Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

07 aprile 2008

Viandanti

Campionatura di questioni semi-serie motivo di visita di questo blog

  • guardare l'Oriente con occhi di Occidente (=etnocentrismo)
  • vestiti delle donne dell'Islam (meravigliosi..)
  • donne italiane piacciono a uomini arabi (a chi non piacciono le donne italiane?!?)
  • integrazione si integrazione no multiculturalismo (in questa terra dei cachi è tutto impossibile)
  • ragazze taglia 6 (se si continuerà a comprimere le taglie di questo passo...)
  • tableau matrimonio esempio (come logo i due pupazzetti della sidebar e tante coloratissime immagini ritagliate da un vecchio calendario su papiro)
  • la schiavitù di oggi (troppa e troppo vicino a noi, sebbene ci si ostini a pensare che ce la siamo buttata alle spalle)
  • Amr Diab (osad aeni fi koll makan)
  • diversità della donna musulmana dalla donna occidentale (tantissima, fortunatamente per la donna musulmana)
  • aladino istruzioni (prepararsi 3 desideri e poi strofinare bene)
  • matrimonio orfi a sharm el sheikh (non ti conviene)
  • democrazia di Dio (un gran libro)
  • hijab (il velo islamico)
  • le donne russe a hurgada aladin (parecchie e parecchio nude)
  • la vita ritrovata (grazie a Dio)
  • bisogni indotti (troppi e tutti maledettamente futili)
  • amanti egiziani (mi basta il marito)
  • sposare un arabo (=sposare un uomo)
  • andare oltre le apparenze (lodevole, ma per molti impossibile)

06 aprile 2008

Catarsi

I am a simple man
so I sing a simple song
never been so much in love
and never hurt so bad
at the same time.
I am a simple man
and I play a simple tune
I wish that I could see you once again
across the room like the first time....
"Simple Man, Graham Nash"
Qualche giorno fa, mettendo gli occhi su quest'articolo ho appreso della mostra fotografica "Life before death" in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road. Si tratta delle foto di Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che -pare- per esorcizzare la paura della morte ha messo a punto una serie di

48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso.
Un lavoro, quindi, che consisteva nel recarsi nei centri di assistenza per malati terminali a fotografarne gli ospiti consenzienti per poi essere richiamati a intrappolarne l'immagine della salma nelle macchine fotografiche.
Il fotografo e la giornalista che ha curato le brevi note biografiche ammettono:

"La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com'era, steso nel suo letto".
Ma poi viene aggiunto:

Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto.

Devono essersi corazzati, insomma, i due. E uso corazzati per non dire abituati o peggio, assuefatti.
Io mi immagino i parenti del malato terminale consenziente...me li immagino pure loro consenzienti, per forza o buona voglia, che incontrano questo fotografo e poi lo salutano, sapendo che lo rivedranno di nuovo, per forza o buona voglia forse in preda al riso isterico, o al pianto disperato, all'imbarazzante stato di silenzio arido, o al non meno gravoso stato di apparente atarassìa o a tutto questo mischiato o alternato.

Forse sono io che non riesco ad instaurare un rapporto sano con la morte, ma questa iniziativa mi turba e basta: il link all'articolo è corredato dalle immagini della mostra che ovviamente io ho scelto di non guardare. Eppure nell'articolo viene specificato che tra i visitatori ci sono state parecchie famiglie con bambini.... Forse sbaglio, ma è una mia scelta. E forse sbaglio anche a cancellare tutto il lungo pezzo di post che avevo scritto per parlare della morte dal mio punto di vista.

E' che la morte mi spaventa di quella viscida paura irrazionale, imprecisata e infondata che è la stessa che spaventa la maggior parte dei cristiani d'Occidente. Di quest'Occidente frenetico che veste a festa i morti per esporli alle visite di cortesia dei conoscenti e li sistema in tombe che sembrano case, ma zeppe di fiori appassiti e lumini consumati dalla dimenticanza.
Mi chiedo quando impareremo a guardare alla morte con rispetto, ad essere consapevoli che può coglierci in qualsiasi momento senza guardarci in faccia, senza indagare sulla nostra voglia di morire o di trattenerci quaggiù, o sulla nostra età e sul nostro stato di salute. E' gia un po' che ho smesso di trovare sollievo della morte di qualcuno appigliandomi all'età avanzata e a quel risibile "ha fatto la vita sua".
E non posso fare a meno di ripensare a quel cimitero di Alessandria a pochi passi dal suq brulicante di vita in cui ho visto l'attimo in cui dall'ambulanza si prelevava la salma avvolta in un lenzuolo bianco per essere deposta nella tomba. Non ho visto vestiti eleganti, né dovizia di fiori che appassiscono insieme al ricordo di quell'anima, ma gente composta che pensava a pregare.

