Amal nasce per condividere la mia esperienza di incontro con un'altra cultura: la racconto dal mio personale e -per forza di cose- parziale punto di vista, senza alcuna pretesa, se non quella di narrare le impressioni del mio contatto con l'Altro. Aprendomi al nuovo ho lasciato ibridare le mie convinzioni, ricevendo in cambio nuovi occhi e una nuova luce per guardarmi intorno senza il pericoloso paraocchi dell'etnocentrismo.

26 febbraio 2008

In piazza s'impara!


Ugo Carrega, La torre di Babele, tratto da qui



[...]Se si dice che in piazza, ogni domenica mattina, arriva tutto il mondo, non si esagera affatto. Arriva l’arabo che impara il romeno perchè ha i compagni di lavoro che vengono da là, arriva il ragazzo cinese per apprendere la lingua dei suoi genitori perchè lui è nato in Italia o il cinese che viene dal Sud della Cina e che del mandarino non sa neanche una parola. In piazza poi, arrivano marocchini, algerini, egiziani per imparare o migliorare l’italiano che serve a svolgere meglio il loro lavoro o far fronte alle esigenze della vita quotidiana.

Arriva anche chi vuole andare in vacanza in un paese arabo. In una sorta di Babele, le lingue e le culture si mischiano e si confrontano. L’occasione è importante anche per stare insieme e per imparare cose nuove divertendosi. E se fa un pò freddo, niente paura, ci sono le ragazze di The Gate che offrono agli «studenti» calde coperte e the alla menta.

Fino ad aprile, tutte le domeniche, dalle 10.30 alle 12, nel luogo in cui in settimana ferve il mercato più grande d’Europa, è la lingua a diventare merce di scambio. [...] Leggi l'articolo completo

30 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte II): l'eleganza

(Simin Ghodstinat al lavoro)

Quest'articolo del New York Times ci presenta una donna che lavora per le donne:


[...]Ms. Ghodstinat, 57, said her designs were the result of her own “process of growth.” After living in Europe and America between the ages of 13 and 34, she returned to Iran. “I was Westernized, but I was never comfortable — it did not feel right,” she said. “Most designers constantly say how they want to make women look sexy. I don’t want women to be viewed as objects.” [...] Ms. Ghodstinat’s clothing line is called Tradition, because, she said, she copies classical Middle Eastern and South Asian designs and updates them. Her Afghan-style skirts are ankle-length, unlike the traditional Afghan skirts that sweep the floor. And her Kurdish-style dresses have long sleeves that can be wrapped around the waist like a belt. Her popular coats, based on the coats men wore in Iran during the Qajar period 100 years ago, have bell-shaped sleeves, are pinned at the waist and come in short lengths to wear over a longer skirt, or in longer lengths. [...]

D'accordo, le sue creazioni sono care e non certo accessibili a tutte le donne musulmane (e non)del mondo, ma il suo lavoro è segno che qualcosa sta cambiando: rimaneggiando capi della tradizione asiatica e mediorientale, Simin non solo apporta un'idea nuova e altra di eleganza, ma propone una dignitosa opportunità alla donna musulmana di vivere la propria femminilità in sintonia con i precetti religiosi sull'abbigliamento.


Simin Ghodstinat ha vissuto in Occidente quel tanto che basta per rendersi conto che l'eleganza non è la rincorsa disperata e acritica dei capricci strampalati delle grandi firme, né l'annegamento dei singoli gusti personali nell'imperativo uniformante del solito tailleur- o degli scontatissimi abiti da sera/da cocktail/da cerimonia/da quello che vi pare- né tantomeno (e qui sta il punto)qualcosa che sia nettamente inconciliabile con i valori etico-religiosi.


Non che loro, le donne musulmane, ne avessero bisogno... l'idea della negazione e/o repressione della femminilità della donna musulmana è un' idea - pasionaria - di chi misura il grado di libertà delle donne in centimetri di tacchi, di gonne o di pancia scoperta perché loro, le donne musulmane, non hanno certo bisogno di consigli in materia d'abbigliamento: portano il velo ben abbinato al vestito, lo drappeggiano con gusto intorno al viso scegliendo con cura spille o fermaglietti per fissarlo e questo succede a tutti i livelli di reddito, nei limiti delle possibilità di ciascuna, s'intende.


In Egitto ho visto vetrine e suq straripanti di completi - velo e vestito - per tutte le tasche: ho ancora negli occhi quel vestito rosa pesca bordato di nero di una mia cognata, abbinato al velo (rosa pesca orlato di ricamini neri), fermato a sua volta attorno al viso con un fermaglietto nero...o quel meraviglioso vestito lucido, di un bel rosso cupo con velo abbinato,indossato da un' invitata a un matrimonio, al Cairo, nel nostro stesso albergo. Roba da voltarsi indietro a guardare...


Qualcosa si sta muovendo insomma, segno che la moda e tutto l'apparato che le gravita attorno inizia a percepire nuovi bisogni e a disfarsi di vecchi e infondati pregiudizi.

22 gennaio 2008

L'Islam delle donne (parte I)

(foto di enricofede07)

Quest'articolo, tratto da qui, è di una chiarezza esemplare: mi sono limitata ad evidenziarne un paragrafo perché trovo che sia la dimostrazione lampante dell'esistenza di un altro mondo, di un sistema alternativo a quello occidentale, retto da altre regole e da altri valori non meno validi (anzi...)

