriva primo? Vince o guadagna qualcosa? Vale più degli altri?) a qualcun altro che resta indietro.



Messa la faccenda in questi termini sembra che ci si stia contendendo qualcosa, che faccia qualche differenza se in un dato momento uno prevale sull'altro. Faceva forse meno paura sapere che il mondo fino a ieri era un po' più cristiano?



E allora subito a cercare di invalidare i dati statistici bollandoli come non veritieri: i musulmani sono più concentrati in quella parte di mondo che fa figli, è impossibile stabilire l'esatto ammontare dei musulmani perché non sono registrati come i cristiani, ad esempio nelle parrocchie e via dicendo.



Smettiamo di raccontarci balle: se si fosse davvero interessati a vivere in pace non ci sarebbe bisogno di tirare fuori queste questioni. Paradossalmente- l'avverbio è per chi si pone queste questioni, non certo per me che osservo il mondo- sarebbe più facile censire i musulmani che i cristiani: almeno in Egitto l'appartenenza religiosa appare sulla carta d'identità e poi a me sembra che i cristiani non avvertano un'impellente necessità di denunciare cambiamenti di residenza o decessi alle parrocchie di appartenenza....tanto per dirne una, la mia parrocchia è diversa da quella in cui sono stata battezzata.


Nel delicato contesto in cui viviamo, preferirei segnali costruttivi di dialogo a queste sterili competizioni. Io spero, e mi auguro, che questo sorpasso possa giovare all'immagine dei musulmani. Forse, essendo la maggioranza, qualcuno inizierà a guardarli come di fatto sono: gente normale che crede in Dio. E loro, un po' di normalità se la meritano proprio.