Poi leggo la conclusione dell'articolo:


Più difficili da accettare sono le foto "prima e dopo" di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c'era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: "Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?". E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di "un disegno tanto assurdo". Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto "prima" il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella "dopo" sembra una bellissima bambola di porcellana.

Mi colpiscono le parole di questa donna: è una madre che, di fronte al dolore immane di vedersi strappare la vita della sua piccola, chiede a Dio (il suo, come viene scritto nell'articolo, ma tanto sta' tranquillo ché è lo stesso mio e pure lo stesso tuo) di farle comprendere l'accaduto. Ho visto una madre egiziana parlare del neonato che aveva perso a pochi giorni dal parto, con un sorriso composto e pieno di speranza. Sai, ho un figlio in paradiso. E non era arrabbiata né con Dio, né col mondo. L'ha ringraziato, Dio, per essersi ripreso quella creatura innocente che proveniva da Lui, e a Lui ha fatto ritorno senza aver avuto il tempo di commettere colpe. Eppure da cristiana avrei dovuto strapparmi i capelli pensando che non ha ricevuto il battesimo; invece mi sono lasciata pervadere da quella serenità e mi sono messa anch'io a pensare che suo figlio è un angelo.
Ecco, sì. Forse per liberarci dalla paura della morte dovremmo iniziare a pensare all'anima più che al corpo.

30 marzo 2008

Pablo Trincia, "I demoni dell'Islam"