Mi piace il realismo su cui si fonda il mondo musulmano perché non racconta a se stesso la favoletta utopica dell'uguaglianza a tutti i costi tra i sessi: il vero mondo musulmano non riusciamo neanche a immaginarcelo, in questa parte frenetica e straricca di mondo che non pensa, se non per stereotipi e luoghi comuni infondati. Al centro di questa prospettiva, uomini e donne non sono uguali, sono complementari: il che è una cosa ben diversa e ben più grande di qualsiasi chimera elevata a diritto universale.


L'islam delle donne

Qualche riflessione per confutare alcuni luoghi comuni occidentali



di Adel Jabbar (sociologo dell'immigrazione e delle relazioni interculturali - Studio RES, Trento)



Nur indicava al nipote i luoghi della città, piazze, strade, case, ponti, minareti, alla ricerca delle tracce lasciate dal tempo e dalle persone.

Quella non era la città natale di Nur. Ma lì lei era vissuta e là, da sola, aveva cresciuto i suoi figli, dopo avere lasciato il marito.

Nur era musulmana devota: pregava cinque volte al giorno, seguiva il digiuno prescritto nel mese di Ramadan, offriva l'elemosina, quando poteva permetterselo. Sognava di recarsi un giorno alla Mecca, ma questo non divenne mai realtà, così come non poté avverare il desiderio di essere sepolta vicino ad un pio musulmano. Riuscì comunque a realizzare un'altra sua aspirazione: quella di non rivedere mai più il marito e di non sapere più nulla di lui. Nella sua preghiera mattutina, lei rimpiangeva di averlo sposato e chiedeva a Dio perché gli avesse fatto incontrare quell'uomo e permesso che vivessero insieme. Lei poneva le sue domande a Dio, e del resto, diceva, sarebbe venuto il momento in cui Dio avrebbe interrogato lei, e confidava che nel giorno del Giudizio si sarebbe fatta finalmente chiarezza e giustizia.

La grande fede che nutriva non le impedì mai di essere se stessa, di avere fiducia nella propria capacità di giudizio, nella propria autonomia e intelligenza, di confrontarsi tenacemente e con le proprie forze con la vita quotidiana, dura e reale, sfamando, educando e tenendo a bada tre figli. I temi della giustizia e della libertà l'appassionavano, e capitava di trovarla spesso in prima linea nei cortei popolari di protesta contro la potenza coloniale che opprimeva la sua gente. Conosceva i nomi dei governanti coloniali, e altrettanti nomi di persone che nel mondo sostenevano la lotta anti coloniale. Nur era decisamente schierata, non conosceva esitazioni quando si trattava di scegliere. Ai nipoti raccontava delle azioni di violenza, di oppressione e di tortura compiute dagli eserciti occupanti, che malediceva paragonandoli al marito. Di questo, diceva, si era liberata, e desiderava fortemente liberarsi anche degli altri.

Tante cose sapeva fare Nur. Tesseva, modellava manufatti in terracotta, andava a cavallo, cacciava, nuotava e remava: tutte abilità che i suoi nipoti non hanno ereditato. Era sempre curata, di aspetto fiero ed elegante. Era un'araba musulmana con insoliti occhi azzurri che tutti ammiravano, ma nemmeno questi sono stati ereditati dai nipoti. Qualche cosa però lei ha saputo trasmettere a loro: ad alcuni la memoria della città, ad altri il suo stile e la sua eleganza, ad altri ancora il suo coraggio e il suo spirito di autonomia. A tutti loro ha però lasciato degli interrogativi: chi era realmente questa donna, quali vicende aveva trascorso nella sua vita, come aveva vissuto le fasi dell'adolescenza, del matrimonio, dell'abbandono del luogo d'origine e della casa maritale.

Intorno a Nur è sempre rimasto un alone di mistero. Certo è che questa figura può apparire in forte discordanza con quella che è la rappresentazione della donna musulmana nell'immaginario comune occidentale. Di fatto, da questa esperienza di vita reale si possono trarre alcune importanti considerazioni. Innanzitutto, che una donna vissuta dagli anni '20 agli anni '80 del secolo scorso in un paese musulmano, lei stessa musulmana devota, mise in discussione con le proprie scelte convenzioni e consuetudini radicate - che certo non ritroviamo soltanto nei paesi musulmani - decidendo di lasciare città, marito, di vivere da sola e da sola crescere i propri figli, subendone le conseguenze e accollandosi responsabilità e difficoltà certo non poco gravose. Scelte che ancora oggi, e persino nel mondo ricco occidentale, non sono facili per una donna. Inoltre la sua condizione di donna musulmana non le impedì di partecipare alla vita pubblica e politica, di condividere la sorte della propria gente.
Ancora: la sua fede in Dio si basava su un rapporto dialogico; pur accettandola, non ne subiva passivamente la volontà, si poneva e gli poneva dubbi, interrogativi. Infine fu in grado di trasmettere conoscenza e sapere ai figli e ai nipoti. Una donna a suo modo eccezionale, ma comunque una donna del popolo, che viveva dentro e con la sua gente, attivamente, con coraggio e autodeterminazione. Una donna libera.