Faccio eco alla segnalazione di Sherif riportando integralmente le sensatissime considerazioni di Pablo Trincia circa la conversione di Magdi Allam al cattolicesimo. Opinioni non meno sensate e condivisibili sono reperibili qui.
Tutti avranno letto e sentito una delle principali notizie degli ultimi giorni: la conversione al cattolicesimo del giornalista Magdi Allam al cospetto di Papa Ratzinger. Premetto che di quello che fa Magdi Allam non mi importa nulla. Non mi importa nulla nemmeno della fede che sceglie di abbracciare – ognuno è libero di fare ciò che vuole e una scelta religiosa è una cosa su cui nessuno deve permettersi di dare giudizi.
Ma ci sono un paio di cose che non mi sono andate giù. A cominciare dalla scelta del signor Allam di farsi battezzare nientemeno che dal Papa (la cosa aveva uno spiacevole retrogusto di evento vip), e della prevedibile pubblicità che la cosa ha scatenato. Per non parlare delle sulle sue apparizioni in tv, e dello sventagliare la cosa ai quattro venti, trasformando una conversione personale e intima in un atto pubblico, politico e provocatorio.
Quando leggo che il signor Allam va in giro a dire cose del tipo: “la radice del male è insita nell’Islam”, sostenendo che la sua anima di ex musulmano si è liberata “dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza prevalgono sull’amore e sul rispetto della persona”, mi vengono i brividi [...anche a me. Questa ed altre affermazioni, unitamente al link al testo completo sono reperibili qui ].
Uno capace di dire cose del genere mi fa paura, per certi versi quasi quanto gli stessi fondamentalisti islamici contro cui si scaglia. Perché quelli inveiscono dagli scantinati o dalle caverne di Medio Oriente, Iraq, Afghanistan o Indonesia, con la maggior parte del mondo che li guarda con disprezzo. Il signor Allam invece lo fa dall’alto della stampa e dell’editoria italiana, con molta gente lo legge.
Sia ben chiaro, io odio profondamente il radicalismo islamico - anche per motivi personali - visto che mi ha ucciso un parente molto stretto. Ma non per questo giudico l’Islam una religione violenta o intrisa di male e odio. Chi si è macchiato di questo e di altri crimini è un assassino che con la religione non ha nulla a che vedere (così come lo sfarzo e la ricchezza ostentata oggi dal Vaticano non ha nulla a che vedere con i valori e gli insegnamenti dei suoi santi, dei suoi missionari e dei suoi preti di periferia).
Sull'Islam avevo dei pregiudizi anch’io, da ragazzo. Ma poi ho viaggiato per il mondo e ho incontrato centinaia, migliaia di musulmani. Conoscere persone e condividere anche brevi momenti di vita con loro ti apre la testa, spazza via gli stupidi pregiudizi che avevi. Infatti ho cambiato idea.
Sono stato in diversi paesi islamici, o con una cultura moderatamente islamica: Pakistan, Yemen, Marocco, Senegal, Mali, Kazakhstan, Uzbekistan, Tanzania, alcune regioni della Nigeria e del Kenya, Kosovo. Ho conosciuto tante persone liberali e qualcuno con idee un po’ estremiste. Ma non ho mai avuto alcun tipo di problema. Nessuno mi ha mai minacciato, né intimidito. Sono sempre stato trattato con grande rispetto e ospitalità, pur ammettendo apertamente di non essere musulmano. Nessuno mi ha mai nemmeno chiesto di convertirmi all’Islam. A differenza di quanto qualcuno insinua, alla stragrande maggioranza dei musulmani nel mondo non frega nulla di quello che facciamo noi in Occidente.
Detto ciò, i fondamentalisti ci sono eccome. E uccidono. Dall’Algeria alla Palestina, passando per Londra, Mogadiscio, Kabul e Dacca, fino a Jakarta. Nessuno dimentica quello che è accaduto negli Usa, a Madrid, a Bali, nel Regno Unito, né quello che accade quotidianamente a Baghdad e dintorni.
Tuttavia, nonostante le notizie che ci passa il circuito mediatico, stiamo parlando di un numero infinitamente ristretto di persone, rispetto alla popolazione musulmana nel mondo. Gli “altri” musulmani, quelli di cui non si parla (forse perché non si fanno saltare in aria in mezzo a un mercato, ma ci vanno semplicemente a fare la spesa) sono persone di tutt’altra pasta. Eppure in Occidente c’è gente che fomenta odio, razzismo e pregiudizio, con vaneggiamenti su guerre di religione e scontri di civiltà.
George W. Bush, che è un “Born again Christian”, ha fatto bombardare l’Iraq, inventandosi dal nulla una guerra che ha ucciso e continua a uccidere decine di migliaia di persone innocenti. Per quanto mi riguarda, è un criminale di guerra. Eppure nessuno (giustamente) sostiene che il cristianesimo sia una religione violenta.
Per l’Islam non è così. Lo associamo sempre a quello: violenza contro le donne (che però raggiunge picchi consistenti anche nella cristianissima America Latina), terrorismo, uomini-kamikaze e tanti altri clichè. Non pensiamo nemmeno per un momento che tutti questi fenomeni siano legati a tantissimi altri fattori storici e culturali. No. E’ colpa dell’Islam. Non voglio difenderlo, sia chiaro. Ma non sono affatto d’accordo con chi lo demonizza. Perché sono convinto che le altre culture andrebbero
conosciute, non criticate.

23 marzo 2008

Pasqua, Perugia e la "dompietà"



Ieri sera, forse condotto fino a me dal vento che flagellava Perugia senza pietà, mentre lavavo i piatti, mi è sembrato di ascoltare qualcosa di remoto e primordiale, il suono di un canto che mai avrei pensato di poter sentire in quel luogo.
Ci sarebbe da scriverci almeno un centinaio di post, sul mio rapporto con Perugia. Mi chiedo come ho fatto a non scriverne mai, e chissà, forse questo è il primo passo. Passo giorni interi senza sentire le campane e quando le sento sono troppo distanti, o troppo fioche e comunque mai neppur vagamente prossime all'idea di campane che alberga nella mia memoria: in 5 anni ho visto un solo, fugace funerale e ho imparato che devo uscire fuori città per imbattermi in un cimitero.
Insomma, mai avrei immaginato di sentirlo lì quel canto, dicevo. D'istinto mi precipito sul balcone. Silenzio. Che brutti scherzi, gioca la malinconia, mi dico. E torno ai miei piatti.

Tempo un paio di secondi e sono di nuovo sul balcone: Sono stato, io l'ingrato....Gesù mio, perdon, pietà, gridava un altoparlante e l'ho sussurrato anch'io, d'istinto, meccanicamente, senza emettere voce, come si fa con una vecchia, dolce nenia.

Non mi sbagliavo: la mente inizia a correre all'indietro fino a quando ero bambina e c'ero anch'io col mio piccolo flambeau rosso ad affollare le strade del centro storico del mio paese. Ci volevano ore per completare il giro attraverso i vicoletti stretti e scoscesi di epoca medievale. Ricordo che vedevo passare gruppi di vecchine consunte dall'età che imbracciavano grossi ceri, inclinandoli lateralmente verso l'esterno, alla nostra altezza...grosse lacrime di cera fusa precipitavano fino a terra incrostando le strade e noi bambini dovevamo badare a non farci andare a fuoco i capelli...
La fiumana di gente era di proporzioni tali che ogni gruppetto di persone aveva qualcuno che pilotava il canto, rilanciandolo quando le voci si affievolivano: roba che in un punto si cantava, cadenzando, "sono stato..."e da un altro, dieci metri più avanti risuonava l'eco di "perdon, pietà...". Per anni mi sono chiesta cosa fosse la dompietà, perché io cantavo "Gesù mio per dompietà...."
E poi i sontuosi drappi rossi ai balconi, i lumini alle finestre... e il colpo d'occhio, dominato dalle fiammelle dei grossi ceri che ardevano pazientemente per tutta la sera, l'enorme statua di Gesù morto e quella della Madonna Addolorata, ammantata di nero, col cuore trafitto di spade...
e nell'aria, l'odore acre della cera bruciata.
Proprio mentre scrivo hanno sciolto le campane, finalmente qui giù a casa le sento, è Pasqua, la luce ha vinto sulle tenebre e io, augurando a tutti una serena e gioiosa Pasqua, spero che arrivi la luce a chi la sta cercando.

14 marzo 2008

Certe albe

Nell' immagine, l'opera di Rafa Al-Nasiri tratta dal blog di Layla Anwar
Certe albe ti cambiano la vita. Così, semplicemente. Eppure quando l'hai sentito te l'avevano già raccontato, te l'avevano già descritto. Ma non potevi immaginartelo che fosse proprio così, che avesse il potere di scuoterti così profondamente. Ma no, proprio non potevi. E' come raccontare l'odore del mare a chi non l'ha mai visto.

E d'un tratto le lacrime che ti salgono fino agli occhi, viaggiando sullo stesso sentiero dei brividi, ti mostrano quant'è naturale la vita e quante meraviglie hai rischiato di non vedere. Com'hai fatto a non accorgertene prima?

.I love the call to prayer. It pierces the leftovers of the night's obscurity, signaling a new dawn, a new day, another cycle to complete...
e anche gli avanzi metaforici, quelli della notte dell'anima, che tutt'un tratto scopri di avere dentro.

E lo scopri alle 5 del mattino, di un mattino che proprio non potevi immaginarti. Di quel mattino che hai aderito alla chiamata a sospendere la tua attività contingente e lo fai rispondendo quasi ad un istinto primordiale che non si arrende allo sciocco vizio del questo è per te e questo non può esserlo. Quel canto e quel richiamo erano anche e soprattutto per te, che certe cose non saresti mai arrivata a capirle, da sola. Erano per te, anche se ti suonavano incomprensibili.

Poi impari ad aspettarlo e a riconoscerlo, quel canto. Ad assaporarne l'eco che rimbalzando da un minareto all'altro, va a conficcartisi al centro del cuore e tu per un attimo, lungo e intenso, cerchi di intrappolartelo lì per poterlo rivivere sempre.

Quanto li vorresti, quel canto e quel richiamo, quando fuori della tua finestra il rumore del traffico sembra essere la cosa più sensata e le campane un lontano sussurro... quando la mattina apri gli occhi obbedendo ai riti striduli e pagani della sveglia....quando alla sera le parole che conosci non ti sembrano abbastanza utili per soddisfare la tua voglia di pregare...
Eppure la vita è così naturale, alif, dal, mim...

26 febbraio 2008

In piazza s'impara!


Ugo Carrega, La torre di Babele, tratto da qui



[...]Se si dice che in piazza, ogni domenica mattina, arriva tutto il mondo, non si esagera affatto. Arriva l’arabo che impara il romeno perchè ha i compagni di lavoro che vengono da là, arriva il ragazzo cinese per apprendere la lingua dei suoi genitori perchè lui è nato in Italia o il cinese che viene dal Sud della Cina e che del mandarino non sa neanche una parola. In piazza poi, arrivano marocchini, algerini, egiziani per imparare o migliorare l’italiano che serve a svolgere meglio il loro lavoro o far fronte alle esigenze della vita quotidiana.