Nel riflettere sulla condizione della donna nei paesi musulmani, tema oggi molto discusso, è importante saper esplorare i vissuti reali, dentro i quali le donne cercano di interpretate ed elaborare realtà e situazioni, consapevoli dei limiti che vengono loro posti, delle convenzioni e dei retaggi culturali che spesso le ostacolano, lì come del resto anche altrove. In ogni caso queste donne non sono succubi, non sono passive e sottomesse come le dipinge l'immaginario esotico e come oggi spesso vengono considerate, fosse soltanto perché portano un foulard intorno al capo. Non hanno bisogno di essere educate all'emancipazione. Molte di quelle che sono considerate come conquiste femminili avvenute in occidente negli ultimi anni, dal divorzio, alla legge sull'aborto tuttora molto discussa e all'uso degli anticoncezionali, dal diritto alla proprietà, al mantenimento del cognome, lo stesso diritto di voto, in alcune società musulmane sono state affermate molto tempo prima. In diversi paesi di religione islamica ci sono state donne primi ministri o a capo di ministeri importanti più di quanto non sia accaduto in alcuni paesi europei. Nella repubblica islamica dell'Iran, oltre il 60% della popolazione universitaria è costituita da donne; nel parlamento e nella corte costituzionale (nel ruolo di giudice) siede un numero significativo di donne. La sociologa marocchina di fama internazionale Fatema Mernissi, nel suo ultimo libro (Harem e Occidente), riporta alcune statistiche, che dimostrano come l'accesso ad alcune professioni e studi superiori e universitari sia più diffuso fra le donne che vivono in alcuni paesi musulmani che fra le donne occidentali. Ad esempio, il corpo docente universitario in Marocco è composto per il 22% da donne, contro il 20% dell'Inghilterra, il 16% del Giappone e l'11% della Svizzera. Le donne che partecipano attivamente nel settore medico, imprenditoriale e sociale rappresentano quasi il 31% dei quadri amministrativi (dati 1991).

D'altra parte, senza per questo abbandonarsi a facili relativisimi, si deve pur considerare che i criteri per definire la natura e il grado di emancipazione o di libertà non sono necessariamente univoci, e non possono essere fissati in maniera avulsa dalle condizioni storiche sociali e culturali della società cui si riferiscono. In altri termini non è detto che ciò che in un paese è considerato una conquista sul piano dell'emancipazione femminile lo sia parimenti in qualsiasi altro paese. Né va trascurato il fatto che i paesi musulmani sono numerosi e fortemente differenziati fra loro sul piano delle condizioni materiali e socioculturali.
Tutto questo non certo per dire che le società musulmane oggi come oggi rappresentino la società ideale dal punto di vista femminile, ma che le situazioni di oppressione e di discriminazione, che talora le donne musulmane vivono, non rappresentano il risultato di prescrizioni islamiche, vanno eventualmente rintracciate nelle pastoie di una tradizione arcaica che da sempre, in molte società, tende ad esercitare un controllo sulla donna. Ma è importante vagliare anche altre possibili letture della condizione femminile nei paesi musulmani, laddove vigono precise situazioni che accomunano questi paesi a tutti gli altri che si trovano nella cosiddetta periferia del mondo. Mancanza di risorse, instabilità politica, problemi di sviluppo, interferenze e diktat posti sul piano delle riforme "strutturali" dalla banca mondiale e dal fondo monetario internazionale per accedervi; tutto ciò si traduce in una sottrazione di fondi ai settori del sociale, dell'assistenza, della sanità e dell'educazione. Penalizzazioni gravi che colpiscono in primo luogo e soprattutto la fascia femminile della popolazione, la vincolano prima ancora dei retaggi culturali, poiché la costringono a concentrarsi sul ruolo riproduttivo, sulle cure filiali e domestiche. Ricordiamo che questi ultimi rappresentano fra l'altro ruoli e funzioni cruciali per la sopravvivenza di una società, e che qualora non sorretti da una forte politica sociale, ricadono principalmente sulla donna, soprattutto in un sistema organizzato in termini tradizionali, fondato su un'economia estremamente povera, caratterizzato da elevato e diffuso analfabetismo.

Una lettura seria, che non sia di parte o propagandistica, della condizione femminile nei paesi musulmani - che sicuramente è contraddittoria - richiede di individuare gli elementi che ne sono causa sul piano storico e materiale, come su quello delle consuetudini e delle convenzioni, e certo anche sul piano del diritto formale. In ogni caso sarebbe opportuno lasciare da parte una volta per tutte certe considerazioni semplicistiche o stereotipie basate su luoghi comuni infondati, quando non su falsi veri e propri, come quello relativo all'infibulazione, pratica che di fatto non appartiene alla tradizione religiosa musulmana. O come i luoghi comuni sulla poligamia, una delle usanze musulmane fra le più soggette a critiche, la quale non rappresenta un obbligo - né per gli uomini praticarla, né per le donne accettarla - e non è comunque attuabile se non sussistono condizioni ben precise e vincolanti che la rendono, di fatto e nella realtà, pressoché impraticabile.