Arriva anche chi vuole andare in vacanza in un paese arabo. In una sorta di Babele, le lingue e le culture si mischiano e si confrontano. L’occasione è importante anche per stare insieme e per imparare cose nuove divertendosi. E se fa un pò freddo, niente paura, ci sono le ragazze di The Gate che offrono agli «studenti» calde coperte e the alla menta.

Fino ad aprile, tutte le domeniche, dalle 10.30 alle 12, nel luogo in cui in settimana ferve il mercato più grande d’Europa, è la lingua a diventare merce di scambio. [...] Leggi l'articolo completo

30 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte II): l'eleganza

(Simin Ghodstinat al lavoro)

Quest'articolo del New York Times ci presenta una donna che lavora per le donne:


[...]Ms. Ghodstinat, 57, said her designs were the result of her own “process of growth.” After living in Europe and America between the ages of 13 and 34, she returned to Iran. “I was Westernized, but I was never comfortable — it did not feel right,” she said. “Most designers constantly say how they want to make women look sexy. I don’t want women to be viewed as objects.” [...] Ms. Ghodstinat’s clothing line is called Tradition, because, she said, she copies classical Middle Eastern and South Asian designs and updates them. Her Afghan-style skirts are ankle-length, unlike the traditional Afghan skirts that sweep the floor. And her Kurdish-style dresses have long sleeves that can be wrapped around the waist like a belt. Her popular coats, based on the coats men wore in Iran during the Qajar period 100 years ago, have bell-shaped sleeves, are pinned at the waist and come in short lengths to wear over a longer skirt, or in longer lengths. [...]

D'accordo, le sue creazioni sono care e non certo accessibili a tutte le donne musulmane (e non)del mondo, ma il suo lavoro è segno che qualcosa sta cambiando: rimaneggiando capi della tradizione asiatica e mediorientale, Simin non solo apporta un'idea nuova e altra di eleganza, ma propone una dignitosa opportunità alla donna musulmana di vivere la propria femminilità in sintonia con i precetti religiosi sull'abbigliamento.


Simin Ghodstinat ha vissuto in Occidente quel tanto che basta per rendersi conto che l'eleganza non è la rincorsa disperata e acritica dei capricci strampalati delle grandi firme, né l'annegamento dei singoli gusti personali nell'imperativo uniformante del solito tailleur- o degli scontatissimi abiti da sera/da cocktail/da cerimonia/da quello che vi pare- né tantomeno (e qui sta il punto)qualcosa che sia nettamente inconciliabile con i valori etico-religiosi.


Non che loro, le donne musulmane, ne avessero bisogno... l'idea della negazione e/o repressione della femminilità della donna musulmana è un' idea - pasionaria - di chi misura il grado di libertà delle donne in centimetri di tacchi, di gonne o di pancia scoperta perché loro, le donne musulmane, non hanno certo bisogno di consigli in materia d'abbigliamento: portano il velo ben abbinato al vestito, lo drappeggiano con gusto intorno al viso scegliendo con cura spille o fermaglietti per fissarlo e questo succede a tutti i livelli di reddito, nei limiti delle possibilità di ciascuna, s'intende.


In Egitto ho visto vetrine e suq straripanti di completi - velo e vestito - per tutte le tasche: ho ancora negli occhi quel vestito rosa pesca bordato di nero di una mia cognata, abbinato al velo (rosa pesca orlato di ricamini neri), fermato a sua volta attorno al viso con un fermaglietto nero...o quel meraviglioso vestito lucido, di un bel rosso cupo con velo abbinato,indossato da un' invitata a un matrimonio, al Cairo, nel nostro stesso albergo. Roba da voltarsi indietro a guardare...


Qualcosa si sta muovendo insomma, segno che la moda e tutto l'apparato che le gravita attorno inizia a percepire nuovi bisogni e a disfarsi di vecchi e infondati pregiudizi.

22 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte I)

(foto di enricofede07)

Quest'articolo, tratto da qui, è di una chiarezza esemplare: mi sono limitata ad evidenziarne un paragrafo perché trovo che sia la dimostrazione lampante dell'esistenza di un altro mondo, di un sistema alternativo a quello occidentale, retto da altre regole e da altri valori non meno validi (anzi...)

Mi piace il realismo su cui si fonda il mondo musulmano perché non racconta a se stesso la favoletta utopica dell'uguaglianza a tutti i costi tra i sessi: il vero mondo musulmano non riusciamo neanche a immaginarcelo, in questa parte frenetica e straricca di mondo che non pensa, se non per stereotipi e luoghi comuni infondati. Al centro di questa prospettiva, uomini e donne non sono uguali, sono complementari: il che è una cosa ben diversa e ben più grande di qualsiasi chimera elevata a diritto universale.


L'islam delle donne

Qualche riflessione per confutare alcuni luoghi comuni occidentali



di Adel Jabbar (sociologo dell'immigrazione e delle relazioni interculturali - Studio RES, Trento)



Nur indicava al nipote i luoghi della città, piazze, strade, case, ponti, minareti, alla ricerca delle tracce lasciate dal tempo e dalle persone.

Quella non era la città natale di Nur. Ma lì lei era vissuta e là, da sola, aveva cresciuto i suoi figli, dopo avere lasciato il marito.

Nur era musulmana devota: pregava cinque volte al giorno, seguiva il digiuno prescritto nel mese di Ramadan, offriva l'elemosina, quando poteva permetterselo. Sognava di recarsi un giorno alla Mecca, ma questo non divenne mai realtà, così come non poté avverare il desiderio di essere sepolta vicino ad un pio musulmano. Riuscì comunque a realizzare un'altra sua aspirazione: quella di non rivedere mai più il marito e di non sapere più nulla di lui. Nella sua preghiera mattutina, lei rimpiangeva di averlo sposato e chiedeva a Dio perché gli avesse fatto incontrare quell'uomo e permesso che vivessero insieme. Lei poneva le sue domande a Dio, e del resto, diceva, sarebbe venuto il momento in cui Dio avrebbe interrogato lei, e confidava che nel giorno del Giudizio si sarebbe fatta finalmente chiarezza e giustizia.

La grande fede che nutriva non le impedì mai di essere se stessa, di avere fiducia nella propria capacità di giudizio, nella propria autonomia e intelligenza, di confrontarsi tenacemente e con le proprie forze con la vita quotidiana, dura e reale, sfamando, educando e tenendo a bada tre figli. I temi della giustizia e della libertà l'appassionavano, e capitava di trovarla spesso in prima linea nei cortei popolari di protesta contro la potenza coloniale che opprimeva la sua gente. Conosceva i nomi dei governanti coloniali, e altrettanti nomi di persone che nel mondo sostenevano la lotta anti coloniale. Nur era decisamente schierata, non conosceva esitazioni quando si trattava di scegliere. Ai nipoti raccontava delle azioni di violenza, di oppressione e di tortura compiute dagli eserciti occupanti, che malediceva paragonandoli al marito. Di questo, diceva, si era liberata, e desiderava fortemente liberarsi anche degli altri.

Tante cose sapeva fare Nur. Tesseva, modellava manufatti in terracotta, andava a cavallo, cacciava, nuotava e remava: tutte abilità che i suoi nipoti non hanno ereditato. Era sempre curata, di aspetto fiero ed elegante. Era un'araba musulmana con insoliti occhi azzurri che tutti ammiravano, ma nemmeno questi sono stati ereditati dai nipoti. Qualche cosa però lei ha saputo trasmettere a loro: ad alcuni la memoria della città, ad altri il suo stile e la sua eleganza, ad altri ancora il suo coraggio e il suo spirito di autonomia. A tutti loro ha però lasciato degli interrogativi: chi era realmente questa donna, quali vicende aveva trascorso nella sua vita, come aveva vissuto le fasi dell'adolescenza, del matrimonio, dell'abbandono del luogo d'origine e della casa maritale.