Certo, nell'Islam uomini e donne non sono uguali, ma sono complementari. Può sembrare banale, ma non lo è. Questo perché la religione musulmana nasce e cresce in società che al tempo non erano organizzate in termini piramidali, non erano quindi fondate su strutture gerarchiche, di conseguenza non si trovavano a dover stabilire il principio dell'uguaglianza nei termini propri della società occidentale, per accorciare le distanze di potere. Ad una struttura sociale orizzontale, e non piramidale, appariva più congeniale il concetto di complementarità. Queste origini hanno influenzato la concezione islamica dell'universo (e dei rapporti umani), basata sull'idea della diversità come elemento essenziale alla completezza, e quindi su un equilibrio fra esseri differenti che si completano a vicenda, all'interno del quale l'essere umano in quanto tale, uomo o donna, seppure determinante non ha una centralità assoluta rispetto a tutte le altre componenti dell'universo.
Sul piano religioso, l'insegnamento coranico è chiaro e mostra come al cospetto di Dio le azioni delle donne e degli uomini abbiano lo stesso valore, non ci sia distinzione fra l'operato dell'uno e dell'altra.

Coloro che fanno la carità, uomini o donne, concedono un bel prestito ad Allah; lo riscuoteranno raddoppiato e avranno generoso compenso. (Sura LVII - 18- Al - Hadid).

Non invidiate l'eccellenza che Allah ha dato a qualcuno di voi: gli uomini avranno quello che si saranno meritati e le donne avranno quello che si saranno meritate. (…) (Sura IV - 32, An - Nissà).

Questi ultimi del resto rappresentano degli orientamenti di fondo dell'insegnamento musulmano, ma certo oggi siamo consapevoli che l'operato degli uomini e la prassi sociali non sono unicamente vincolati alla religione, bensì costituiscono il risultato di dinamiche e relazioni ben più complesse.

03 gennaio 2008

Premure all'italiana


In Italia ci si muove solo dopo che succede qualcosa, si sa. Così, a Capaccio, un comune vicino Salerno, per risolvere il problema dei numerosi casi di pedoni investiti di sera- soprattutto lavoratori immigrati di ritorno dai campi- si è pensato bene di distribuire gratuitamente kit catarifrangenti. Ma che bel pensiero...peccato che valga solo per immigrati con permesso di soggiorno: se non ce l'hai, niente carabinieri né vigili che scampanellano alla tua porta con la validissima strenna. Vabbè, pazienza, non si può avere tutto dalla vita. Dagli italiani, poi...

24 dicembre 2007

...che sia buono davvero!

Lo so che è più che scopiazzato in rete, però è bellissimo. Lo posto anch'io con i miei più sinceri auguri di buon Natale!

22 dicembre 2007

Cher sale arabe...


Ieri ho letto questa sconcertante notizia: in breve, i coniugi Zaidi (i due ragazzi nella foto, di origini marocchine, residenti vicino Bordeaux), dopo aver contattato il loro provider telefonico per risolvere i problemi di connessione, si sono visti assegnare come password di accesso "sale arabe", cioè sporco arabo. Casualità, vorrebbero far loro credere. Il primo caso accertato di computer razzista(?!?), insomma, non fa una piega.

A proposito degli estremi necessari all'accesso, nell'articolo originale si specifica che:

[...]Lesquels identifiants comprennent une adresse mail (une confirmation, en réalité, du mail existant), un mot de passe pour ce mail (classique combinaison de lettres et de chiffres) ainsi qu'un mot de passe pour la connexion à Internet, dernier sésame plus que douteux : le mot de passe proposé à Mohamed Zaidi est « salearabe ». «Merci de votre confiance », conclut la lettre.[...]

E che:

[...]La famille Zaidi, abonnée chez Orange depuis le printemps, n'avait pas réclamé de nouveaux «identifiants ». [...]

E' chiaro come il giorno, quindi, che è proprio colpa di quel razzista incallito del computer...



12 dicembre 2007

Colui che parte





Immagine tratta da qui

Da Da Voci Dal Silenzio cito alcuni brani di quest’intervista curata dalla redazione del sito a Kossi Komla-Ebri. Originario del Togo, Kossi arriva in Italia a vent’anni, nel 1974. Si laurea in medicina all’Università di Bologna e si specializza in chirurgia a Milano. Sposato e padre di due figli lavora all’ospedale di Erba (Co). E’ uno scrittore di racconti e saggi, premiato in diversi concorsi che dice di avere “nel cassetto poesie liriche, racconti e un romanzo- già tradotto in America- in cerca d’editore in Italia”. Nel tempo libero è mediatore interculturale nel mondo della scuola e della sanità, nel 1999 si è candidato per le elezioni comunali di Erba in una lista civica e nel 2001 alle elezioni politiche con l’Ulivo.
Al riguardo afferma:


Ho accettato d’essere il candidato dell'Ulivo per la Camera sul Collegio di Erba(roccaforte leghista) anche se per molti i tempi non erano maturi, pur sapendo che la vittoria era improbabile. […]La battaglia non si vince solo con i numeri, ma con la voce dell'anima serena e gentile, ferma nei principi e nei valori. Credo che su questo territorio, la mia candidatura è stata "profetica" in quanto ha saputo creare una barriera forte e punti di riferimento certi per chi vuol vedere oltre i pregiudizi, scovando le aporie della vergogna ed evidenziare le ragioni del far vivere bene chi ci sta di fronte, dentro e fuori di noi. La battaglia è stata ardua non tanto per lo scoglio dei numeri, (la cosa mi preoccupava poco) quanto per la difficoltà di trovare le parole giuste, il metodo adeguato, per creare il clima giusto per consentire ai colori dell'arcobaleno di essere visti. Nonostante i risultati, pur sempre onorevoli (33%), so che il messaggio è passato: sta germogliando a fatica una nuova concezione di politica e di cittadinanza attiva, unica via verso l'integrazione. La mia candidatura è stato un simbolo evidente per dare visibilità ad una nuova idea di cittadinanza dove l'integrazione, intesa come interazione d’integrità, è basata sulla pari opportunità e sulla condivisione di valori e in particolare di valori costituzionali. In questa, di fatto, società cosmopolita che fatica a declinarsi al plurale, la piattaforma dei valori per una giusta convivenza non potrà essere definita solo dai nativi. Urge una civile riconoscenza del diritto d'asilo, da integrare alle norme sull'immigrazione, e diritto di voto alle amministrative per avviare concretamente una vera integrazione che non sia assimilazione o ghettizzazione. Urgono spazi per l’incontro, il dialogo e la conoscenza. Urge lo spazio virtuale della dilatazione dei cuori per accettare l’altro ed accoglierlo oltre la diversità. “L’utopia dell’accettare l’altro- non benché diverso- ma perché tale”. Coloro che hanno votato per me sono andati oltre il colore della mia pelle e questo è già una gran vittoria.


Alla domanda:






Un tuo racconto (Mal di…) si chiude con il ritorno in Africa della protagonista, dopo un'esperienza in Italia, e con una considerazione significativa: "Ah l'Italia! Pensare che in Italia, volevo tornare a casa! Ormai mi sento come inquilina di due patrie: a volte ne sono felice, a volte mi sento un po' dimezzata, un po' squilibrata, come se una parte di me fosse rimasta là, eppure lo so che lì avrei di nuovo il mal d'Africa. Forse la mia è nostalgia, o semplicemente mal di… mal d'Europa". Questa conclusione potrebbe essere letta come metafora della condizione dei migranti, "sradicati" nella terra che li ospita e "stranieri" in patria?


Kossi risponde:






Sì! Il migrante, colui che parte, frantuma tempo e affetti. Salpando egli rompe con la sua terra, i suoi paesaggi, l’aria, gli odori, i profumi, i colori, i rumori, i suoni famigliari. Egli si porta a tracollo d’anima, un brandello della sua vita condito con l’acidulo fardello della nostalgia. Colui che parte, si allontana convinto di lasciare dietro di sé un vuoto, uno spazio accerchiato e paralizzato, fisso lì nel tempo. Gli altri, asciugate le lacrime, continuano a vivere e lo cancellano o meglio si dilatano per occupare il suo posto. Ė come se uscisse dalla fila, e in un attimo loro si stringono e quel suo spazio non esiste più. Colui che parte, va ad affrontare, a vivere un’altra vita. Egli, sotto altri cieli, entra nei panni di un altro personaggio, accede su un altro palcoscenico per interpretare un altro se stesso in un nuovo contesto: altro clima, altro paesaggio, altre conoscenze, altri affetti, altri suoni, odori, rumori, altri ritmi. Fuori dal suo ambiente egli coltiva nel suo cuore, in un angolo della sua anima, la malinconia dei luoghi della sua infanzia: la saudade, la burka. Egli non sa ancora quanto ha sbriciolato irrimediabilmente la sua vita. Sotto altri cieli, cuore esiliato, egli affronterà, la diffidenza, la solitudine, l’umiliazione, la fame, la fatica attraversando i giorni del non essere come un pellegrino, in corsa verso chissà quale metà, senza fermarsi a gustare l’attimo presente nel miraggio sempre rimandato di un improbabile ritorno “a casa”, senza fermarsi mai a “vivere” davvero in terra straniera. Egli cova in sé, costeggiando, sfiorando il presente come un’ombra, nella mente e nello scrigno della memoria quelle schegge del passato come congelate lì nello spazio –tempo immutabile della memoria. Ricordi meravigliosi e amplificati. Egli non si accorge nemmeno che questo “spazio-tempo-presente”, che lo cambia, lo forgia innevando i capelli e fa dolorare le giunture è parte di vita, è la “sua vita non vissuta” che sfugge e non tornerà mai più. Colui che parte vive nella visione del “ritorno”. Il ritorno, pensiero soffocato e soffocante condito di lacrime represse e di sospiri profondi. Il ritorno mille volte sognato, un film mille volte riavvolto, girato con protagonisti e comparse differenti, una sceneggiatura da fotoromanzo mille volte ritoccata, ma con unico attore principale: “Lui” stesso. La lettera d’annuncio, i bagagli, i regali da scegliere, la tensione dell’attesa, il vestito giusto -quello del successo-: segno tangibile della realizzazione del progetto migratorio. L’addio ai nuovi amici: ancora un “lasciare”. Poi il volo interminabile dell’aereo, l’arrivo, il caldo, l’ebbrezza degli abbracci, la gioia frizzante, il sudare, la sete, l’aria tiepida rimescolata dalle pale cigolanti e arrugginite d’un singhiozzante ventilatore. L’assalto ai regali, l’inevitabile questua. Poi lo informano, gli raccontano ed egli si accorge che la sua memoria è una giungla popolata di persone scomparse. Scopre dolorosamente, con una subdola fitta di gelosia e delusione che “loro” hanno continuato a vivere senza di lui e il suo posto, come un campo abbandonato, trascurato dal proprietario, è stato invaso da altri. I fratelli, sorelle e cugini sono cresciuti: li aveva custoditi piccoli nella sua “memoria d’isola che non c’è”. Addirittura qualcuno si è sposato e gli presenta moglie e nuova parentela. Sono nati bambini che lo guardano giustamente incuriositi…come si guarda ad un estraneo…già! Quello che rode non è il pensiero che lo abbiano dimenticato. No, quello che brucia è accorgersi che mentre rimuginava e si
nutriva per anni, giorno e notte di pensieri nostalgici, loro hanno continuato a vivere, normalmente senza di lui, come se non esistesse… come se fosse… morto. In terra straniera per definizione non esiste: è il Sig. nessuno. Lì neanche esiste più. Tutti chiedono dei suoi soldi ma nessuno chiede di lui. Il suo sospirato trionfo ha il gusto amaro di una sconfitta. Nessuno gli chiede: “Allora racconta!”. Quasi come se tutto quel soffrire fosse stato inutile. Tutte quelle esperienze vissute: vane. Incontrerà quello che dopo tutti questi anni lo scruterà intensamente per poi concludere: sei ingrassato! Come se fosse quella la cosa più importante, l’unico suo problema, l’unica battaglia che avrebbe dovuto o che ha dovuto combattere. Come ha vissuto in questi anni, tutto quello che ha potuto vedere, quelle ferite laceranti, quelle cicatrici che si porta dentro l’anima non importano a nessuno: anzi lui è stato privilegiato e fortunato. Vorrebbe urlare la sua rabbia repressa, fargli toccare le rughe della sua pelle avida di carezze, fargli sentire il peso della sua testa piena, stanca e desiderosa di una spalla accogliente, riposante. Vorrebbe squarciarsi il petto per esporre quel suo cuore ispido e inaridito dalla calura della lontananza. Nessuno gli chiede: “Allora com’è andata?”. Nessuno si stupisce dei suoi occhi spenti, prosciugati e dei suoi lunghi silenzi. Ritorno agognato, sognato e temuto allo stesso momento. Temuto anche perché egli sa che è solo una parentesi e che dovrà ritornare indietro. Tre - quattro settimane che inizialmente sembrano durare un’eternità, stretto da una strana ed ambigua nostalgia della terra straniera, che suo malgrado ha scavato stigmate agli angoli della sua coscienza, rivestendolo di nuove abitudini –si fa presto ad abituarsi all’agiatezza- che gli rendono difficile riadattarsi. Poi mano a mano che si avvicinerà il momento di partire sarà assalito di nuovo dall’angoscia dell’abbandono, di perdere l’anonimato che si era riconquistato: essere uno come tanti in mezzo alla sua gente. Colui che parte non appartiene più a nessun luogo. E’ figlio dell’utopia. Diventa come quelle anime vaganti insoddisfatte e smaniose alla costante ricerca dell’introvabile: un posto dove sentirsi pienamente “a casa”. Solo se riesce ad assumersi in quello spazio critico d’identità traversa e a coniugare passato e presente dando coerenza alla sua molteplicità identitaria, egli potrà gustare la ricchezza di essere diventato cittadino del mondo.


Chi in piccolo, chi in grande, siamo partiti, o partiremo, tutti. E siamo arrivati a destinazione, o ci arriveremo tutti, in un luogo più o meno lontano e/o più o meno diverso da noi. Non è difficile ritrovarsi in queste parole, o riconoscerci qualcuno. O comunque trovarle maledettamente vere. E emozionarsi anche un po', vedendo che memorie d'isola che non c'è è il nome felicissimo di un sentimento infelicissimo che tutti, chi in piccolo, chi in grande abbiamo provato, o proveremo.

09 dicembre 2007

Il senso della vita (meglio tardi che mai)

Quando Bruno Vespa scrive un libro non è esattamente facile far finta di nulla: uno se lo ritrova ospite in tutti i programmi esistenti, distribuiti su tutte le fasce orarie del palinsesto, anche in quelli il cui target giura che sia un tronista attempato, (o pentito, forse), ma non ricorda proprio di che edizione.