Intorno a Nur è sempre rimasto un alone di mistero. Certo è che questa figura può apparire in forte discordanza con quella che è la rappresentazione della donna musulmana nell'immaginario comune occidentale. Di fatto, da questa esperienza di vita reale si possono trarre alcune importanti considerazioni. Innanzitutto, che una donna vissuta dagli anni '20 agli anni '80 del secolo scorso in un paese musulmano, lei stessa musulmana devota, mise in discussione con le proprie scelte convenzioni e consuetudini radicate - che certo non ritroviamo soltanto nei paesi musulmani - decidendo di lasciare città, marito, di vivere da sola e da sola crescere i propri figli, subendone le conseguenze e accollandosi responsabilità e difficoltà certo non poco gravose. Scelte che ancora oggi, e persino nel mondo ricco occidentale, non sono facili per una donna. Inoltre la sua condizione di donna musulmana non le impedì di partecipare alla vita pubblica e politica, di condividere la sorte della propria gente.
Ancora: la sua fede in Dio si basava su un rapporto dialogico; pur accettandola, non ne subiva passivamente la volontà, si poneva e gli poneva dubbi, interrogativi. Infine fu in grado di trasmettere conoscenza e sapere ai figli e ai nipoti. Una donna a suo modo eccezionale, ma comunque una donna del popolo, che viveva dentro e con la sua gente, attivamente, con coraggio e autodeterminazione. Una donna libera.

Nel riflettere sulla condizione della donna nei paesi musulmani, tema oggi molto discusso, è importante saper esplorare i vissuti reali, dentro i quali le donne cercano di interpretate ed elaborare realtà e situazioni, consapevoli dei limiti che vengono loro posti, delle convenzioni e dei retaggi culturali che spesso le ostacolano, lì come del resto anche altrove. In ogni caso queste donne non sono succubi, non sono passive e sottomesse come le dipinge l'immaginario esotico e come oggi spesso vengono considerate, fosse soltanto perché portano un foulard intorno al capo. Non hanno bisogno di essere educate all'emancipazione. Molte di quelle che sono considerate come conquiste femminili avvenute in occidente negli ultimi anni, dal divorzio, alla legge sull'aborto tuttora molto discussa e all'uso degli anticoncezionali, dal diritto alla proprietà, al mantenimento del cognome, lo stesso diritto di voto, in alcune società musulmane sono state affermate molto tempo prima. In diversi paesi di religione islamica ci sono state donne primi ministri o a capo di ministeri importanti più di quanto non sia accaduto in alcuni paesi europei. Nella repubblica islamica dell'Iran, oltre il 60% della popolazione universitaria è costituita da donne; nel parlamento e nella corte costituzionale (nel ruolo di giudice) siede un numero significativo di donne. La sociologa marocchina di fama internazionale Fatema Mernissi, nel suo ultimo libro (Harem e Occidente), riporta alcune statistiche, che dimostrano come l'accesso ad alcune professioni e studi superiori e universitari sia più diffuso fra le donne che vivono in alcuni paesi musulmani che fra le donne occidentali. Ad esempio, il corpo docente universitario in Marocco è composto per il 22% da donne, contro il 20% dell'Inghilterra, il 16% del Giappone e l'11% della Svizzera. Le donne che partecipano attivamente nel settore medico, imprenditoriale e sociale rappresentano quasi il 31% dei quadri amministrativi (dati 1991).

D'altra parte, senza per questo abbandonarsi a facili relativisimi, si deve pur considerare che i criteri per definire la natura e il grado di emancipazione o di libertà non sono necessariamente univoci, e non possono essere fissati in maniera avulsa dalle condizioni storiche sociali e culturali della società cui si riferiscono. In altri termini non è detto che ciò che in un paese è considerato una conquista sul piano dell'emancipazione femminile lo sia parimenti in qualsiasi altro paese. Né va trascurato il fatto che i paesi musulmani sono numerosi e fortemente differenziati fra loro sul piano delle condizioni materiali e socioculturali.
Tutto questo non certo per dire che le società musulmane oggi come oggi rappresentino la società ideale dal punto di vista femminile, ma che le situazioni di oppressione e di discriminazione, che talora le donne musulmane vivono, non rappresentano il risultato di prescrizioni islamiche, vanno eventualmente rintracciate nelle pastoie di una tradizione arcaica che da sempre, in molte società, tende ad esercitare un controllo sulla donna. Ma è importante vagliare anche altre possibili letture della condizione femminile nei paesi musulmani, laddove vigono precise situazioni che accomunano questi paesi a tutti gli altri che si trovano nella cosiddetta periferia del mondo. Mancanza di risorse, instabilità politica, problemi di sviluppo, interferenze e diktat posti sul piano delle riforme "strutturali" dalla banca mondiale e dal fondo monetario internazionale per accedervi; tutto ciò si traduce in una sottrazione di fondi ai settori del sociale, dell'assistenza, della sanità e dell'educazione. Penalizzazioni gravi che colpiscono in primo luogo e soprattutto la fascia femminile della popolazione, la vincolano prima ancora dei retaggi culturali, poiché la costringono a concentrarsi sul ruolo riproduttivo, sulle cure filiali e domestiche. Ricordiamo che questi ultimi rappresentano fra l'altro ruoli e funzioni cruciali per la sopravvivenza di una società, e che qualora non sorretti da una forte politica sociale, ricadono principalmente sulla donna, soprattutto in un sistema organizzato in termini tradizionali, fondato su un'economia estremamente povera, caratterizzato da elevato e diffuso analfabetismo.