Un paio di volte cambi canale, un'altra volta lo ascolti distrattamente mentre fai tutt'altro, ma poi ti capita che lo ascolti, anche a singhiozzo, anche solo un attimo. Ebbene, capto il titolo dell'ultima sua fatica "L'amore e il potere - Da Rachele a Veronica un secolo di storia italiana"(Mondadori) e un paio di domande, anche banali, tutto sommato, sul perché del libro e sulla sua parte preferita. Alla seconda domanda Vespa risponde raccontando un aneddoto sugli ultimi giorni di vita di Craxi a Hammamet, riferitogli da Patrizia Caselli. Incuriosita, sono andata a pescarlo in rete. L'ho trovato qui e di seguito ne riporto un brano:
[...]«Quando Anna andava a Parigi, Bettino e io facevamo dei brevi viaggi attraverso la Tunisia, ma i momenti più belli erano certe sere a Hammamet. Spesso, al tramonto, andavamo in una spiaggia libera di Sidi Maherse. Camminavamo sulla battigia, che è morbida e non faceva soffrire Bettino. Parlavamo di tutto. Ogni tanto lui si fermava, guardava in direzione dell'Italia e diceva: lasciamo perdere tutto quel che mi è successo, ma se fossi rimasto là, giornate come questa, momenti come questi, me li sarei sognati. Sarei crepato - diceva proprio così, crepato - senza aver mai visto questi tramonti, questi colori, questi momenti struggenti.[...]
[...]«Venne a trovarmi ancora due volte. Arrivava alle 6 del pomeriggio, caracollante. Avevo rivoluzionato la disposizione dei mobili per accorciargli il percorso. Mi chiedeva di preparargli zuppe di verdura e tutto doveva essere apparecchiato per bene.«"Voglio così perché non riesco a portarti a cena fuori" mi diceva. Voleva darmi l'idea che tutto fosse quasi normale, che fossimo una coppia qualunque che sta insieme a tavola. «Nei giorni successivi lui volle andare a salutare i pescatori. Erano una famiglia che lui aveva conosciuto nella zona meridionale di Hammamet all'inizio del suo esilio (o della sua latitanza, come la chiamate voi), prima che arrivassi io.
Una famiglia molto dignitosa. Il padre era andato via, la mamma è una donna energica, i due figli maschi pescavano. Gli avevano costruito una capanna in riva al mare perché lui potesse star bene accanto a loro. Bettino gli aveva insegnato a cucinare gli spaghetti pomodoro e basilico, e loro gli preparavano l'agnello secondo la tradizione tunisina. Oltre a tanti piatti di pesce. Quando Bettino li conobbe, lavoravano su una barca sgangherata senza motore. Lui gli procurò un piccolo peschereccio. E quando il pesce arrivava in abbondanza, telefonavano perché ne mandassimo a prendere un po'. «Per tutto questo, prima di morire volle salutarli. Scese dalla macchina e i pescatori gli portarono subito una sedia. Li salutò uno per volta. Lo fece passandogli la mano sul viso. Non era un saluto, era un addio.«Quando risalimmo in auto, gli dissi: "Bettino, fino a oggi ti ha sorretto una volontà di ferro. Oggi tu hai deciso di congedarti da tutti noi. Se, con la tua volontà, hai deciso di andartene, questo accadrà. Non farlo, ti prego. Mi stai dando un dolore inimmaginabile. Il dolore di vedere invertito il percorso della tua volontà. Se questo è vero, tu ti stai lasciando davvero morire". Lui non rispose. Fu l'ultima volta che ci vedemmo.[...]

26 novembre 2007

Oltre l'ossessione della taglia





Così comincia l'articolo di Deborah Bonetti pubblicato sul sito de Il Corriere il 23 novembre:

LONDRA – Dieci anni fa Diana era considerata una delle più belle donne del pianeta. Oggi il suo splendido fisico troverebbe di che vestirsi solo fra le taglie comode. [...] Oggi, la “taglia target” è la 38 e in soli 10 anni l'ideale femminile sembra aver rinnegato ogni accenno di burrosità, preferendo donne esangui con il corpo da ragazzi adolescenti o meglio, come scrive in modo pungente il Times: «uomini con i seni». [...]
Qui di seguito alcuni passi salienti dell'articolo del Times, "The Body Of Evidence" di Stefanie Marsh:

[...]Here is the Princess in a swimsuit in July 1997, athletic, womanly, the absolute picture of female pulchritude and sexuality, the remnants of two pregnancies still lightly garlanded about her waist. Yesterday five of her lovers were named in the paper. And honestly, is there a man alive who would have kicked her out of bed? [...]
Ten years on and who have we got as our female pin-ups? Whose world-famous limbs do women have in mind when they come home despondent from Gap, having failed yet again to squeeze into a pair of skinny jeans? Well, lately, it seems as if the entire female population has accidentally slipped into some sort of gigantic communal
form of gender dysmorphia, because the women we have decided that we admire most in the world don’t seem to be women at all. From the back, at least, you could
mistake most of them for teenage boys. [...]



[...]These martyrs to weight-loss hate curves. [...] Are they women at all, I sometimes ask myself, peering more closely at my copy of Grazia. Will there come a day when it will be revealed to the world that this is a huge practical joke? Will the world’s most supposedly enviable women turn out to be escapees from a Pat Pong transsexual club?
[...] Something about her in that swimsuit is too vital for our modern tastes. We like our women lifeless these days. Sensuality makes us recoil. I think it was Tom Wolfe who originally used the term “boys with breasts”. This was in 1998, in his novel A Man in Full, in which the main character, a property dealer, leaves his wife for one of these self-assembled creatures. In the 1990s the “boy with breasts” was still a comic device. But, in 2007, would any of our humourless size6 pin-ups understand the joke?


Secondo me no, non lo avrebbero capito. Comunque, l'eleganza e la bellezza dipendono dalla taglia? O dalla moda? Ed è la moda a imporre la taglia, o il buon gusto personale?


Mi vanno gli occhi su questo post tratto dal blog di Elle:


Think Big
La domanda è cattivella. Esiste un’eleganza oltre la 42? Boh, sì, no, forse. Certo, il prêt-à-porter e l’Alta moda sono fatti su misura per cloni di Audrey Hepburn, Jackie O’ e, senza andare troppo lontano, Kate Moss e Agyness Deyn, l’ultima modellina d’Oltremanica. Però è anche vero che quello che si vede per strada, anche su ragazzette ultraskinny, non è sempre impeccabile. Diciamo la verità, quelle che possono realmente contare su un allure chic sono proprio poche. L’abbinata stivali anni Ottanta di pelle bianca e jeans strettissimi (anche se sono Acne o Chip Monday) richiede una figurina slanciata e flessuosa tratteggiata col rapido. Il caschetto di capelli candeggiati tipo putto rinascimentale passato nella centrifuga (quello che si vede alle serate indie di Milano, Londra o New York) sta bene solo a pochissimi musini da cammeo (o a facce di carattere magari con un naso importante); le altre, sconfinano nel ridicolo. Le micro skirt a pieghe da college girl un po’ birichina donano alle ragazzine e basta, senza possibilità di replica. Oltre i 25 anni (a maggior ragione se con gambe toniche ma non sottilissime) sono da evitare. Le felpe avantgarde di Bernhard Willhelm con teschi stampati tipo urlo di Munch, su signorine con seno oltre la seconda, gridano vendetta. Insomma, uno può essere fashionista fin che vuole, eppure essere ben lontano dall’eleganza. Perché alla fine conta sempre la stessa cosa.
Il senso della misura e la consapevolezza di sé. Allora sì, ci sono anche ragazze (o donne) formose eppure scicchissime. Dipende da come camminano, da come si muovono, da come vestono il proprio corpo. Da quanto si piacciono. L’allure, il fascino, lo stile sono sempre questioni di testa, non di taglia.

E poi, sbirciando tra i commenti, trovo quello di Viviana :
Care ragazze Elle, sono una che è nata in Sudamerica, ma vive come cittadina italiana da ben 23 anni nel Bel Paese. Una volta, quando venivo per le vacanze a trovare nonna e parenti di papà, le donne mi sembravano molto eleganti e carine. Sì, avete capito bene: ho usato un verbo al passato. Purtroppo, a 43 anni ben portati (parola della mia estetista che dà la “colpa” al clima argentino…meno male!!), devo dirvi che la cosa è cambiata. Molto. Voi mi direte: “e questa da dove salta fuori?”. Ma da quello che vedo per strada, in palestra (faccio nuoto da quando avevo tre anni), in spiaggia, al supermercato…., ecc, ecc. Scusate, ma perchè tutte si vestono uguale? I soliti jeans a vita bassa che stanno malissimo e che, sinceramente, fanno vedere troppa carne in abbondanza. Reggiseni push up che si riconoscono a due chilometri di distanza (il seno ai lati è schiacciato), magliette corte da far paura (solita ciccia che deborda), perizoma che vedo a “signore” che potrebbero essere mia mamma!!! Devo dire che lo spogliatoio della palestra dovrebbe chiamarsi il “Museo degli Orrori”: Donne che saltano per infilarsi un jeans che sembra fatto di silicone, vista la capacità elastica di quel poveretto (il jeans), trucchi ispirati dal Museo delle Cere (siamo all’ora di pausa pranzo…) Non so cosa si metteranno in faccia la sera! Non ci tengo proprio a farmi la benchè minima idea! Per non parlare dell’argomento”spiaggia”. Ma perchè una “in carne” e di una certa età deve mettersi in mostra con un bikini ascellare, andare in giro per la sabbia con i tacchi…, sembrare la Bibbia di Gutemberg (per l’incartapecorimento della pelle), ecc, ecc.? Perchè una “signora” deve per forza farci vedere la cellulite, mettersi con il lettino sul bagnasciuga e fare bella mostra delle sue mammelle…Per non parlare dei seni rifatti che sembrano palle da bowling, labbra di gomma, gambe al vento con minigonne della serie “anch’io me le metto!!!” Tutto questo, ed è solo un assaggino, per sembrare ventenni o chissà cosa…Sabato ho visto una giovane mamma con il suo bambino in COSTUME INTEROOOOO!!!!! Era la più bella di quel brutto spettacolo. Con il suo bambino a chiamarla “mamma”, e lei orgogliosa di questo. Elegantissima e splendida!!! Ma perchè siete tutte (o quasi) diventate così?. Mio marito dice che ormai non si scandalizza più di niente. Poi si gira e timidamente mi dice: “lo sai che sei bellissima senza un filo di trucco Non c’è verso: le argentine sono il meglio!” Io lo guardo orgogliosa, mentre un flash ripercorre i lineamenti di quelle nate laggiù, dove qualcuno un giorno mi chiese se da noi esistevano gli assorbenti intimi… Sì, quelli ci sono, ma la cosa più importante è che le donne sanno ancora cos’è la dignità.

Rimango colpita da quello che Viviana evoca soltanto, ma che sento forte dentro di me: quelle bellissime immagini di donne solari, colorate e gioiose del sud del mondo che danzano tra i miei ricordi nella loro composta eleganza...