Una lettura seria, che non sia di parte o propagandistica, della condizione femminile nei paesi musulmani - che sicuramente è contraddittoria - richiede di individuare gli elementi che ne sono causa sul piano storico e materiale, come su quello delle consuetudini e delle convenzioni, e certo anche sul piano del diritto formale. In ogni caso sarebbe opportuno lasciare da parte una volta per tutte certe considerazioni semplicistiche o stereotipie basate su luoghi comuni infondati, quando non su falsi veri e propri, come quello relativo all'infibulazione, pratica che di fatto non appartiene alla tradizione religiosa musulmana. O come i luoghi comuni sulla poligamia, una delle usanze musulmane fra le più soggette a critiche, la quale non rappresenta un obbligo - né per gli uomini praticarla, né per le donne accettarla - e non è comunque attuabile se non sussistono condizioni ben precise e vincolanti che la rendono, di fatto e nella realtà, pressoché impraticabile.

Certo, nell'Islam uomini e donne non sono uguali, ma sono complementari. Può sembrare banale, ma non lo è. Questo perché la religione musulmana nasce e cresce in società che al tempo non erano organizzate in termini piramidali, non erano quindi fondate su strutture gerarchiche, di conseguenza non si trovavano a dover stabilire il principio dell'uguaglianza nei termini propri della società occidentale, per accorciare le distanze di potere. Ad una struttura sociale orizzontale, e non piramidale, appariva più congeniale il concetto di complementarità. Queste origini hanno influenzato la concezione islamica dell'universo (e dei rapporti umani), basata sull'idea della diversità come elemento essenziale alla completezza, e quindi su un equilibrio fra esseri differenti che si completano a vicenda, all'interno del quale l'essere umano in quanto tale, uomo o donna, seppure determinante non ha una centralità assoluta rispetto a tutte le altre componenti dell'universo.
Sul piano religioso, l'insegnamento coranico è chiaro e mostra come al cospetto di Dio le azioni delle donne e degli uomini abbiano lo stesso valore, non ci sia distinzione fra l'operato dell'uno e dell'altra.

Coloro che fanno la carità, uomini o donne, concedono un bel prestito ad Allah; lo riscuoteranno raddoppiato e avranno generoso compenso. (Sura LVII - 18- Al - Hadid).

Non invidiate l'eccellenza che Allah ha dato a qualcuno di voi: gli uomini avranno quello che si saranno meritati e le donne avranno quello che si saranno meritate. (…) (Sura IV - 32, An - Nissà).

Questi ultimi del resto rappresentano degli orientamenti di fondo dell'insegnamento musulmano, ma certo oggi siamo consapevoli che l'operato degli uomini e la prassi sociali non sono unicamente vincolati alla religione, bensì costituiscono il risultato di dinamiche e relazioni ben più complesse.

03 gennaio 2008

Premure all'italiana


In Italia ci si muove solo dopo che succede qualcosa, si sa. Così, a Capaccio, un comune vicino Salerno, per risolvere il problema dei numerosi casi di pedoni investiti di sera- soprattutto lavoratori immigrati di ritorno dai campi- si è pensato bene di distribuire gratuitamente kit catarifrangenti. Ma che bel pensiero...peccato che valga solo per immigrati con permesso di soggiorno: se non ce l'hai, niente carabinieri né vigili che scampanellano alla tua porta con la validissima strenna. Vabbè, pazienza, non si può avere tutto dalla vita. Dagli italiani, poi...